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L'inferno sono gli altri

Di

Editore: Mondadori (Strade blu. Non fiction)

3.8
(37)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 180 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8804610026 | Isbn-13: 9788804610021 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Altri

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Descrizione del libro
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  • 3

    Didattico

    La Tobagi e Calabresi (quello di "Spingendo la notte più in là") mi avevano abituato bene, con tanta profondità anche nel racconto dei rapporti umani oltre che nel racconto di quegli anni incredibili. ...continua

    La Tobagi e Calabresi (quello di "Spingendo la notte più in là") mi avevano abituato bene, con tanta profondità anche nel racconto dei rapporti umani oltre che nel racconto di quegli anni incredibili.
    Qui invece la Giralucci ci parla quasi esclusivamente della storia e lo fa attraverso le testimonianze di chi quegli anni li ha vissuti in prima persona e soprattutto di chi quegli anni li ha vissuti nella Padova che ha visto morire suo padre, attivista di destra.
    Ne scaturisce perciò un libro che appare soprattutto come una cronaca e nel quale forse si poteva fare di più, da un punto di vista emotivo, per dire che le morti di quegli anni devono avere tutte pari dignità a prescindere dal fatto che fossero di destra o di sinistra.

    ha scritto il 

  • 3

    Un po' troppo ibrido

    A differenza di altri libri o memoriali scritti da figli di vittime del terrorismo, questo mi pare fatichi a trovare una sua voce.

    Silvia Giralucci è una brava giornalista affermata, ma con questo li ...continua

    A differenza di altri libri o memoriali scritti da figli di vittime del terrorismo, questo mi pare fatichi a trovare una sua voce.

    Silvia Giralucci è una brava giornalista affermata, ma con questo libro - che vorrebbe raccontare il contesto dell'uccisione di suo padre da parte di un commando delle BR all'interno della sezione di via Zabarella del MSI di Padova il 17 giugno 1974 - non riesce a costruire un'indagine giornalistica come quella di Mario Calabresi, né a ricostruire la personalità del padre attraverso suoi scritti, come ha fatto Benedetta Tobagi, né a ripercorrere gli ambienti entro cui maturò l'assassinio del padre, come ha fatto Sabina Rossa. Ne viene fuori una sorta di manuale vagamente generico degli anni di piombo, con la ripetizione di una sequela di fatti ed episodi di violenza politica, particolarmente incentrati su Padova ma non solo, che pecca in mancanza di originalità. Va detto, a discapito di Giralucci, che non molte persone hanno accettato di collaborare e farsi intervistare dall'autrice e per di più quei pochi hanno aggiunto poco o nulla che già non si sapesse. Anche il modo scelto da Giralucci di mettere in prosa queste interviste mi pare anti-climatico e poco efficace.

    E' comunque un testo da leggere, perché mette la lente sulla realtà padovana degli anni di Piombo, che è una realtà sulla quale si dovrebbe studiare di più. Prossimamente leggerò il libro di Guido Petter, i giorni dell'ombra, di cui Silvia Giralucci parla a lungo e che sembra essere il testo ispiratore di questo "L'inferno sono gli altri". A pagina 158-9 c'è una riflessione sul perché i familiari delle vittime scrivono libri di questo genere, che mi è sembrata genuina e utile.

    ha scritto il 

  • 5

    Silvia Giralucci appartiene a una leva particolarissime di orfane, tutte vittime del terrorismo, che hanno avuto madri straordinarie, capaci di farle crescere con la voglia di capire, senza l'ossessio ...continua

    Silvia Giralucci appartiene a una leva particolarissime di orfane, tutte vittime del terrorismo, che hanno avuto madri straordinarie, capaci di farle crescere con la voglia di capire, senza l'ossessione della vendetta permanente. Si sono così impegnate in una ricerca profonda sul senso della storia, non contentandosi di mettere mano a un'agiografia del padre perduto. E così Silvia interroga i protagonisti della violentissima Padova degli anni Settanta; Benedetta Tobagi si fa testimonial della memoria sulla strage di Brescia, successa lo stesso giorno in cui ammazzano il padre; Sabina Rossa si incontra con uno dei brigatisti che spararono al sindacalista che non ebbe paura di accusare le Br e si batte senza clamore contro la barbarie giuridica della pena infinita.

    ha scritto il 

  • 5

    Sbaglia di grosso chi pensa che questo libro sia stato scritto sull'omicidio di Mazzola / Giralucci.
    Questo episodio come sfondo è sempre presente, e non potrebbe essere altrimenti, ma con questo test ...continua

    Sbaglia di grosso chi pensa che questo libro sia stato scritto sull'omicidio di Mazzola / Giralucci.
    Questo episodio come sfondo è sempre presente, e non potrebbe essere altrimenti, ma con questo testo si va oltre. Si prova a capire il senso di quegli anni, cosa ne pensano oggi i protagonisti dell'epoca, e soprattutto il perché successero tanti fatti.
    L'autrice ha prodotto un racconto estremamente schietto e genuino.
    Secondo me un testo indispensabile per chi è di Padova e non conosce la storia recente della propria città.
    Consigliatissimo.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    http://www.larena.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/400088_sembra_cinema__realt/
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/400145_sembra_cinema__realt/
    http://www.bresciaoggi.it/sto ...continua

    http://www.larena.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/400088_sembra_cinema__realt/
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/400145_sembra_cinema__realt/
    http://www.bresciaoggi.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/400206_sembra_cinema__realt/

    ha scritto il 

  • 5

    Un altro grande figlio, che porta in sé un grande dolore.
    Un altro tentativo di capire, di dare un senso all'insensatezza di una perdita che non ha spiegazioni, non ne può avere.
    Meno emozionale di Ma ...continua

    Un altro grande figlio, che porta in sé un grande dolore.
    Un altro tentativo di capire, di dare un senso all'insensatezza di una perdita che non ha spiegazioni, non ne può avere.
    Meno emozionale di Mario Calabresi ("Spingendo la notte più in là" è un libro che commuove dalla prima all'ultima riga), più lucido e distaccato di "Come mi batte forte il tuo cuore". L'analisi di una seria giornalista, che ricostruisce la Padova degli anni di piombo. Quella stessa Padova dove non molti anni dopo sarei giunta io a studiare e dove ancor oggi vivo e lavoro. E' stato sconvolgente ritrovare luoghi e nomi e volti che ho conosciuto, frequentato e che ancor oggi frequento, e finalmente riuscire a capire veramente come dovesse essere in quegli anni, nei quali io ero troppo bambina (e troppo protetta) per capire.

    ha scritto il 

  • 4

    “Mi ha sempre colpito il fatto che anche chi, come me, in quegli anni non c’era, o era bambino, non possa oggi sfuggire alla politicizzazione della memoria e sia costretto a compiere, più che una scel ...continua

    “Mi ha sempre colpito il fatto che anche chi, come me, in quegli anni non c’era, o era bambino, non possa oggi sfuggire alla politicizzazione della memoria e sia costretto a compiere, più che una scelta di campo, un atto di fede”.

    È questa una delle frasi che racchiudono meglio il senso profondo di un libro come L’inferno sono gli altri - Cercando mio padre, vittima delle Br, nella memoria divisa degli anni Settanta, di Silvia Giralucci (Mondadori). Un libro inchiesta su una città, Padova, su un periodo fondamentale del Novecento italiano, gli anni Settanta, e su una storia personale, quella dell’autrice, che all’età di tre anni perse il padre, Graziano Giralucci, ucciso insieme a Giuseppe Mazzola il 17 giugno 1974 per mano delle Br.

    Sono tanti i libri che affrontano il tema degli anni del terrorismo e della lotta armata, nella maggior parte di essi – perlomeno in quelli che riscuotono maggiore successo commerciale – il punto di vista è sempre di tipo emozionale. C’è la memoria delle vittime, e quindi i ricordi personali, l’elaborazione di un lutto, il vuoto materiale di chi resta; e c’è la ricostruzione storica fatta dal punto di vista dei carnefici, con tanto di analisi di contesto e tentativi, più o meno velati, di discolpa.

    Il testo di Silvia Giralucci tenta un’altra strada. È la strada coraggiosa di chi, pur partendo da una vicenda umana e familiare atrocemente implicata, riesce a ricostruire i fatti in maniera lucida, razionale, imparziale, volando al di sopra degli steccati ideologici che a tutt’oggi impediscono un’analisi obiettiva degli anni di piombo.

    Così, partendo dall’inchiesta “7 aprile”, passata alla storia come il processo ad Autonomia operaia, si dà voce ai protagonisti di quella stagione: da Guido Petter, docente ed ex partigiano fatto bersaglio della violenza estremista, a Pietro Calogero, il magistrato che fu autore di quel “teorema” che portò all’arresto di massa dei leader dell’Autonomia; da Antonio Romito, il sindacalista ex di Potere operaio che collaborò con la giustizia, a Pino Nicotri, il giornalista dell’Espresso accusato ingiustamente di essere il telefonista del sequestro Moro.

    Attraverso le interviste, gli incontri, le conversazioni più o meno informali, emerge il quadro di una memoria, appunto, tuttora divisa, in cui a distanza di oltre trent’anni nessuno sembra ancora capace di superare quella che fu la propria scelta politica ed esistenziale. E forse perché in questo paese, in fondo, gli anni Settanta non sono mai veramente finiti, perché il permanente clima da scontro di piazza che si protrae da allora nella vita politica degli italiani è il riflesso di una condizione sociale ed economica immutata nel suo complesso, se non addirittura peggiorata rispetto al passato.

    “La prima sofferenza è l’ultima sofferenza” scrisse il filosofo americano Ralph Waldo Emerson, per indicare che il dolore più grande nella vita di un essere umano annulla tutti gli altri, fino a rendere il cuore immune. L’insegnamento che si trae dal libro di Silvia Giralucci è appunto questo: non ci sono più colpevoli da cercare, la storia è ciò che resta, sono i fatti, sono gli uomini in carne e ossa che hanno vissuto nel pieno degli avvenimenti, e il compito di chi vuol capire è porsi delle domande, anche se questo fa ancora male (maledettamente male), là dove gli altri ancora non vedono.

    ha scritto il 

  • 4

    Padova e gli anni Settanta

    "Romito infame": quante volte questa scritta è apparsa sotto i miei occhi di adolescente nella cittadina della bassa padovana dove frequentavo le superiori e non l'ho capita. A dire il vero, allora no ...continua

    "Romito infame": quante volte questa scritta è apparsa sotto i miei occhi di adolescente nella cittadina della bassa padovana dove frequentavo le superiori e non l'ho capita. A dire il vero, allora non mi chiedevo neppure che significasse: faceva parte dello scenario su cui mi muovevo, inconsapevole di cosa si agitasse nel capoluogo vicino.
    Padova era, a detta dei miei, una città da cui stare alla larga, soprattutto per condurre gli studi; e anche in periferia era meglio evitare le scuole statali: scioperi, disordini, atmosfere poco rassicuranti o addirittura intimidatorie erano sempre in agguato.
    Il libro di Silvia Giralucci ha aperto molti squarci di quel passato e mi ha permesso di capire meglio la fisionomia di questa città per me così vicina eppure così lontana, almeno negli anni della giovinezza.
    Ho potuto conoscere meglio la natura della famigerata "Galassia Negri" e della discussa facoltà di Scienze Politiche, tutte cose note ma mai approfondite; ho compreso il senso di quelle scritte contro Romito che, come Sabino Rossa, aveva deciso di distinguere l'attivismo politico di sinistra dall'azione eversiva e violenta; ho intuito la difficoltà delle indagini e delle operazioni di polizia condotte da Calogero.
    Credo di aver capito l'ansia di cambiamento radicale che ha accomunato tanto giovani in quegli anni, che li ha spinti a spendere energie in interminabili discussioni, in confronti radicali, in scelte controcorrente: di certo non ho compreso la scelta violenta che molti erano disposti a fare per sè o a condividere nei compagni di lotta, schermendosi poi con un comodo "Ma io non ho mai sparato/ non ho mai aggredito/ non ho mai colpito". Non posso capire come ancora oggi possano dire che quella è stata la stagione più felice/esaltante della loro vita, separando se stessi e i loro entusiasmi dai frutti drammatici e tragici che quella stagione ha dato.
    Come rileva l'autrice del libro, sembra proprio di non poter trovare un chiarimento, una mediazione, un atto di conciliazione tra le voci che si contrappongono sulla ricostruzione di quegli anni: è come se ciascuno chiamasse chi scrive e chi legge a fare un atto di fede in quello che ti dirà.
    Ma, nel corso della lettura vorace del libro, è evidente che l'autrice ha già ben chiaro da che parte far pendere la sua bilancia e il suo "atto di fede" (sempre lucida e razionale, ma non del tutto imparziale): sul suo piatto pesa la sua infanzia dolente, la sua giovinezza passata tra le aule dei tribunali, la sua coscienza di giornalista e donna matura in cerca della Padova in cui suo padre viveva e militava come missino. Pesano anche la consapevolezza che l'omicidio di suo padre è stato a lungo considerato "di serie B", che la sua città non ha mai veramente fatto i conti con gli anni dell'eversione e che, comunque, vivere nell'odio e nel rancore non paga.
    La Giralucci riesce così a districarsi in una ragnatela di testimonianze e di reticenze per comporre un mosaico tutt'altro che delineato e definitivo ma esaustivo ed interessante per chi, come me, ha solo pochi anni più dell'autrice e vorrebbe capire cos'è stata Padova, cosa è stata l'Italia in quegli anni di sangue e terrore.

    ha scritto il 

  • 4

    Continua il mio approfondimento sugli anni di piombo.
    Ascolto la Giralucci, insieme a Calabresi, mentre presenta il suo libro al Salone a Torino, qualche mese fa.
    Non sapevo nemmeno chi fosse, beata i ...continua

    Continua il mio approfondimento sugli anni di piombo.
    Ascolto la Giralucci, insieme a Calabresi, mentre presenta il suo libro al Salone a Torino, qualche mese fa.
    Non sapevo nemmeno chi fosse, beata ignoranza. Sapevo molto poco anche della storia di Padova, di autonomia, di Toni Negri (se non perchè una persona di mia conoscenza - cinquantenne, donna, discutibile - una volta, l'aveva esaltato come fosse Dio).
    Ancora una volta questo libro è stato illuminante. E l'autrice davvero brava, cercando di raccontare con più imparzialità possibile quello che le è successo e quello che gli stava intorno, fornendo come prova una miriade di atti giudiziari, di dati,di fonti, a sostegno -credo - della sua imparzialità, nonostante tutto. Sottolinea più volte come questo libro sia nato per la sua necessità di comprendere quegli anni, e non per cercare un colpevole (che, tra l'altro, c'è).
    Un libro interessante, ben scritto, che mi ha fatto rimanere più volte a bocca aperta: ero, sono, incredula davanti ai fatti commessi, davanti alla violenza per sostenere un'ideologia, davanti a quello che è successo.
    Sono nata il 7 aprile, e solo dopo la lettura di questo libro ho capito come mai, certa gente,quando glielo dico, sgrana gli occhi o scrolla le spalle.
    Un libro interessante.

    ha scritto il