L'omonimo

Di

4.0
(524)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Francese , Olandese

Isbn-10: A000070082 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

Ti piace L'omonimo?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 3

    American Born Confused Deshi (Indiano Disorientato Nato in America)

    Una storia delicata sulla vita degli emigranti di prima e seconda generazione. I padri hanno dovuto abbandonare in maniera traumatica famiglia ed affetti ed affrontare l’ignoto per costruirsi una vita ...continua

    Una storia delicata sulla vita degli emigranti di prima e seconda generazione. I padri hanno dovuto abbandonare in maniera traumatica famiglia ed affetti ed affrontare l’ignoto per costruirsi una vita totalmente nuova. Questi uomini e donne ivono in un difficile equilibrio tra la voglia di integrarsi e quella di mantenere vivo il legame con la loro famiglia, la loro cultura e la loro identità. I loro figli, invece, vivono questa fedeltà a vecchie tradizioni, per loro senza senso, come un’imposizione e un qualcosa che serve solo a renderli diversi e sospetti agli occhi dei loro amici. Il romanzo vive soprattutto del contrasto tra queste due generazioni.

    La storia è ambientata nella comunità bengalese della costa orientale degli Stati Uniti. Non stiamo parlando di poveracci ma di persone con solide posizioni, docenti universitari, medici, avvocati, guru della finanza. Il protagonista della storia si chiama Gogol, un nome che non è né indiano né americano e che diventerà il simbolo del contrasto tra Gogol e i suoi genitori. Suo padre è un docente universitario, apparentemente freddo e di poche parole, ma in realtà molto sensibile ed affettuoso; sua madre ha molto sofferto il distacco dal paese nativo ed è rimasta profondamente legata alla sua patria e alle sue tradizioni. Per cercare di ricostruire una parvenza del mondo che hanno abbandonato, i due organizzano continuamente feste e pranzi per tutta la comunità di amici bengalesi, che è diventata una sorta di famiglia surrogata fatta di tanti zii e zie adottivi. Gogol non capisce l’attaccamento dei suoi genitori alle tradizioni bengalesi e non sopporta le continue feste organizzate dai genitori e i periodici viaggi in India. La sua ribellione è simboleggiata dall’odio verso lo strano nome attribuitogli dai suoi genitori, frutto della passione del padre per lo scrittore russo e di una serie di complicazioni burocratiche.

    Crescendo Gogol cercherà di staccarsi da tutto quello che è rappresentato dai suoi genitori: andrà via di casa e si allontanerà dalla famiglia, cambierà nome e cercherà di rinnegare la sua cultura bengalese ed integrarsi nello stile di vita americano. La scoperta della storia segreta del suo nome, la morte del padre e le difficoltà che la vita gli presenterà gli faranno riscoprire i legami familiari e con la propria cultura e rivalutare quello che i propri genitori hanno dovuto affrontare.

    ha scritto il 

  • 4

    Io mi chiamo Elisa. Mia madre avrebbe preferito chiamarmi Elisabetta, mio padre Brunilde.
    Mia nonna avrebbe voluto un nome importante, da persona seria, fine e responsabile, tipo Barbara o Irene. Mio ...continua

    Io mi chiamo Elisa. Mia madre avrebbe preferito chiamarmi Elisabetta, mio padre Brunilde.
    Mia nonna avrebbe voluto un nome importante, da persona seria, fine e responsabile, tipo Barbara o Irene. Mio padre ha abbreviato sulla via dell’anagrafe, togliendo quel “betta” , in quanto non voleva che i miei compagnucci belassero per chiamarmi.
    I nomi. Strana cosa, i nomi. Ci sono nomi stranieri, e nomi tradizionali, e i nomi di moda, quelli che per due, tre, quattro anni imperversano in ogni asilo.
    Ci sono quelli ispirati, quelli inventati, quelli rubati al mondo del cinema (conoscevo una Jessica figlia di un fan di Jessica Lange), dei telefilm (un centinaio le bimbe chiamate Khaleese nel 2014), della letteratura.
    Avevo una compagna di scuola che si chiamava Arlena: sua mamma aveva letto una fiaba in cui compariva la principessa Arlena e si era innamorata del suono.
    (“E com’è questa fiaba?”
    “ Ah, non me la ricordo: ricordo solo che era davvero brutta e stupida”.)

    Il protagonista di “L’omonimo” si chiama Gogol. Ma non è quello il nome che gli era stato destinato. Quello, era contenuto in una lettera scritta dalla nonna di Calcutta, spedita ai suoi genitori, immigrai bengalesi nell’America degli anni Ottanta, e andata perduta. Ma un nome serve, per redigere ilo certificato di nascita: e così il piccolo viene chiamato Gogol, come l’autore russo adorato dal padre, sopravvissuto ad un incidente ferroviario proprio grazie ad un volume dei racconti di Gogol.

    Questo nome improbabile pesa sul capo di questo cucciolo d’uomo: non è un nome indiano, e nemmeno americano. Non è nemmeno un nome, e a pensarci bene neppure un cognome, perché il vero nome di Gogol era Nikolaj, e Gogol era soltanto un’abbreviazione del cognome.
    Questo ingombrante bagaglio diventa un po’ la metafora della sua condizione, quella di figlio di immigrati, quello di chi sente forte la frattura fra cultura d’origine e quella di adozione; la condizione di chi vede nella famiglia l’imposizione e l’aspettativa. Nel romanzo, c’è un professore di sociologia che definisce questa condizione ABCD- American-born confused deshi,” indiano disorientato nato in America”.
    E Gogol, del suo anonimo letterario Gogol non ne vuole proprio sentire parlare: preferisce la letteratura moderna, Douglas Adams, e rimpiange che il padre gli abbia regalato una preziosa edizione dell’autore russo, anziché una copia di Lo hobbit a sostituire quella che è stata dimenticata sul terrazzo, e poi rubata dai corvi durante l’ultima vacanza in India (sono stata totalmente rapita dall’immagine dei corvi che portano via un libro di Tolkien nell’incendio di un rosso tramonto indiano).
    La vita di Gogol è un continuo sfuggire dal sentiero che i genitori con amore e cocciutaggine hanno battuto per lui. E se il padre sembra accettare le sue decisioni, la madre Ashima, che dopo vent’anni negli States si veste ancora in sandali e sari cerca nei prodotti dei supermercati americani i gusti di spezie e di casa, non si arrende.
    Il romanzo è così lineare e piano che ad una prima lettura può addirittura sembrare piatto: non ci sono stravolgimenti, né colpi di scena, ma il racconto molto onesto di un percorso familiare che abbraccia più di vent’anni. A fare da filo rosso non è tanto l’integrazione, o la differenza culturale, ma piuttosto lo scontro generazionale. Grande protagonista del romanzo è infatti il conflitto tra figli e genitori, fra aspettativa e realtà, tipici di ogni cultura e di ogni latitudine…

    Non mancano meravigliosi passaggi sull’India, su cosa significhi “essere bengalese” piuttosto che “essere americano”. Bellissimo lo sguardo che Jumpa Lahiri getta sulla gravidanza e la lingua, che vengono accomunate, accorpate in un’unica sensazione di estraneità. Riserva diversi sorrisi (confesso: mi ha fatto venire l’occhio lucido e mi ha fatto arrossire due volte, tale era la dolcezza delle parole), ma non risparmia botte e dolori. Non manca qualche garbato ma intelligente accenno alla letteratura russa, che è il proverbiale cacio sugli altrettanto proverbiali maccheroni.
    La riflessione sul potere del nome è forte e perpetua: da un lato sembra suggerire che il nome sia un destino, una linea già tracciata sul terreno… dall’altra sembra che l’autrice voglia spiegarci che a fare di ciò che siamo Ciò CHE SIAMO concorrono tante cose, e che il nome sia solo una piccola, piccolissima parte del tutto. Perché nessuno ricorderò il tuo nome, se non c’è niente da ricordare, e il tempo passa, e le persone spariscono, le cose cambiano, e i nomi da soli sono solo segni grafici su fogli bianchi..

    (Non perdetevi il film che ne è stato tratto: bellissimo anche se venato di una tristezza che nel romanzo ho percepito molto meno)

    www.ilclubdeilibri.com

    ha scritto il 

  • 0

    Una vibrazione del cuore

    E' la difficile storia di coppia indiana che si trasferisce dalla patria negli USA, con i relativi problemi linguistici, culturali e sociali che ne possono sorgere. Una coppia che diventa, poi, una fa ...continua

    E' la difficile storia di coppia indiana che si trasferisce dalla patria negli USA, con i relativi problemi linguistici, culturali e sociali che ne possono sorgere. Una coppia che diventa, poi, una famiglia, col continuo sorgere di avventure e altri, nuovi problemi.
    Una storia raccontata con semplicità, fatta di dolcezza, malinconia, nostalgia, simpatia, un vortice di emozioni che si sprigiona da ogni pagina.
    La maturità dei capitoli finali del libro è un climax di splendore. Non per nulla è stato plasmato un film sulla sua trama. Consigliato, anche se qualche capitolo può sembrare noioso o lento, vale la pena arrivare fino alla sua fine.

    ha scritto il 

  • 3

    Ashoke Ganguli sta leggendo un racconto di Gogol, quando il treno su cui viaggia deraglia nella campagna bengalese. E proprio le pagine di quel libro, che nel buio attirano l’attenzione dei soccorrito ...continua

    Ashoke Ganguli sta leggendo un racconto di Gogol, quando il treno su cui viaggia deraglia nella campagna bengalese. E proprio le pagine di quel libro, che nel buio attirano l’attenzione dei soccorritori, lo sottraggono miracolosamente alla morte. Anni dopo, trasferitosi negli Stati Uniti con la moglie, decide di chiamare il primo figlio Gogol, in omaggio all'autore che gli ha salvato la vita. Il ragazzo non capisce le ragioni di questa scelta, trova il nome insulso e imbarazzante e fa di tutto per liberarsene, allontanandosi anche dai genitori e dalle tradizioni di famiglia, fino a quando un evento tragico lo obbliga a ritornare sui suoi passi.
    Non mi ha colpito come “La moglie”, ma l’ho trovato comunque bello, e delicato e a suo modo particolare. Jhumpa ci racconta dell’emigrazione e del distacco che ne consegue, del condizionamento sociale indotto, ma soprattutto di cambiamento.
    Il mio nome definisce me, chi sono, e cosa voglio essere? Nella cultura bengalese il nome è un marchio di fabbrica, la genesi, il tuo segno di riconoscimento. E poi c’è chi invece di affidarsi a Dio crede nella salvezza del paroliere Gogol, e chi forse, coinvolto da un progresso smanioso si sente strano, inadeguato, stretto in un nome che non sente affatto suo.

    "Essere stranieri è come una gravidanza che dura tutta la vita – un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. E’ una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo".

    Curioso di vedere anche il film che ne hanno tratto, dal titolo: “Il destino nel nome”.
    Ecco il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=yFfHZZ8J714

    ha scritto il 

  • 4

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    Una giovane famiglia bengalese, il cui matrimonio è stato combinato, decide di emigrare. Il padre Ashoke Ganguli che ,durante un viaggio in treno rischia la vita ...continua

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    Una giovane famiglia bengalese, il cui matrimonio è stato combinato, decide di emigrare. Il padre Ashoke Ganguli che ,durante un viaggio in treno rischia la vita mentre sta leggendo un racconto di Gogol (“invece di ringraziare Dio ringrazia Gogol, lo scrittore russo che gli ha salvato la vita”), decide di chiamare il figlio proprio con il cognome dello scrittore.

    Negli Stati Uniti Ashoke riuscirà ad affermarsi e fare carriera, mentre la moglie si dedicherà alla famiglia e a mantenere salde le tradizioni culturali di appartenenza, a creare una rete di relazioni con connazionali che le permettano di essere quella che è senza cercare l’approvazione esterna, rifuggendo da sguardi di commiserazione o curiosità.
    Guardando, con sorpresa, i figli che sembrano “ americani in tutto per tutto, che conversano con disinvoltura in una lingua che a volte tuttora li confonde, con un accento di cui sono abituati a diffidare.” e l’insofferenza per le festività induiste.

    In questa migrazione da adulti che l’autrice definisce come “una gravidanza che dura tutta la vita — un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo. Come la gravidanza, essere stranieri, pensa Ashima, stimola la curiosità degli estranei, la stessa mescolanza di rispetto e compassione.”

    Il figlio Gogol combatterà con un nome che non sente suo e con un atto di rottura nei confronti delle scelte genitoriali, deciderà di cambiarlo. (“nelle famiglie bengalesi, il nome di un individio è sacro, inviolabile. Non si presta a essere ereditato, o condiviso).

    Jhumpa Lahiri narra, in maniera precisa e delicata, la sensazione continua di sradicamento che appartiene a chi emigra, che rende necessario l’attaccamento a gesti e riti di convivialità che ti permettano di rimanere solido e definito. Nello stesso tempo non dimentica di narrare l’identità plurima con la quale i figli della migrazione devono relazionarsi.
    Il nome mi definisce?
    Nel momento in cui l0 cambio, la mia identità ne segue il cambimento?

    Decisamente delicate ed empatiche anche le parole usate nel descrivere le parabole degli innamoramenti, delle passioni che le accompagnano e degli fratture che si inseriscono e ne cambiano la direzione.

    Un libro che affronta diverse tematiche con un garbo e delicatezza che lo rendono decisamente piacevole.

    ha scritto il 

  • 5

    Grande nella normalità

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore ...continua

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore).
    il tema non è nuovo
    La scrittura, buona, non mi pare, in traduzione, innovativa, o straordinaria
    I luoghi comuni non mancano.
    La storia non è particolarmente originale
    Ebbene?
    La qualità di questa scrittrice è quella dell'empatia profonda, della capacità di raccontare storie normali con una forza e un'incisività non comune. Emoziona e avvince senza forzature. Questo è il grande pregio.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per