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L'ultima estate

Di

Editore: Fazi

3.7
(231)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 190 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: 8864110127 | Isbn-13: 9788864110127 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: eBook , Altri

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia, in quel punto estremo che toglie possibilità, respiro, futuro. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. E anzi, comincia qualcosa: a scrivere. È fragile l'equilibrio che genera queste pagine. Per Zeta qualsiasi gesto ora è enorme, la fatica non solo fisica è in ogni momento fatale. E i ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della "bambina più amata del mondo", l'infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi, ancora, Roma becera e vitale, l'esperienza della psicanalisi, l'avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l'irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere. Così la storia dei suoi settant'anni scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. Con una lingua nitida, a tratti feroce, mai retorica, attraversata da una vena di sarcasmo che non concede nulla alla pietas, l'autrice affronta il più evitato degli argomenti: la sofferenza.
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  • 5

    La protagonista racconta, dal suo capezzale, episodi della sua vita passata.
    Uno stile narrativo scorrevole, colto e ironico.

    La parte finale del libro narra il presente, l'ultima estate trascorsa con la malattia grave.
    Ma la narrazione ha sempre un fine e disincantato (nella g ...continua

    La protagonista racconta, dal suo capezzale, episodi della sua vita passata.
    Uno stile narrativo scorrevole, colto e ironico.

    La parte finale del libro narra il presente, l'ultima estate trascorsa con la malattia grave.
    Ma la narrazione ha sempre un fine e disincantato (nella giusta misura) senso dell'umorismo.

    ha scritto il 

  • 5

    Con la libertà che le viene dall'essere al termine della propria vita, la Vighy ripercorre la propria storia, senza indulgenze con nessuno, e soprattutto con sé stessa, ma anche con l'ironia che rende leggere le cose più "pesanti", e con molta lucida tenerezza per le persone amate, vive e morte, ...continua

    Con la libertà che le viene dall'essere al termine della propria vita, la Vighy ripercorre la propria storia, senza indulgenze con nessuno, e soprattutto con sé stessa, ma anche con l'ironia che rende leggere le cose più "pesanti", e con molta lucida tenerezza per le persone amate, vive e morte, per i suoi gatti, per la natura. "Patti chiari: non sarà un acquerello, piuttosto un'autopsia. Forse vi farò male. Ne farò anche a me".

    ha scritto il 

  • 5

    La leggerezza

    L'ultima estate è un testo scritto con una piuma. Solo così può essere spiegato. Una tematica seria, per certi versi devastante, eppure una leggerezza fantastica. Leggerezza non intesa come semplicità, né come disimpegno. E' un velo che ti avvolge e che ti trasporta tra le fiamme dell'inferno sen ...continua

    L'ultima estate è un testo scritto con una piuma. Solo così può essere spiegato. Una tematica seria, per certi versi devastante, eppure una leggerezza fantastica. Leggerezza non intesa come semplicità, né come disimpegno. E' un velo che ti avvolge e che ti trasporta tra le fiamme dell'inferno senza farti scottare. Si sente la malattia opprimere, ma non se ne ha paura. La si sente arrivare, lenta e inesorabile, e quel che lascia non è timore.
    E' il racconto di una vita attraverso ricordi significativi nella loro piccolezza, quei ricordi che sembrano minori rispetto alle emozioni che si provano in una vita intera, eppure restano vivi nella mente.
    L'ultima estate è un libro difficile da commentare, impossibile da recensire. Quel che posso dire è che lo consiglierò a chiunque abbia voglia di riflettere. E per quanto riguarda me, pur essendo un genere che non m'appartiene, ha toccato alcune corde del mio animo che non dimenticherò mai.

    ha scritto il 

  • 3

    un libro sulla malattia e sulla morte che, finalmente, non mi ha fatto piangere eppure mi ha migliorata.
    se mai mi dovessi ammalare vorrei riuscire a vivere la mia malattia con la forza che traspare da queste coraggiose pagine.
    lei è simpatica e il rapporto che ha con i suoi gatti è p ...continua

    un libro sulla malattia e sulla morte che, finalmente, non mi ha fatto piangere eppure mi ha migliorata.
    se mai mi dovessi ammalare vorrei riuscire a vivere la mia malattia con la forza che traspare da queste coraggiose pagine.
    lei è simpatica e il rapporto che ha con i suoi gatti è proprio simile a quello che io ho con i miei cani.
    magari diventassi una settantenne così!
    non dò le 5 stelle perchè i libri scritti con sincerità e che raccontano in prima persona, fatti personali, un po' mi imbarazzano. mi sembra di spiare un diario... e certe cose (il rapporto con la madre morente ad esempio) non avrei voluto leggerle.

    ha scritto il 

  • 4

    L'insostenibile leggerezza del morire.

    Mai la morte è stata raccontata, direi in presa diretta, con tanta ironia, leggerezza e profondità.
    Un'autrice che è una vera scoperta, come la città da cui proviene, Venezia, e come la città che l'ha adottata, Roma. Purtroppo per noi, scoperta postuma.

    Una citazione su tutte le innu ...continua

    Mai la morte è stata raccontata, direi in presa diretta, con tanta ironia, leggerezza e profondità.
    Un'autrice che è una vera scoperta, come la città da cui proviene, Venezia, e come la città che l'ha adottata, Roma. Purtroppo per noi, scoperta postuma.

    Una citazione su tutte le innumerevoli, possibili:
    "... il malinconico presagio di una città destinata a diventare da Dominante a Disneyland, l’unghiata innocua di un Leone che si è tagliato le unghie"

    E adesso passerò al suo secondo libro: scendo, buon proseguimento.

    ha scritto il 

  • 4

    testimonianza

    Questo libro mi ha colpito veramente tanto, è incredibile come la malattia induca gli stessi pensieri, gli stessi comportamenti e le stesse dinamiche, in questo libro mi sono molto ritrovata nel mio periodo di malattia, anche se non così grave.
    Letterariamente parlando non l'ho trovato gran ...continua

    Questo libro mi ha colpito veramente tanto, è incredibile come la malattia induca gli stessi pensieri, gli stessi comportamenti e le stesse dinamiche, in questo libro mi sono molto ritrovata nel mio periodo di malattia, anche se non così grave.
    Letterariamente parlando non l'ho trovato granché, ma è veramente un'apertura di cuore molto profonda.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Ogni vita merita un romanzo

    Ogni vita merita un romanzo, ci insegna Erving Polster nel suo bel libro in cui sostiene la valenza terapeutica della scrittura introspettiva; e chi non ha pensato, almeno una volta, di scrivere il romanzo della propria vita?
    Molti lo fanno e i risultati spesso non vanno al di là del ...continua

    Ogni vita merita un romanzo, ci insegna Erving Polster nel suo bel libro in cui sostiene la valenza terapeutica della scrittura introspettiva; e chi non ha pensato, almeno una volta, di scrivere il romanzo della propria vita?
    Molti lo fanno e i risultati spesso non vanno al di là del pur valido effetto di auto terapia: c'è chi dice che in Italia ci siano più scrittori che lettori!
    Cesarina Vighy ne avrebbe potuti scrivere di romanzi, e belli, ma il suo sogno è rimasto a lungo nel cassetto, troppo impegnata a viverla la vita, piuttosto che a raccontarla.
    Poi, con alle spalle tanti anni anni attivi e ricchi di soddisfazioni e di stimoli, neo-pensionata, la malattia cambia tutto. La diagnosi è di quelle che non lasciano speranze, SLA: una malattia cronica, cioè non si guarisce, e degenerativa, cioè andrà sempre peggio. Di fronte alla prospettiva di perdere in maniera progressiva e inesorabile tutte le sue facoltà tranne l'intelligenza, Cesarina Vighy avverte l'urgenza di scrivere: il romanzo della sua vita, ma anche la sua testimonianza di ammalata.
    Cesarina Vighy osserva con ironia che ciascuno si preoccupa di come spendere il tempo che rimane, quando sente la vecchiaia e la malattia incombere. Alcuni si accingono a scrivere il romanzo che non hanno mai avuto il tempo di elaborare:

    grande entusiasmo per qualche giorno, rosa fresca nel bicchiere, alzata mattutina. Poi, si allunga il riposo notturno col famoso “pisolino d’oro”, l’acqua alla rosa si può cambiare un giorno sì e un altro no, le idee ci sarebbero ma metterle giù è un vero faticoso lavoro, da non distrarsene mai (non si può essere tutti come il santo martire della penna, Flaubert, che scriveva alla sua smaniosa amante: «Ci rivedremo quando sarò arrivato a pagina 94»). Alla fine, come riconoscono i più onesti, non era il tempo che mancava, era il talento.

    Lei, che di talento ne ha, e tanto, può ben permetterselo:

    Scenderò in quella pozza, ritroverò i fantasmi dei miei sogni. Adesso ho capito cosa vogliono e provo una vaga pietà: vogliono rivivere per un attimo attraverso di me che sono l’unica rimasta ad averli conosciuti. D’accordo: procedendo a tentoni fra sogni e ricordi proverò a mettere insieme qualcosa. Niente rosa ma il solo bicchiere per ricordarmi di prendere la medicina. Patti chiari: non sarà un acquerello, piuttosto un’autopsia. Forse vi farò male. Ne farò anche a me.

    E così, mentre le forze vengono meno, la Vighy dà un senso alla sua infermità e si racconta con la voce narrante di Z. La storia della sua vita si intreccia mirabilmente con le vicende della guerra e del dopoguerra, che la vedono bambina e adolescente a Venezia, e poi giovane donna a Roma, la città che ha amato e che non lascerà più. Ci commuove la storia di lei bambina, figlia di un amore impossibile per i tempi, nella sua Venezia, splendida, ma chiusa e provinciale.
    A Venezia si consuma il dramma del primo amore, con un don Giovanni vanesio e opportunista e la vicenda tormentata si concluderà nella "Fabbrica degli Angeli".
    A Roma, città di cui si innamora subito, Cesarina cerca e trova l’affrancamento da una mentalità provinciale, che mal si adatta al suo bisogno di libertà. Conosce nuovi amori, liberi e contro corrente, incontra la psicoanalisi, si industria in tanti lavori pur di salvaguardare la propria sua autonomia, fino ad approdare al lavoro giusto per lei: la Biblioteca.

    Lì, in quell’antico palazzo che da solo appagava il mio bisogno di bellezza, ho passato gli anni migliori.

    A Roma si sposa con un ragazzo più giovane, su quel matrimonio nessuno avrebbe scommesso, ed è durato: con lui, l'angelo incazzoso, ha avuto la figlia Alice, con lui ha condiviso il progredire della malattia, fino alla fine.
    Con il sopraggiungere della malattia, il mondo si fa piccolo, lo scenario delle città amate lascia il posto a quello del suo appartamento, a ciò che può vedere dalla sua finestra.
    Cesarina non si piega mai del tutto alla malattia: sempre le vengono in soccorso l'intelligenza, l'amore della sua famiglia, l'ironia. Nel passare in rassegna con amarezza le facoltà che la stanno abbandonando, Cesarina si compiace di ciò che le rimane:

    Il senso che mi è più utile ora, anzi necessario, sfugge alla classica catalogazione. È una fortuna che l’abbia, tutto intero e magari un po’ cattivo. È il senso dell'umorismo.

    E l’ironia è sempre presente, anche nelle pagine più drammatiche del libro.
    Quando i segni della malattia diventano visibili, la Vighy decide di non avere più alcun contatto con l’esterno, con le persone che amava frequentare avrà scambi epistolari: non sopporterebbe la pietà nei loro sguardi.
    Gli unici ammessi alla sua presenza sono la figlia Alice, il marito, il nipote amatissimo e i gatti.
    Chi ama i gatti coglierà nel romanzo la tenerezza, l’amore, la delicata ironia che queste bestiole sanno suscitare in chi le comprende. Verso la fine del libro, la malattia si fa protagonista. La testimonianza personale diventa anche un messaggio per gli altri ammalati e per le loro famiglie e la Vighy stila un decalogo per affrontarla con dignità. La lista delle raccomandazioni si chiude così:

    Fatevi venire o, se lo avete già, coltivate il senso dell’umorismo. C’è tanto da ridere al mondo: degli altri, di voi stessi, delle cose che vi parevano così importanti e invece erano così stupide. Se c’è un momento in cui il nostro occhio vede chiaramente è questo. A meno che non sia offuscato dalle lacrime, lo so.

    L’ultima estate, scritto mentre l’Autrice pian piano si spegne, è anche il libro della rinascita. La scrittura che dà un senso alla malattia regala alla Vighy il riconoscimento della amata Venezia: il premio Campiello, e l’inserimento nella cinquina dello Strega.
    La struggente dedica del libro racconta i suoi amori:

    All’angelo incazzoso, che mi aiuta a vivere.

    A mia figlia,
    che mi ha finalmente riconosciuta come madre.

    Al mio giovanissimo nipote,
    nato filosofo.

    Ai miei gatti,
    che senza saper leggere né scrivere
    hanno capito questo libro.

    ha scritto il