L'italiana

Di

Editore: Einaudi

3.5
(57)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 127 | Formato: Altri

Isbn-10: 8806144618 | Isbn-13: 9788806144616 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Umberto Gandini

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Questo romanzo racconta la difficile convivenza di due comunità profondamentediverse per storia, lingua e cultura, che finiscono per rinchiudersi in undrammatico isolamento. Di questa diversità è figura emblematica Olga, laprotagonista, che, ancora giovanissima, lascia insieme alla madre la casapaterna sui monti dell'Alto Adige, esasperata dalla durezza del padre, accesonazionalista tirolese. Le due donne tentano di costruirsi una nuova vita inuna città della pianura. Olga sposa un napoletano, estraniandosi sempre di piùdalla sua gente. Quando tornerà al paese, Olga scoprirà di sentirsi a disagioin entrambi i mondi e capirà che la sensazione di estraneità e la disperazionefanno parte degli uomini e non dipendono dalle differenze etniche.
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  • 3

    Senza togliere nulla ai suoi meriti letterari, forse solo uno scrittore di lingua tedesca poteva offrirci una rappresentazione così cruda del mondo contadino sudtirolese. Mi chiedo se - nello stesso p ...continua

    Senza togliere nulla ai suoi meriti letterari, forse solo uno scrittore di lingua tedesca poteva offrirci una rappresentazione così cruda del mondo contadino sudtirolese. Mi chiedo se - nello stesso periodo storico - la gente di campagna di altre regioni non fosse altrettanto chiusa e violenta.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo molto bello e ben scritto, indicato soprattutto a chi vuole davvero capire il problema del Sudtirol. Letto in un paesino del Sudtirol: ogni pagina era davanti ai miei occhi....Grande Zoderer. ...continua

    Romanzo molto bello e ben scritto, indicato soprattutto a chi vuole davvero capire il problema del Sudtirol. Letto in un paesino del Sudtirol: ogni pagina era davanti ai miei occhi....Grande Zoderer.

    ha scritto il 

  • 5

    L'«Italiana» è un romanzo sudtirolese di un autore che sto scoprendo a poco a poco e che non mi aveva convinto, inizialmente, fino a questo romanzo. E' conosciuto proprio grazie a questa piccola breve ...continua

    L'«Italiana» è un romanzo sudtirolese di un autore che sto scoprendo a poco a poco e che non mi aveva convinto, inizialmente, fino a questo romanzo. E' conosciuto proprio grazie a questa piccola breve opera, che esplora attraverso la problematicità esistenziale della protagonista un astio di lunga data fra tirolesi italiani e tirolesi tedeschi.

    La traduzione italiana del titolo non è riuscita a mantenere la carica semantica del titolo originale, che fa riferimento a un termine spregiativo utilizzato dai parlanti di lingua tedesca per definire gli italiani, Walsche. L'elemento spregiativo ricorre spesso nei tre giorni che compongono l'arco narrativo dell'opera, caratterizzata dal lutto della protagonista, Olga, per la morte del padre da un lato, e l'amore della stessa per un Walsche, un italiano, Silvano.

    L'apertura del romanzo ci immette direttamente in un mondo che si mantiene per tutte le 120 paginette affollato e rumoroso e, soprattutto, violento. La violenza o, meglio, la cattiveria gratuita espressa dialetticamente in oppressore/oppresso, boia/condannato, dà vita alla rappresentazione caratteriale dei cittadini di lingua tedesca. Una cattiveria espressa nel degradare il più debole, in genere l'Italiano.

    Olga è una donna in crisi: ha abbondato quel mondo germanofono per amore di Silvano, grosso e "meridionale". Si trova in una situazione di mezzo, in cui la sua identità territoriale è annullata da due poli a cui non sentirà mai di tendere: da una parte il paese di origine, dall'altra la città e gli italiani. Della prima ha i ricordi del fastidio, della violenza, probabilmente incarnati in un tentativo di stupro; dell'altra non riesce ad assimilare lo spaesamento di una cultura amichevole, ma ciononostante diversa, altra, non ancorata alla sua cultura e che le impedisce di avere una realizzazione di sé genuina. E' peculiare notare come proprio in un contesto di amicizia (gli amici di Silvano) lei non riesca a stabilirsi, ma si sente, piuttosto, offesa:

    "[...] In fondo le erano grati [gli amici di Silvano] del suo imbarazzo nell'esprimersi e trovavano le sue approssimazioni nient'affatto approssimative, ma divertenti: lei era una persona particolarmente divertente."

    Imperante è il motivo della cecità e della decadenza fisica di un paesello che si aggrappa a convinzioni ideologiche scivolose e non più, oramai, giustificabili. Olga vede, testimonia, assiste a un processo di stagnazione quasi secolare di questa ideologia, che sembra quasi volersi diffondere in maniera endemica in quei boschi dove la natura si perde. Un'ideologia che si perde quando Olga fa un'ultima cosa per se stessa: accettarsi.

    ha scritto il 

  • 3

    La fobia dell’altro: Die Walsche

    O il terrone, o se visto dall’altra parte, il crucco. Nel caso di questo piccolo capolavoro, l’italiana, in quanto ragazza sudtirolese accompagnata a un meridionale. E’ lei Die Walsche che ritorna all ...continua

    O il terrone, o se visto dall’altra parte, il crucco. Nel caso di questo piccolo capolavoro, l’italiana, in quanto ragazza sudtirolese accompagnata a un meridionale. E’ lei Die Walsche che ritorna alla ”heimat” alla casa natia in Alto Adige in occasione della morte del padre, ripercorrendo tra le pieghe dei ricordi le difficili relazioni con la gente del villaggio, nei ruoli stretti, soffocanti, tra i ricordi oppressivi di un padre che da morto diviene un macigno che sgretola poco a poco l’emotività repressa. Un romanzo poco conosciuto, come il suo autore, ambientato negli anni Sessanta, freddo, lucido, staccato. Olga, l’italiana, è estranea dal villaggio, forestiera, ma è estranea anche a sé stessa, in ogni circostanza narrata. La veglia funebre è lenta e progressiva come una malattia, obnubilata dal ricordo del padre che muore alcolizzato e solo, un padre maestro elementare del paese, un padre maestro di vita nella natura e nel paesaggio dell’infanzia di Olga che si ritrova sperduta nella Stube assieme a un fratellastro di cui non condivide nulla, se non una parte del suo sangue paterno. E Silvano – incontrato in città - è sempre presente, come di sottofondo, in un rapporto chiuso, come da camera da letto con le imposte serrate, mai accettato dal padre di Olga e perciò presente solo virtualmente al funerale del vecchio. La vita in città con Silvano è l’altra parte di Olga, che per il ritorno al paese natio ha scelto di essere sola nonostante le paure di rientrare in un habitat che la osserva che la circonda che la chiude in un raggelante isolamento. “Infine, aveva dovuto urlarglielo, a Silvano : - Rimani a casa, - e solo allora lui aveva capito e era rimasto a casa, nel quartiere italiano della città che i tedeschi chiamavano Shangai”, Bolzano la città che si scorge tra le righe del racconto. Zoderer è un grande scrittore, la sua scrittura è cristallina, in frasi che si spezzano e entrano nel profondo. Uno scrivere asciutto in verticale, una lancia con estensioni orizzontali di paesaggi verso un cielo aperto che conchiude. Tutto il romanzo si snoda attorno alla veglia funebre, alla scelta della bara, ai commensali attorno al defunto, ai riti dovuti, alla scelta della sepoltura in cimitero, i colloqui con il prete, eventi che si svolgono in un’allarmante semplicità limpida in contrasto con gli oscuri sentimenti delle genti che abitano il villaggio, presenze del passato fisse nel tempo dei ricordi di Olga.

    ha scritto il 

  • 5

    Erano gli anni '80 dello scorso secolo, e per quanto il nome di Joseph Zoderer non mi fosse del tutto sconosciuto, ai tempi mi guardavo bene dal leggere qualsiasi cosa puzzasse di Alto Adige. E poi fi ...continua

    Erano gli anni '80 dello scorso secolo, e per quanto il nome di Joseph Zoderer non mi fosse del tutto sconosciuto, ai tempi mi guardavo bene dal leggere qualsiasi cosa puzzasse di Alto Adige. E poi figurarsi, un romanzo italiano scritto in tedesco, sembrava perfetto per farci ricamare sopra dal nostro prof di lingua (che invece, curioso, non ha mai affrontato l'argomento).
    In fondo è stato meglio così. Letto ora L'italiana (Die Walsche in originale, termine spregiativo con cui gli indigeni definivano gli italiani che capitavano da quelle parti), permette di collocare in prospettiva il contesto in cui si colloca una vicenda ambientata negli anni '60, pubblicata nel 1982, per arrivare fino ad oggi, anno 2013, e a considerare che, per una volta, tutto 'sto tempo non è passato invano.

    L'italiana del titolo è Olga, che torna al paese d'origine, tra i monti sudtirolesi, per il funerale del padre, portando con se la colpa di vivere in città con un italiano. La scrittura di Zoderer è cristallina, inesorabile e spietata nel tracciare un ritratto della vita di paese che perde ogni connotazione folcloristica per rivelare tutta la grettezza e le meschinità su cui si basa. Nella complessa costruzione della vicenda, che nell'arco di una giornata ripercorre la vita di Olga attraverso ricordi, inserti, flashback, si avverte una qualche partecipazione, l'accenno di un'emozione e ci risolleva un pochino dalla miseria morale che caratterizza luoghi e personaggi solo nel ricordo della vita del padre di Olga, maestro del paese e alcolizzato, esempio perfetto di una sconfitta che prima ancora di essere politica è personale, e umana.

    Olga si aggira come fosse un fantasma, estranea eppur partecipe della vita del paese che ha lasciato, ben consapevole che altrettanto esclusa sarà nella sua nuova vita cittadina, con gli italiani che la accolgono, ma che lei stessa fatica a comprendere.
    L'italiana è un romanzo perfetto per comprendere cosa sia stata la vita in Alto Adige, quali siano state le conseguenze per chiunque si sia ritrovato a superare, per scelta o destino, il tacito confine tra le lingue, tra le genti, tra fondovalle e montagna, tra capoluogo e provincia. Ma soprattutto L'italiana è un'ottima lettura per chi voglia confrontarsi con il tema dell'esclusione e della diversità, a prescindere dalla propria collocazione geografica, che lo sguardo di Joseph Zoderer è appassionato e compassionevole tanto quanto è incisivo, e la sua scrittura è intensa e personale.

    Come forse si sarà intuito, la città che si scorge tra le righe del racconto è Bolzano, e fa uno strano effetto vedersela comparire quasi di soppiatto e riconoscerla, seppur ritratta in un'epoca che è più quella dei miei genitori che non la mia. E quelle istantanee di umanità italiana che ogni tanto illuminano il racconto, beh… sono quasi commoventi, visto il contesto e il tempo trascorso da allora.
    Ma quel che più colpisce a leggere L'italiana, qui e ora, è quanto siano cambiati i rapporti tra i gruppi etnici nel mezzo secolo che ci divide dalla storia di Olga. Qualche mese fa m'è capitato di tornare a casa per partecipare a un matrimonio, ed è stato sorprendente e meraviglioso sentire molti degli ospiti passare con naturalezza dal tedesco all'italiano e viceversa, quasi nella stessa frase, senza apparente difficoltà. Certo, non per tutti il bilinguismo è normale, per molti, di entrambi i gruppi etnici, non c'è necessità di conoscere perfettamente l'altra lingua, e poi ovvio, c'è anche chi rifiuta il bilinguismo a priori, ma rispetto a 20 o 30 o 50 anni fa le cose da questo punto di vista sono notevolmente migliorate. E visto il contesto di ignoranza e paura generalizzate in cui viviamo, una nota positiva come questa credo vada ribadita e sottolineata.

    Probabilmente però l'aspetto del romanzo che ho apprezzato di più, tolto lo sguardo nostalgico con cui inevitabilmente mi sono confrontato durante la lettura, il contesto politico e la qualità del testo, è stato quel ritrovare spogliata di ogni retorica la montagna, il bosco, i prati che nelle parole di Zoderer sono sì belli, ma di una normale bellezza quotidiana, e non diventano mai magnifico palcoscenico per chissà quali gesta o imprese. Ne L'italiana ho ritrovato quella normalità della montagna, che l'ebbrezza turistico-naturalistica che ha travolto l'Alto Adige negli ultimi decenni ha scordato, per trasformarne l'ambiente in uno strumento di marketing. Anche solo per questo varrebbe la pena leggere o rileggere il romanzo, per scoprire un Sudtirolo diverso, dietro ai lustrini con cui oggi è venduto al turismo di massa.

    (Iguana blog: http://iguanajo.blogspot.it/2013/10/letture-litaliana-di-joseph-zoderer.html )

    ha scritto il 

  • 3

    Zoderer ha scritto un romanzo che ha come protagonista l’estraneità, il senso della non appartenenza, l’isolamento al limite della totale segregazione, che appare tanto più irrimediabile quando viene ...continua

    Zoderer ha scritto un romanzo che ha come protagonista l’estraneità, il senso della non appartenenza, l’isolamento al limite della totale segregazione, che appare tanto più irrimediabile quando viene avvertito in opposizione, in contrasto, alla socialità, alle reti di relazioni, apparentemente facili e “naturali”, in cui gli altri sembrano essere immersi. Zoderer ha scritto un romanzo che è nostalgia di quell’”heimat”, quella casa, quel luogo natìo, quel territorio in cui ci si sente a casa proprio perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. La protagonista di “L’italiana” sperimenta lo sradicamento di chi non possiede neppure questa nostalgia ed è in grado solo di capire razionalmente il significato dell’heimat, ma non di sentirlo emozionalmente. Il pregio di questo romanzo sta, a mio parere, nella straordinaria possibilità che le difficili relazioni fra sudtirolesi di lingua tedesca e altoatesini di lingua italiana in Alto Adige hanno offerto al suo autore per declinare l’estraneità, per renderla evento quotidiano, per trasformarla in uno sguardo lucido, indagatore e sostanzialmente “freddo” nei confronti dell’altro da sé, ma, e questo è il valore universale del tema trattato, anche su di sé. Zoderer possiede una prosa asciutta, pungente, diretta, disadorna che, in molti punti affascina il lettore. Personalmente, ho apprezzato molto di più i passi in cui l’estraneità, invece di essere proclamata, detta, ripetuta, annuciata, si manifesta drammaticamente, in uno sguardo.
    “Nel buio della notte, guardando dalla finestra del corridoio verso la legnaia, non riuscì a distinguere altro che una dozzina di macchie vagamente più chiare di diverse dimensioni, ma quando spense la luce in corridoio e, col buio alle spalle, fissò nell’oscurità attraverso la finestra del corridoio, riconobbe nonostante la foschia e l’assenza della luna quelle macchie confuse sul tetto della legnaia: erano pietre di varia dimensione che servivano a dare stabilità al tutto, una saldezza ottenuta mediante l’oppressione…”

    ha scritto il 

  • 3

    Breve romanzo sull'alienazione sudtirolese ambientato in un paesino di montagna della Val Pusteria, dove si svolge la veglia funebre e il funerale del padre della protagonista, Olga, una giovane donna ...continua

    Breve romanzo sull'alienazione sudtirolese ambientato in un paesino di montagna della Val Pusteria, dove si svolge la veglia funebre e il funerale del padre della protagonista, Olga, una giovane donna tedesca che è andata a vivere con la madre in città (Bolzano), abbandonando le sue origini senza riuscire a trovare una sua dimensione. Convive con un meridionale, che, pur circondato da amici, non riesce a darle quel senso di appartenenza a cui forse anela. La condizione di Olga è probabilmente una metafora della condizione dell'autore stesso e di tutti gli altoatesini (o meglio sudtirolesi), che si sono riconvertiti al turismo prostituendo la loro esistenza al dio denaro e che loro malgrado non sono più né carne né pesce.
    Il libro è sgradevole, i personaggi sono tutti sgradevoli, l'atmosfera è cupa, soffocante. E comunque non entusiasma, l'ho trovato monotono e poco profondo.

    ha scritto il