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L'uomo che guarda

Di

Editore: Bompiani

3.5
(271)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 218 | Formato: Paperback

Isbn-10: 884520183X | Isbn-13: 9788845201837 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 2

    Le domande di rito di ogni corso di scrittura creativa sono: perché dovrei scrivere questa storia? A chi potrà mai interessare?
    Ecco.
    Moravia, probabilmente, non si era posto il problema. Storia deludente, se non per alcuni spunti psicologici forse interessanti.
    Mi hanno consigl ...continua

    Le domande di rito di ogni corso di scrittura creativa sono: perché dovrei scrivere questa storia? A chi potrà mai interessare?
    Ecco.
    Moravia, probabilmente, non si era posto il problema. Storia deludente, se non per alcuni spunti psicologici forse interessanti.
    Mi hanno consigliato di leggere il giovane Moravia e non questo. Lo suggerirei anche a voi.

    ha scritto il 

  • 4

    "L'uomo che guarda" è un romanzo del 1985 — scritto quindi da un Moravia settantottenne — e ambientato a Roma in quel periodo (a voler essere precisi forse uno o due anni prima).
    L'uomo che guarda è Edoardo, detto Dodo, trentacinquenne professore di letteratura francese, orfano di madre da ...continua

    "L'uomo che guarda" è un romanzo del 1985 — scritto quindi da un Moravia settantottenne — e ambientato a Roma in quel periodo (a voler essere precisi forse uno o due anni prima).
    L'uomo che guarda è Edoardo, detto Dodo, trentacinquenne professore di letteratura francese, orfano di madre da quando era bambino, ma soprattutto ex-sessantottino che da quindici anni vive in aperto conflitto col padre (ricco e stimato barone universitario) e ciononostante non se n'è mai andato dalla casa paterna, anzi, si è sposato e ha portato a vivere lì anche la giovane moglie, Silvia.
    Queste sono le premesse, esposte in un primo capitolo a mio avviso meraviglioso dal titolo "Un giorno qualsiasi della mia vita come prologo", in cui Dodo racconta la sua giornata tipo da tre mesi a questa parte, da quando cioè suo padre è costretto a letto col femore rotto e lui gli si è in un certo modo riavvicinato, o quantomeno lo assiste, alternandosi con un'infermiera e un fisioterapista.
    Non resta che aggiungere la più recente novità, ossia che da poco Silvia se n'è andata, o meglio, ha lasciato quella casa ed è andata a stare provvisoriamente da una zia, ma ha chiesto a Dodo di continuare a vedersi (una sera a settimana) fintanto che capirà cosa fare del loro matrimonio.
    Insomma, non è una situazione sana, eppure Dodo pare non accorgersene.
    L'allontanamento della moglie lo spinge a riconsiderare tutto quanto, certo, e prende una decisione che gli costa molto in termini di principi e valori in cui dal '68 in poi si è sempre riconosciuto, ma lo stesso non riesce a mettere a fuoco i veri motivi della sua crisi coniugale, né prende coscienza del fatto che è il rapporto "malato" con suo padre l'origine di gran parte dei suoi guai.
    Perfino quando le cose gli vengono sbattute in faccia non ha una reazione "normale". Accetta di farsi mettere i piedi in testa in un modo che mi ha infastidita così tanto da sentire di voler mettere 4 stelline anziché 5 a un romanzo altrimenti bellissimo, scritto in modo magistrale, in un linguaggio fluido e musicale impreziosito qua e là da termini o espressioni démodé (nonostante i quali non viene proprio da pensare che a scrivere sia un quasi ottantenne).
    Resta da affrontare la questione del voyeurismo, anticipata fin dal titolo: Dodo è un uomo che guarda, che contempla, e il suo modo di amare è principalmente legato alla visione, agli occhi. Eppure non è un vero "guardone", di quelli che non perdono occasione per sbirciare indistintamente qualsiasi donna (o uomo) appena ne hanno l'occasione. Piuttosto, Dodo, quando sceglie di provare qualcosa, si lascia trasportare dal senso della vista, ma inizialmente è mosso dalla ragione, non dall'istinto.
    Lui di istintivo fa ben poco, anzi, quando ci prova finisce per ripiegare su un goffo tentativo di imitazione, al quale segue rapidamente un forte sentimento di vergogna.
    Per inciso, fa abbastanza ridere che alla seconda riga il protagonista dica di dedicare al pensare — inteso come attività, e nello specifico pensare alla fine del mondo e alla minaccia nucleare — 5-10 minuti al giorno, non di più, al mattino appena sveglio. Perché in realtà tutto il romanzo è una lunga riflessione che di fatto smentisce quanto detto nel succitato incipit.
    Analogamente sono tantissimi gli spunti di riflessione per noi che leggiamo: c'è tutto un discorso psicanalitico, nel quale però non mi arrischio a entrare (perché, ok, un complesso di Edipo grosso come una casa lo so riconoscere, ma quando si comincia a tirar fuori Lacan mi limito a leggere chi ne parla con competenza, ad esempio qui: http://www.academia.edu/4023938/Il_Nom-du-Pere_percorsi_del_desiderio_ne_Luomo_che_guarda_di_Alberto_Moravia ).
    C'è il vedere negli anni '80 il punto di arrivo di una lenta ma impietosa vittoria della borghesia reazionaria sui sessantottini e i loro ideali.
    C'è la questione del nucleare, e più in generale della ricerca scientifica, che Dodo paragona a una forma di voyeurismo, questo sì pericoloso, perché spinto a tal punto dalla sete di conoscenza che tralascia di prendere in considerazione le possibili conseguenze negative delle sue scoperte (e manco a dirlo il padre di Dodo insegna Fisica).
    Ci sono amare considerazioni sulla vecchiaia fatte dal vecchio professore, personaggio detestabile, ma che in questa occasione forse è portavoce dell'autore stesso, anziano e disilluso (eppure legato sentimentalmente a Carmen Llera, di quarantacinque anni più giovane, che sposerà l'anno seguente).
    Ma, tornando ai pensieri del protagonista, i fatti sono davvero come li ha ricostruiti? Sono davvero successe quelle cose terribili, quasi inconcepibili (eppure da lui accettate)?
    Non lo so. E non credo che sia dato saperlo.
    Il finale è aperto su quello che succederà di lì in avanti tra Dodo e Silvia, ma anche piuttosto vago su quello che è realmente successo prima.
    Il dubbio che molte cose siano proiezioni del protagonista/narratore mi è venuto, e questo rende se possibile ancora più affascinante sia il personaggio sia il romanzo (a cui, ribadisco, do solo 4 stelline perché io, al contrario di Dodo, almeno nelle questioni ricreative lascio prevalere la reazione istintiva, e quindi, qui, il nervoso per il suo comportamento da sconfitto).

    ha scritto il 

  • 2

    Tre dei cinque romanzi di Moravia che ho letto si possono tranquillamente riassumere così: un uomo sulla trentina, un intellettuale frustrato ricco di famiglia e antipatico come una goccia di limone in un occhio, ha una relazione con una donna stronza e enigmatica che puntualmente lo tradisce. Do ...continua

    Tre dei cinque romanzi di Moravia che ho letto si possono tranquillamente riassumere così: un uomo sulla trentina, un intellettuale frustrato ricco di famiglia e antipatico come una goccia di limone in un occhio, ha una relazione con una donna stronza e enigmatica che puntualmente lo tradisce. Dopo una lunga fase di introspezione psicoanalitica da parte del protagonista per capire il perché e il percome delle sue sfighe (ovviamente inutile perché è troppo testina di gesso per arrivarci), l'escalation di conflitti a carattere preminentemente sessuale con la controparte culmina in uno scontro dai toni crudi, nel corso del quale la spazzatura venuta a galla finisce nelle rispettive facce. Segue un finale più o meno catartico, a seconda dei casi tragico o a tarallucci e vini.

    Tre romanzi su cinque, "La Noia", "L'Amore Coniugale" e questo "L'Uomo Che Guarda". Un po' troppi per essere un caso.

    Poi per carità, nessuno dei tre può essere definito un brutto romanzo, tutt'altro. "L'uomo che guarda", nel caso specifico, si fa leggere con piacere: i personaggi non sono banali (le donne più o meno), il ritmo -grazie anche alla brevità del racconto- è sostenuto e l'eleganza di Moravia nella scelta delle parole e nella costruzione dei periodi, delle pagine e poi dei capitoli è come sempre straordinaria. Ci sono un paio di spunti di riflessione interessanti, soprattutto sul rapporto tra padre e figlio in presenza di un complesso di Edipo evidentemente mai sopito, e sull'egocentrismo sessuale quale causa di conflitto nelle coppie, più un paio di momenti di tensione erotica ben architettati.

    Fino a qui insomma, diciamo che va tutto discretamente bene. Tre stelline oneste di quelle piene e pazienza per l'intreccio ricicciato. Senonché poi capita che il terzo incomodo di questa storia di amore, insoddisfazione e corna si fa sgamare dopo appena venticinque pagine, annacquando irrimediabilmente il gusto delle successive ottanta e la credibilità del protagonista, cieco e stolto oltre ogni dire, e allora diventa difficile perdonargli anche il resto.

    Giudizio finale: due stelline.

    ha scritto il 

  • 5

    Un romanzo di pensieri, un libro che ti porta dentro la mente delle morbosità del protagonista. E alla fine guardi anche te. Ti bastano gli occhi per godere quando tutto è perduto. Ti accontenti. Quando tutti i compromessi sono stati accettati, il confronto fisico diventa ridondante, eccessivo. Q ...continua

    Un romanzo di pensieri, un libro che ti porta dentro la mente delle morbosità del protagonista. E alla fine guardi anche te. Ti bastano gli occhi per godere quando tutto è perduto. Ti accontenti. Quando tutti i compromessi sono stati accettati, il confronto fisico diventa ridondante, eccessivo. Questa la spiegazione che mi sono data io perché, che rapporto c'è fra l'ossessione morbosa di Dodo nel fare l'amore con gli occhi e il suo essersi arreso a tutto ciò che aveva contestato nel Sessantotto?
    Questo romanzo è esistenzialista e feroce. Prende a schiaffi il radicalismo sessantottino spesso troppo agghindato di simboli per accorgersi del reale conflitto e per vincere nel lungo periodo. Tutto viene fagocitato dalla necessità quotidiana, dalle contingenze del momento. E' in questo che la borghesia si prende la vera rivincita. Come se attendesse il cadavere passare seduta sul bordo del fiume.

    ha scritto il 

  • 5

    Mi è piaciuto.
    Mi è piaciuto lo stile, scorrevole ma preciso e ben strutturato.
    Mi è piaciuta la trama, accattivante e fuori dagli schemi, appassionante.
    Mi è piaciuto l'erotismo, sempre presente e particolare, ma mai volgare o troppo diretto (tanto che, appunto, si guarda!), an ...continua

    Mi è piaciuto.
    Mi è piaciuto lo stile, scorrevole ma preciso e ben strutturato.
    Mi è piaciuta la trama, accattivante e fuori dagli schemi, appassionante.
    Mi è piaciuto l'erotismo, sempre presente e particolare, ma mai volgare o troppo diretto (tanto che, appunto, si guarda!), anzi, sottile.
    Mi sono piaciuti i personaggi, i loro caratteri, le loro vite, le loro idee.
    Mi è piaciuto il finale non del tutto "finito", nonostante lo sbigottimento misto a delusione lasciato dalle ultime righe.
    Arrivata alle ultime pagine mi dispiaceva continuarlo, non volevo finirlo da quanto mi è piaciuto.

    ha scritto il 

  • 4

    Quanto sa scavare dentro le persone Moravia! Così, come Dodo, anche il lettore diventa uomo che guarda, curioso, stupito, rapito dalle mille sfaccettature della vita, delle persone che incontra, delle nuvole sulla cupola di San Pietro. Uno sguardo che ha incantato e sedotto anche me...

    ha scritto il 

  • 5

    La prima volta non si scorda mai...

    E' stato il mio primo libro di Moravia, lo rileggo ogni anno per ricordarmi chi sono e come lo sono diventato, letto in seguito alla fine insensata di un rapporto, diventato una traccia de seguire fino in fondo, è un ritratto, una planata, che racchiude in se un immensa lezione...Bisogna imparare ...continua

    E' stato il mio primo libro di Moravia, lo rileggo ogni anno per ricordarmi chi sono e come lo sono diventato, letto in seguito alla fine insensata di un rapporto, diventato una traccia de seguire fino in fondo, è un ritratto, una planata, che racchiude in se un immensa lezione...Bisogna imparare ad osservare e a trarre benefici a seconda del modo in cui si osserva. Tutto visto da un occhio concupiscente di una persona che si scopre "voyer" della vita, assume il giusto significato, la propria logica intrinseca, tutto tranne la donna, che di razionale e logico non possiede nulla, il cui comportamento è simile ad una sagoma dietro un separè con luce soffusa, così invitante e misteriosa, è un ombra che si nutre della luce dei nostri occhi. Consigliato a chiunque abbia deciso di iniziare a "pensare" e desiderà diventare "voyer" di se stessi dall'interno.

    ha scritto il