L'ospite inquietante

Il nichilismo e i giovani

Di

Editore: Feltrinelli (Serie bianca)

3.8
(1016)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 180 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8807171430 | Isbn-13: 9788807171437 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri

Genere: Filosofia , Scienze Sociali , Adolescenti

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Descrizione del libro
II nichilismo, la negazione di ogni valore, è anche quello che Nietzsche chiama "il più inquietante fra tutti gli ospiti". Si è nel mondo della tecnica e la tecnica non tende a uno scopo, non produce senso, non svela verità. Fa solo una cosa: funziona. Finiscono sullo sfondo, corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, senso, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si è nutrita l'età pretecnologica. Chi più sconta la sostanziale assenza di futuro che modella l'età della tecnica sono i giovani, contagiati da una progressiva e sempre più profonda insicurezza, condannati a una deriva dell'esistere che coincide con il loro assistere allo scorrere della vita in terza persona. I giovani rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno dove la famiglia e la scuola non "lavorano" più, dove il tempo è vuoto e non esiste più un "noi" motivazionale. Le forme di consistenza finiscono con il sovrapporsi ai "riti della crudeltà" o della violenza (gli stadi, le corse in moto ecc.). C'è una via d'uscita? Si può mettere alla porta l'ospite inquietante?
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    Di recente ho letto il libro di Malala Yousafzai Io sono Malala, che racconta la sua lotta per l’istruzione delle ragazze, cominciata già a undici anni.
    Appena finito il libro la domanda sorge spontan ...continua

    Di recente ho letto il libro di Malala Yousafzai Io sono Malala, che racconta la sua lotta per l’istruzione delle ragazze, cominciata già a undici anni.
    Appena finito il libro la domanda sorge spontanea: e io cosa ho fatto?
    Forse era la prima volta che mi sono fermata a pensarci con attenzione. Ho vent’anni, sono in un’età in cui si è idealisti e pieni di energia per cambiare le cose. Ho studiato e letto molto, ho riflettuto, ho ottenuti buoni risultati. Ma basta? E’ vero, vivo in un mondo dove non si sa dove mettere mani per fare qualcosa, dove un’azione in un paese si ripercuote in tutto il globo e dove perfino uno stato non si sente abbastanza forte per determinare da solo la propria individualità, vivo in un contesto dove non c’è l’abitudine di riunirsi insieme e fare qualcosa, non ho i mezzi. Ma davvero questo è il problema? Malala a quindici anni in una realtà dove spesso mancano anche i servizi essenziali e con la minaccia dei talebani ha affrontato il rischio e ha dato visibilità alla questione dell’istruzione femminile.
    Il problema allora, più che i mezzi, non è che solo adesso mi sono posta con chiarezza la domanda “cosa ho fatto finora”?
    La vera domanda da porsi è: perché un ventenne degli anni ’60 trovava normale riunirsi per riflettere, trovare un modo per partecipare alla vita della comunità, per dare un contributo, agire, sognare, mentre invece spesso questi pensieri non sfiorano nemmeno un ventenne del duemila?
    Intanto, una risposta parziale: gli stimoli, il contesto. Allora la domanda si sposta a: perché mancano gli stimoli e il contesto giusti?
    Adesso veniamo al libro. Galimberti descrive molto bene il nichilismo dei giovani, da filosofo e da psicologo. Delinea un ritratto complesso in cui si compongono povertà emotiva, desertificazione del senso, indifferenza, apatia, un allontanamento dalla realtà nell’uso intensivo delle tecnologie digitali, una vita relazionale fatta della superficialità della comunicazione tra account più che tra persone, una vita intellettuale fatta della superficialità con cui si sfogliano i link, pochi pensieri verso il futuro, sguardo chiuso nel proprio piccolo mondo, consumismo acritico…
    Partiamo dalla desertificazione del senso.
    Si sono dissolte molte delle certezze del passato e l’uomo è solo. Non crede più di essere creatura privilegiata o il centro dell’universo. Galimberti allora propone di reimbarcare l’arte del vivere, il godimento della bellezza, il non affidarsi a un fine ultimo ma costruire se stessi istante per istante.
    E’ qualcosa che condivido pienamente. Credo che la dissoluzione di quelle certezze sia un fatto molto più positivo che negativo.
    Essere al centro del mondo non dovrebbe implicare sentirsi superiori ma, come per i Greci, sentirsi in armonia con il cosmo, padroni di se stessi, pronti a disfarsi e costruirsi continuamente come Adamo del Discorso sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola. Invece, questo concetto si era trasformato in una sua versione grottesca e arrogante. Per citare un esempio, Kauffman in A casa nell’universo dice che per sentirsi bene ha bisogno di trovare delle leggi che programmino la vita in anticipo. E’ come se una persona per sentirsi bene, invece di godersi la vita, volesse sentirsi dire dai genitori che l’hanno programmato con cura e non l’hanno concepito sull’onda della passione. Anche leggendo I segni del tempo di Rossi, dove si parla soprattutto di autori seicenteschi e settecenteschi che discutono di interpretazioni teologiche sull’età della Terra, c’è una tale arroganza, una tale chiusura mentale, una tale follia di dotti che discutevano ossessivamente del fatto che le popolazioni occidentali dovessero venire prima delle altre e che l’uomo deve essere superiore rispetto alle altre specie, che ho provato un senso di claustrofobia. E’ inoltre la stessa arroganza che ci ha portato a distruggere la natura, gli indiani d’America, i diversi.
    Si era arrivati al punto che per sentirsi bene si aveva bisogno di pensare che l’universo fosse piccolo e perfetto, riprendendo Platone volevo sapere non le ragioni scientifiche della sfericità della Terra, ma perché è Bene che lo sia. L’universo è così come è, semplicemente. Basare il proprio benessere sulla convinzione che l’universo sia perfetto e si regoli in base alle tue esigenze è totalmente assurdo.
    Ma penso che non basti, non sta qui la spiegazione del nichilismo. Tutto questo è qualcosa di molto positivo, non può creare il nulla nel cuore dei giovani. Certo, costruire se stessi istante per istante è un buon inizio. E’ qualcosa che a me è sempre piaciuto e forse non a caso molti dei sintomi descritti da Galimberti non mi riguardano direttamente - come l’assenza di passioni o il consumismo acritico- senza contare tra l’altro per quel che mi riguarda l’assenza di alcune cause, visto che ad esempio sono stata molto seguita dalla mia famiglia; ma come ho detto prima, non per questo posso lasciare il dubbio che in parte quest’atmosfera di nichilismo coinvolga anche me.
    E poi, se questa fosse la causa, perché sarebbe dovuta esplodere proprio adesso, negli ultimi anni del Novecento? Un po’ per volta, è dal Cinquecento che ci stiamo abituando a non essere il centro del mondo. A proposito di questo, mi viene in mente Vita di Galileo di Brecht.
    Nel libro, le scoperte di Galilei sull’imperfezione dei cieli non hanno un impatto negativo sull’uomo, anzi. Per la prima volta, sull’onda del metodo scientifico tutti iniziano a mettere in discussione le autorità, a credere di poter pensare e costruire la propria vita autonomamente. Il dramma nasce quando Galileo abiura, perché allora si spegne la speranza, la scienza si allontana dalla verità, non è più sapere che fornisce strumenti per pensare ma sapere per il sapere. Il dramma non è la perdita della certezza della perfezione della Luna; è l’allontanamento della cultura come vita, passione, azione dalla popolazione, la chiusura alla possibilità di pensare e agire. E’ allora che si crea tra scienza e umanità un abisso tanto grande che ad ogni eureka l’umanità rischierebbe di rispondere con un grido di dolore.
    Eccolo l’inizio del nichilismo. Non è nella perdita delle certezze né semplicemente nello sviluppo della scienza, anzi, casomai è peggiorato dall’insufficiente sviluppo della scienza…come pane dell’anima.
    Andiamo avanti. Tra i sintomi descritti ci sono la povertà emotiva e un abbassamento del livello di intelligenza, fattori che sono stati studiati anche da Spitzer in Demenza digitale , il quale ha dimostrato che sono fortemente correlati con le tecnologie digitali. Analizzando scientificamente i dati si vede che l’uso intensivo di televisione, internet, videogiochi eccetera peggiora l’intelligenza invece di migliorarla come molti credono e impoverisce l’anima.
    Ma anche questo non basta. E’ vero che ci siamo abbandonati troppo al mito delle tecnologie digitali, ma qual era il problema all’origine per cui ne abbiamo sentito il bisogno? Su quali elementi preesistenti è riuscito a far leva il mercato per promuovere quello stile di vita? Perché tanti genitori hanno abbandonato i figli davanti la televisione?A proposito di questo, è vero che la povertà emotiva di molti ragazzi deriva dalla carente educazione emozionale delle famiglie, ma perché proprio in quest’epoca si sono affievoliti gli stimoli affettivi trasmessi ai ragazzi?
    Insomma, riassumendo quello che ho detto fino ad adesso…qual è il problema alla base della situazione descritta da Galimberti?
    Un amico mi ha parlato di un concetto che ho trovato utile per iniziare a riflettere a livello più fondamentale: tempo permanente e tempo frazionato.
    Il tempo permanente è quello delle vecchie generazioni. Si regge su un solido passato e costruisce un altrettanto solido futuro. Implica che ci sono una Storia e delle tradizioni dietro di te, una storia personale in cui ti sei formato un’identità e hai acquisito i saperi che userai nel futuro. Ciò che costruisci deve avere un effetto duraturo, come una casa da lasciare ai figli. E’ il tempo in cui puoi lanciare cambiamenti, il tempo dell’approfondimento, quello caratteristico ancora nell’Ottocento, in cui c’erano le ultime speranze di rivoluzioni.
    Il tempo frazionato è quello che ha iniziato ad affermarsi nel ‘900, dopo le guerre mondiali, ed è quello che regola le menti delle generazioni di adesso, ora che lo spazio di contro è così immenso che tutto il mondo è intrecciato nella globalizzazione e quindi non vivi in una piccola realtà che puoi comprendere, ma in un sistema caotico in cui una piccola variazione in un paese può portare scompiglio in un altro e non sai come agire. E’ il tempo del surf, non ti tuffi più in profondità in una passione, un argomento da capire o una relazione interpersonale, ma navighi sulla superficie.
    E’ il tempo che rende difficile appoggiarsi al passato, perché è completamente diverso da ciò che c’è ora, e immaginarti un futuro, perciò l’adolescente si rintana nel suo piccolo mondo di Facebook e serie televisive, il genitore pensa ai regali del momento e non allo sviluppo a lungo termine dei figli, una nazione pensa solo all’immediato e non sa fare più nulla.
    E’ il tempo che ha iniziato a vacillare dopo le guerre mondiali, dopo che è potuto succedere che si esce da un rifugio e al posto di una città si trova un paesaggio lunare di macerie, dopo degli stermini colossali davanti cui si rimane esterrefatti, dopo che gli uomini sono potuti diventare mere pedine, sia strumenti di morte che nullità da sbaragliare come birilli che non possono far niente ( e allora forse il tempo permanente si era già incrinato con l’oggettivizzazione dell’uomo con l’industrializzazione, ma, visto che non riguardava tutta la società, c’è stato chi ha potuto e voluto mantenere le vecchie illusioni e solo pochi, come gli impressionisti, hanno avuto il senso della perdita di un qualsiasi senso da raccontare, di un tempo che si fraziona nelle pennellate di luce e vento che momentaneamente coglievano nei loro quadri). Si è affermato più tardi, con il ritmo del consumismo esasperato, aiutato dalle possibilità offerte dalle tecnologie digitali, che vuole nazioni che pensino solo a soddisfare le offerte di consumo immediate, consumatori che comprino sull’onda del momento e non si sforzino a pensare di più né tanto meno ad agire in qualche altra maniera, professionisti che pensino solo a produrre freneticamente e a pensare poco al futuro.
    Ed è nel tempo permanente che il giovane è importante, non nel frazionato. In un tempo in cui il futuro è solido, chi rappresenta il futuro ha un valore immenso, è l’energia della società; ma nel presente, il giovane non è ancora nessuno. In un tempo dove conta solo il presente, il giovane non è niente, e chi è qualcuno non lo è per il passato e il futuro che ha costruito, ma solo per il caso del momento presente.

    ha scritto il 

  • 3

    il tempo a ritmo di niente

    dipende da che punto guardi il mondo nella seconda metà degli anni novanta era un puttaname e per forza il niente dilagava, ora è diventato una realtà anche per gli adulti di ieri, di fatto ci convivo ...continua

    dipende da che punto guardi il mondo nella seconda metà degli anni novanta era un puttaname e per forza il niente dilagava, ora è diventato una realtà anche per gli adulti di ieri, di fatto ci convivono da decenni, senza volerlo riconoscere, insomma ognuno ci mette le pezze che sa e può...

    ha scritto il 

  • 4

    NON DA SEMPRE E NON PER SEMPRE

    Dall'opera di Galimberti.

    "Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest'o ...continua

    Dall'opera di Galimberti.

    "Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest'ospite e guardarlo bene in faccia."
    (Martin Heidegger, "La questione dell'essere" - 1955)

    Heidegger avrebbe avuto ragione (forse) in tempi assai prima che noi il nichilismo lo corteggiassimo, lo coccolassimo e a lui erigessimo enormi e stucchevoli quanto pretese rivoluzionarie cattedrali vuote di pensiero.
    Il nichilismo come cultura non è da sempre, e non vi è motivo che lo sia per sempre da quando ha cominciato la sua dittatura mentale in avanti... Il nichilismo va cacciato.

    ha scritto il 

  • 3

    Insegnare ai giovani l'amore per la vita...

    Insegnare ai giovani l'amore per la vita....

    Un saggio interessante sia per l'argomento che tratta (nichilismo filosofico, negazione della realtà sociale, malessere giovanile) che per i risvolti legat ...continua

    Insegnare ai giovani l'amore per la vita....

    Un saggio interessante sia per l'argomento che tratta (nichilismo filosofico, negazione della realtà sociale, malessere giovanile) che per i risvolti legati a una crisi nell'universo giovanile che purtroppo è presente e talvolta con tragiche conseguenze.
    Si assiste a un abbassamento dei valori, per cui molti giovani sprofondati nella noia quotidiana si abbandonano ad atti di violenza gratuita....solo per "ammazzare" il tempo...
    Si assiste così a fatti di cronaca che fanno inorridire gli adulti pur senza indurre a una doverosa riflessione: cosa facciamo noi genitori per scongiurare questi effetti deleteri sui nostri figli?
    Se non insegnamo il rispetto verso gli altri, l'amore per al vita e il valore per la famiglia, cos'altro possiamo offrire ai nostri figli?
    Allora dobbiamo assistere a ragazzi sbandati che aggrediscono i passanti, ad adolescenti che uccidono i loro genitori convinti di farsi giustizia per la loro vera o presunta vacuità morale, ad altri che gettano massi dal cavalcavia delle autostrade per vincere la noia quotidiana, a mini-delinquienti che picchiano gli ignari passanti....caricati da turbe psicologiche molto gravi...
    In questo marasma di follia collettiva giovanile che racchiude il nulla, possiamo solo sperare che le nuove generazioni, guidate da educatori capaci di dissipare la nebbia dell'incoscienza, sappiano ritrovare la luce di una strada verso un futuro più promettente...
    Che l'ospite inquietante, il nichlismo possa disperdersi nelle loro coscienze, per fare posto a più rassicuranti certezze.
    Cordiali saluti a tutti.
    Ginseng666

    ha scritto il 

  • 2

    Una serie di riflessioni filosofico-sociali, che talvolta sfociano nel moralismo spicciolo.
    Alla luce dei processi per plagio, il capitolo sulle droghe è l'unico interessante, in quanto non scritto da ...continua

    Una serie di riflessioni filosofico-sociali, che talvolta sfociano nel moralismo spicciolo.
    Alla luce dei processi per plagio, il capitolo sulle droghe è l'unico interessante, in quanto non scritto da Galimberti, ma da una ricercatrice plagiata.

    Nulla di nuovo sotto il sole...ma qualcosa in più nelle tasche di Umberto!

    ha scritto il 

  • 3

    A parte le solite imprecisioni e interpretazioni negative di un cristianesimo che in realtà non corrisponde al vero, il tutto ovvio leggendo un autore come Galmberti, il testo fa un'analisi chiara del ...continua

    A parte le solite imprecisioni e interpretazioni negative di un cristianesimo che in realtà non corrisponde al vero, il tutto ovvio leggendo un autore come Galmberti, il testo fa un'analisi chiara del problema "filosofico" che sta dietro il disvalore diffuso ad ogni ragione dell'essere nella nostra odierna società. I professori, in generale, sonno oggetto di molti pregiudizi e generalizzazioni, ma anche di giudizi severi e di responsabilità. In molti brani il testo è veramente e drammaticamente condivisibile.

    ha scritto il 

  • 4

    il vuoto dell'adolescenza

    Un libro che tutti coloro che hanno (ancora meglio, che avranno) a che fare con gli adolescenti dovrebbero leggere. Interessantissima riflessione filosofico-sociale sull'ospite inquietante che affligg ...continua

    Un libro che tutti coloro che hanno (ancora meglio, che avranno) a che fare con gli adolescenti dovrebbero leggere. Interessantissima riflessione filosofico-sociale sull'ospite inquietante che affligge i nostri ragazzi, quel nichilismo che Nietzsche teorizzò ormai un secolo fa in altri contesti, con cui sono costretti a fare i conti senza avere minimamente gli strumenti per farlo. Dall'abbattimento doloroso, ma giusto, di alcune filosofie di vita facili (la più amata da noi genitori è che il tempo che si passa con i figli deve essere misurato in termini di qualità e non di quantità), all'indagine sui comportamenti devianti, nei quali carsicamente emerge il "senza movente" che rende qualsiasi atrocità del tutto spiazzante perché non giustificabile con nessuna passione, questo saggio, ripeto interessantissimo, condanna genitori, professori e società ognuno per la sua parte, provando a dare qualche chiave di lettura non banale e forse utile per arginare il peggio e aiutare i ragazzi a ritrovarsi e non buttarsi via. Prima che sia troppo tardi.

    ha scritto il 

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