Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

L'omonimo

Di

Editore: Guanda

4.0
(469)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 342 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Francese , Olandese

Isbn-10: 8882466728 | Isbn-13: 9788882466725 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: C. Tarolo

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Science Fiction & Fantasy

Ti piace L'omonimo?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Vede la morte in faccia, Ashoke Ganguli, una notte d'ottobre, in India, quandoil treno deraglia, i vagoni si accartocciano in un lampo. Lo salva il raccontoche sta leggendo nell'attimo dell'incidente: Gogol, Il cappotto. Al lume dellalanterna, qualcuno scorge le pagine del libro sparse per i campi: il giovaneche ne solleva, con le ultime forze, qualche foglio è ancora vivo. Grato alloscrittore russo, sette anni più tardi, in America, Ashoke Ganguli decide dichiamare Gogol il primogenito appena nato. Ma quando cresce, man mano che siaffaccia al mondo "nuovo", Gogol Ganguli trova insulso, fastidioso, quel nomeche è un cognome, e neppure indiano. Si allontana allora dai genitotri e dalletradizioni di famiglia, fino a che un evento tragico lo obbliga a tornare suisuoi passi.
Ordina per
  • 5

    Grande nella normalità

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore).
    il tema non è nuovo
    La scrittura, buona, non mi pare, in traduzione, innovativa, o ...continua

    A distanza di tempo dovrei spiegarmi la ragione per cui, all'epoca, finito il libro, lo ritenni di qualità notevolissima (anche se forse L'interprete dei malanni, della stessa autrice, è pre superiore).
    il tema non è nuovo
    La scrittura, buona, non mi pare, in traduzione, innovativa, o straordinaria
    I luoghi comuni non mancano.
    La storia non è particolarmente originale
    Ebbene?
    La qualità di questa scrittrice è quella dell'empatia profonda, della capacità di raccontare storie normali con una forza e un'incisività non comune. Emoziona e avvince senza forzature. Questo è il grande pregio.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate relazioni famigliari, alla difficoltà di costruire un sé univoco, coerente, in qualche modo intero.< ...continua

    Un libro bellissimo che parla di spaesamento ed identità. Che parla delle multiformi sfaccettature del sé. Quelle legate al proprio nome, alla percezione che gli altri hanno di noi, alle intricate relazioni famigliari, alla difficoltà di costruire un sé univoco, coerente, in qualche modo intero.

    E' un libro sulla migrazione, quella condizione eterna di chi ha scelto di andar via dalle proprie certezze,

    "perché essere stranieri, comincia a realizzare Ashima, è come una gravidanza che dura tutta la vita — un’attesa perenne, un fardello costante, una sensazione persistente di anomalia. È una responsabilità ininterrotta, una parentesi aperta in quella che era stata la vita normale, solo per scoprire che la vita precedente si è dissolta, sostituita da qualcosa di più complicato e impegnativo. Come la gravidanza, essere stranieri, pensa Ashima, stimola la curiosità degli estranei, la stessa mescolanza di rispetto e compassione."

    "Quando Ashima e Ashoke chiudono gli occhi, non manca mai di sconvolgerli che i loro figli sembrino americani in tutto per tutto, che conversino con disinvoltura in una lingua che a volte tuttora li confonde, con un accento di cui sono abituati a diffidare."

    Chiunque abbia provato la sensazione dell'"essere straniero" può far proprie queste parole. E può farle proprie anche chi, in qualche modo si sente straniero e non sa nemmeno perché.

    E' un libro sul ricambio generazionale, sulle aspettative, sulla differenza tra famiglie dove si sussurra (quella di Gogol) e quelle dove si ride a gola spiegata (quella di Maxine).

    E' un libro sulla libertà di scelta, sulla libertà di scegliersi anche le proprie prigioni. Sui legami.

    ""Ti ricorderai di questo giorno, Gogol?" gli aveva chiesto suo padre, voltandosi a guardarlo, le mani premute come paraorecchi sui due lati della testa. "Per quanto me lo devo ricordare?" Sul vento che si alzava e calava, riuscì a sentire la risata di suo padre. Era lì, lo aspettava, gli allungò una mano quando si avvicinò. "Cerca di ricordarlo per sempre" disse quando Gogol lo raggiunse, prima di riportarlo lentamente indietro lungo il frangiflutti, fino al punto dove li aspettavano Sonia e sua madre. "Ricorda che io e te siamo arrivati fin qui, che siamo andati insieme in un luogo oltre il quale non si poteva più andare".

    "Si chiede come abbiano fatto i suoi genitori, a separarsi dalle rispettive famiglie, a vederle così di rado, a vivere scollegati, in perpetua aspettativa, o nostalgia. Tutti quei viaggi a Calcutta che tanto l’avevano infastidito — come potevano bastare? Non bastavano. Gogol adesso sa che i suoi genitori hanno vissuto la loro vita in America nonostante tutto ciò che mancava, con una forza che lui teme di non avere. Lui ha passato anni a tenere a distanza le proprie origini; i suoi genitori, a colmare quella distanza meglio che potevano. Eppure, con tutto il senso di distacco che aveva provato verso la famiglia in passato, durante gli anni del college, e poi a New York, aveva sempre gravitato intorno a quella cittadina tranquilla, ordinaria, che era rimasta, per sua madre e suo padre, prepotentemente esotica."

    E' anche un libro che paga un enorme tributo alla letteratura, alla Letteratura Russa.

    "Si rimette a leggere il «Globe», senza smettere di camminare. Zoppica appena appena, trascina il piede destro quasi impercettibilmente a ogni passo. Fin da bambino aveva l’abitudine di leggere camminando, sempre con un libro in mano sulla strada di scuola, passando da una stanza all’altra nella casa paterna ad Alipore, su e giù per tre piani di scale di argilla rossa. Senza scomporsi. Senza distrarsi. Senza inciampare. Da ragazzo aveva letto tutto Dickens. Leggeva anche scrittori più recenti, Graham Greene e Somerset Maugham, comprati al suo banchetto preferito in College Street con le mance dei pujo. Ma i suoi prediletti erano i russi. Il nonno paterno, ex professore di letteratura europea all’università di Calcutta, glieli leggeva ad alta voce in traduzione inglese quando era piccolo. Ogni giorno, all’ora del tè, mentre fratelli e sorelle giocavano a kabadi e a cricket fuori, andava in camera di suo nonno, e per un’ora il nonno leggeva sdraiato sul letto, con le caviglie incrociate, il libro appoggiato sul petto, e Ashoke raggomitolato accanto. In quell’ora Ashoke era sordo e cieco al mondo circostante. Non sentiva i fratelli e le sorelle ridere sul terrazzo, non vedeva la stanza angusta, ingombra e polverosa dove il nonno leggeva. "Leggi tutti i russi, e quando hai finito rileggili" aveva detto il nonno. "Non ti tradiranno mai. Quando ebbe imparato l’inglese a sufficienza, cominciò a leggerli per conto suo. Era stato camminando lungo le strade più rumorose, più trafficate del mondo, Chowringhee Road, Gariahat Road, che aveva letto pagine dei Fratelli Karamazov, Anna Karenina e Padri e figli. Una volta un cugino più piccolo, cercando di imitarlo, era caduto dalle scale di argilla spaccandosi un braccio. La madre di Ashoke era convinta da sempre che suo figlio maggiore sarebbe finito sotto un autobus o sotto un tram, con il naso immerso in Guerra e pace. Che sarebbe morto con un libro in mano."

    E questo mi ha fatto gongolare, perché un paio di anni fa ho scritto che "La letteratura indiana è la nuova letteratura russa".

    Ma questo non è un libro "indiano" è un libro sentitamente, autenticamente postcoloniale, è il libro della diaspora che ci portiamo tutti dentro, a meno che non siamo ottusi come qualche "Onorevole" leghista, o meschini quanto i promotori delle cortine di ferro tra "noi" e "Loro".

    PS Questa recensione è dedicata alla mia amica Speranza <3

    ha scritto il 

  • 3

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nome"..il concetto è stato chiaro dall'inizi ...continua

    ma di preciso dove voleva andar a parare questa storia?
    l'ho letto velocemente sperando che ad un certo punto succedesse qualcosa...ed è successo che è finito..così come iniziato..una storia poco convincente che cerca di incentrare la storia sul "nome"..il concetto è stato chiaro dall'inizio, quindi tutte le ripetizioni di cui è infarcito il libro le ho trovate inutili...

    ha scritto il 

  • 4

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo del romanzo rimanda proprio al rapporto –difficil ...continua

    The Namesake, “l’omonimo” in italiano, è Gogol, un giovane americano a cui i genitori, immigrati dall’India, hanno dato il nome dello scrittore preferito dal padre, professore universitario di ingegneria in un college del New England. E il titolo del romanzo rimanda proprio al rapporto –difficile- fra il protagonista e questo nome che fa di lui l’omonimo, appunto, dell’autore russo. Un nome che rappresenta una doppia fonte di straniamento: se da una parte il giovane Gogol sente forte il distacco dalla cultura indiana a cui invece i genitori sono strenuamente legati e che cercano disperatamente di trasmettergli, dall’altra egli non si capacita di aver ricevuto un nome che non ha nulla a che fare né con la civiltà americana né tantomeno con quella indiana, e che in fin dei conti non è neanche un vero nome ma un cognome, che lo associa poi ad un personaggio lontanissimo da lui nel tempo e nello spazio, protagonista di un’esistenza assurda e disperata…
    Jumpha Lahiri scrive un romanzo di formazione che segue cronologicamente la vita del protagonista dal giorno precedente alla sua nascita, quando in un afoso agosto del 1968, in un appartamento di un quartiere universitario di Boston, la madre Ashima inizia ad avere le doglie, fino a trentadue anni dopo, al Natale dell’anno 2000. Le lunghe ore di travaglio in gran parte solitario della donna, la corrispondente attesa, altrettanto solitaria, del marito, consentono all’autrice per mezzo di due lunghi flashback di raccontare alcuni momenti della precedente esistenza in India dei due personaggi, entrambi originari di Calcutta, dove si sono conosciuti e sposati. Questa prima parte del romanzo è perfettamente integrata con l’evoluzione della storia e la voce narrante in terza persona assume via via il punto di vista dei principali personaggi, rivelandosi più efficace nella caratterizzazione delle figure femminili.
    Il protagonista Gogol resta invece in qualche modo una figura opaca, che lo sguardo dell’autrice non riesce mai completamente a squarciare, anche se è comunque interessante il racconto della sua educazione sentimentale, del modo in cui le dinamiche spesso inaspettate e fortuite delle relazioni familiari e amorose influenzino il rapporto di Gogol con le sue culture di riferimento, americana e indiana.
    Infine la descrizione degli ambienti, degli spazi e dei luoghi assume un ruolo molto importante, è molto accurata e mai fine a sé stessa, così che ci sembra di sentire il freddo degli inverni del Massachusetts ma anche la calura umida di Calcutta, il sapore dei cibi speziati del Bengala e i profumi delle donne amate da Gogol. Abbiamo perfettamente davanti agli occhi, anzi ci sembra proprio di camminare fino alla punta di Cape Cod in una giornata d’inverno, sentiamo sulla nostra pelle la solitudine di una giovane madre in un piccolo appartamento pieno di piatti sporchi e di biancheria da lavare, con un neonato da allattare ed accudire e un’insopportabile nostalgia del proprio paese di origine.

    ha scritto il 

  • 3

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche trattate nel libro - la maternità, la cultura, l’ins ...continua

    Sinceramente dopo un mese non so ancora riorganizzare il mio pensiero su questo libro. Perché se da un lato trovo sia bello e veritiero, dall’altro non mi sembra così eccezionale come alcuni lo descrivono. Ho come la sensazione che le tematiche trattate nel libro - la maternità, la cultura, l’inserimento in una nuova società - pur trattate con molta delicatezza, non propongono davvero una nuova visione, una nuova interpretazione. Mi sembra di aver letto da qualche parte parole molto simili.
    Dall’altro lato però mi trovo a condividere molte cose: la sensazione di non appartenere a nessun luogo, perché non si condividono le abitudini e i valori né del luogo di provenienza né del luogo di “accoglienza”. La sensazione di non essere veramente capiti da nessuno, perché per gli abitanti di A sei B, e per quelli di B sei A. Certo, io non sono nella situazione di Gogol, per me è tutto ridimensionato, ma è comunque faticoso doverci convivere.
    Un altro motivo che mi spinge ad immedesimarmi in Gogol è la questione del nome. Io non faccio mistero di odiare il mio nome. È qualcosa che devo accettare, ma nessuno potrà mai farmelo piacere. Anch’io vorrei poterlo cambiare. Ma non posso.
    Nel complesso però il libro non mi ha colpito più di tanto. La scrittura è fluida, sì, ma anche troppo. È impersonale, fredda; parla di ogni personaggio nello stesso modo.
    È un bel libro, questo sì, ma non lo considererei un capolavoro. Degno di essere letto, certamente. Ma non un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 2

    Peccato

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio nome ma non di conoscerne l'origine dedicando 30 ...continua

    Troppa carne al fuoco e poco sugo. Ci sono personaggi interessanti ai quali però manca spessore, umanità, restano dei racconti, una serie di fatti, di oggetti, di luoghi, di odori. Anche il protagonista che si prende la briga di cambiare il proprio nome ma non di conoscerne l'origine dedicando 30 minuti alla lettura del racconto che ha affascinato il padre sembra essere il re dei superficiali.
    L'unico personaggio veramente riuscito è Ashima, la madre di Gogol, l'unica parte del romanzo davvero avvincente, poetica, spessissima è quella che racconta della sua nuova vita in America accanto ad un marito che non conosce, in una casa che le è estranea, in un Paese che non capisce fino in fondo. Se Lahiri avesse continuato su questo registro sarebbe stato un bellissimo romanzo, probabilmente le riescono meglio i racconti.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Trovo che Gogol sia un nome originale _ ma i miei gusti non incidono sui sentimenti del protagonista _
    So che il nome, se una persona non se lo sente suo, puo' essere fonte di forte disagio _ il romanzo parla di questo forte disagio di Gogol , ma siamo sicuri che cambiando nome si elimina ...continua

    Trovo che Gogol sia un nome originale _ ma i miei gusti non incidono sui sentimenti del protagonista _
    So che il nome, se una persona non se lo sente suo, puo' essere fonte di forte disagio _ il romanzo parla di questo forte disagio di Gogol , ma siamo sicuri che cambiando nome si elimina il disagio ? Sara' l'adeguare una nuova identita' al nuovo nome a creare armonia in Gogol oppure trovare il senso e l identificazione nel suo nome di origine a mettere in pace il protagonista ?
    Devo ancora finirlo e lascio in attesa la mia piccola recensione in fase di aggiornamento )
    Ok _ Aggiornamento : quando Gogol finalmente riesce a stabilirsi e ad entrare in connessione con le sue origini anche a causa della morte del padre che lo fa riflettere e all incontro con quella che poi sara' sua moglie , ecco che l autore trasferisce il disagio sulla moglie (il nome non lo ricordo)

    ha scritto il 

Ordina per