José A. Osorio Lizarazo (1900-1964), colombiano, di Bogotà, è uno dei più stratordinari, quanto sconosciuti, scrittori del Sudamerica. Con la sua prosa, niida ed quilibrata, talora crudelmente nuda e penetrante, ha dato vita ad indimenticabili descri Continue
José A. Osorio Lizarazo (1900-1964), colombiano, di Bogotà, è uno dei più stratordinari, quanto sconosciuti, scrittori del Sudamerica. Con la sua prosa, niida ed quilibrata, talora crudelmente nuda e penetrante, ha dato vita ad indimenticabili descrizioni della miseria delle periferie urbane, degli agglomerati degli extramurros, della vita notturna bogotana degli anni Venti e Trenta e delle sue recondite miserie. Sotto la superficie però di questa prosa levigata, palpita un tremendo patetismo che, nell'evocazione della miseria umana e di tutte le ignomie dell'esistenza, si innalza, sul piano creativo, ad una specie di compostezza stoica. Diversamente dal suo connazionale, Gabriel García Márquez, per il quale certamente ha costituito un modello, si rivela, per le sue peculiarità stilistiche, uomo di terra fredda, quanto l'altro è, con tutta evidenza, calentano, tropicale. La scrittura di Osorio Lizarazo si satura della melanconia brumosa dell'altopiano, quanto dell'ambiente medio borghese della città della sua infanzia. Queste due componenti si intrecciano in questo romanzo nel quale il protagonista, un adolescente, Ambrosio Múnera, fuggito dalla tirannia paterna, compie, in una miniera d'oro, il suo apprentissage di macho.