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La Pianista

Per

Editor: Columna

3.4
(616)

Language:Català | Number of Pàgines: 267 | Format: Hardcover | En altres llengües: (altres llengües) Spanish , Italian , French

Isbn-10: 8466405410 | Isbn-13: 9788466405416 | Data publicació:  | Edition 1

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descripció del llibre
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  • 5

    La quotidianità del male

    Lucido e spietato ritratto di famiglia che si impernia sul rapporto madre figlia e su quello non meno malato tra la protagonista e un ragazzo di belle speranze. La quotidianità del male.

    dit a 

  • 3

    Angosciante

    La storia ruota attorno ad un rapporto malato tra madre e figlia. Erika, professoressa di pianoforte, è cresciuta con una madre opprimente, che l’ha privata di qualsiasi forma di amore naturale, spont ...continua

    La storia ruota attorno ad un rapporto malato tra madre e figlia. Erika, professoressa di pianoforte, è cresciuta con una madre opprimente, che l’ha privata di qualsiasi forma di amore naturale, spontaneo e caloroso. Sin da quando era una bambina, è stata tenuta in cattività, all’oscuro dall’affetto e dai piaceri della vita. Solo l’arte potrebbe rappresentare un possibile riparo, eppure anche quella viene vissuta in maniera ossessiva, quasi come una corsa verso premi e nemici da superare.
    Erika vive in incognita, spia e deride tutti, cova malvagità. E’ una squilibrata, al di fuori di ogni concetto di “sano” e “normale”. Quasi un “rifiuto della società”, come la definisce l’autrice stessa. Tanto che anche quando è ad un passo dallo sperimentare e vivere l’amore, Erika non riesce a concepire di poterlo meritare.
    È una storia angosciante, ed è così che viene raccontata. Non posso negarne la potenza a livello di contenuti e soprattutto a livello linguistico, dato che il libro è pieno di metafore e riferimenti molto ricercati e ad effetto, ma ho fatto davvero tanta, troppa fatica a terminare questo libro per poter dire di averlo apprezzato in pieno. Ecco, non che una storia leggera fosse tra gli obiettivi dell’autrice, però ci sono dei punti in cui il romanzo non andava proprio giù.

    dit a 

  • 5

    Citazione

    C'è sempre qualcuno che riesce ad insinuarsi nelle SUE percezioni. La plebaglia non solo si impadronisce dell'arte senza essere autorizzata, ma penetra pure nell'artista, prende dimora di lui e rompe ...continua

    C'è sempre qualcuno che riesce ad insinuarsi nelle SUE percezioni. La plebaglia non solo si impadronisce dell'arte senza essere autorizzata, ma penetra pure nell'artista, prende dimora di lui e rompe subito qualunque finestra verso l'esterno, per vedere e farsi vedere.

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  • *** Aquest comentari conté spoilers! ***

    2

    La scrittura ha ritmo quasi un Allegretto, azzarderei. Frasi bellissime, che ti chiedi come si possa descrivere tanto con parole semplici di uso comune, scavano l'anima come un martelletto da roccia. ...continua

    La scrittura ha ritmo quasi un Allegretto, azzarderei. Frasi bellissime, che ti chiedi come si possa descrivere tanto con parole semplici di uso comune, scavano l'anima come un martelletto da roccia. ma tutto è intriso di inquietudine e disagio.
    Non ci sono pause, è ingolfato di introspezione e si deve arrivare alle ultime pagine per avere un po' di movimento.
    Comprendo che avrebbe snaturato la struttura del romanzo, ma i dialoghi diretti lo avrebbero reso più leggibile, meno pesante.
    E' tutto intimo, fosco e malato.
    E più che la protagonista, che con cotanta madre meglio di così non si poteva sperare venisse, il "giovane allievo"!
    Voglio dire, l'oggetto della tua voglia (che chiami 'amore' in ossequio alla forma, visto che sai già sarà un trastullo prima di altro) Ti si offre completamente, spoglia la propria anima di ogni preconcetto e falso moralismo e si affida alle tue mani chiedendoti anche una prova d'amore esasperata, borderline, se vuoi, ma totale e tu che fai? Sbrocchi?
    Pirla.
    Avresti dovuto ringraziare devoto, goderne e darne altrettanto. Invece nulla.
    Nel 2004 le venne assegnato il Nobel per la letteratura. Questa la motivazione: “per il flusso melodico di voci e controvoci in romanzi e testi teatrali, che con estremo gusto linguistico rivelano l'assurdità dei cliché sociali e il loro potere”.
    Perfetta.
    La sensazione che pervade alla fine è di incompiutezza e mortificazione.
    L'autrice descrive magnificamente una realtà paludosa ed asfissiante.
    Lei è brava, ma io ne esco provata ed ora ho bisogno di TANTA leggerezza per riavermi.

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  • 2

    Deludente

    È il secondo Nobel (dopo LeClezio) che mi delude: spero proprio che non sia stato questo libro a farle meritare il premio. Scrittura contorta., che mi ha reso difficile la lettura. Sono stato tentato ...continua

    È il secondo Nobel (dopo LeClezio) che mi delude: spero proprio che non sia stato questo libro a farle meritare il premio. Scrittura contorta., che mi ha reso difficile la lettura. Sono stato tentato più volte di abbandonare il libro e sono arrivato alla fine con molta, molta fatica.

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  • *** Aquest comentari conté spoilers! ***

    5

    Si può restare toccati da un libro anche senza bisogno necessariamente di identificarsi o di immedesimarsi nel protagonista o nella mente (contorta, su questo non c'è dubbio) del suo creatore. Se poi ...continua

    Si può restare toccati da un libro anche senza bisogno necessariamente di identificarsi o di immedesimarsi nel protagonista o nella mente (contorta, su questo non c'è dubbio) del suo creatore. Se poi il libro in questione è La pianista di Elfriede Jelinek, per quanto "anticonvenzionali" si possa essere, direi che è quasi impossibile: Erika Kohut, così come sua madre, con la quale forma un tutt'uno che è impossibile scindere, è un personaggio "estremo", così come estremo, eccessivo, osceno è questo romanzo. Per certi versi mi ricorda Roth ne Il teatro di Sabbath: solo un grande scrittore riesce a trasformare l'eccesso in un'opera d'arte e, se non consentiamo all'arte di trascendere la realtà, di prenderne il meglio e il peggio per dare vita a un capolavoro, chi altro potrebbe farlo?
    Ma, tornando a Roth, a differenza de Il teatro di Sabbath, tutto centrato sulla "libidine" del protagonista, qui, a ben vedere, di spazio - non dico per la passione, ma anche solo per la "lussuria" - ce n'è molto poco... ed è questo ad avermi sorpreso e insieme conquistato. Diciamoci la verità, chiunque alle prese con la vicenda di una donna sessualmente repressa che si dà al voyerismo e al sadomasochismo, si aspetterebbe l'altra faccia della medaglia: il piacere della perversione che evidentemente deve provare, che la spinge e a suo modo la "giustifica". Invece no: di tutto questo non c'è traccia in questo romanzo, e questo fa sì che il tutto sia ancora più duro, più indigesto, più graffiante. “Erika non dà e non prende”. Direi persino che qui si parla di tutto fuorché di sesso, il che può sembrare un paradosso. Me ne sono accorta in modo palese in uno dei passaggi chiavi del romanzo, ovvero quello in cui Klemmer legge sconvolto la lettera che Erika gli ha scritto.
    Cosa significa questa lettera per lei? è una richiesta d'aiuto? è il disvelamento di un'ossessione a lungo covata, è il perverso desiderio di essere sottomessa, dopo che lei stessa, per tutta la vita, si è sottomessa a sua madre e insieme hanno sottomesso il mondo? è un modo per annullare la propria volontà, o piuttosto per imporla per l'ennesima volta, incapace com'è di interpretare la vita se non come una guerra di potere, un dispiegamento di forze che porterà necessariamente alla capitolazione di qualcuno? La complessità, la problematicità che si nascondono in questa rivelazione che la donna fa di se stessa e della sua natura, è talmente profonda da non poter essere banalmente ridotta a una deviazione sessuale... Di questo in un certo senso me ne ero accorta fin dall'inizio, e la consapevolezza è andata crescendo pagina dopo pagina. Tutto nella vita di Erika sembra averla condotta a quella lettera: il rifiuto del mondo, alla cui mediocrità lei e la madre non si sono mai volute conformare, il rifiuto di se stessa, del proprio intrinseco valore - che non è dato da un illusorio senso di supremazia sugli altri, alimentato per tanto tempo dai sogni di gloria di sua madre - e quindi della propria naturale e sana femminilità. La conseguenza è dolorosa e inevitabile: Erika crede che sarà di nuovo se stessa sentendosi "oggetto" nelle mani di qualcuno.
    Schiava e padrona, vittima e carnefice di se stessa: senza troppe "spiegazioni psicologiche", viene espresso chiaramente il concetto di sado-masochismo, quella forma di perversione per cui si cerca allo stesso tempo di dominare e di essere dominati. Di dominare sentendosi dominati. A questo proposito, il rapporto con la madre è emblematico: ci rinuncio a priori perché non ne verrei più fuori, tanto ci sarebbe da dire... ma questo è uno dei passaggi che mi ha colpito di più: “I suoi atti di obbedienza, ormai una semplice routine, necessitano di un crescendo! E una madre non può bastare”...
    Erika non è una vittima in senso tradizionale, e la Jelinek non vuole farcela passare per tale, neanche quando, alla fine, la sua “fantasia” verrà coronata e si rivelerà tutta diversa da quello che aveva immaginato... forse perchè non era questo che voleva davvero? forse perchè il suo era davvero solo il disperato appello di una donna che vuole essere amata? Difficile dirlo, e non credo che alla fine sia tanto importante arrivare a capire le ragioni (o le colpe) della tragedia che si dispiega sotto i nostri occhi.
    In questo senso la scrittrice è davvero superba e non salva nessuno: non la giovane Erika (era LEI, quindi? a questo punto direi proprio di sì), nè quello che è diventata da adulta, non il "libero" e cinico Klemmer, nè tanto meno la dispotica madre... Neppure il "mondo" - questa massa informe e volgare che tanto spaventa le due donne - si salva da questa condanna senza appello e senza misericordia. La Jelinek, non a caso premio Nobel, è maestra non solo nel dosare ironia e tragedia, nel reggere un romanzo intero senza concedersi una sola volta un semplice (e liberatorio) “dialogo diretto”, ma soprattutto nel riportarci questi stralci impietosi di mondo: la mamma che perde la pazienza e molla una sberla al figlio, il turco che non è nessuno persino quando va a puttane, gli amanti che bisticciano perché "i due sessi vogliono sempre qualcosa di fondamentalmente diverso"...
    Un libro forte, a tratti molto pesante (lo devo ammettere) ma che è capace di dimostrare che un argomento che potrebbe eccitare la fantasia per la sua componente di scandalo, è in realtà una porta spalancata su un mondo che può fare paura.

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  • 3

    Bello ma... morboso.

    Credo che stilisticamente possa essere considerato un vero capolavoro, per quanto io non sia mai stata una particolare fan di certe scritture novecentesche. Purtroppo, al di là di questo, temo di non ...continua

    Credo che stilisticamente possa essere considerato un vero capolavoro, per quanto io non sia mai stata una particolare fan di certe scritture novecentesche. Purtroppo, al di là di questo, temo di non averlo potuto apprezzare appieno per via del suo nocciolo tematico centrale, eccessivamente morboso e disturbante per il mio stomaco. Leggere queste pagine, infatti, è stato come navigare con l'acqua alle mastre in un maelstrom di grave patologia psichica e di relazioni sociali malate. Il tutto affrontato con maestria, per carità: davvero, non si può negare che sia una lettura di un certo livello. Per quanto, almeno per la sottoscritta, decisamente non definibile come piacevole.

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