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La Cripta dei Cappuccini

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 23

Di

Editore: Gruppo Editoriale l'Espresso

3.9
(2075)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 191 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Spagnolo

Isbn-10: 8481304808 | Isbn-13: 9788481304800 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Laura Terreni

Disponibile anche come: Altri , Paperback , eBook

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
La Cripta dei Cappuccini è forse il più struggente e lucido addio che mai scrittore abbia dato al proprio mondo. Nel 1938, anno in cui il romanzo fu scritto, l'"Austria felix", della cui cultura Joseph Roth si sentiva legittimo erede, spariva definitivamente sotto il tallone di Hitler, completando la parabola di sfacelo iniziata dopo la prima guerra mondiale con la dissoluzione dell'impero austro-ungarico. Ed è sul periodo fatale che va dallo scoppio della guerra fino alla sconfitta e all'umiliante dopoguerra che Roth, esule antinazista a Parigi, concentra la sua forza creativa e la sua accorata consapevolezza storica.
Il giovane Francesco Ferdinando Trotta, ricco e frivolo rampollo del ramo cadetto di una famiglia di recente nobiltà, attraversa l'esperienza bellica come la lenta, graduale, ma sempre bruciante rivelazione della verità dell'uomo e della storia, delle responsabilità dei singoli e delle inettitudini collettive, cui si lega il destino di catastrofe di una civiltà che pareva eterna. Nella Cripta dei Cappuccini, che accoglie a Vienna le tombe degli imperatori asburgici, il protagonista finirà per contemplare il riflesso della propria sconfitta e del proprio fallimento, in una resa troppo stanca e disperata per risultare drammatica. La tragedia di Trotta, con lo smarrimento immedicabile che lo affligge, si compie in un silenzio pesantissimo e inquietante: il silenzio di chi assiste impotente al tramonto del mondo
(Quarta di copertina inserita da Paperino Ge)
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    Il giovane Trotta racconta con nostalgia la fine dell'impero asburgico, pur senza nasconderne i difetti: lui stesso è un ottimo rappresentante della decadente e nullafacente aristocrazia imperiale, sprezzante e immersa nel privilegio, sulla quale già la morte "stendeva le sue mani ossute". L'appa ...continua

    Il giovane Trotta racconta con nostalgia la fine dell'impero asburgico, pur senza nasconderne i difetti: lui stesso è un ottimo rappresentante della decadente e nullafacente aristocrazia imperiale, sprezzante e immersa nel privilegio, sulla quale già la morte "stendeva le sue mani ossute". L'appartenenza all'elite viennese non impedisce però a Trotta e ai più accorti dei suoi amici di capire che la forza dell'impero non sta a Vienna né sulle Alpi, ma alla periferia della Corona, in quei paesi tanto disprezzati dalla maggioranza tedesca che già sogna la riunificazione con la Germania.
    Nonostante il carattere autoritario dell'impero, non si può non condividere almeno in parte la nostalgia del protagonista per il suo multiculturalismo, soprattutto pensando agli stati nazionali che seguiranno, con la loro pretesa di rappresentare l'identità di un popolo, spesso a discapito delle minoranze etniche sul proprio territorio. Così farà l'Austria dopo l'Anschluss, celebrando la propria purezza ariana versando il sangue degli ebrei, e così farà l'altro grande impero sovranazionale, quello ottomano, che dopo secoli di tradizione di tolleranza e convivenza verrà attraversato da spinte nazionalistiche che lo porteranno alla dissoluzione e che individueranno negli armeni il nemico da estirpare per creare uno stato anatolico interamente turco.

    ha scritto il 

  • 4

    " In questa atmosfera i sentimenti avevano a mala pena posto, le passioni erano rigorosamente vietate. I miei amici avevano piccole, anzi insignificanti 'liaisons', donne che si deponevano, talvolta perfino si prestavano come pastrani; donne che si dimenticavano come ombrelli o si abbandonavano ...continua

    " In questa atmosfera i sentimenti avevano a mala pena posto, le passioni erano rigorosamente vietate. I miei amici avevano piccole, anzi insignificanti 'liaisons', donne che si deponevano, talvolta perfino si prestavano come pastrani; donne che si dimenticavano come ombrelli o si abbandonavano di proposito come fagotti molesti a cui si evita di guardare per paura che possano esserci riconsegnati. Nella compagnia che io frequentavo l'amore era considerato un'aberrazione, un fidanzamento era all'incirca come un'apoplessia e un matrimonio una malattia incurabile. Eravamo giovani. Pensavamo al matrimonio come a un'inevitabile conseguenza della vita, ma né più né meno di come si pensa ad una sclerosi che probabilmente tra venti o trent'anni non mancherà di sopraggiungere."

    ha scritto il 

  • 4

    NOSTALGIA AUSTRO-UNGARICA!

    “La Cripta dei Cappuccini”, che dà il titolo al romanzo, è il luogo dove, a partire dal 1633, vennero sepolti i defunti membri della dinastia asburgica e, quindi, dove venne sepolto anche l’ultimo degli imperatori austro-ungarici, ovvero il Kaiser Francesco Giuseppe. Essa, in questo bel libro di ...continua

    “La Cripta dei Cappuccini”, che dà il titolo al romanzo, è il luogo dove, a partire dal 1633, vennero sepolti i defunti membri della dinastia asburgica e, quindi, dove venne sepolto anche l’ultimo degli imperatori austro-ungarici, ovvero il Kaiser Francesco Giuseppe. Essa, in questo bel libro di Joseph Roth, diventa, dunque, il simbolo del crollo della monarchia austro-ungarica verificatosi con lo scoppio della prima guerra mondiale. Sarà proprio quest’ultimo conflitto a determinare anche la deflagrazione delle emozioni del personaggio principale, e voce narrante, del quale si conosce solo il nome della famiglia di appartenenza, cioè Trotta, mentre, invece, il nome proprio rimane innominato.
    Essere richiamato alle armi, ed andare in guerra, porterà Trotta ad un livello di coscienza che lo eleverà al di sopra della spensieratezza dei suoi amici che, fatta eccezione per il cugino Joseph Branco e del vetturino ebreo Manes Reisinger, pur essendo anch’essi reclutati, rimarranno imbrigliati, in modo incosciente, in un’atmosfera di gaiezza.
    E’ possibile suddividere il romanzo in due momenti fondamentali, ovvero: in un “prima della guerra”, dove il pensiero dominante di Trotta sarà la morte; e quest’ultimo pensiero lo spingerà addirittura, tra le alte cose, a voler velocizzare le sue nozze, in modo tale da poter sposare Elizabeth, la donna che ama, prima di partire per il fronte; e in un “dopo la guerra” dove, invece, nel romanzo, si rende palpabile una profonda nostalgia per il crollo della monarchia. Trotta, infatti, ritornando a casa si accorgerà che le cose non sono più come le aveva lasciate e che il suo status sociale si è profondamente modificato.
    Bello!

    ha scritto il 

  • 3

    Il crollo dell'Impero asburgico e della sua generazione: la prima guerra mondiale ha spazzato via ricchezze, sicurezze, orgoglio di una classe di aristocratici viennesi tenuta su da quelli che ai confini dell'Austria ci vivono.
    Bello e malinconico, scritto in modo elegante, ma a tratti un f ...continua

    Il crollo dell'Impero asburgico e della sua generazione: la prima guerra mondiale ha spazzato via ricchezze, sicurezze, orgoglio di una classe di aristocratici viennesi tenuta su da quelli che ai confini dell'Austria ci vivono.
    Bello e malinconico, scritto in modo elegante, ma a tratti un filino noiosetto.

    ha scritto il 

  • 3

    Forse una delle più pulite e nette penne della narrativa internazionale. Descrizioni talmente nitide da essere tangibili, da sentirsi dentro la barba bluastra di un personaggio e nei forti e bianchi denti dell'altro. Peccato per la tematica, che mi risuona stantia e poco avvincente e mi impedisce ...continua

    Forse una delle più pulite e nette penne della narrativa internazionale. Descrizioni talmente nitide da essere tangibili, da sentirsi dentro la barba bluastra di un personaggio e nei forti e bianchi denti dell'altro. Peccato per la tematica, che mi risuona stantia e poco avvincente e mi impedisce di proseguire oltre la metà del libro. Oggi non va giù, magari in futuro... comunque chapeau, grandissimo narratore.

    ha scritto il 

  • 2

    Il romanzo è tardivo e nostalgico. Narra la storia tipica di un eroe decadente con i suoi temi in voga almeno ventanni prima di quelli nei quali il libro è stato scritto, in più con l'uso di forme e strumenti risalenti al secondo Ottocento. Non credo di essere severo dicendo che esistono romanzi ...continua

    Il romanzo è tardivo e nostalgico. Narra la storia tipica di un eroe decadente con i suoi temi in voga almeno ventanni prima di quelli nei quali il libro è stato scritto, in più con l'uso di forme e strumenti risalenti al secondo Ottocento. Non credo di essere severo dicendo che esistono romanzi molto più belli ed intensi di questo con cui occupare il proprio tempo.

    ha scritto il 

  • 4

    La fine dell'impero Austro-ungarico

    Importante testimonianza letteraria sulla fine di una società privilegiata ed ottocentesca, che descrive passo passo il tramonto di un grande impero, quello asburgico fino ai primissimi segnali della nascita del nazismo.
    Alla fine, Joseph Roth dimostra di essere un fine narratore, e ci pro ...continua

    Importante testimonianza letteraria sulla fine di una società privilegiata ed ottocentesca, che descrive passo passo il tramonto di un grande impero, quello asburgico fino ai primissimi segnali della nascita del nazismo.
    Alla fine, Joseph Roth dimostra di essere un fine narratore, e ci propone nell'insieme anche una pregnante storia familiare che contribuisce a dare solidità ed interesse al suo romanzo di carattere storico.

    ha scritto il 

  • 5

    Sono Joseph Roth, non Francesco Ferdinando Trotta!

    Parigi 1938.
    J. Roth dietro il tavolino 50 x 50 di una brasserie tracanna alcolici assortiti e scrive, scrive sotto dettatura la vita del fantasma di Francesco Ferdinando Trotta così uguale alla sua. La mano gli trema maledettamente. Un altro bicchierino gliela renderebbe più ferma. Al dia ...continua

    Parigi 1938.
    J. Roth dietro il tavolino 50 x 50 di una brasserie tracanna alcolici assortiti e scrive, scrive sotto dettatura la vita del fantasma di Francesco Ferdinando Trotta così uguale alla sua. La mano gli trema maledettamente. Un altro bicchierino gliela renderebbe più ferma. Al diavolo i buoni propositi anche perché questo parvenu cantilena con voce spenta: -“Sopra i bicchieri dai quali spavaldamente bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute.”
    Al diavolo questo sloveno d’origine ma dandy viennese d’adozione.
    Lui, l’esule ebreo, beve invece deliberatamente! Sa di avere i giorni contati. Lo specchio, stamattina, chiaramente si era divertito a riflettere il suo collo allungato e rinsecchito e la pancia sempre più gonfia.
    Ed ora anche questo Trotta, un parvenu fuggiasco, rimesta nella sua vita con storie di un uomo mai cresciuto.
    – “ Frequentavo l’allegra, anzi sfrenata, compagnia di giovani aristocratici, l’ambiente che, dopo quello degli artisti, più mi era caro nel vecchio impero.”

    Il fantasma parla e Joseph scrive. Gli giura e spergiura di non essere stato un decadente.
    –“ Era di moda allora , poco prima della grande guerra, una beffarda arroganza, una fatua professione di cosiddetto decadentismo, di stanchezza immensa, mezzo simulata, e di noia senza motivo “.
    Come se questo tardivo scusarsi con una chiamata in correo degli amici potesse cancellare la colpa di aver finto di non vedere. Come se questo tardivo accusare le calde braccia imperiali di avergli impedito di diventare consapevole o il confessare di non essere stato antisemita, ma solo perché lo era il suo portiere, o l’asserire di non essersi mai occupato di politica potessero assolverlo dal delitto di avere lasciato fare.

    Così pensa Roth mentre con mano incerta scrive le memorie di quell’uomo senza qualità. Oh, l’ex impero sarà pieno di ex privilegiati, ora pezzenti, in pellegrinaggio alla Cripta dei cappuccini, sulle tombe imperiali!
    Ma senza la sua penna d’ebreo queste elucubrazioni tardive e superficiali sull’amor di patria o per una certa confusa Elisabeth o per una madre imbalsamata dentro un passato appassito, sarebbero destinate all’oblio. Non sarebbe un gran male se non testimoniassero la comoda inettitudine di un ceto sociale così simile alla nobiltà di Versailles a cui non segue la rivoluzione francese ma il nazismo!
    E certo, quanto è pelosa questa nostalgia di un mondo migliore ma solo per loro, ariani e cristiani. Cosi’ rimugina Roth mentre scrive e sfronda.
    “Accetto di buon grado il destino di essere dimenticato, ma non quello di essere il narratore del dimenticato. A stento mi si capirebbe se per esempio al giorno d’oggi mi arrischiassi a parlare di libertà, di onore, figuriamoci poi della prigionia. In questi anni è meglio tacere. Io scrivo unicamente allo scopo di chiarirmi a me stesso” , si ripete mentre testimonia la ridicola “ravvedutezza” dell’ultim’ora del Trotta, che va in guerra non con i suoi pari ma con gli amici e parenti proletari! E ci va come se andasse a nozze perché la guerra è bella!

    L’alcolizzato, cirrotico ma intelligente ebreo Roth non batte ciglio quando, infine, il fantasma in un ultimo sussurro racconta :
    -" Dunque, anche quella sera andai al caffè…Non mi consideravo forse da tempo ormai, da quando ero tornato dalla guerra, uno che era vivo per errore?...Come potevano riguardarmi ancora le cose di questo mondo?...la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare a un vaso da notte …L’uomo disse: compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!”
    Riporta scrupolosamente le testuali parole di quel degno rappresentante della sua casta che non trova niente di meglio da fare che visitare il sarcofago del suo imperatore Francesco Giuseppe e di gridare : Dio conservi!

    C’è ben poco da aggiungere. Quello scemo si sputtana da sé. A lui basta per denunciare i colpevoli, i veri colpevoli della catastrofe.
    Lui non vuole, come Trotta, essere uno vivo per errore o malgrado se stesso; confida nell’unico suo grande amico: l’alcol.

    Tra un anno, grossomodo, morirà, sperando solo che stupidi critici non lo identifichino con l’altrettanto stupido, inetto e inutile nostalgico Trotta.

    Splendido.

    ha scritto il 

  • 3

    Non riesco a dare più di tre stelline, e questo mi dispiace, perché Roth è un autore che apprezzo moltissimo. Purtroppo non ho trovato nulla di eccezionale ne "La Cripta dei cappuccini", se non il fatto che la desolazione e il disorientamento del protagonista sono quelli di un intero popolo che v ...continua

    Non riesco a dare più di tre stelline, e questo mi dispiace, perché Roth è un autore che apprezzo moltissimo. Purtroppo non ho trovato nulla di eccezionale ne "La Cripta dei cappuccini", se non il fatto che la desolazione e il disorientamento del protagonista sono quelli di un intero popolo che vede frantumarsi il proprio mondo a causa della Grande Guerra e del crollo di un Impero secolare.
    Probabilmente non era il momento giusto per leggerlo, forse lo riprenderò...

    ha scritto il 

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