Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

L'occhio e lo spirito

Di

Editore: SE

4.0
(100)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 75 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Francese , Spagnolo

Isbn-10: 8877101547 | Isbn-13: 9788877101549 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: A. Sordini

Genere: Art, Architecture & Photography , Health, Mind & Body , Philosophy

Ti piace L'occhio e lo spirito?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
"'L'Occhio e lo Spirito' è l'ultimo scritto che Merleau-Ponty poté portare a termine. André Chastel gli aveva chiesto un contributo per il primo numero di"Art de France". Egli ne fece un saggio, al quale consacrò la gran parte dell'estate nell'anno (1960) che doveva essere quello delle sue ultime vacanze. Stabilitosi, per due o tre mesi, nella campagna provenzale,Merleau-Ponty reinterroga la visione, e al tempo stesso la pittura. Opiuttosto, egli la interroga quasi fosse la prima volta, come se tutte le sue opere precedenti non pesassero sul suo pensiero, ovvero pesassero troppo, in modo tale che egli dovette dimenticarle per riconquistare la pienezza dell'incantamento." (dalla prefazione di Claude Lefort)
Ordina per
  • 3

    Tra Fenomenologia ed Estetica

    Ho trovato queste pagine più ardue dell'intera Fenomenologia della Percezione. Probabilmente il saggio andrebbe letto dopo una buona interiorizzazione di Husserl e del problema estetico-percettivo della visione.
    Merleau-Ponty è un accanito oppositore dello "sguardo di sorvolo", lo sguardo o ...continua

    Ho trovato queste pagine più ardue dell'intera Fenomenologia della Percezione. Probabilmente il saggio andrebbe letto dopo una buona interiorizzazione di Husserl e del problema estetico-percettivo della visione.
    Merleau-Ponty è un accanito oppositore dello "sguardo di sorvolo", lo sguardo oggettivante della scienza, delle coscienze disincarnate. Uno sguardo che non può esistere!
    Ma cosa succede in un quadro? A cosa attinge il pittore? Cosa vediamo nell'opera?
    Vedere è vivere prima che pensare, è movimento, è ricevere i significati primordiali della struttura del mondo. Si parte da un aspetto di passività e si arriva all'espressività del gesto pittorico e dell'esperienza del fruitore.
    L'olismo sta diventando una chiave di lettura del nostro rapporto col mondo studiata sia in fenomenologia che in estetica, e in entrambi gli ambiti M.Ponty è estremamente apprezzato.
    Non posso dargli una valutazione più alta per la complessità della scrittura e la densità del contenuto. Come detto da alcuni, chi è alle prime armi dovrà rileggere i passaggi chiave tante e tante volte.

    ha scritto il 

  • 3

    Filosofia e poesia

    Un libro del filosofo Husserliano Merleau Ponty che usa un linguaggio non di certo di facile comprensione. Molte frasi vanno rilette più volte e metabolizzate prima di essere comprese. Il risultato è quello della comprensione, attraverso il lavoro del pittore, dell'impossibilità di dividere la vi ...continua

    Un libro del filosofo Husserliano Merleau Ponty che usa un linguaggio non di certo di facile comprensione. Molte frasi vanno rilette più volte e metabolizzate prima di essere comprese. Il risultato è quello della comprensione, attraverso il lavoro del pittore, dell'impossibilità di dividere la visione e il visibile, l' apparenza e l' essere.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    2

    Da leggere solo se provvisti di tanto tempo da perdere

    [Non ne parlerò bene. Lo dico subito. Parlo anche da ignorante, perché pur avendo affrontato nella mia carriera accademica almeno otto esami tra psicologia e filosofia del linguaggio, questo libro l'ho trovato inaffrontabile.]
    Un libro che mi ha perseguitata. Dovevo studiarlo per un esame e ...continua

    [Non ne parlerò bene. Lo dico subito. Parlo anche da ignorante, perché pur avendo affrontato nella mia carriera accademica almeno otto esami tra psicologia e filosofia del linguaggio, questo libro l'ho trovato inaffrontabile.]
    Un libro che mi ha perseguitata. Dovevo studiarlo per un esame e sembrava così esile, così leggero, così accattivante con quelle sessantasei pagine scritte in grande. Ed invece no. Un masso sullo stomaco. Frasi da rileggere almeno quindici volte per riuscire a trovare il soggetto, concetti interessanti ma ripetuti. Merleau Ponty sarà anche stato un grande (???), ma quest'ossessione per Cèzanne, onestamente, alla fine delle sessantasei pagine, rompe anche un po' il c***o.

    ha scritto il 

  • 5

    Quando leggi o esplori o ti fermi a compitare (o qualcuno ti racconta) la Fenomenologia dello Spirito, l’Himalaya dei filosofi, il libro nel quale Hegel ci ha insegnato il dispiegarsi degli strati di significato della nostra esperienza, ti imbatti, appena varcata la porta, nella dialettica ...continua

    Quando leggi o esplori o ti fermi a compitare (o qualcuno ti racconta) la Fenomenologia dello Spirito, l’Himalaya dei filosofi, il libro nel quale Hegel ci ha insegnato il dispiegarsi degli strati di significato della nostra esperienza, ti imbatti, appena varcata la porta, nella dialettica della certezza sensibile.
    Formidabile ed illuminante tour de force, che mostra come l’illusione dell’immediato svanisce, e sei costretto a intraprendere la via delle relazioni inestricabili del soggetto con il suo oggetto, sempre elusivo finché credi di pensarlo come “cosa in sé”. Alla fine di questa prima tappa, come viatico per il percorso, Hegel ti consegna la consapevolezza della “divina natura del linguaggio”, il logos, che marca la soglia del significato. (“Se volessero realmente dire questo pezzo di carta di cui hanno opinione, se la loro volontà fosse realmente di dirlo, allora ciò sarebbe loro impossibile: il Questo sensibile […] infatti è inaccessibile al linguaggio, il quale appare alla coscienza, all’universale in sé”, trad. it. V. Cicero, pag. 185). Dimmi la padella, questa padella però. Ma senza sbattermela in testa, per favore! Vedi che non ci riesci?

    Poi sei un po’ stanco, chiudi il libro e anziché studiare sogni. E ti vengono in mente l’innaffiatoio e l’erpice posati sui campi e il cane al sole di Lord Chandos, la cui sembianza “a tentare di definirla tutte le parole mi paiono troppo misere”, o anche solo i “pensieri e parole” di Mogol-Battisti (il campo di grano, la nostra ferrovia …). E gli inafferrabili “qualia” e le domande impossibili (il verde che vedo io è lo stesso che vedi tu?) ecc.
    Poi ti risvegli e vai avanti, ma ti rimane un dubbio. Ed è il dubbio che Hegel abbia fatto un gran torto ai pittori, e soprattutto a quelli tra loro che “non dicono niente”, che non fanno allegorie, che ti ci puoi fermare con tutta la ferramenta dell’iconologia, della psicoanalisi e di ciò che diavolo ti pare, ma non avresti proprio nulla da cavarne e da tradurre in linguaggio verbale; insomma a tutti i pittori quando sono “strettamente” pittori e fanno ciò che nella pittura è insostituibile, non rimpiazzabile da nessuna trasposizione in altre cose.
    Che il loro lavoro sia chiuso come un sogno, un vano inseguire il “questo, qui e ora” ineffabile, sprofondato nella più soggettiva delle soggettività, e un non comunicare e non “intenzionare” niente, non diresti proprio. Ma, allora, che cosa fanno? In che modo il loro rappresentare le cose ha un “significato” e un’intenzionalità? Proprio nel momento in cui la pittura “non celebra altro enigma che quello del visibile”?

    Si può dire che il libretto di Merleau-Ponty è niente di meno che il ripensamento di questo punto che sfugge all’inizio del percorso fenomenologico hegeliano.
    E perciò diventa una specie di prologo nel silenzio a quel percorso fenomenologico che in Hegel ti gettava subito nella parola. Un prologo che modifica il senso del percorso. Che ti chiede di ripensarlo.

    ha scritto il 

  • 0

    E’ un saggio su…


    Il rapporto tra la vita, l’arte figurativa, l’immagine che ci facciamo della nostra esistenza. Il tentativo di trovare una filosofia che eviti l’aridità e la falsa oggettività della scienza e che non sia il solito sterile pensiero che non ha più un legame con la vita. Hai ...continua

    E’ un saggio su…

    Il rapporto tra la vita, l’arte figurativa, l’immagine che ci facciamo della nostra esistenza. Il tentativo di trovare una filosofia che eviti l’aridità e la falsa oggettività della scienza e che non sia il solito sterile pensiero che non ha più un legame con la vita. Hai detto niente…

    Recensione.

    In cinquanta pagine cinquanta Merleau-Ponty constringe a vedere il mondo in maniera nuova per sempre. Mentre è concentrato a lavorare su un’altra opera, lascia tutto per scrivere questo saggetto, per la rivista di un amico. Forse per questo il suo pensiero è distillato con facilità e leggerezza in un linguaggio denso e profondo, chiaro e potente. Un infarto lo colpirà a morte poco dopo la pubblivcazione. Senza nessuna complicazione teorica, Merleau-Ponty ci regala queste pagine che sono, per la fenomenologia, tutto: esempio di metodo e di tensione per la ricerca di un linguaggio nuovo; introduzione alla fenomenologia e tentativo di superarne i limiti; pensiero dell’arte ma non “filosofia dell’arte”. Anche il lettore non interessato a questioni filosofiche troverà il modo di apprezzare un testo che parla così profondamente dei suoi occhi, della sua carne, del suo corpo e del mondo che li ospita.

    Ancora viene commercializzata l’edizione del 1989, data per “reperibile in 1 o 2 giorni lavorativi”, segno che proprio non se l’è comprato nessuno. Ma attenzione, adesso lo pagate 12 euro.

    Fuori l’autore.

    Maurice Merleau-Ponty è oggi riconosciuto come il più grande fenomenologo francese. Basterebbe dire che Foucault rubava a tutti gli appunti delle sue lezioni, anche se ci andava personalmente. Purtroppo morì improvvisamente, nella primavera del 1961, lasciando quasi più appunti per libri in preparazione che opere pubblicate. Questa, grazie al caso, è la sua ultima opera.

    Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

    E’ un sano antidoto alla filosofia pallosa, verbosa e inutile. Il che mi sembra un enorme merito. In più, avvicina con occhi nuovi all’arte, anche se non figurativa; soprattutto a quella moderna e contemporanea, che ancora molti trovano incomprensibile.

    ha scritto il 

  • 3

    L'arte è spazio di libertà; eppure dev'esserci un luogo del passivo: non può esserci visione senza condizionamento. Arte è spazio di libertà, ma uno spazio limitato. Dire che la lettura (atto artistico) è sempre lettura di un’opera, è dire che l’arte è libertà condizionata: la sua magia, per real ...continua

    L'arte è spazio di libertà; eppure dev'esserci un luogo del passivo: non può esserci visione senza condizionamento. Arte è spazio di libertà, ma uno spazio limitato. Dire che la lettura (atto artistico) è sempre lettura di un’opera, è dire che l’arte è libertà condizionata: la sua magia, per realizzarsi, deve sentire e portare dentro di sé questa dipendenza, questa pesantezza; deve renderla intima. È legare un limite, un peso, alla propria libertà ‘senza gravità’. Dona alla nostra mente - abituata a vagare improduttiva negli astratti del pensiero – quella condizione corporea che è presupposto dell’arte. Perchè l’arte è artificio del pensiero e del corpo; dell’occhio e dello spirito.

    ha scritto il