L'uomo senza qualità

Di

Editore: Einaudi (Einaudi Tascabili, 465)

4.3
(1108)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 1791 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Spagnolo , Portoghese , Olandese , Svedese

Isbn-10: 8806144685 | Isbn-13: 9788806144685 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Laura Castoldi , Gabriella Benedetti , Anita Rho ; Curatore: Adolf Frisé ; Prefazione: Bianca Cetti Marinoni

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , Cofanetto , Altri , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Filosofia

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Descrizione del libro
Questo capolavoro incompiuto del Novecento, da mezzo secolo al centro di un tormentato lavoro di sistemazione critica e filologica, ora in una edizione che organizza i materiali inediti in una prospettiva capace di illuminare l'architettura segreta del lavoro di Musil.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    Perché leggere ‘L’uomo senza qualità’, un testo lungo e prolisso nella sua struttura, ricco e complesso nella modalità comunicativa e ‘barocco’ nell’impianto, cercando di individuare concetti funziona ...continua

    Perché leggere ‘L’uomo senza qualità’, un testo lungo e prolisso nella sua struttura, ricco e complesso nella modalità comunicativa e ‘barocco’ nell’impianto, cercando di individuare concetti funzionali non solo alla comprensione della realtà sociale, religiosa, economica e politica dell’epoca, ma anche didascalici e certamente universali che inducano il lettore a scoprire il piacere di conoscere questo ‘particolare’ Musil? Quali insegnamenti si possono trarre da un continuo affermare e negare, da una diversità di intenti spesso opposti, da una visione contrastante del dualismo sentimento/intelletto tra il ‘soggetto’ che ritiene di essere e di possedere il segreto della conoscenza e ‘l’oggetto’ che di suo non (rap)presenta nulla se non ciò che emerge da un’analisi legata a vari punti di vista di uno o più interpreti della realtà soggettiva che si fa oggettiva, in un continuo rapporto dialettico e antitetico, per propinare più che per offrire ipotesi non traducibili nella realtà quotidiana di una limitata, anche se variegata, cerchia di ‘fortunati’, esteriorizzando solo il pensiero personale e non quello opportunamente condivisibile e/o realmente condiviso?

    “I tempi erano in movimento...Non si sapeva però in che direzione...Ed era difficile distinguere...le cose in regresso da quelle in progresso.”. Parto da questa osservazione critica e ironica perché in essa si pone in risalto proprio l’instabilità socio/culturale del momento storico, gli eventi, fonte di un ambiguo ed incerto cambiamento, denunciano un doppio aspetto del concetto stesso dell’esistenza in quanto la ‘realtà’ e la ‘possibilità’ non sono da considerarsi solo degli opposti necessari per affrontare il comune senso del vivere, ma, come dice l’autore, “È la realtà che suscita la possibilità”. E, se dall’idea generale si scende nel particolare, si comprende come si senta Ulrich, il protagonista, che, privo del senso della realtà, finisce con il definirsi ‘un uomo senza qualità’ incapace di elaborare un progetto di vita, data l’incertezza nel definire gli obiettivi da perseguire senza affidarsi a qualcosa di più concreto e razionale certamente per lui individuabile nella scienza o nella matematica, discipline ’fredde, aride, severe, anguste e senza prospettive’ che non lasciano spazio né all’immaginazione né alla fantasia e che inducono a pensare: “Noi abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno”.
    Come rimediare, allora, se non nell’impiegar bene, facendolo fruttare, il ‘tempo’ di per sé evanescente? Basterebbe ricorrere a qualche ‘qualità’ nascosta come la ‘curiosità’ che induce Ulrich ad interessarsi al progetto della ’Grande Azione Patriottica o/e dell’Azione Parallela’ che dovrebbe offrire soluzioni degne di nota in una realtà in evoluzione, come si evince da questo concetto: “Lo stato…non è costituito soltanto dalla corona e dal popolo, con l'amministrazione nel mezzo, ma v'è in esso anche un'altra cosa: il pensiero, la morale, l'idea!”. Ma, ci si chiede, quale strano percorso seguire perché ‘il pensiero’ possa realizzare pienamente se stesso ‘nell’idea’ sia passando per ‘la morale’ che tralasciandola alla luce dei due aspetti fondanti della società ‘cultura e capitale’, altresì definiti ‘la vera élite’? Da ciò si evince quanto sia complesso il processo di formazione/costruzione della ’Grande Idea’ frutto dell’uomo che ‘pensa’, il quale, tralasciando il vecchio concetto di ‘ispirazione’ farà uso di quello nuovo di ‘intuizione’, un processo importante in quanto il ‘pensiero’, afferma l’USQ, appare nel contempo sia ‘personale’ che ‘impersonale’, così sta a chi pensa distinguere i due momenti, l’uno che parte dal sé e l’altro che trae origine dall’altro da sé, quindi dall’individuo e dalla comunità ma anche dal singolo al gruppo e viceversa. Al giovane Ulrich, però, manca un riferimento preciso, egli non ha mai considerato se stesso nella totalità della sua figura all’interno di un rapporto di analisi introspettiva atto a fargli scoprire le mille sfaccettature del suo ‘Io’ che esiste, ma che egli non vede perché non ha la capacità di prenderlo in considerazione, in quanto si nasconde dietro la generalizzazione degli eventi per non considerare la personalizzazione degli stessi, per cui lo si sente affermare: “Oggi invece la responsabilità ha il suo punto di gravità non più nell'uomo ma nella concatenazione delle cose. Non s'è notato come le esperienze si sian rese indipendenti dall'uomo?”. Così egli si fa critico nei confronti delle ‘associazioni’, forse perché spesso esse si rivelano prive di una visione reale, mentre agiscono in funzione di idee e di ideali che difficilmente si tramutano in fatti certi e concreti, da qui alla Realpolitik il passo è breve: “…la politica realistica non deve lasciarsi guidare dalla forza dell'idea, ma dalla necessità pratica.”.

    Altro aspetto degno di nota è quello relativo al ‘gioco al rialzo e al ribasso’ che avviene non solo in campo economico, ma che investe anche e soprattutto l’uomo: “...è la storia universale che gioca sempre al rialzo e al ribasso dell'uomo; al ribasso con l'astuzia e la violenza, al rialzo…con la fede nella forza delle idee.”. E in questo gioco non possono non rientrare le azioni ‘costruttive’ e le azioni ‘distruttive’, che rimangono fini a se stesse senza una visione positiva delle novità che si vanno ipotizzando per quei cambiamenti ancora in ‘nuce’, così acquista valore quanto segue: “la differenza fra un'idea che vuole arrivare e un'idea arrivista è quasi inesprimibile”, visto che la prima la si può considerare nel suo essere aperta alla ‘costruzione’, mentre l’atra mira alla ‘distruzione’, per cui viene messa in forse tutta l’Azione che pare rimanere pura utopia. Altro riferimento interessante è il seguente: ”…per quanto possa risalire indietro la storia dell'umanità, si distinguono sempre quei due fondamentali modi di procedere, dell'allegoria e dell'univocità.”, la prima lascia una libertà di pensiero che invita ad andare oltre il percepibile, a volte modificandolo, mentre la seconda rivela un condizionamento che limita l’espressione e l’azione personale anche quella creativa che viene considerata attributo solo della prima, infatti per il nostro ”L'univocità è la legge del pensare e agire lucidamente”, sempre che se ne abbia una concreta capacità, mentre ”L'allegoria...è la logica sdrucciolevole dell'anima” il che lascia presupporre una passionalità d’intenti non comune. In conclusione, sembra che sia realizzabile tanto per gli idealisti quanto per i materialisti, con le debite differenze di approccio all’esistenza stessa, quanto si deduce essere in essa “due grandi metà della vita, allegoria e verità”. Indicativa è, altresì, la considerazione che Ulrich fa sulla ‘legge della vita’ che, ”non è altro che quella dell’ordine narrativo” ordine che egli trova tranquillizzante perché riduce la molteplicità degli eventi ad una ”semplice successione” spazio/temporale, imbrigliandoli in un’unica dimensione, tuttavia, subito dopo egli si risolve ad ammettere che ciò può riferirsi solo al privato, in quanto nel pubblico l’ordine diviene ‘non-narrativo e non segue più un filo’, ovviamente perché viene a costruirsi un ”tessuto dall’intreccio infinito”, a riprova che l’evoluzione di per sé non è mai una e non è mai uguale, altrimenti non potrebbe esistere il progresso.

    Ci sono dei punti di rilievo anche nel dialogo tra i due fratelli, Ulrich e Agathe, che, però, nello scambio di idee sembrano seguire un personale filo logico che non si intreccia quasi mai con quello altrui, ma va di pari passo su binari diversi, comunque sia, degni di nota sono sia l’osservazione sul concetto di “destino”, termine che assume significati diversi nella vita di ciascun individuo in base alle variabili dell’esistenza sia personale che generale e, se la giovane afferma, riferendosi al proprio vissuto: “...i giovani...vorrebbero avere un destino e non sanno che cosa sia.”, puntuale arriva la risposta del freddo studioso: ”Nei tempi che verranno...la parola destino acquisterà probabilmente un significato statistico.” sia la riflessione sulla ‘morale’ che: “comunque la si consideri, è quella del risultato...Il successo non è tuttavia esente da limiti: non si può ancora ottenere qualsiasi cosa per qualsiasi via...Oggi viene ritenuto buono ciò che ci dà l’illusione di portarci a qualcosa... Poiché nel nostro spirito e nella nostra anima è presente una ‘morale del passo successivo.” Altro tema è quello legato alla ‘circolarità degli eventi’ che ruotano intorno all’uomo e non con o per mezzo dello stesso: “Un uomo penetra a forza nel mondo,” presagì “ma d’un tratto il mondo gli fa cerchio intorno, e tutto appare diverso. Il contesto è sparito. È sparita la via dalla quale è venuto e lungo la quale dovrà proseguire”, ecco è proprio il ‘contesto’ la chiave di lettura per illuminare le menti di chi osserva l’evolversi delle singole storie e dei singoli personaggi che, in cerchi più o meno concentrici, ora si sfiorano ora si allontanano, perdendo forza e caratteristica, come avviene per quell’Azione tanto sbandierata che ora viene vista in un ‘contesto’ diverso grazie ad uno ‘spirito’ nuovo.

    Nel complesso mi ha incuriosito il modo in cui Musil passa dal particolare al generale e viceversa nell’esaminare piccole questioni che, ben (ri)maneggiate, possono divenire così universali da renderle comuni a molti di coloro che ritengono di essere loro stessi un compendio universale del singolo sentire, come spiega Ulrich: “Nel momento in cui ti escludi dall’armonia con gli altri, rinunci per l’eternità a sapere che cosa è bene e che cosa è male. Se vuoi essere buono, devi dunque essere convinto che il mondo è buono. E noi non siamo buoni, nessuno di noi due lo è. Viviamo in un’epoca in cui la morale o è in dissoluzione o ha le convulsioni”. Quindi sembra lapalissiano il passaggio in cui egli fa scivolare verso l’immoralità quella moralità che è così vacillante da non offrire una risposta certa, la prima diviene, quindi, necessaria alla seconda per darle la spinta utile a non cadere in trappole fin troppo scontate.

    “La nostra epoca è tutta un traboccare di dinamismo. Non chiede più pensieri, vuole esclusivamente azioni. Questo tremendo dinamismo ha un’unica matrice, il nostro non aver nulla da fare. Interiormente intendo. Ma alla fine anche esteriormente ciascuno di noi ripete per tutta la vita la stessa e identica azione.”

    ha scritto il 

  • 0

    Ci vorrebbe un’idea (commento inconcludente che non può fare a meno di dilungarsi a proposito di un’opera incompiuta di circa 1500 pagine)

    Nella mia agenda lunedì 9 gennaio è cerchiato di rosso. L’appuntamento è con il gruppo di lettura virtuale che proprio in questa giornata comincerà la lettura dell’Uomo senza Qualità di Robert Musil.
    ...continua

    Nella mia agenda lunedì 9 gennaio è cerchiato di rosso. L’appuntamento è con il gruppo di lettura virtuale che proprio in questa giornata comincerà la lettura dell’Uomo senza Qualità di Robert Musil.
    Il gruppo, baldanzoso e pieno di aspettative si posiziona, pertanto, sulle linee di partenza.
    Dei trenta iscritti iniziali rimangono in dieci a mettersi in gioco [Acrasia; Agnes; alicebv; cristinac: dagio_maya; Gabbiano; gufo_bufo; Norge; Rosenkavalier ; Struwwelpeter; ktulu81]. Qualcuno tra loro è alla seconda lettura.
    La situazione è ben chiara a tutti da subito: l’USQ non è opera immediata.
    Le probabilità che usciremo dalla lettura con la sensazione di non averci capito molto ci viene confermata dai testimoni reduci.
    Cosa ci spinge a farlo? Sarà sadismo e semplice vanità nel voler annoverare anche questa “preda” nel carniere delle letture?
    Qualsiasi sia la motivazione si parte….
    A rileggere i primi post di commento viene quasi tenerezza. Il romanzo si apre con una narrazione abbastanza classica e lineare presentando già dei temi che ci appaiono importanti ma basterà solo aspettare la settimana seguente perché si inizi a presagire quale sarà l’andamento di questa lettura; a riassumerlo basta una parola: discontinuo.
    E’ un’intermittenza (che ovviamente ogni lettore vive con i propri tempi) che alterna passaggi di spessore a pagine e pagine in cui i discorsi si torcono e dimenano per uscire da un oscuro pantano in cui sono invischiati. Quelli sono momenti in cui non ho potuto fare a meno di giudicare Musil un intellettuale elitario, ossia, con il preciso intento di escludere, di voler parlare solo a chi conoscere e non essere messaggere che fa conoscere.
    La storia in sé dell’USQ è – per controparte- semplice in modo quasi sbalorditivo rispetto alla serie di riflessioni che contiene. Per la sinossi succinta rimando qui: http://www.mangialibri.com/libri/luomo-senza-qualit%C3%A0

    Insomma, detta così, ci si potrebbe ingannare pensando che l’unico inghippo di questo libro sia rappresentato dalla mole di pagine.
    In realtà, la complessità è data dell’intrico di riflessioni- di stampo in prevalenza filosofico- che s’ingarbugliano.
    Capita d’intravedere il capo di un filo e lo si cerca di afferrare salvo scoprire poi che a nulla porta se non di qualche passo indietro. La sensazione, allora, è un po’ quella infantile dell’abbandono: papà ci ha portato nel bosco a fare legna (che bello!) ma poi appena ci siamo girati eccoci qui abbandonati mentre calano le tenebre…

    Ecco cosa dice, a tal proposito, Giorgio Manacorda su Repubblica
    (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1991/01/26/musil-sale-in-cattedra.html):

    ” è come l'esplosione in una serra. Sembra quasi un'implosione. Tutto deflagra all'interno dell'individuo prima di saltare in aria nella prima guerra mondiale. Questa silenziosa e incontenibile, gigantesca esplosione interiore, ha un nome: il disagio della perdita del senso, il franare non di una visione del mondo, ma di qualsiasi visione del mondo. La nevrosi del non-senso va in metastasi e diventa il clima del tempo, la coltura da cui i germi della malattia intaccano e promuovono, informano di sé, ogni attività creativa.”

    La confusione è tale da doversi continuamente chiedere: ma questo è un saggio o un romanzo? Pare sia entrambe le cose.
    Uno dei punti sicuri è che Musil esprime il disagio per una contemporaneità che parcellizza il reale. Quindi c’è un fastidio che si evolve in non accettazione per una società che attribuisce a tutti un ruolo specifico.
    La letteratura è strumento per rifiutare di essere etichettati a partire dall’incasellamento stesso in un determinato genere. Probabilmente nelle intenzioni iniziali doveva esserci un equilibrio tra epos e saggio ma il risultato sembra avvicinarsi maggiormente ad una geniale confusione.
    Musil tramite Ulrich, d’altra parte, dichiara da subito di voler vivere al congiuntivo (vedi in particolare: Parte prima, capitolo 4 “Se esiste il senso della realtà, deve esistere anche il senso della possibilità”). L
    a realtà è evidente ma statica. Vedere il ventaglio di possibilità significa mettersi in rapporto creativo con il reale. Questo è l’atteggiamento che non sta solo nell’intreccio narrativo ma si dirama dalla genesi stessa dell’opera che sappiamo essere stata titolata diversamente (“La casa senza dirimpetto”, “Lo spione”, “Il redentore”, “la sorella gemella”) a seconda delle diverse prospettive. Lo stesso Ulrich nelle differenti versioni si chiamava prima Achilles, poi Alexander ed infine Anders (=diverso).
    Abbandonarsi alla dimensione creativa data dal senso di possibilità, rifiutare di avere un ruolo prestabilito e credere che la pura razionalità del reale sia un paraocchi: questo determina un uomo senza qualità. L’assenza di qualità, in quest’ottica, è dunque un pregio dato che si permette di avere davanti a sé più percorsi aperti.
    Questo principio- personalmente- è tra i più affascinanti dell’opera ma è anche l’origine di una sua contraddizione. Musil con questo pensiero si posiziona come “rivoluzionario” nella misura in cui vuole scardinare punti di vista e atteggiamento della borghesia austro- ungarica tradizionale. Ma, come dice Claudio Magris:

    ” Ma quest’avversione di Musil, lungi dall’essere rivoluzionaria, è piuttosto di marca conservatrice e reazionaria, e ha ragione il Mittner di definirlo «un conservatore ad oltranza». Musil stesso si definí «ein Unzufriedener», uno scontento incapace di scegliere. È appunto questa inettitudine che rivela quanto il modernissimo scrittore fosse lontano dallo sviluppo del pensiero etico-politico moderno. Egli recava in sé il peso di un tradizionale distacco austriaco dell’intellettuale, dello scrittore, dall’impegno politico-sociale. Egli conosce soltanto il momento negativo della vita politica, la protesta e il rifiuto; non l’attività costruttiva”.

    Questa intenzione di non- impegno mi è parsa evidente nel racconto con il suo completo ignorare il tessuto sociale del popolo. Per spiegarmi meglio devo ricorrere ancora a Magris:
    ”(…) il suo Ulrich, uomo senza qualità, non è forse l’ultimo discendente di tutti i personaggi della letteratura austriaca incapaci di agire e d’inserirsi vigorosamente nella storia? Selvaggiamente libero e nudo di fronte a se stesso da un lato, Ulrich è d’altro canto la versione contemporanea dell’alienato suddito absburgico, tagliato fuori dall’impegno vitale e dalla responsabilità storica. Perché in lui Musil ha sí distrutto le vecchie inibizioni e le vecchie censure, dandogli una spietata sincerità, ma lo ha in un certo modo sottratto alla storia, senza infondergli la capacità di inserire questo suo impegno di verità in un tessuto sociale o semplicemente umano. “.
    Musil ci racconta il cammino intellettuale di un uomo socialmente inserito in quella stessa borghesia capitalistica e burocratica da cui si sente alienato e che- incapace di abbracciare la vera azione- trova rifugio nel suo alter ego: la sorella gemella Agathe con cui compie un viaggio simbolico nel Regno Millenario. Musil/Ulrich, insomma alla fine sceglie di ripiegare sul mondo interiore ondeggiando tra erotismo e misticismo.
    I personaggi sono svariati ma prevalgono sicuramente le donne che all’interno del gruppo di lettura sono state oggetto di discussione.
    Io, personalmente, ho trovato un nota misogina (seconda altri attribuibile più al pensiero contemporaneo che ad una reale intenzione di denigrare le donne) poiché se è vero che nell’USQ ogni personaggio è emblema di un carattere o un ruolo sociale, la femminilità, in particolare si riduce a delle varianti riconducibili- in diverse forme- allo stesso tema: il sesso. Leona, Bonadea, Clarisse, Ermelinda Tuzzi (che Ulrich significativamente ribattezza Diotima, come la maestra dell’eros di Socrate), Rachel, Agathe.
    Tutte donne che definiscono il percorso di Ulrich. Donne funzionali al suo cammino.
    Mi sono dilungata molto in questo strampalato commento che forzatamente tralascia tanto. Tantissimo. Tutto.
    Ma non é possibile fare un’analisi soddisfacente. Non solo perché la materia è molta ma perché per me- e non mi sento da
    sola in questa posizione! - è impossibile cogliere tutto.
    Forse ci voleva più Nietzsche. Forse più conoscenza della storia e della letteratura austro-ungarica.
    O forse non sarebbe comunque bastato.
    Rimane il rimpianto per non aver colto molte cose.
    Consola la consapevolezza che qui non c’è un centro, un tema univoco e conduttore.
    Pretendere di trovarlo sarebbe una ricerca vana, come quella del personaggio più goliardico dell’opera: il generale Stumm.
    Invaghitosi di Diotima si dedicherà alla ricerca di un’idea unificatrice che dia un senso all’Azione parallela e al suo esistere.
    Una ricerca permanente come L’uomo senza qualità: opera incompiuta, cantiere sempre aperto nel mondo della letteratura.

    Grazie ancora a tutte le compagne ed i compagni di questo viaggio!

    ha scritto il 

  • 5

    Il più lungo certificato di morte mai scritto

    [Commento dal quale non si ricaverà granchè e vorrei anche vedere]

    Avrei voluto scrivere una confutazione della sintesi che Bobi Bazlen fece dell'USQ per Einaudi, valutandone una sua possibile pubblic ...continua

    [Commento dal quale non si ricaverà granchè e vorrei anche vedere]

    Avrei voluto scrivere una confutazione della sintesi che Bobi Bazlen fece dell'USQ per Einaudi, valutandone una sua possibile pubblicazione:

    1°) troppo lungo
    2°) troppo frammentario
    3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
    4°) troppo austriaco.

    Dal momento che l'egregio Bazlen ha ragione su tutti i punti, ho poco da confutare.

    [per completezza, Bazlen poi scrive "Dopodiché ti succede che attraverso questi interminabili dialoghi, saggi, trattati, feuilletons – e dopo di esserti abbondantemente irritato e annoiato –, ti si formi lentamente un mondo vivissimo, le persone (delle quali credevi di conoscere principalmente i pensieri astratti, ecc.) assumono lentamente una densità ed una plastica da grandissimi personaggi da romanzo, che l’azione, della quale non ti sei accorto, fila che è un gusto, e che non ti sei annoiato, ma che ti sei divertito, che hai compartecipato, che per due mesi sei vissuto in parte di quel mondo, e che ti sei innamorato di Agathe, sorella dell’uomo senza qualità. E non ti ho detto di cos’è il miracolo di quella ragnatela che si forma lentamente con i fili tirati tra l’idea a pagina x di un volume, e quella a pagina y di un altro – e dell’immenso senso del giuoco politico, e del paesaggio"]

    Innanzi tutto, è veramente troppo lungo, per essere il certificato che attesta in forma definitiva la morte dell'Austria-Ungheria, la monarchia bicipite, il K.u.K., cadavere sfuggente ed ingombrante la cui data di decesso è disputata, chi dice 1918, chi dice 1938, chi vuole fare il saputello e si spinge indietro fino a Sadowa, al 1866.
    Per Musil quel mondo era già morto all'epoca della prima stesura, nel 1930, senza bisogno di aspettare i becchini rossobruni che si sarebbero fatti vivi solo più tardi, accolti dal popolo festante.

    E' troppo, ma veramente troppo austriaco. Se non si hanno dei rudimenti (o anche qualcosa di più) di storia del contesto politico e sociale dell'Austria (e dell'Europa in generale) del periodo, molti passaggi risultano incomprensibili.

    Ma soprattutto, è troppo frammentario e lento, una sovrapposizione di stili e modi nella quale è facile smarrirsi, spazientirsi, tra una conversazione inutile e un minisaggio saccente, impeccabile e narrativamente inconsequenziale su un argomento a scelta preso dalla pressocchè inesauribile erudizione dell'autore.

    Aber.

    Se si accetta che una lettura, anche fatta col massimo impegno, non può condurre che a una scalfittura della superficie. Che non tutto si capirà, che non tutto piacerà, che molto si perderà.
    Se, musilianamente, si accetta che non si ricaverà granchè dalla lettura di un libro di oltre 1300 pagine (scritto da un austriaco morto, che non finisce, che parla di un mondo scomparso, che se lo racconti al bar sotto casa ti chiamano un TSO), questo libro somiglia a quell'ascia di cui parlava Kafka.

    Il romanzo somiglia a un'autoanalisi, di Musil su se stesso, del mondo austriaco e della civiltà europea tra le due guerre su loro stessi (attraverso Musil, il prisma onnipresente).
    La lettura ha avuto anche su di me l'effetto di un'autoanalisi. Come forse tutte le autoanalisi, riesce ad essere al tempo stesso spietata e indulgente, acuminata e distratta, urticante e consolatoria.
    Lascia la strana sensazione che molto di quel che leggi ti riguardi da vicino e, trattandosi di un personaggio come Ulrich, la sensazione non è necessariamente piacevole.
    Ha una sorprendente attualità, proprio nel senso giornalistico, dell'oggi, di troppe cose scritte e pensate da Musil per un'Europa deceduta di morte violenta oltre 70 anni fa.

    Azzardando a tirare una qualche conclusione, peraltro sicuramente rozza e destinata a cambiare significativamente a una seconda lettura, direi che quel che mi rimane è il dissidio di Ulrich tra la sua razionalità e il desiderio di non perdere la sua imperfetta, irrazionale umanità, pur sapendo che la sua umanità non lo porterà da nessuna parte (e del resto, nemmeno la sua razionalità).

    Ulrich non crede veramente a niente, sa che è l'atteggiamento razionalmente giusto, ma in fondo nemmeno lui si può accontentare.
    Come diceva Camus, il problema principale dell'uomo è di poter concepire l'infinito, essendo una creatura finita.

    Per mille sentieri nascosti tra salotti inconcludenti e personaggi ridicoli, chiacchiere fatue e riflessioni oscure, si trova una profonda analisi dellla difficoltà dell'uomo contemporaneo di accettare la provvisorietà di tutto il proprio mondo, fisico e morale, l'impossibilità di convivere con la continua ridefinizione del mondo ad opera di un sapere sempre più specialistico e incomprensibile ai non esperti, la perdita del senso complessivo dell'esperienza umana in un precipizio di dati, analisi, teorie tra loro inconciliabili. L'inutilità della politica.

    Molti personaggi non reggono e si rifugiano in un'illusione di salvezza, che può avere la forma di una metafisica corrotta e volgare (Meingast), di uno pseudoideale politico che semplifica e liquida nel Blut und Boden gli attriti della modernità (Hans Sepp), del vacuo ideale dell'arte senza ispirazione e senza sudore (Walter). Oppure, sprofondano nella follia, come Clarisse.

    D'altra parte, sembra altrettanto insoddisfacente e metafisica la conclusione di Ulrich, per cui l'uomo ha la necessità di perseguire una superiore unità di ragione e istinto ("altro stato", "intuizione cosciente"), che rimane però irraggiungibile e indicibile, come ogni metafisica che si rispetti (e che fin lì Musil-Ulrich aveva ridicolizzato). Se sia veramente questo quel che l'autore tentava di dire, la sintesi cui mirava, non lo sapremo mai, perchè Musil morì prima di concludere.

    Forse Musil accettava, come e più di Ulrich, l'impossibilità di tenere insieme i tanti miti di cui la nostra anima è affollata fin dalla notte dei tempi con la ragione che ci suggerisce di diffidare di quelle favole, su cui è stata costruita molta poesia e altrettanto orrore. Constatata l'aporia, Musil si rifugia spesso nell'ironia, a volte tagliente, a volte consolatoria.

    Forse, come dice Magris (nel capitolo sul libro che sta ne L'anello di Clarisse), l'USQ era destinato fin dall'inizio a non poter finire, è un insieme di frammenti scritti che pretende di descrivere le immagini prodotte dai frammenti in perenne movimento di quel caleidoscopio malcongegnato che è la vita.

    ha scritto il 

  • 0

    musil,
    *_l'uomo senza qualità_ a cura di micaela latini, traduzione di irene castiglia
    *_il giovane torless_ traduzione di andrea landolfi
    * _congiungimenti_ traduzione di giovanni spagnoletti
    newton ...continua

    musil,
    *_l'uomo senza qualità_ a cura di micaela latini, traduzione di irene castiglia
    *_il giovane torless_ traduzione di andrea landolfi
    * _congiungimenti_ traduzione di giovanni spagnoletti
    newton compton editori, i mammut gold
    1373 pagine
    febbraio 2017
    ISBN 9788822701466 (che purtroppo è lo stesso di tutti i mammut gold, venduti a coppie a 9,90 euro)

    ha scritto il 

  • 3

    5 anni

    ho impiegato 5 anni per finirlo. Il timing, come ogni cosa, è fondamentale per la lettura. Il romanzo, come tutti sanno, è incompiuto, e, sinceramente questo senso di incompiutezza aleggia in tutte l ...continua

    ho impiegato 5 anni per finirlo. Il timing, come ogni cosa, è fondamentale per la lettura. Il romanzo, come tutti sanno, è incompiuto, e, sinceramente questo senso di incompiutezza aleggia in tutte le oltre 1100 pagine del libro, dando ad esso una veste più critica che narrativa. La trama è debole ed i personaggi non sembrano essere umani, quasi una sorta di spettri, sfruttati come pedine per esporre teorie sociologicamente e psicologicamente impeccabili. Lo stile è magnifico, il libro è scritto in maniera mirabile, ma non è un romanzo: Quello che sorprende comunque è l'incredibile sagacia e la visione del mondo, e delle cose che ha Musil soprattutto rispetto ai fatti storici del primo 900.

    ha scritto il 

  • 5

    Il libro con tanta qualità

    Grandiosa lettura, che merita un indiscusso 5 stelle.
    Molto si legge bene dalle recensioni di altri anobiani e dunque, anche per mia inferiore capacità, evito di ripetere. Io ci trovo un tratto comune ...continua

    Grandiosa lettura, che merita un indiscusso 5 stelle.
    Molto si legge bene dalle recensioni di altri anobiani e dunque, anche per mia inferiore capacità, evito di ripetere. Io ci trovo un tratto comune con la montagna incantata perché certo, è vero che descrive la fine di un mondo e di un modo di essere di carattere sociale, ma parla anche di una crisi che non è solo sociale ma individuale, perché si tratta dell’inadeguatezza di un singolo individuo (forse preveggente rispetto agli altri, d’accordo, ma pur sempre solo con se stesso e suoi dubbi, che sono principalmente esistenziali) e dunque atemporale e astorica e asociale.
    [qui fischi e pernacchie da parte del pubblico, ok]
    La lettura non è agevole, ma non vuole esserlo. Anche tenendo conto della biografia e della formazione dell’autore, mi sono persuaso che con il suo stile secco e preciso, analitico, può essere profondamente apprezzata solo da uno spirito scientifico. Più volte mi è venuto un flash mentre leggevo, che sembra quasi un enorme paper, una pubblicazione scientifica intendo, sottoposta a un comitato di esperti, revisionata più e più volte alla ricerca della massima chiarezza espositiva, quasi un tractatus alla wittgenstein (ma 20 di seguito!)

    ha scritto il 

  • 5

    attività compulsiva lettura

    mi è stata appena diagnosticata dal mio medico, mi ha prescritto un po' di Musil per dormire, dice che fa miracoli (non più di venti gocce al giorno però).

    Fortuna che da domani avrò un sacco da fare ...continua

    mi è stata appena diagnosticata dal mio medico, mi ha prescritto un po' di Musil per dormire, dice che fa miracoli (non più di venti gocce al giorno però).

    Fortuna che da domani avrò un sacco da fare al lavoro

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    -Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede ...continua

    -Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev'essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità. Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com'è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è.
    -L'abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere sessuale, carattere conscio, carattere inconscio, e forse anche privato, li riunisce tutti in sé, ma essi scompongono lui, ed egli non è che una piccola conca dilavata di quei rivoli, che v'entrano dentro e poi tornano a sgorgare fuori per riempire insieme ad altri ruscelletti una conca nuova. Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e questo altro non è se non la fantasia passiva degli spazi non riempiti;
    -Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio.
    -La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l'essenziale accade nell'astratto, e l'irrilevante accade nella realtà.
    -Certi interrogativi sono stati tolti dal cuore degli uomini. Per i pensieri sublimi hanno creato qualcosa come degli stabilimenti di pollicoltura, che si chiamano letteratura, filosofia o teologia, e là i pensieri si riproducono a modo loro, senza controllo, il che va benissimo perché con una tale proliferazione nessuno si rimprovera più di non occuparsene personalmente.
    -Se per varie circostanze storiche non fosse sorto a tempo opportuno un sistema burocratico religioso con funzione politica, oggi della fede cristiana non rimarrebbe neanche la traccia.
    -Un uomo senza qualità non dice di no alla vita, dice "non ancora!" e si risparmia.
    -Quel segreto consiste nel fatto che non è lecito permettersi tutto. Un'epoca in cui tutto è permesso ha sempre reso infelici coloro che vivevano in essa. Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa. La felicità senza limiti non esiste. Non v'è grande felicità senza grandi divieti. Anche negli affari non si può correr dietro a qualunque profitto, se no non si approda a nulla. Il confine costituisce l'arcano del fenomeno, il segreto della forza, della fortuna, della fede e del problema di sostenersi, uomo microscopico, nell'universo sconfinato.
    -I migliori e più evidenti successi dell'intelletto umano si sono avuti quasi solo quando esso sta alla lontana da Dio. Ma il pensiero che lo tentava disse: "E se questa libertà da Dio non fosse altro che la via moderna verso Dio?"
    -Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?
    -La morale è coordinare ogni stato momentaneo della nostra vita con uno stato durevole!

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