L'omonimo

Di

Editore: Guanda

4.0
(506)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 342 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Francese , Olandese

Isbn-10: 8882466728 | Isbn-13: 9788882466725 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: C. Tarolo

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Famiglia, Sesso & Relazioni , Narrativa & Letteratura , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Vede la morte in faccia, Ashoke Ganguli, una notte d'ottobre, in India, quandoil treno deraglia, i vagoni si accartocciano in un lampo. Lo salva il raccontoche sta leggendo nell'attimo dell'incidente: Gogol, Il cappotto. Al lume dellalanterna, qualcuno scorge le pagine del libro sparse per i campi: il giovaneche ne solleva, con le ultime forze, qualche foglio è ancora vivo. Grato alloscrittore russo, sette anni più tardi, in America, Ashoke Ganguli decide dichiamare Gogol il primogenito appena nato. Ma quando cresce, man mano che siaffaccia al mondo "nuovo", Gogol Ganguli trova insulso, fastidioso, quel nomeche è un cognome, e neppure indiano. Si allontana allora dai genitotri e dalletradizioni di famiglia, fino a che un evento tragico lo obbliga a tornare suisuoi passi.
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  • 4

    Io mi chiamo Elisa. Mia madre avrebbe preferito chiamarmi Elisabetta, mio padre Brunilde.
    Mia nonna avrebbe voluto un nome importante, da persona seria, fine e responsabile, tipo Barbara o Irene. Mio ...continua

    Io mi chiamo Elisa. Mia madre avrebbe preferito chiamarmi Elisabetta, mio padre Brunilde.
    Mia nonna avrebbe voluto un nome importante, da persona seria, fine e responsabile, tipo Barbara o Irene. Mio padre ha abbreviato sulla via dell’anagrafe, togliendo quel “betta” , in quanto non voleva che i miei compagnucci belassero per chiamarmi.
    I nomi. Strana cosa, i nomi. Ci sono nomi stranieri, e nomi tradizionali, e i nomi di moda, quelli che per due, tre, quattro anni imperversano in ogni asilo.
    Ci sono quelli ispirati, quelli inventati, quelli rubati al mondo del cinema (conoscevo una Jessica figlia di un fan di Jessica Lange), dei telefilm (un centinaio le bimbe chiamate Khaleese nel 2014), della letteratura.
    Avevo una compagna di scuola che si chiamava Arlena: sua mamma aveva letto una fiaba in cui compariva la principessa Arlena e si era innamorata del suono.
    (“E com’è questa fiaba?”
    “ Ah, non me la ricordo: ricordo solo che era davvero brutta e stupida”.)

    Il protagonista di “L’omonimo” si chiama Gogol. Ma non è quello il nome che gli era stato destinato. Quello, era contenuto in una lettera scritta dalla nonna di Calcutta, spedita ai suoi genitori, immigrai bengalesi nell’America degli anni Ottanta, e andata perduta. Ma un nome serve, per redigere ilo certificato di nascita: e così il piccolo viene chiamato Gogol, come l’autore russo adorato dal padre, sopravvissuto ad un incidente ferroviario proprio grazie ad un volume dei racconti di Gogol.

    Questo nome improbabile pesa sul capo di questo cucciolo d’uomo: non è un nome indiano, e nemmeno americano. Non è nemmeno un nome, e a pensarci bene neppure un cognome, perché il vero nome di Gogol era Nikolaj, e Gogol era soltanto un’abbreviazione del cognome.
    Questo ingombrante bagaglio diventa un po’ la metafora della sua condizione, quella di figlio di immigrati, quello di chi sente forte la frattura fra cultura d’origine e quella di adozione; la condizione di chi vede nella famiglia l’imposizione e l’aspettativa. Nel romanzo, c’è un professore di sociologia che definisce questa condizione ABCD- American-born confused deshi,” indiano disorientato nato in America”.
    E Gogol, del suo anonimo letterario Gogol non ne vuole proprio sentire parlare: preferisce la letteratura moderna, Douglas Adams, e rimpiange che il padre gli abbia regalato una preziosa edizione dell’autore russo, anziché una copia di Lo hobbit a sostituire quella che è stata dimenticata sul terrazzo, e poi rubata dai corvi durante l’ultima vacanza in India (sono stata totalmente rapita dall’immagine dei corvi che portano via un libro di Tolkien nell’incendio di un rosso tramonto indiano).
    La vita di Gogol è un continuo sfuggire dal sentiero che i genitori con amore e cocciutaggine hanno battuto per lui. E se il padre sembra accettare le sue decisioni, la madre Ashima, che dopo vent’anni negli States si veste ancora in sandali e sari cerca nei prodotti dei supermercati americani i gusti di spezie e di casa, non si arrende.
    Il romanzo è così lineare e piano che ad una prima lettura può addirittura sembrare piatto: non ci sono stravolgimenti, né colpi di scena, ma il racconto molto onesto di un percorso familiare che abbraccia più di vent’anni. A fare da filo rosso non è tanto l’integrazione, o la differenza culturale, ma piuttosto lo scontro generazionale. Grande protagonista del romanzo è infatti il conflitto tra figli e genitori, fra aspettativa e realtà, tipici di ogni cultura e di ogni latitudine…

    Non mancano meravigliosi passaggi sull’India, su cosa significhi “essere bengalese” piuttosto che “essere americano”. Bellissimo lo sguardo che Jumpa Lahiri getta sulla gravidanza e la lingua, che vengono accomunate, accorpate in un’unica sensazione di estraneità. Riserva diversi sorrisi (confesso: mi ha fatto venire l’occhio lucido e mi ha fatto arrossire due volte, tale era la dolcezza delle parole), ma non risparmia botte e dolori. Non manca qualche garbato ma intelligente accenno alla letteratura russa, che è il proverbiale cacio sugli altrettanto proverbiali maccheroni.
    La riflessione sul potere del nome è forte e perpetua: da un lato sembra suggerire che il nome sia un destino, una linea già tracciata sul terreno… dall’altra sembra che l’autrice voglia spiegarci che a fare di ciò che siamo Ciò CHE SIAMO concorrono tante cose, e che il nome sia solo una piccola, piccolissima parte del tutto. Perché nessuno ricorderò il tuo nome, se non c’è niente da ricordare, e il tempo passa, e le persone spariscono, le cose cambiano, e i nomi da soli sono solo segni grafici su fogli bianchi..

    (Non perdetevi il film che ne è stato tratto: bellissimo anche se venato di una tristezza che nel romanzo ho percepito molto meno)

    www.ilclubdeilibri.com

    ha scritto il 

  • 0

    Una vibrazione del cuore

    E' la difficile storia di coppia indiana che si trasferisce dalla patria negli USA, con i relativi problemi linguistici, culturali e sociali che ne possono sorgere. Una coppia che diventa, poi, una fa ...continua

    E' la difficile storia di coppia indiana che si trasferisce dalla patria negli USA, con i relativi problemi linguistici, culturali e sociali che ne possono sorgere. Una coppia che diventa, poi, una famiglia, col continuo sorgere di avventure e altri, nuovi problemi.
    Una storia raccontata con semplicità, fatta di dolcezza, malinconia, nostalgia, simpatia, un vortice di emozioni che si sprigiona da ogni pagina.
    La maturità dei capitoli finali del libro è un climax di splendore. Non per nulla è stato plasmato un film sulla sua trama. Consigliato, anche se qualche capitolo può sembrare noioso o lento, vale la pena arrivare fino alla sua fine.

    ha scritto il 

  • 3

    Ashoke Ganguli sta leggendo un racconto di Gogol, quando il treno su cui viaggia deraglia nella campagna bengalese. E proprio le pagine di quel libro, che nel buio attirano l’attenzione dei soccorrito ...continua

    Ashoke Ganguli sta leggendo un racconto di Gogol, quando il treno su cui viaggia deraglia nella campagna bengalese. E proprio le pagine di quel libro, che nel buio attirano l’attenzione dei soccorritori, lo sottraggono miracolosamente alla morte. Anni dopo, trasferitosi negli Stati Uniti con la moglie, decide di chiamare il primo figlio Gogol, in omaggio all'autore che gli ha salvato la vita. Il ragazzo non capisce le ragioni di questa scelta, trova il nome insulso e imbarazzante e fa di tutto per liberarsene, allontanandosi anche dai genitori e dalle tradizioni di famiglia, fino a quando un evento tragico lo obbliga a ritornare sui suoi passi.
    Non mi ha colpito come “La moglie”, ma l’ho trovato comunque bello, e delicato e a suo modo particolare. Jhumpa ci racconta dell’emigrazione e del distacco che ne consegue, del condizionamento sociale indotto, ma soprattutto di cambiamento.
    Il mio nome definisce me, chi sono, e cosa voglio essere? Nella cultura bengalese il nome è un marchio di fabbrica, la genesi, il tuo segno di riconoscimento. E poi c’è chi invece di affidarsi a Dio crede nella salvezza del paroliere Gogol, e chi forse, coinvolto da un progresso smanioso si sente strano, inadeguato, stretto in un nome che non sente affatto suo.

    "Essere stranieri è come una gravidanza che dura tutta la vita – un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. E’ una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo".

    Curioso di vedere anche il film che ne hanno tratto, dal titolo: “Il destino nel nome”.
    Ecco il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=yFfHZZ8J714

    ha scritto il 

  • 4

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    Una giovane famiglia bengalese, il cui matrimonio è stato combinato, decide di emigrare. Il padre Ashoke Ganguli che ,durante un viaggio in treno rischia la vita ...continua

    “veniamo tutti dal cappotto di Gogol”

    Una giovane famiglia bengalese, il cui matrimonio è stato combinato, decide di emigrare. Il padre Ashoke Ganguli che ,durante un viaggio in treno rischia la vita mentre sta leggendo un racconto di Gogol (“invece di ringraziare Dio ringrazia Gogol, lo scrittore russo che gli ha salvato la vita”), decide di chiamare il figlio proprio con il cognome dello scrittore.

    Negli Stati Uniti Ashoke riuscirà ad affermarsi e fare carriera, mentre la moglie si dedicherà alla famiglia e a mantenere salde le tradizioni culturali di appartenenza, a creare una rete di relazioni con connazionali che le permettano di essere quella che è senza cercare l’approvazione esterna, rifuggendo da sguardi di commiserazione o curiosità.
    Guardando, con sorpresa, i figli che sembrano “ americani in tutto per tutto, che conversano con disinvoltura in una lingua che a volte tuttora li confonde, con un accento di cui sono abituati a diffidare.” e l’insofferenza per le festività induiste.

    In questa migrazione da adulti che l’autrice definisce come “una gravidanza che dura tutta la vita — un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo. Come la gravidanza, essere stranieri, pensa Ashima, stimola la curiosità degli estranei, la stessa mescolanza di rispetto e compassione.”

    Il figlio Gogol combatterà con un nome che non sente suo e con un atto di rottura nei confronti delle scelte genitoriali, deciderà di cambiarlo. (“nelle famiglie bengalesi, il nome di un individio è sacro, inviolabile. Non si presta a essere ereditato, o condiviso).

    Jhumpa Lahiri narra, in maniera precisa e delicata, la sensazione continua di sradicamento che appartiene a chi emigra, che rende necessario l’attaccamento a gesti e riti di convivialità che ti permettano di rimanere solido e definito. Nello stesso tempo non dimentica di narrare l’identità plurima con la quale i figli della migrazione devono relazionarsi.
    Il nome mi definisce?
    Nel momento in cui l0 cambio, la mia identità ne segue il cambimento?

    Decisamente delicate ed empatiche anche le parole usate nel descrivere le parabole degli innamoramenti, delle passioni che le accompagnano e degli fratture che si inseriscono e ne cambiano la direzione.

    Un libro che affronta diverse tematiche con un garbo e delicatezza che lo rendono decisamente piacevole.

    ha scritto il 

  • 5

    Grande nella normalità

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore ...continua

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore).
    il tema non è nuovo
    La scrittura, buona, non mi pare, in traduzione, innovativa, o straordinaria
    I luoghi comuni non mancano.
    La storia non è particolarmente originale
    Ebbene?
    La qualità di questa scrittrice è quella dell'empatia profonda, della capacità di raccontare storie normali con una forza e un'incisività non comune. Emoziona e avvince senza forzature. Questo è il grande pregio.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate rel ...continua

    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate relazioni famigliari, alla difficoltà di costruire un sé univoco, coerente, in qualche modo intero.

    E' un libro sulla migrazione, quella condizione eterna di chi ha scelto di andar via dalle proprie certezze,

    "perché essere stranieri, comincia a realizzare Ashima, è come una gravidanza che dura tutta la vita — un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo. Come la gravidanza, essere stranieri, pensa Ashima, stimola la curiosità degli estranei, la stessa mescolanza di rispetto e compassione."

    "Quando Ashima e Ashoke chiudono gli occhi, non manca mai di sconvolgerli che i loro figli sembrino americani in tutto per tutto, che conversino con disinvoltura in una lingua che a volte tuttora li confonde, con un accento di cui sono abituati a diffidare."

    Chiunque abbia provato la sensazione dell'"essere straniero" può far proprie queste parole. E può farle proprie anche chi, in qualche modo si sente straniero e non sa nemmeno perché.

    E' un libro sul ricambio generazionale, sulle aspettative, sulla differenza tra famiglie dove si sussurra (quella di Gogol) e quelle dove si ride a gola spiegata (quella di Maxine).

    E' un libro sulla libertà di scelta, sulla libertà di scegliersi anche le proprie prigioni. Sui legami.

    ""Ti ricorderai di questo giorno, Gogol?" gli aveva chiesto suo padre, voltandosi a guardarlo, le mani premute come paraorecchi sui due lati della testa. "Per quanto me lo devo ricordare?" Sul vento che si alzava e calava, riuscì a sentire la risata di suo padre. Era lì, lo aspettava, gli allungò una mano quando si avvicinò. "Cerca di ricordarlo per sempre" disse quando Gogol lo raggiunse, prima di riportarlo lentamente indietro lungo il frangiflutti, fino al punto dove li aspettavano Sonia e sua madre. "Ricorda che io e te siamo arrivati fin qui, che siamo andati insieme in un luogo oltre il quale non si poteva più andare".

    "Si chiede come abbiano fatto i suoi genitori, a separarsi dalle rispettive famiglie, a vederle così di rado, a vivere scollegati, in perpetua aspettativa, o nostalgia. Tutti quei viaggi a Calcutta che tanto l’avevano infastidito — come potevano bastare? Non bastavano. Gogol adesso sa che i suoi genitori hanno vissuto la loro vita in America nonostante tutto ciò che mancava, con una forza che lui teme di non avere. Lui ha passato anni a tenere a distanza le proprie origini; i suoi genitori, a colmare quella distanza meglio che potevano. Eppure, con tutto il senso di distacco che aveva provato verso la famiglia in passato, durante gli anni del college, e poi a New York, aveva sempre gravitato intorno a quella cittadina tranquilla, ordinaria, che era rimasta, per sua madre e suo padre, prepotentemente esotica."

    E' anche un libro che paga un enorme tributo alla letteratura, alla Letteratura Russa.

    "Si rimette a leggere il «Globe», senza smettere di camminare. Zoppica appena appena, trascina il piede destro quasi impercettibilmente a ogni passo. Fin da bambino aveva l’abitudine di leggere camminando, sempre con un libro in mano sulla strada di scuola, passando da una stanza all’altra nella casa paterna ad Alipore, su e giù per tre piani di scale di argilla rossa. Senza scomporsi. Senza distrarsi. Senza inciampare. Da ragazzo aveva letto tutto Dickens. Leggeva anche scrittori più recenti, Graham Greene e Somerset Maugham, comprati al suo banchetto preferito in College Street con le mance dei pujo. Ma i suoi prediletti erano i russi. Il nonno paterno, ex professore di letteratura europea all’università di Calcutta, glieli leggeva ad alta voce in traduzione inglese quando era piccolo. Ogni giorno, all’ora del tè, mentre fratelli e sorelle giocavano a kabadi e a cricket fuori, andava in camera di suo nonno, e per un’ora il nonno leggeva sdraiato sul letto, con le caviglie incrociate, il libro appoggiato sul petto, e Ashoke raggomitolato accanto. In quell’ora Ashoke era sordo e cieco al mondo circostante. Non sentiva i fratelli e le sorelle ridere sul terrazzo, non vedeva la stanza angusta, ingombra e polverosa dove il nonno leggeva. "Leggi tutti i russi, e quando hai finito rileggili" aveva detto il nonno. "Non ti tradiranno mai. Quando ebbe imparato l’inglese a sufficienza, cominciò a leggerli per conto suo. Era stato camminando lungo le strade più rumorose, più trafficate del mondo, Chowringhee Road, Gariahat Road, che aveva letto pagine dei Fratelli Karamazov, Anna Karenina e Padri e figli. Una volta un cugino più piccolo, cercando di imitarlo, era caduto dalle scale di argilla spaccandosi un braccio. La madre di Ashoke era convinta da sempre che suo figlio maggiore sarebbe finito sotto un autobus o sotto un tram, con il naso immerso in Guerra e pace. Che sarebbe morto con un libro in mano."

    E questo mi ha fatto gongolare, perché un paio di anni fa ho scritto che "La letteratura indiana è la nuova letteratura russa".

    Ma questo non è un libro "indiano" è un libro sentitamente, autenticamente postcoloniale, è il libro della diaspora che ci portiamo tutti dentro, a meno che non siamo ottusi come qualche "Onorevole" leghista, o meschini quanto i promotori delle cortine di ferro tra "noi" e "Loro".

    PS Questa recensione è dedicata alla mia amica Speranza <3

    ha scritto il 

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