La Certosa di Parma

Di

Editore: Newton & Compton (Biblioteca Economica Newton)

3.8
(2897)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 320 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Catalano , Olandese

Isbn-10: 888183040X | Isbn-13: 9788881830404 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Ferdinando Martini ; Prefazione: Attilio Scarpellini

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Cofanetto , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Rosa

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Descrizione del libro
Titolo originale : La Chartreuse de Parme.
Considerata, insieme a "Il rosso e il nero", l'opera migliore di Stendhal, scritta in poco più di un mese e mezzo, dopo lunghi anni di studi, raccolta ed elaborazione di una gran quantità di materiale storico, documentario e cronachistico del Cinquecento e del Seicento, "La Certosa di Parma" venne entusiaticamente accolta da Balzac all'epoca della sua pubblicazione nel 1839. Ma la vicenda squisitamente romantica di Fabrizio Del Dongo rompe i confini del romanzo storico e tracima in un inno appassionato alla felicità del singolo, anche a dispetto delle sconfitte della storia. Romanzo d'amore e insieme di cappa e spada, "La Certosa di Parma" è un libro dominato dall'incanto magico della passione, la geniale improvvisazione nella quale uno scrittore giunto ormai alla fine della vita celebra e reinventa la propria giovinezza.
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  • 4

    A scuola di disincanto

    Chi sa se i più audaci sogni di gloria di Stendhal fossero abbastanza capienti da contenere l’acclamazione tardiva e pressoché universale che i posteri gli avrebbero tributato.

    Il suo approccio fresc ...continua

    Chi sa se i più audaci sogni di gloria di Stendhal fossero abbastanza capienti da contenere l’acclamazione tardiva e pressoché universale che i posteri gli avrebbero tributato.

    Il suo approccio fresco, di una modernità atemporale e invitta, che lumeggia discrepanze fra l’agire e il pensare, soprattutto come il secondo decorra e accumuli su se stesso prima d’implodere nel primo, doveva saltare al naso acre come una vampata di zolfo per coloro che all’epoca respiravano a manciate effluvi di lillà spansi da storielle preconfezionate per guarire la noia dei borghesi.
    Il grande merito, e per molti demerito, di Stendhal fu di aver introdotto nella narrativa il disincanto. Forse Stendhal non sapeva di aver inaugurato la stagione del realismo, e probabilmente non avrebbe peccato di modestia, giacché non sempre le sue storie reggono al confronto comparativo con la realtà.
    Ma forse s’immaginava che più che un genere i suoi romanzi promulgavano un nuovo originale metodo, che si proponeva di mettere a nudo i suoi personaggi, o meglio di creare la loro nudità, soprattutto di coglierli nelle goffe movenze di cui si abbellisce l’opulenta danza dell’ipocrisia.
    Il romanzo psicologico, da questo singolare punto di vista, nasce come atto di accusa. Accusa contro l’epoca post-napoleonica di continui sconvolgimenti politici, accusa contro i suoi protagonisti che fanno del voltafaccia un mestiere e della falsità una vocazione. Tanta torbidità e doppiezza fa schifo all’animo onesto di Stendhal.

    Ma no… forse Stendhal con tutto il suo acume non aveva lungimiranza o vanità a sufficienza per capire di aver rivoluzionato il romanzo, di avervi inoculato bollente linfa vitale, di essere un capofila. Scriveva come faceva qualsiasi altra cosa nella sua notevolissima vita, con istinto entusiasmo e passione.
    La sua scrittura tradisce troppe incoerenze per muoversi al seguito dei dettami d’un metodo; come nella seconda parte de La certosa di Parma in cui, dopo una prima parte di brillanti e caustici ritratti psicologici, ci si deve sorbire il ridicolo, poiché inverosimile, innamoramento fra l’incostante Fabrizio e la noiosamente pia Clelia, nato da sguardi casuali e accresciuto nella distanza a mezzo del linguaggio mutilato degli amanti.
    Quest’uomo di immenso talento più che di genio, avanzava di troppo la sua epoca. Basta leggere la critica cretina che gli scrisse un certo Prosper Mérimée dopo la pubblicazione de il magnifico Il rosso e il nero per comprendere quanto lungamente Stendhal si fosse discostato dai canoni letterari coevi e quanto superficiale fosse il romanzo prima del suo avvento:

    «Uno dei vostri crimini è aver messo a nudo alcune pieghe del cuore umano troppo sporche per essere vedute... Nel carattere di Julien ci sono tratti atroci, che sentiamo come veri ma che ci fanno orrore. Il fine dell'arte non è di mostrare questo lato della natura umana».

    La maggior parte non poté comprenderlo. Ma chi doveva lo fece. Balzac ingurgitò la lezione e infervorato fondò il realismo (anche se la mia scarsa conoscenza dell’autore non incontra la mia ammirazione).
    Zola ne fece addirittura una scienza fin troppo vigorosa.
    Flaubert l’assimilò per bene e portò il genere al culmine nobilitando la banalità delle vicende quotidiane. Anche se, per quanto ammirasse il maestro Stendhal, non mancò di biasimarne lo stile: “Peccato che non sappia scrivere” aggiungeva dopo averne tessute le lodi. Ed è davvero curioso che Stendhal non avesse effettivamente un gran bel stile(troppo asciutto e prosaico) ma più che altro un riconoscibile e brillante tono, ora canzonatorio e ironico ora complice e febbricitante. Di certo è carenza curiosa la sua, proprio lui che manifestava una tale ammirazione e sensibilità verso l’arte da fare dei suoi svenimenti da overdose di bellezza sperimentati in Italia un’affezione nota come appunto sindrome di Stendhal, delicatezza tuttavia incapace a correggerne l’incuria estetica.
    Ma cosa importa l’assenza di qualità liriche quando quel frammento di intreccio ben orchestrato o quei dialoghi interiori o esteriori che siano scintillano tanto intensamente da replicare la voluttà della poesia?

    E quale piacere nel riconoscere, qua e là sparsi ne La Certosa di Parma, le suggestioni che hanno colpito grandi scrittori posteriori, sbalorditi lettori come noi, e ritrovarle sviluppate e disseminate nelle loro opere. Come l’infatuazione di Fabrizio per l’attricetta Marietta, che nella sua goffa apparizione sul palco ricorda, persino nella scelta delle parole, la giunonica Nanà di Zola:

    “Ma il pubblico era numeroso e scoppiava a ridere di continuo; allora lui buttò un’occhiata sulla giovane attrice che faceva la parte della locandiera, e la trovò buffa. Guardò con più attenzione e gli parve che fosse carina, soprattutto spontanea. Era una ragazza dall’aria ingenua, che rideva prima degli altri a ogni battuta che Goldoni le faceva pronunciare, come se lei stessa si stupisse delle sue parole.” (La certosa di Parma. Cap VIII, pag. 153)

    “Nanà, intanto, sentendo ridere gli spettatori s'era messa a ridere anche lei. Era divertente, però, quella bella ragazza; quando rideva, per nulla imbarazzata, confidenziale, entrando subito in comunicazione col pubblico, con l'aria di dire lei stessa strizzando l'occhio di non aver due soldi di talento, ma che importava, poiché aveva qualche cosa d'altro.” (Nanà, Prima Parte, pag 27)

    E ancora quando il principe Renuccio, profittando della disperazione della Sanseverina di soccorrere per tempo il nipote in pericolo imminente, le strappa la promessa di essere sua, il che tinge di cupe ombre di squallore gli inopportuni e intempestivi appetiti di cui la donna è suo malgrado fautrice e vittima; impressione che ritrovo fugace e sottilissima nel fascino consapevolmente adoperato da Emma Bovary per convincere il bottegaio del farmacista a cedergli le chiavi che le permetterà, nella più nera disperazione, di accedere all’arsenico che la ucciderà.
    Dostoevskij con la psicologia ipertrofica e le teorie in embrione sul superuomo che prende Napoleone a sommo esempio ricalca l’astuzia e l'ambizione senza scrupoli del volitivo Julien Sorel de Il rosso e il nero.
    E ancora le epiche battaglie di Guerra e pace riecheggiano la battaglia di Waterloo a cui partecipa Fabrizio; e come non vedere, soprattutto in Anna Karenina, l’evoluzione di quello stesso ritmo cadenzato fra le azioni e i pensieri, che fanno del testo una partitura dinamica e sublime che con serico garbo fa le cose senzienti e da uno sguardo fugace tira fuori il mondo?

    Aaah, sommo Stendhal! Cosa ne sarebbe stato della letteratura senza di te?

    ha scritto il 

  • 2

    L'ho trovato molto noioso e, infatti, l'ho finito con fatica. Di Stendhal ho preferito molto di più Il rosso e il nero, sebbene abbia qualche riserva anche su quello: solo io penso che i suoi protagon ...continua

    L'ho trovato molto noioso e, infatti, l'ho finito con fatica. Di Stendhal ho preferito molto di più Il rosso e il nero, sebbene abbia qualche riserva anche su quello: solo io penso che i suoi protagonisti siano degli stupidi?

    ha scritto il 

  • 3

    L'adorabile Stendhal

    Sospinto dalla smisurata ammirazione del "mio" Sciascia per quello che lui definiva l'adorabile Stendhal, mi avvicino a questo romanzo, in genere di formazione, nella maturità. Non perfetto come archi ...continua

    Sospinto dalla smisurata ammirazione del "mio" Sciascia per quello che lui definiva l'adorabile Stendhal, mi avvicino a questo romanzo, in genere di formazione, nella maturità. Non perfetto come architettura, mi lascia però una sensazione forte: l'Italia ai suoi occhi: bellezza ed esotismo, follia ed intrighi, una declinazione totalmente "erotica" dell'Illuminismo ed una profonda vena di umorismo politico che potrebbe accompagnarci, tranquillamente e profeticamente all'Italia di oggi, non è forse Ferrante Palla l'unico liberale di Parma che "funziona"? Il progressismo che in Italia si incarna unicamente nella figura del poeta pazzo, farsesco e comico, come se soltanto il ridicolo fosse capace di resistenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Le avventure del nobile Fabrizio

    Prima opera di Stendhal che leggo e, scopro, essere l'ultima che lui scrisse. Si percepisce la sua sensibilità romantica e la precisa analisi delle passioni dei suoi personaggi, gli intrighi politici ...continua

    Prima opera di Stendhal che leggo e, scopro, essere l'ultima che lui scrisse. Si percepisce la sua sensibilità romantica e la precisa analisi delle passioni dei suoi personaggi, gli intrighi politici e i comportamenti sociali delle classi che ci descrive. Stendhal era uno scrittore francese che amava l'Italia, e ciò si desume dalla lettura della sua opera. Si narra che La Certosa di Parma fu dettata e scritta in soli 52 giorni (tra il 4 novembre ed il 26 dicembre 1838) dall'autore per fuggire dall'opprimente noia e che si ispirò, nel comporla, a un manoscritto sulla storia dei Farnese, nel periodo del Rinascimento italiano (periodo che lui amava immensamente).

    Trama
    Protagonista è il giovane nobiluomo milanese Fabrizio del Dongo. Suo padre è un soldato napoleonico, sua madre una nobildonna milanese. Fabrizio cresce vivace e sano nel castello di Grianta, viene educato in un collegio di gesuiti a Milano, e il suo interesse si concentra sulle gesta eroiche dei suoi antenati. Circondato dalle attenzioni della madre e della zia, attira su di sé la gelosia del fratello Ascanio.
    Ammiratore di Napoleone, decide di combattere nel suo esercito in Belgio all’insaputa del padre, conservatore e filo-austriaco. Al suo arrivo i soldati francesi lo scambiano per una spia e lo arrestano. Riuscito a fuggire, cerca un altro battaglione napoleonico cui unirsi, ma le delusioni si sommano una dopo l’altra. Alla fine riuscirà a unirsi all’esercito e si troverà spettatore confuso, impaurito e deluso della famosa battaglia di Waterloo. Sconfitto Napoleone, Fabrizio si trova a girovagare senza meta. A Parigi scopre che deve far ritorno in Italia ma anche che Ascanio lo ha denunciato accusandolo di essere una spia napoleonica. Ricercato dalla polizia, dopo mille peripezie Fabrizio riesce a tornare al castello di Grianta, ma è costretto a fuggire di nuovo, fino a quando la zia, la duchessa di Sanseverina, segretamente innamorata di lui, non lo prende sotto la sua ala protettiva facendogli ottenere l’immunità. A Fabrizio viene consigliato di farsi monsignore, e dopo aver ricevuto la nomina raggiunge la zia alla corte del principato di Parma. Ma anche qui Fabrizio è vittima di raggiri, finisce in prigione e sarà condannato a morte. Proprio in prigione trova finalmente l’amore in Clelia Conti, figlia del governatore del carcere. Riuscito a fuggire grazie all’aiuto della zia, Fabrizio avrà un figlio da Clelia.

    Recensione
    In poche parole è la storia della vita avventurosa di un giovane aristocratico milanese cadetto, dei suoi ardori giovanili, e del suo rapporto, a tratti ambiguo, con l' affascinante e bellissima zia, la duchessa Sanseverina. Il tema di fondo è politico e si sviluppa nei primi decenni del XIX secolo, dunque quasi di attualità, dopo la sbornia della rivoluzione francese e l'epopea napoleonica, cui Fabrizio partecipa da adolescente avventurandosi in modo picaresco (e donchisciottesco) fino a Waterloo, per assistere alla fine di un'era. Spontaneo, incosciente, coraggioso, animato da eroici furori e in contrasto con un padre e un fratello maggiore che sono alfieri della repressione restauratrice, il marchese del Dongo incarna la figura del nobile decaduto, che da un lato si fa prendere dalla passione per il liberalismo e dall'altro però vive e agisce secondo i privilegi di una casta che si avvia a perdere il suo ruolo sociale nel confronto con la realtà. Privo di qualunque qualità che non sia l'avventata sincerità della giovinezza, Fabrizio è vittima delle sue passioni, non ha una propensione e neppure un'educazione approfondita e nel corso delle sue avventure il narratore onnisciente, che guarda alla sua sprovvedutezza con occhio bonario e divertito insieme, lo dipinge sempre sul punto di perdersi, se non fosse per i continui interventi e interesse della zia. La duchessa, vedova di un generale napoleonico, decide di spostarsi da Milano nella piccola corte di Parma, più provinciale e governata da un occhiuto e gretto despota con grandi ambizioni politiche, dove gode dell'amore del ministro del ducato farnesiano e diviene epicentro di intrighi e maneggi tra le fazioni del ministro stesso, conservatore, e avversa, i liberali guidati dalla marchesa Raversi. Questa parte del romanzo non è del tutto storica perché dopo i regni napoleonici il ducato di Parma era governato da un ramo della famiglia Borbone, essendo quella originaria dei Farnese da tempo estinta. Probabilmente l'opportunità politica consigliava a Stendhal un'ambientazione non del tutto realistica, visto che siamo negli anni tra 1831-48, destinati a cambiare la fisionomia geopolitica dell'Europa e dell'Italia. Attorno a questi due personaggi, Fabrizio e la duchessa, ruotano una serie di comparse e caratteri minori, come il conte, amante ufficiale della Sanseverina, insieme geloso e affezionato al primo, che intuisce come il legame tra zia e nipote potrebbe anche trasformarsi in qualcosa di più intenso e vive sospeso sotto la minaccia continua di perdere la donna che ama e il posto di ministro che gliela garantisce, come il principe Ernesto V, fautore di uno stato poliziesco ma ambizioso al punto di promuoversi negli ambienti liberali come riferimento per i circoli antiasburgici per i nascenti progetti di unificazione italiana; o ancora la viscida figura dell'adulatore, il fiscale Rassi, animato dalla sola ambizione di raggiungere, lui funzionario borghese, la posizione di nobile e pronto a essere messo in ridicolo in ogni modo dai suoi superiori e a prestarsi a qualunque inganno per i suoi fini; infine l'irrinunciabile eroina, Clelia, figlia di un ex generale napoleonico, divenuto poi il carceriere di Fabrizio, icona di bellezza e dei tormenti spirituali e sentimentali di ogni figura femminile romantica, pronta a ogni sacrificio per una visione dell'amore che sa di idealismo adolescenziale più che di vera passione e di coraggio. Attraverso le complicate vite dei due personaggi principali l'autore tratteggia il ritratto di una società e di un ceto, la nobiltà decadente, completamente e inconsapevolmente travolta dai tempi e dalle contraddizioni, che sembra non rendersi conto che il turbine rivoluzionario ha spazzato via le condizioni di vita dell'ancien regime.
    Le tre figure centrali rappresentano tre atteggiamenti possibili nei riguardi del potere e tre diversi modi di distanziarsi da esso. Mosca lo domina e lo manovra, pur considerandolo, in privato, una farsa; la Sanseverina lo tollera ma è sempre pronta a contrastano con tutta la forza dei suoi appetiti; Fabrizio si piega davanti ad esso con l’inchino del cortigiano e del chierico ma rimane fondamentalmente indifferente alle sue istanze. Stendhal partecipa di tutt’e tre questi atteggiamenti ma di nessuno dei tre esclusivamente.
    Numerosi critici hanno detto che nella figura di Mosca Stendhal impersonava una sua visione machiavellica della politica; Arnold Hauser, uno dei migliori critici di tendenza sociologica della nostra epoca, afferma che i romanzi di Stendhal sono « corsi di lezioni di amoralismo politico » e cita sottoscrivendola l’osservazione di Balzac, secondo cui La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Machiavelli se fosse vissuto nell’Italia del XIX secolo e ne fosse stato messo al bando. [...]
    La Sanseverina è una romantica che incarna nei rapporti personali l’ideale napoleonico o, per lo meno, quel principio come viene inteso e sublimato da Stendhal. La grande passione della sua vita è il suo sentimento per Fabrizio, che è più di un amore incestuoso, pur essendo certamente anche questo, in quanto implica il desiderio di trovare un sostegno spirituale in un’altra persona e in tal modo ricostruirsi un’esistenza. In virtù della forza di un altro essere essa vorrebbe tornare alla condizione della sua giovinezza, non per dominare Fabrizio ma per entrare in comunità spirituale con lui.
    Fabrizio è un giovane in cui si cela, sopito, un germe di aspirazione morale che un’epoca diversa potrebbe far crescere e fruttificare; egli si fa prete, trasformando la sua vita in una parodia della fede, e non a caso, poiché ha la vocazione religiosa, sia pure in una forma distorta. Sebbene non sia un sognatore, Fabrizio è dedito ai sogni - ha l’abitudine di sprofondarsi dentro se stesso fino a raggiungere il bozzolo della fanciullezza e dell’innocenza. Forse la scena in cui più la sua figura si impone, (certo una delle più belle del romanzo) è quella in cui egli torna all’albero di noce sotto il quale giocava da bambino ed ora compie un rito per riacquistare le forze vitali, esprimendo così il suo bisogno non solo di affermare la propria virilità della quale, come del resto lo stesso Stendhal, egli non è mai certissimo, ma anche il profondo senso religioso che prova nei confronti della sua fanciullezza e di quel poco che gliene resta.
    Ancor più brillante è l’impostazione del personaggio di Ferrante Palla, figura che merita tutte le lodi prodigate da Balzac. Fare dell’unico liberale efficiente di Parma un poeta un po’ folle ed un brigante da strada maestra, un Robin Hood completamente tagliato fuori dal popolo e tuttavia difensore fermissimo dei suoi diritti - questo è un tratto di finissimo umorismo politico. Quando tutti i liberali tradizionali falliscono e si vendono, l’artista pazzo resta all’opposizione. Sfrenato, impetuoso, prodigo, egli fa qualsiasi pazzia per l’amore (amore e liberalismo sono la stessa cosa ai suoi occhi), scrive grandi sonetti e nel mondo di Parma è solo ad essere veramente felice (forse perché è un po’ pazzo, insinua furbescamente Stendhal).

    ha scritto il 

  • 3

    Noioso

    Sicuramente avrei abbandonato la lettura se non l'avessi ascoltata dalla voce della mitica Silvia Cecchini ( alla quale va il mio plauso per la pazienza di leggere una storia così lunga), una telenove ...continua

    Sicuramente avrei abbandonato la lettura se non l'avessi ascoltata dalla voce della mitica Silvia Cecchini ( alla quale va il mio plauso per la pazienza di leggere una storia così lunga), una telenovela di intrighi di corte a cui manca lo spessore umano che invece ho trovato in altri classici. Continua su: https://lemieletturecommentate.wordpress.com/2016/05/27/la-certosa-di-parma-di-stendhal%EF%BB%BF/

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo incostante questo di Stendhal, quasi l'autore non sapesse bene in quale direzione rivolgersi, ma avesse comunque l'obiettivo di pubblicare un racconto ricco di intrighi e di vicende. Stendhal ...continua

    Romanzo incostante questo di Stendhal, quasi l'autore non sapesse bene in quale direzione rivolgersi, ma avesse comunque l'obiettivo di pubblicare un racconto ricco di intrighi e di vicende. Stendhal è d'altra parte contemporaneo di un certo Dumas, e come ogni buon autore francese del periodo ama abbondare: in 400 pagine le vicende non mancano e il ritmo è sostenuto, ma quanto sia necessario raccontarci tutto ciò è un po' il dubbio del lettore che riesce ad arrivare alla fine della storia. Troviamo infatti pagine su pagine di intrighi, scorribande, politica, amori e disamori, fughe e ritorni, vita di palazzo e loschi figuri alla ricerca di una carica dinastica.

    La lunga vicenda di Fabrizio del Dongo si snoda per decenni: lo seguiamo dalla sua prima tragicomica esperienza sul campo di battaglia, dove sogna di partecipare al fianco di Napoleone a qualche avvenimento importante e si ritrova, imberbe ragazzino che mai ha visto uccidere un uomo, a Waterloo, fino al rischioso ritorno in un'Italia che lo crede una spia del generale francese, dal suo trovare rifugio a Parma sotto l'ala protettrice di una zia pericolosamente innamorata di lui, alle prime passioni per le donne. Sono queste a segnare la crescita del protagonista de "La Certosa...": incapace di innamorarsi, Fabrizio passerà da un'avventura amorosa all'altra, incappando nelle prevedibili gelosie di altri contendenti. Solo in un momento di estremo pericolo, esiliato in una fortezza della Parma immaginaria di Stendhal, troverà finalmente l'amore della sua vita. I suoi anni saranno così segnati da questo amore irraggiungibile, fino alla conclusione in cui felicità e tristezza si mescoleranno nel giro di pochissime pagine.

    Il tema dell'amore è d'altra parte uno dei principali ne "La Certosa di Parma": Stendhal lo introduce quasi di nascosto, proponendoci quello inizialmente innocente fra la zia di Fabrizio e il ragazzo stesso, quindi sviluppandolo per tutto il romanzo. L'amore viene così visto un po' in tutte le sfaccettature sociali del periodo: c'è l'amore consacrato in chiesa e quello consumato al di fuori (ma apertamente ammesso e conosciuto da tutti), c'è l'amore facile e corrisposto e quello impossibile da ottenere (per titolo nobiliare o per semplici questioni economiche), c'è quello tanto aspirato e quello che è confuso ad un semplice sentimento di amicizia. A fare da sfondo alle vicende raccontate sono le intricate questioni dell'Italia del 1800, divisa in più stati e ognuno in mano a famiglie e regnanti più o meno assennati: la storia gira così attorno ai luoghi del potere di Parma, fra le stanze del Principe e le celle delle sue prigioni, fra i palazzi affrescati nel gusto squisitamente italiano del periodo alle più oscure casupole del popolo sottomesso ma pronto a ribellarsi. Stendhal, pur usando la sua immaginazione, ridipinge l'Italia conosciuta in tanti anni di esperienza personale, tirando fuori piccoli tocchi di classe (citazioni del Petrarca, riferimenti a pittori e scultori del periodo, ma anche detti popolari e riferimenti alla vita e al pensiero italiano, a suo dire tanto differente da quello francese) che mostrano una vera passione verso il nostro Paese da parte di questo scrittore d'oltralpe.

    Un romanzo avvincente durante la lettura, ma che una volta finito lascia poco al lettore alla ricerca di un contenuto un po' più profondo. Proprio come - non me ne vogliano i tanti estimatori - un certo Dumas e i suoi tre moschettieri. Tre stelle e mezzo.

    ha scritto il 

  • 3

    Tanto dettagliata la vita di Fabrizio Del Dongo, quanto frettoloso e breve il suo addio alle scene. In poche tragiche pagine si conclude la vicenda che, attraverso il protagonista, ci fa conoscere la ...continua

    Tanto dettagliata la vita di Fabrizio Del Dongo, quanto frettoloso e breve il suo addio alle scene. In poche tragiche pagine si conclude la vicenda che, attraverso il protagonista, ci fa conoscere la vita della corte di Parma.

    ha scritto il 

  • 2

    Eccessivamente lungo, inutile e scritto, peraltro, con un registro che, dai toni goliardici delle prime pagine, volge, senza alcun motivo e necessità, al tragico e triste finale. Non sono proprio rius ...continua

    Eccessivamente lungo, inutile e scritto, peraltro, con un registro che, dai toni goliardici delle prime pagine, volge, senza alcun motivo e necessità, al tragico e triste finale. Non sono proprio riuscito ad appassionarmi all'epopea di Fabrizio del Dongo, improbabile ecclesiasta prerisorgimentale. Dopo la battaglia di Waterloo, più sognata che vissuta, la vicenda del protagonista è un susseguirsi di eventi farlocchi e poco credibili il cui unico risultato è fare odiare al lettore l'enfant prodige disegnato da Stendhal. Questo libro non fa ridere, non fa piangere, non fa pensare: ennesimo "classico" della letteratura che si scopre non migliore del programma elettorale del PD.

    ha scritto il 

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