L'uomo che allevava i gatti

Novecento mondiale. I grandi della narrativa n. 6

Di

Editore: Periodici San Paolo

3.6
(438)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 227 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000043255 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Giorgio Trentin , Daniele Turc-Crisà , Lara Marconi

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Audiocassetta , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
Supplemento a Famiglia Cristiana n. 30 del 2 agosto 1998
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  • 4

    Colui che non vuole parlare.

    Nove racconti dell'autore premio Nobel nel 2012.
    Una raccolta omogenea nei contenuti che come per tutte le raccolte risulta essere composta da racconti non tutti allo stesso livello.

    I primi racconti ...continua

    Nove racconti dell'autore premio Nobel nel 2012.
    Una raccolta omogenea nei contenuti che come per tutte le raccolte risulta essere composta da racconti non tutti allo stesso livello.

    I primi racconti sono molto "impattanti", crudi/crudeli per farci capire subito com'è l'andazzo.
    La scrittura dell'autore, al contrario, è poetica ed evocativa.
    La forza di questo libro, sta proprio nel cortocircuito tra la brutalità delle cose narrate e l'eleganza della forma.
    Gli elementi fiabeschi ( gli spiriti-tartaruga che salgono in superficie a banchettare in abito da sera o le volpi che si accendono come scie di fuoco per indicare la strada a chi si è perso) alimentano maggiormente questo sfasamento tra racconto impietoso e sguardo pieno d'incanto.
    Non a caso la maggior parte dei racconti ha come protagonisti i bambini che nonostante tutte le miserie del mondo che li circonda riescono comunque a trovarvi magia e meraviglia.

    Il cane e l'altalena, Esplosioni e Il tornado sono i miei preferiti.
    Il primo incontro con Mo Yan lascia la voglia di provare l'autore sulla lunga distanza.
    Una curiosità: Mo Yan è uno pseudonimo che vuol dire "non parlare", "colui che non vuole parlare".
    Fortuna che non significa colui che non vuole scrivere ;-)

    ha scritto il 

  • 3

    Una serie di racconti, tutti ambientati in un villaggio della campagna cinese, tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. La campagna, il villaggio, la vita dei contadini sono sempre i protag ...continua

    Una serie di racconti, tutti ambientati in un villaggio della campagna cinese, tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. La campagna, il villaggio, la vita dei contadini sono sempre i protagonisti di Mo Yan, ma questa volta non c’è l’epopea della storia cinese, della guerra contro i giapponesi, la collettivizzazione, la rivoluzione culturale, etc. Qui il tempo è un indeterminato distendersi tra l’avvenuta collettivizzazione e gli anni Novanta, con i grandi cambiamenti imminenti. È un tempo quasi immobile, o meglio il perpetuarsi ciclico della fatalità della vita (e nella vita). È la condizione (quasi) immobile della vita del contadino cinese, su cui Mo Yan si arrovella e si accanisce da diversi punti di vista. È il perpetuarsi infinito della tragedia della vita umana, della fatalità, del lutto, del dolore, che si svolge in mezzo alla sporcizia, al fango, al piscio e allo sterco di un villaggio contadino, abiti lisi che cadono a pezzi, sudore rancido, crani consumati dalla rogna, foruncoli pieni di pus su cui si arrampicano le mosche, buoi irosi dagli occhi di fuoco, cammelli puzzolenti. Una vita grama quella del contadino (l’acqua in cui dovevano nuotare i pesci della rivoluzione), certo migliore di quella degli avi, dove fortunatamente non imperversano come un tempo le carestie (ma gli accenni alle carestie del Grande Balzo ci sono, eccome, nei libri di Mo Yan). Ma non tale da non suscitare un desiderio irrefrenabile di fuggire, nell’Armata Rivoluzionaria, o in città, a fare il muratore o l’operaio.
    Ma c’è forse anche qualcos’altro. Non c’è mai una Natura matrigna, ma un Fato ineluttabile, quello sì. La Natura in Mo Yan è sempre vista in chiave elegiaca: i cieli tersi, le nuvole multiformi, il vento, i fiori di sofora, le libellule, l’ombra crepuscolare, la luce tenue e tenerissima, i campi di sorgo, le distese di un mare di verde che si perde a vista d’occhio. Lì la vita di campagna, pur dura, perde la sua durezza e la poesia della natura vivente consola un poco l’afflizione. È la Storia invece che è matrigna, e lo è anche il Partito, pur con i suoi meriti, con i suoi funzionari e burocrati, monoliti insensibili e avidi. La vita del contadino oscilla sempre tra le due corna di un Partito e una Storia che, se da un lato apportano innegabili miglioramenti, dall’altro sono insensibili e ineluttabili al grido accorato dell’esistenza individuale e della sua dignità. E quindi, se è vero che sono scomparsi gli infanticidi tradizionali con l’affogamento dei neonati nel pitale del piscio, o bolliti nell’acqua calda, o abbandonati nei canneti alle bestie selvatiche (“Esplosioni”, “Il neonato abbandonato”) tutta la politica di contenimento demografico diventa un rullo compressore sugli affetti del singolo. È questo un tema che ricorre in molti racconti (e che viene trattato in lungo e largo in “Le rane”), una riflessione che Mo Yan fa continuamente, per cui, pur trovandosi una motivazione e giustificazione razionale (“non si può rischiare di tracollare il Paese con un’esplosione demografica”) non si riesce tuttavia a risolvere una contraddizione interiore alla persona: la razionalizzazione va bene, ma resta insopprimibile un senso di colpa, restano i “girini” e le statuine votive ai bimbi mai nati.
    I bambini, sono loro i grandi protagonisti di questi racconti, immersi loro malgrado nella tragedia del quotidiano. Mamma mia, che sofferenza alcuni racconti! Il mondo visto dai bambini o dagli sciamani non è lo stesso degli adulti. È un mondo incantato, delle volpi dalla coda di fuoco, degli Immortali e degli spiriti delle tartarughe che abitano il fiume e che prendono sembianze umane, dei fiori rossi che attirano nei gorghi il bimbo Fuzi. È la magia della musica del suonatore di piffero cieco, che evoca la bellezza interiore e lo struggimento nostalgico, che temporaneamente cambia e addolcisce gli animi, come la musica di Orfeo, salvo perdersi e scomparire di fronte al gretto calcolo e alla bramosia di denaro. È la magia di Daxiang, dagli occhi cattivi e sinistri, l’uomo che allevava i gatti, che con il suono del suo piffero fa ballare i suoi gatti e incanta i topi, attirandoli nello stagno e affogandoli come il pifferaio di Hamelin.

    ha scritto il 

  • 4

    Si conferma la regola, ed è un problema mio. I racconti non fanno per me, non mi danno il tempo di entrare che mi trovo già messo alla porta. il tema è ancora la cina rurale, e questa vita difficile e ...continua

    Si conferma la regola, ed è un problema mio. I racconti non fanno per me, non mi danno il tempo di entrare che mi trovo già messo alla porta. il tema è ancora la cina rurale, e questa vita difficile ed aspra, immersa e forse salvata dall'universo della credenza popolare e di un rapporto con la natura che piano pianp si sfalda. Qua Mo Yan racconta anche il gap tra città e campagna, o meglio gente di città e gente di campagna. E sembra emergere il conflitto interno all'autore stesso che è il protagonista dello scollamento tra città e campagna, due velocità e due modi di vivere. Mi piace il fatto che alcuni personaggi, la zia per esempio, si ritrovino in diversi racconti diventando il fil rouge che unisce alcune parti di questa raccolta. Manca però, a mio avviso, la potenza rubilante dei romanzi.

    ha scritto il 

  • 3

    I cinesi, un popolo triste.
    Racconti, alcuni strazianti e molto belli, altri, probabilmente ispirati a fiabe e leggende cinesi, meno di impatto
    Indecisa fra il 3 e il 4
    Autore sicuramente da leggere. ...continua

    I cinesi, un popolo triste.
    Racconti, alcuni strazianti e molto belli, altri, probabilmente ispirati a fiabe e leggende cinesi, meno di impatto
    Indecisa fra il 3 e il 4
    Autore sicuramente da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Prima lettura...

    ..." seria " orientale.
    Bellissima raccolta di racconti a protagonista unico; si riesce a comprendere abbastanza delle situazioni sociali e dei rapporti familistici della Cina degli anni 80, a cavallo ...continua

    ..." seria " orientale.
    Bellissima raccolta di racconti a protagonista unico; si riesce a comprendere abbastanza delle situazioni sociali e dei rapporti familistici della Cina degli anni 80, a cavallo tra l'arcaismo e la modernità. belle storie ben scritte e discretamente tradotte.
    Su tutto svetta la descrizione lirica e puntuale dei paesaggi e dei colori di quelle terre lontane ed a noi sconosciute. Poco, per una comprensione profonda. Ma un buon inizio.

    ha scritto il 

  • 4

    Piacevole sorpresa

    È il primo libro che leggo di questo autore, ma devo ammettere che ne sono rimasta entusiasta. Ho davvero apprezzato il suo stile di scrittura, così evocativo e puntuale, al punto che mi sembrava qua ...continua

    È il primo libro che leggo di questo autore, ma devo ammettere che ne sono rimasta entusiasta. Ho davvero apprezzato il suo stile di scrittura, così evocativo e puntuale, al punto che mi sembrava quasi di assistere a una proiezione cinematografica.
    Il ritratto della Cina che emerge dai suoi racconti è a tratti brutale, ma è presentato in una dimensione dai risvolti quasi onirici. I protagonisti di tutti i racconti sono calati in una realtà rurale che rende ancora più crudi gli eventi narrati. Lettura fortemente consigliata.

    ha scritto il 

  • 5

    Mo Yan è di quegli autori rari che si incontrano per caso e si portano con sé per il resto della vita. Ho iniziato l'anno nuovo leggendo una sua raccolta di racconti edita da Einaudi, "L'uomo che alle ...continua

    Mo Yan è di quegli autori rari che si incontrano per caso e si portano con sé per il resto della vita. Ho iniziato l'anno nuovo leggendo una sua raccolta di racconti edita da Einaudi, "L'uomo che allevava i gatti". Era ora di conoscere da vicino questo scrittore cinese che battezza i suoi libri con titoli immaginifici e intriganti, che ha vinto il Premio Nobel nel 2012 circondato da polemiche e commenti superficiali sul suo rapporto col governo cinese, che da decenni è affermato in Cina quanto sconosciuto in Italia e solo negli ultimi anni ha avuto il giusto riconoscimento.
    Recensione completa al link:
    http://caratterivaganti.blogspot.it/2016/01/luomo-che-allevava-i-gatti-di-mo-yan.html

    ha scritto il 

  • 3

    L’uomo che allevava i gatti è una raccolta di racconti, più o meno brevi, capaci di descrivere una Cina distante eppure profondamente umana, ci permette di conoscere il lato oscuro di una grande poten ...continua

    L’uomo che allevava i gatti è una raccolta di racconti, più o meno brevi, capaci di descrivere una Cina distante eppure profondamente umana, ci permette di conoscere il lato oscuro di una grande potenza, forse il più recondito e sconosciuto, mostrando quegli aspetti più intimi che altro non sono che scorci di una dura realtà dove chi disubbidisce è segnato per la vita e dove gli anziani credono nella Rivoluzione Culturale come avvento di buone nuove. Eppure anche qui c’è chi pretende il diritto di decidere per altri. Ma l'A. non prende posizione, descrive distaccato come se volasse sopra le vite e si soffermasse giusto il tempo di narrare quell’attimo, minuscolo nei confronti dell’immenso continente, così grande per le vite coinvolte.

    ha scritto il 

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