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L'ingegnere in blu

Di

Editore: Adelphi (Piccola Biblioteca, 565)

3.4
(135)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 186 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8845922405 | Isbn-13: 9788845922404 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
All'Ingegnere di cui è stato amico e sodale, Arbasino ha dedicato un irresistibile ritratto che forse è anche un autoritratto, dove ora gli lascia la parola e si sottrae come uno scrupoloso, zelante scrivano, ora si concede acuti e appassionati esercizi di lettura, ora mescola alla voce di Gadda la sua, regalando anche a noi, come in un "private show", briosi calembours, brandelli di conversazioni che paiono dossiane "Note azzurre", pettegolezzi alla moda, ricordi personali e amene celie, ironiche filologie e fonologie, "l'aura del tempo" che i giovani fans di allora, nutriti di Huxley e Waugh e Connolly, cercavano di trasmettere a quel signore in blu ritroso ma pieno di curiosità.
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  • 5

    Ceci n'est pas une critique

    In questo periodo ho letto due libri gaddiani: il magnifico epistolario dello scrittore milanese con Pietro Citati (dove ho appreso che Gadda romanziere e Gadda uomo scrivevano allo stesso modo: docum ...continua

    In questo periodo ho letto due libri gaddiani: il magnifico epistolario dello scrittore milanese con Pietro Citati (dove ho appreso che Gadda romanziere e Gadda uomo scrivevano allo stesso modo: documento umanissimo e grandioso che fa capire quale perdita costituirà per le generazioni future, alloché dovranno studiare gli autori di questa generazione, il tramonto della plurimillenaria pratica di scambiarsi lettere) e questo saggio su di lui scritto da Alberto Arbasino, che gli fu amico negli anni Sessanta: lo stesso periodo del carteggio con Citati, nel cui commento, infatti, appaiono riportati numerosi brani dell'Ingegnere in blu. Mi sarei accontentato però di porre in esergo ad ambo queste recenti letture le rituali e dovute cinque stelle del massimo omaggio anobiano, se non fosse stato che, letti alcuni commentucci al piccolo libro dello scrittore vogherese, un repentino senso pungente di giustizia mi ha spinto a scriverne qualche riga, non perché Arbasino di per sé abbisogni delle mie difese contro le flatulenze anobiane, ma perché i biasimi al suo saggio su Gadda mi paiono tanto sgangherati e puerili, e tuttavia facili a far presa, che con la loro corriva causticità potrebbero fuorviare chi, non conoscendo Arbasino, li prenda come affidabile guida per le proprie scelte bibliografiche.
    Due le accuse principali a questa raccolta di pagine su Gadda; le potrei qualificare en abrégé come "l'accusa di snobismo" e "l'accusa di scrivere difficile", le quali poi si potrebbero anche vedere quali due facce d'una sola medaglia. Sì, è vero, Arbasino "scrive difficile": la sua prosa è un fuoco d'artificio d'allusioni, citazioni, rimembranze, trouvailles lietamente mischiate senza rispetto per l'alto e il basso culturale; si passa senza soluzione di continuità da Macario a Carlo Porta, dagli strutturalisti a Wanda Osiris, dalle cosacce con bersaglieri o corazzieri nelle pinete complici dell'Urbe a considerazioni su Parini e Manzoni: per capire una pagina di Arbasino bisogna possedere una cultura consonante con la sua, sostanziata di buoni libri, buoni spettacoli (ma anche no: il camp arbasiniano è pieno di canzonette della radio, di spettacoli di rivista, di pettegolezzi su dame, regine e demi-mondaines; altrimenti egli resterebbe solo uno dei troppi intellettuali noiosi) e conoscenze, sia pur di seconda mano, del mondo gay di qualche lustro fa. Se si legge Arbasino partendo da un retroterra fatto d'imparaticci scolastici, sceneggiati americani e romanzetti industriali, capisco che non se ne ricavi niente: ma è colpa di Arbasino o di chi s'inalbera perché non è mai uscito dal tinello di casa e in una reggia vaga smarrito senza saper dove andare? Altrettanto: gli si rimprovera che parli solo di "borghesaglia" (spregiativo che magari il Gadda indomito fabbro del parlar materno avrebbe raccolto e riusato quale graziosa perlina lessicale); ma non è questione di borghesia, nobiltà o plebe: gli aneddoti su quel prozio viveur o quella nonna stramba, ripetuti ogni volta che se ne parla sin che divengono, direbbe Natalia Ginzburg, vocaboli di ciascun lessico familiare, appartengono ad ogni casa e parentado italiano: altrimenti vuol dire che Arbasino e, modestamente, il sottoscritto, veniamo da famiglie anormali. O non è che invece, magari, nelle famiglie di codesti Fouquier-Tinville delle patrie lettere, di codesti Aristarchi Scannabue da tastiera non si fa più conversazione?
    Ma l'errore nell'accusare in questo modo Arbasino si rivela doppio appena si consideri perché Arbasino scrive così. Se si nota, gli scritti raccolti in questo librino non sono tutti eguali. Alcuni raccolgono considerazioni gaddiane (ad esempio quelle, penetrati e sensibilissime, sugli amati Parini e Manzoni, o quelle irridenti e saporose su Carducci, Pascoli e soprattutto Foscolo, il poeta più odiato dallo scrittore milanese), mentre altri sono tutta una selva e un affollarsi di memorie meneghine, di aneddoti familiari, di facezie di e su personaggi mondani: le storie, insomma, che deliziavano l'Ingegnere. Arbasino si mette al centro della scena, certamente: ma lo fa anche e soprattutto perché tra lui e Gadda esiste una continuità culturale che non è tanto sostanziata di libri letti quanto di comune ambiente domestico e formativo; Gadda non ebbe allievi, ma come affermò il Nostro in un fortunato scritto qui pubblicato in appendice, ebbe nipotini: autori molto più giovani di lui, che nello stile di lui, sovrabbondante, vertiginoso, eccessivo e fiammeggiante, rinvennero un magistero cui ciascuno aderì in modo autonomo e personale, con esiti diversissimi. Arbasino, fra questi nipotini ed eredi, fu forse quello che, per origini in una borghesia in parte grassa ma provinciale, in parte urbana e già venata da eccentricità e sprezzature signorili, si avvicinava di più al buon Carlo Emilio. Ecco allora che quest’esercizio di ammirazione rigonfio, eccessivo, scoppiettante, stordente si rivela, benché e perché personalissimo, anche pieno di genuina energia critica ed esegetica: basta non volerci trovare quello che non c’è, ossia il saggio accademico, metodico, paludato; Arbasino “scrive difficile”, ma al contempo scrive leggerissimo e divagante come solo i gran signori della letteratura sanno fare: bisogna lasciarsi andare, passeggiare come bambini eruditi e beffardi per le redole dei suoi giardini folti d’alberi immensi e di cespugli bizzarri, ove ci si diverte e ci si perde, beati e un po’ stupefatti – a mo’ di ragazzini, appunto, in un parco affollato di visioni, di luci, d’immagini cangianti e di colori.

    ha scritto il 

  • 3

    Dovrebbe essere un libro in cui Arbasino tributa il suo grande maestro C.E. Gadda. Di fatti lo è, solo che per ogni pagina di sketch su Gadda ce ne sono dieci della solita robaccia borghesaglia di Arb ...continua

    Dovrebbe essere un libro in cui Arbasino tributa il suo grande maestro C.E. Gadda. Di fatti lo è, solo che per ogni pagina di sketch su Gadda ce ne sono dieci della solita robaccia borghesaglia di Arbasino, sulla Callas, sulla Wanda Osiris, su marchesi omosessuali e contesse puttane.
    Eppure, non ostante ciò, di episodi comici e situazioni al limite del paradossale ce n'è a volontà (e sono queste a salvare il libro, secondo il mio modestissimo parere).
    Ho comprato questo libro più che altro per cercare di comprendere meglio Gadda e magari trovare la voglia di leggere altre sue opere, ma mi ha fatto troppo incazzare questo vizio che ha Arbasino di spostare, in un modo o nell'altro, il discorso sempre su se stesso e sulla vita da nababbo che faceva assieme ai suoi amichetti nella Roma degli anni '50 e '60. Cazzo... se vuoi quello, scriviti un'autobiografia (magari senza usare Gadda come pretesto) e non romperci i coglioni!

    ha scritto il 

  • 5

    Fuochi e artifici

    Frizzi e lazzi.

    E cazzi: numerosi, evocati, sottesi, rimpianti. Fatale trattandosi di un capriccio di Arbasino, che si sente - a ragione - il migliore dei "nipotini" dell'Ingegnere Gadda, o quello a ...continua

    Frizzi e lazzi.

    E cazzi: numerosi, evocati, sottesi, rimpianti. Fatale trattandosi di un capriccio di Arbasino, che si sente - a ragione - il migliore dei "nipotini" dell'Ingegnere Gadda, o quello a lui più simile. Privo d'ironia Pasolini, lugubre anche nella sua vita spericolata, frufru ma rigoroso Patroni Griffi.

    Le litanie di nomi e nomignoli e termini lombardi e romaneschi, di eventi remoti, memorie familiari e probabilmente fantasiose sono puri divertissements, che Arbasino elargisce a piene mani tenendo a pretesto questa quasi biografia dell'Ingegnere. E d'altra parte il generone culturale degli anni romani di Gadda - fino alla morte - era vivace e affollatissimo e in perenne ricambio, restando ferme solo le avanguardie, sempre le stesse dagli anni venti. C'era di che pescare e citare.

    Ma dietro al cerone di scena c'è la sostanza: a parte l'immenso sfoggio culturale - solo per capire le citazioni c'è da diventar matti - Arbasino restituisce a Gadda la sua dimensione più vera. Debole e complicato l'uomo, che non si concesse ai propri desideri per tema del ridicolo, curioso e di gusti cosmopoliti l'intellettuale, che passa con disinvoltura dalla progettazione di centrali idroelettriche allla recensione di Genet (con relativa e divertita enumerazione dei sodomiti nella letteratura del novecento) fino al Pasticciaccio.

    Con il suo orrore per l'imprecisione e per il moralismo (era formalista, cosa diversissima) che gli rendono indigeribili per ragioni diverse Moravia e Pasolini, Gadda s'impunta sulla improbabilità delle circostanze di un racconto di Pascoli (col suo imbarazzante menage familiare) o di un'ode del detestato Foscolo. E si conquista la fama indesiderata di umorista british-style, alla Campanile per capirci, che lo tormenterà per tutta la vita, relegandolo tra i minori anche nelle rare antologie che lo menzionino. Oppure, peggio, tra gli scrittori localistici, provinciali, a causa delle sudatissime contorsioni romanesche del Pasticciaccio, e anche lì ingiustamente affiancato a Pasolini, i cui ragazzi di vita sono, come dice Arbasino/Gadda, interessanti per compagnia dopo cena ma niente affatto come soggetti letterari, per la "povertà dei loro moventi psicologici".

    Da leggere con divertita attenzione.

    ha scritto il 

  • 1

    carta sprecata

    Avendo letto Il pasticciaccio mi attendevo uno spaccato della vita del maestro cui è dedicato. Lo sarebbe, ma nell'intento di copiare lo stile, ha generato un vero pasticcio, ingodibile. Si vede che ...continua

    Avendo letto Il pasticciaccio mi attendevo uno spaccato della vita del maestro cui è dedicato. Lo sarebbe, ma nell'intento di copiare lo stile, ha generato un vero pasticcio, ingodibile. Si vede che non è Gadda. Credo che d'ora in poi girerò a largo da Arbasino, sono traumatizzata.

    ha scritto il 

  • 1

    non conoscendo Gadda ho deciso di partire con questo saggio/biografia. Non sono riuscito ad andare oltre pagina 16 visto il mattone che è. Se avete intenzione di leggere qualcosa di Gadda non leggete ...continua

    non conoscendo Gadda ho deciso di partire con questo saggio/biografia. Non sono riuscito ad andare oltre pagina 16 visto il mattone che è. Se avete intenzione di leggere qualcosa di Gadda non leggete questo libro perchè l'autore rischia di farvelo odiare!

    ha scritto il 

  • 3

    Complesso ed espressionistico come i libri dell'"ingegnere": forse troppo, senza averne l'ironia e il tocco incantatore...P.s. "l'ingegnere", per chi non l'avesse capito, è il milanese celibatario a v ...continua

    Complesso ed espressionistico come i libri dell'"ingegnere": forse troppo, senza averne l'ironia e il tocco incantatore...P.s. "l'ingegnere", per chi non l'avesse capito, è il milanese celibatario a vita Carlo Emilio Gadda.

    ha scritto il 

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