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Laços de família

By Clarice Lispector

(14)

| Paperback | 9788532508133

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Book Description

A Clarice Lispector se aplica, mais do que a nenhum outro escritor brasileiro, aquilo que em si próprio detectava o escritor argentino Julio Cortázar, como um estranhamento, el sentimento de no estar del todo – a sensação de não pertencer, descrita p Continue

A Clarice Lispector se aplica, mais do que a nenhum outro escritor brasileiro, aquilo que em si próprio detectava o escritor argentino Julio Cortázar, como um estranhamento, el sentimento de no estar del todo – a sensação de não pertencer, descrita por Clarice: "Tenho certeza de que no berço a minha primeira vontade foi de pertencer... de algum modo devia estar sentindo que não pertencia a nada nem a ninguém... Quem sabe se comecei a escrever tão cedo na vida porque, escrevendo, pelo menos eu pertencia um pouco a mim mesma."

O desajustamento crônico às pessoas, ao círculo social, às correntes literárias, ao casamento, ao próprio amor foi uma constante na vida da menina russa exilada que se transformou numa das maiores expressões da literatura brasileira. Clarice alternava sua produção de romances, crônicas, livros infantis com contos. Nestes se mostrou uma mestra incomparável.

Laços de família, publicado pela primeira vez em 1960, e reeditado pela Rocco dentro do projeto que incluiu novo padrão gráfico e revisão da obra de Clarice pela especialista em crítica textual Marlene Gomes Mendes, é um tesouro da ourivesaria literária. São treze contos, hoje tidos como clássicos. Entre eles, os festejadíssimos "Amor", "O crime do professor de Matemática", "O búfalo" e "Feliz aniversário", adaptado para a televisão por Ziembinsky.

Neles os personagens são sempre surpreendidos por uma modalidade perturbadora do insólito, no meio da banalidade de seus cotidianos. Clarice cria situações onde uma revelação, que desconstrói e ameaça a realidade, desvela a existência e aponta para uma apreensão filosófica da vida. Em Laços de família, Clarice aprofunda sua técnica narrativa em uma abordagem quase fenomenológica.

Trata a solidão, a morte, a incomunicabilidade e os abismos da existência através da rotina de dona-de-casa ("Devaneio e embriaguez duma rapariga", "Amor", "A imitação da rosa"), do mergulho trágico em uma festa familiar nos 89 anos da matriarca ("Feliz aniversário"), da domesticação da natureza mais selvagem das mulheres ("Preciosidade", "O búfalo"), ou dos pequenos crimes cometidos contra a consciência, como o drama do professor de Matemática diante do abandono e da morte de um animal. São lições de vida na prosa definitiva e transcendente de uma sacerdotisa da nossa literatura.

21 Reviews

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  • 1 person finds this helpful

    La prima cosa che noti, quando hai in mano questo libro, è l'immagine di copertina: una foto della scrittrice con il suo sguardo elegante, altero, distaccato. Ed è esattamente la prima sensazione che provi non appena finisci di leggere anche l'ultimo ...(continue)

    La prima cosa che noti, quando hai in mano questo libro, è l'immagine di copertina: una foto della scrittrice con il suo sguardo elegante, altero, distaccato. Ed è esattamente la prima sensazione che provi non appena finisci di leggere anche l'ultimo racconto. C'è una gelida freddezza che attraversa ogni parola, uno sguardo impietoso del mondo, che quasi indispettisce ed allontana il lettore.
    Ma la verità è che quel distacco è solo apparente. Piuttosto, forse, funzionale.
    La Lispector ha una capacità di scrittura notevolissima, originale, elegante e spiazzante. Ma non è una scrittura che si rivela immediatamente. Tutto è sfumato, graduale. Ciò che rimane è solo l'essenziale.
    Alcuni racconti sono di una bellezza spietata e fulminea. Altri richiedono più tempo ed attenzione - tanto è ricco il linguaggio, evasivo, allusivo - per essere compresi, e finalmente amati.
    E alla fine scopri che, dopotutto, dietro quell'immacolata e accurata superficie di ghiaccio spunta fuori un brulicare feroce e straordinario di vita e di vite, che si muovono all’interno dei loro legami familiari e del mistero delle loro infinite possibilità.

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    Lola said on Aug 15, 2014 | Add your feedback

  • 3 people find this helpful

    Lispector

    Una grande scrittrice, poco conosciuta in Italia, ma considerata la maggiore scrittice brasiliana del Novecento. Ucraina naturalizzata brasiliana, viaggiò molto oltre a parlare più lingue, e si sente. La sua scrittura è forte, originale, intensa, coi ...(continue)

    Una grande scrittrice, poco conosciuta in Italia, ma considerata la maggiore scrittice brasiliana del Novecento. Ucraina naturalizzata brasiliana, viaggiò molto oltre a parlare più lingue, e si sente. La sua scrittura è forte, originale, intensa, coinvolgente. La si apprezza ancora di più se si è donne a mio parere. Legami familiari è costituito da 13 racconti che evidenziano quello che di nascosto e misterioso avviene dietro le porte di casa nelle opprimenti interazioni tra i membri che vi abitano e dentro i loro animi tormentati.
    "..Perfino tagliare i propri difetti può essere pericoloso, non si sa mai quale sia il difetto che sorregge il nostro edificio intero.." (da una lettera a un'amica)

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    Estrella said on Oct 30, 2013 | 3 feedbacks

  • 3 people find this helpful

    ascoltando radio padania sento un ascoltatore che dice
    "io nei bar dove vado non trovo mai il corriere della sera

    e mi fa piacere perché vuol dire che in quei bar non ci sono
    comunisti"
    (saranno state le 18.50, 15 gennaio 2013)

    mi hanno tanato ...(continue)

    ascoltando radio padania sento un ascoltatore che dice
    "io nei bar dove vado non trovo mai il corriere della sera

    e mi fa piacere perché vuol dire che in quei bar non ci sono
    comunisti"
    (saranno state le 18.50, 15 gennaio 2013)

    mi hanno tanato subito, ho pensato
    niente, domani, sul treno io tiro fuori critica marxista

    e se qualcuno mi dice qualcosa strizzerò l'occhio e
    se attacca bottone gli spiego come funziona l'editoria

    italiana. a me adesso il corriere della sera non me la fa più
    se devo dare dei soldi a dei comunisti

    io i soldi li schiaffo nel salvadanaio che ho in cucina
    la mia cucina

    e poi tra qualche mese me li spendo all'ikea
    perché anche l'ikea, ma adesso sto spifferando troppo

    e non voglio rubare la scena a nessun pifferaio

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    [radek] said on Jan 15, 2013 | 3 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    In questo libro i racconti rispecchiano la realtà della vita quotidiana come il bisogno di uscire dalla monotonia,il desiderio di libertà fuggendo da certi legami familiari,il bisogno di amare e di essere amati,l'incapacità di colmare i silenzi con l ...(continue)

    In questo libro i racconti rispecchiano la realtà della vita quotidiana come il bisogno di uscire dalla monotonia,il desiderio di libertà fuggendo da certi legami familiari,il bisogno di amare e di essere amati,l'incapacità di colmare i silenzi con le parole....ed è con queste storie che l'autrice scava nell'animo dei suoi personaggi e lo fa bene,con maestria.
    Ed allora se ho apprezzato il libro,perchè mi ha presa questa tristezza,questo quasi senso di fastidio?
    Quale particolare significato ho trovato nelle parole della Lispector?
    L'unica risposta che mi sono data è che forse lo scopo di una tale lettura sia proprio quello di far aprire gli occhi del lettore davanti alla sua quotidianità,analizzarla e verificare se ha un senso,capire quindi la differenza tra verità e finzione ed è per questo che apprezzo le pagine di questa autrice,pagine che possono essere crude ma inevitabilmente vere.

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    Auta49 said on Nov 22, 2011 | Add your feedback

  • 5 people find this helpful

    In questi racconti e anche leggendo quella sorta di postfazione che è “Superflue spiegazioni” - con cui termina “Legami familiari” - nella quale la Lispector accenna alle “fonti” che hanno ispirato i singoli racconti, si ha l’impressione che la L., ...(continue)

    In questi racconti e anche leggendo quella sorta di postfazione che è “Superflue spiegazioni” - con cui termina “Legami familiari” - nella quale la Lispector accenna alle “fonti” che hanno ispirato i singoli racconti, si ha l’impressione che la L., nella sua scrittura e nella sua immaginazione, sia dominata da impulsi profondi e sotterranei da cui sembra quasi venire inconsciamente guidata. Ciò pur nell’assoluto controllo e nell’assoluta padronanza del “gesto” narrativo intendendo il possesso di una capacità di scrittura notevolissima, originale, fluente e spiazzante.
    E’ come se il suo sguardo penetri inesorabile dentro tracce mnestiche che si porta dentro e ne svela la loro natura recondita: oscura e inquietante, in un certo senso persino spaventosa, come lei stessa ammette quando parlando del racconto “Il bufalo” dice: “Un giorno l’ho riletto e ho provato malessere e spavento” (pg.121)
    I racconti della L. sono visivamente degli scavi. E’ come se la L. aprisse uno scavo e ci facesse vedere che cosa si nasconde dentro questo scavo. Non ha nessun rilievo la “storia” dello scavo, né tanto meno il “futuro” dello scavo, anche perché si capisce bene che questi scavi non hanno neanche una speranza di futuro. E’ guardare dentro lo scavo che interessa alla L. ed è là dentro che porta anche noi. Non sono resti archeologici che troviamo in questi scavi, bensì essi ci appaiono come luoghi tombali, di cui mantengono la gelida freddezza marmorea, ma che dietro la levigata, tersa, immacolata superficie della lastra, nascondono un brulicare feroce e talora terribile di vita e di vite che vorrebbero uscire da quella tomba, vorrebbero liberarsi e liberare quelli e soprattutto quelle (perché la L., in questi racconti, appare una scrittrice molto femminile: per la sensibilità, per i personaggi, per lo stile) a cui appartengono.
    Ma questo non accade. Queste vite restano nello scavo in un ribollire muto e anestetizzato, in attesa del prossimo tentativo di riemersione.
    Il modo di gestire la “forma” racconto della L. è esemplare. Perché, di norma, un racconto non deve avere un prima e un dopo, bensì deve impressionare sulla pagina un fotogramma, deve essere la visione di una cosa, magari minore, banale, quotidiana, ma di quella sola cosa. Ed è questo che la L. fa.
    Ma da “quella sola cosa”, il più delle volte minore, banale, quotidiana, la L. ricava e suscita mondi che si aprono su scenari di esistenza e di esistenze assai più vasti di “quella sola cosa” di cui si sta parlano e ciò soprattutto per le implicazioni interiori, profonde, umane e disumane che essi hanno.
    Il titolo “Legami familiari” di questa raccolta non è casuale e, al di là di essere anche il titolo di uno dei racconti è, in realtà, quanto mai appropiato
    nel rendere l’insieme della tematica comune a questi 13 racconti
    In tal senso l’originale in portoghese “Laços de família” che, tradotto in modo meno linguisticamente appropiato, ma più crudamente letterale starebbe per “lacci familiari”, rende ancor meglio l’intenzionalità comune a questi racconti.
    Perché il tema ricorrente sono quelle cose misteriose e, al contempo, sordamente oscure, opache, per non dire crudeli che sono appunto i “legami familiari”, dove legami, qui, è tutt’altro che foriero di tenerezza. Al contrario è un nodo scorsoio al quale si rischia di restare impiccati, se non lo si è già impiccati senza essersene neanche accorti. Le famiglie della L. sono delle prigioni micidiali, dove ognuno è solo con se stesso. Nelle quali e dalle quali non ci si slega neanche a morire, salvo buttarsi a capofitto nelle profondità della propria anima per cercarvi rifugio e spiegazioni ma dove, per contrasto,
    osservandosi spietatamente, si avverte ancora di più la desolazione e l’orrore della propria situazione.
    E ammiro questa scrittrice da questo punto di vista, perché la L. è lontana anni luce dall’abusata e consunta retorica della “solarità” dei personaggi e delle famiglie che abitano tanta letteratura sudamericana e brasiliana in particolare, pur ambientando luoghi, personaggi, eventi in quel mondo, in cui lei era cresciuta e viveva.
    Perché quello di cui parla la L. in “Legami familiari” è tutto vero, anche in Brasile.
    E perciò ha ragione secondo me chi ha detto che nella letteratura brasiliana bisogna parlare di un’era prima della L. e di un’era dopo la L.: “La scrittrice francese Helene Cixous arriva ad affermare che nella letteratura brasiliana vi è uno stile A.C. (Antes da Clarice - Prima di Clarice) e D.C. (Depois da Clarice - Dopo Clarice).(Fonte: “Clarice Lispector” in Wilkipedia ) e, non a caso, A. Tabucchi, nella quarta di copertina, la definisce “forse la maggiore scrittrice portoghese di questo secolo”; (intendendo ovviamente il ‘900)
    E nel fare queste considerazioni non si può non tener conto che C. L. nacque in Ucraina da una famiglia ebrea (in casa sua crebbe parlando yddish) e pur essendosi trasferita in tenerissima età in Brasile, queste sue origini qualcosa sicuramente vogliono dire.
    Venendo nel merito dei singoli racconti, ve ne sono alcuni che sono di una bellezza spietata e carichi di un humor “nero” divertentissimo e, al contempo, raffinato, elegante, letterariamente squisito e, intellettualmente, di notevole spessore.
    In questo senso mi riferisco in particolare a: “La donna più piccola del mondo” e “Buon compleanno”.
    Ma è delizioso, pur nella sua iperbrevità, anche “Una gallina”, di cui, per riprendere il concetto di come la L. si accorga “dopo” degli impatti dei suoi scritti dice: “Una gallina è stato scritto in circa mezz’ora. Mi avevano chiesto un pezzo…e ho finito per non consegnarlo; finchè un giorno ho capito che quella era una storia interamente compiuta e ho capito con quale amore l’avevo scritta. Mi sono inoltre persuasa di avere scritto un racconto”.(pg. 119)
    A me è piaciuto molto anche “Preziosità”, anche se la L. un po’ lo ripudia: “Preziosità è un tantino irritante” (pg.120).
    Assai più introspettivi e in larga misura più dolorosi sono gli altri racconti, nei quali si “sentono” sia nei profili dei personaggi sia nello stile certi rimandi alla Woolf.
    Verrebbe da chiedersi in conclusione, se c’è un segnale che emerga da questi racconti a cui ci possiamo appoggiare. Pochi, anzi nessuno, secondo me, se guardiamo al mondo degli uomini, tanti, se guardiamo al mondo degli animali. Parlando di come le era nata l’ispirazione de “La donna più piccola del mondo” la L. dice: “…è come se io sentissi che gli animali sono una delle cose tuttora vicine a Dio, materia che non ha inventato se stessa, che è ancora calda dalla nascita, e nello stesso tempo, cosa che si mette immediatamente in piedi, viva fino in fondo, e che vive ogni istante per intero, mai poco alla volta, senza mai risparmiarsi, senza mai consumarsi” (pg. 121).
    E questi animali li troviamo amorevoli, simpatici, autorevoli in molti racconti: da “Una gallina” a “Il bufalo” a “Il delitto del professore di matematica”, nel quale la crudeltà di avere abbandonato un cane fa provare al professore un’umiliazione così forte, rispetto a cui, per contrasto, il cane abbandonato, così come descritto dalla L., ha un ”umanità” che nessun essere umano riuscirà mai ad avere. Laddove la “disumanità” oggettiva del professore assurge a “colpa originaria”, a condanna muta e atavica, comune a tutti gli esseri umani.
    Perché dietro il desiderio di amore e di amare, dietro la ricerca della felicità si annidano le parti più oscure di noi: ”E riflettè sulla crudele necessità di amare. Riflettè sulla malignità del nostro desiderio di essere felici. Riflettè sulla ferocia con la quale desideriamo giocare. E sul numero di volte in cui uccidiamo per amore.” ( pg.61)

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    Raf said on Oct 29, 2011 | 4 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Nel racconto Il bufalo una donna si trascina a stento per lo zoo della sua città con un obiettivo: imparare a odiare dagli animali.

    “Ma dove, dove trovare l’animale che le insegnasse a decifrare il proprio odio? Quel sentimento che le apparteneva di ...(continue)

    Nel racconto Il bufalo una donna si trascina a stento per lo zoo della sua città con un obiettivo: imparare a odiare dagli animali.

    “Ma dove, dove trovare l’animale che le insegnasse a decifrare il proprio odio? Quel sentimento che le apparteneva di diritto ma che non riusciva a raggiungere attraverso il dolore? Dove avrebbe imparato a odiare per non morire d’amore? E da chi? Il mondo a primavera era un mondo di bestie umanizzate che graffiavano ma senza far male … oh, voleva finirla con quel mondo, con quel profumo; con quell’ansimare sfibrato, con quella pietà per tutto quello che un giorno sarebbe morto, quasi fosse esistito solo per darsi.”

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    Titania in love with a donkey-boy said on Oct 17, 2011 | Add your feedback

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