La Repubblica

Di

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

4.3
(637)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 388 | Formato: Altri

Isbn-10: 881712351X | Isbn-13: 9788817123518 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Copertina rigida , Rilegato in pelle

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Politica

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  • 5

    Atene 370 A.C.

    Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso o ...continua

    Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi da rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine; c’è da meravigliarsi che l’arbitrio si estenda a tutto e che dappertutto nasca l’anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle?

    In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e si confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti tra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche convenienze nelle reciproche tolleranze; in cui la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte; in cui l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti
    ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano per le strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell’autoritarismo?

    Ecco, secondo me, come nascono le dittature.
    Esse hanno due madri.
    Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia.
    L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
    Allora la gente si separa da coloro cui fa la colpa di averla condotta a tale disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza che della dittatura è pronuba e levatrice.
    Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
    E prima che nel sangue, nel ridicolo.

    Da «La Repubblica», cap. VIII, di Platone
    Libera traduzione di Indro Montanelli, maggio ’92 tratto da «La stecca nel coro», Rizzoli

    Montanelli ovviamente scrive in maniera estremamente più sintetica di Platone e gli rende un'ottimo e pessimo servizio. Ottimo perché va diritto al punto con un terzo di fluidissime parole, pessimo perché fa scordare che l'intelligentissimo e coltissimo furbacchione (ne ha fregati più lui che la peste):

    a) scriveva in forma di dialogo.
    b) il dialogo era con tizi e cai che facevano sempre da specchio prezzolato: "ovvio" di cose che ovvie non sono è frequente. Tipo Augias che presenta un suo libro da Fazio, si parva licet...
    c) era una società dove in ogni città democratica, i votanti erano quattro gatti e raggiunta la mezza età forse avevi parlato con ognuno di loro (ad Atene dalle 30 alle 50 mila persone), i colti ancora meno e si conoscevano tutti, proprio tutti letteralmente.
    d) le donne erano un male necessario alla riproduzione della società, la misoginia della società greca classica è proverbiale.
    e) i meteci erano assai e gli schiavi almeno la metà della popolazione. (50-25-13-6-3) era forse la formula ateniese: schiavi, meteci, cittadini, cittadini che contano, cittadini che comandano).
    f) i media erano lettere, pochi libri brevi, i discorsi nel foro, il teatro. E solo in città.
    g) scriveva in forma di dialogo. (sì, mi ripeto apposta)

    Ogni volta che qualcuno paro paro vuole infilare Platone oggi (anche se fosse questo pregevolissimo passo) ricordatevi almeno che la quantità è un attributo della qualità e che un dialogo filosofico non è mai con una confortevole proiezione di voi stessi, solo per i cattivi romanzieri è così.

    Ovviamente per le cinque stelle si tiene conto dell'assoluta importanza plurisecolare, ma da tempo molto di quanto si trova qui va preso con le molle: Platone prima che filosofo era uno scrittore.

    ha scritto il 

  • 5

    Un pilastro della civiltà.

    Quando tempo fa, sospinto dal caos politico crescente, ho deciso di dedicare parte delle mie letture alla filosofia politica (e per amor di simmetria se possibile tutte della stessa collana - Laterza ...continua

    Quando tempo fa, sospinto dal caos politico crescente, ho deciso di dedicare parte delle mie letture alla filosofia politica (e per amor di simmetria se possibile tutte della stessa collana - Laterza), ho pensato subito alla Repubblica di Platone: ma ho tardato un po'. Semplicemente perchè non osavo.
    E' dalla terza liceo che il grande filosofo greco mi gira per la testa, ed anche ai tempi avevo cercato di approfondirlo, sia pur fallendo per la palese insufficienza dei mezzi che i miei sedici anni mi fornivano: ma nonostante il reverenziale timore questa era la grande occasione che non potevo perdere, soprattutto per trarne gli strumenti per capire il marasma in cui è piombata l' Italia del duo Renzi/Grillo.

    C'è chi ha detto che per duemilaquattrocento anni fare filosofia nella civiltà occidentale ha significato solamente commentare "La Repubblica" di Platone. Pur non essendo filosofo mi sento di affermare che probabilmente è vero: tant'è che su ogni pagina dell'opera sono stati scritti scaffali; credo che il mito della Caverna, la similitudine del Pilota o la teoria della linea vantino intere biblioteche. Pertanto non mi azzardo a fare commenti oggettivi sull'opera, quando ci sono studiosi che hanno passato l'intera vita a farlo: mi limiterò a riportare le mie impressioni caso mai possano servire ad altri per affrontare un cimento simile.

    Socrate. In tutte le opere di Platone la figura del suo maestro campeggia in modo così statuario che chi legge è portato a dimenticarsi che spesso è l'allievo che parla con la sua voce. Quando ero uno studente sgobbone, la figura di Socrate mi aveva affascinato per la sua dirittura morale, per la modernità del'idea del non sapere, per il mistero (forse neppure oggi risolto del tutto) che si addensava intorno al fatto che non avesse lasciato scritti. Filtrare il pensiero del maestro attraverso le opere del sublime allievo è un po' come cercare oro tra le sabbie di uno splendido fiume. Individuare il pensiero socratico brillare attraverso il velo della dialettica e della teoria delle idee, mi ha riportato indietro a quegli anni di studi.

    Paradossalmente (ma forse non troppo), non è il cuore dell'opera quello che mi ha attratto di più: i celeberrimi libri in cui Platone costruisce lo stato ideale (ricorrendo ad immagini che sono entrate nella nostra cultura così profondamente che spesso neanche ne siamo consapevoli), sono materia per specialisti della filosofia e mostrano tutti i loro anni sulle spalle. Peraltro stacca con forza il contrasto tra il NON-sapere e l'ostilità a qualsiasi forma di dottrina che si manifestano ogni volta che Socrate apre bocca (e che con tutta probabilità appartengono al grande fustigatore di costumi), con la altissima e potentissima visione dell'anima e dello stato che il suo allievo gli mette in bocca subito dopo. Fanno eccezione come fulmini improvvisi le pagine più famose, studiate nei secoli, che mentre le leggi nella versione originale riportano alla mente le dozzine di scrittori di ogni epoca che ne hanno fatto uso. Il mito della Caverna ne è l'esempio più lampante.

    La parte che veramente mette i brividi è quella coperta dai libri VIII e IX. Il primo tratta delle forme di stato realmente esistenti dalla migliore alla peggiore (Aristocratico, Timocratico, Oligarchico, Democratico e Tirannico) e di come inevitabilmente senza il supporto della filosofia nel suo senso più alto qualsiasi forma di stato sia destinata inesorabilmente alla più sanguinosa tirannide. Agli occhi di un cittadino degli anni duemila, l'idea che l'aristocrazia possa essere la forma di governo migliore può sembrare bizzarra, ma non è questo il punto. E' che il grande pensatore riesce a rendere l'idea di Timocrazia (la ditattura militare), di democrazia e di tirannide con una chiarezza, una completezza ed una profondità molto rare da trovare nei commenti e negli articoli dei giornalisti di oggi (questo libro è stato scritto nel trecentonovanta avanti Cristo, giova ricordarlo). L'esposizione del graduale passaggio dalla Democrazia alla Tirannide è semplicemente spaventoso. A volte ho pensato che Platone dovesse posedere un qualche sesto senso, sicuramente si tratta di un genio assoluto applicato alla natura umana ed alla natura dello stato. Mi sono esercitato a richiamare alla mente tutto quello che sapevo di alcuni dei più famosi passaggi dalla democrazia alla tirannide, e ho scoperto che tutti potevano essere spiegati ed interpretati benissimo dalla idea che Platone ha dei punti deboli della Democrazia. Dall'avvento di Giulio Cesare a quello di Napoleone, dalla dittatura (brevissima) di Garibaldi in Sicilia alla nascita del Fascismo, mi sono accorto che sempre la democrazia ha dovuto soccombere sempre per le stesse ragioni.
    E l'Italia di oggi? Ebbene, come era piuttosto facile scoprire, alla luce delle idee di Platone si trova esattamente sul ciglio tra democrazia e tirannide, ed il destino dipende solo da noi (questo pensiero è mio, perchè per il fondatore dell' Accademia la degenerazione della democrazia è un fatto inevitabile).

    Questo pensiero mi è stato confermato dalla lettura del libro IX, nel quale con un'arditissima metafora viene compiuto un parallelismo tra la forma di governo degli stati e la forma di governo dell'anima di ogni uomo. Ne vengono conseguentemente descritti in maniera estremamente acuta l'aristocratico (che in Platone è equivalente a filosofo), il timocratico (o guerriero), l'oligarchico, il democratico ed infine il tiranno. Se come si è fatto prima ci si sofferma a pensare ai grandi politici del Novecento e del nostro tempo classificandoli secondo lo schema proposto si scopre che non solo è perfettamente possibile farlo, ma anche che diventano prevedibili i comportamenti e le idee politiche di persone come Monti (oligarca); ma anche, che è molto più preoccupante, che leaders democratici come Renzi e ma soprattutto il pericolosissimo Grillo, hanno evidentissime le caratteristiche dell' uomo Tirannico.

    E quindi? La conclusione curiosa è che questo libro lungo e difficile è estremamente utile anche al profano di filosofia, ma per ragioni completamente diverse da quelle per cui si interessano al libro gli storici di professione. E se dovessi consigliare di leggere solo una parte dell'opera, non sarebbe il cuore del libro e neppure il bellissimo Mito finale dell'esperienza oltremondana di Er (che probabilmente ha influenzato invece il Neo Platonismo dei secoli successivi, sia agostiniano che dionigiano), ma invece proprio i libri ottavo e nono: nei quali il pensatore discende dall'Iperuraneo per guardare al mondo reale che evidentemente in ventiquattro secoli non è cambiato molto, offrendoci strumenti potenti per cercare di capirlo meglio.

    Bellissima (ed è la prima volta, ci tengo a dirlo) l'introduzione e la sintesi di Mario Vegetti, chiara e comprensibile al punto da diventare uno strumento prezioso per tenere il filo del discorso. Ho avuto l'onore di ascoltare lo studioso al festival della filosofia, in una lezione sulla componente timocratica dell'uomo. Spero di avere la possibilità di incontrarlo ancora e complimentarmi con lui.

    ha scritto il 

  • 5

    L'edizione in questione è curata dal migliore studioso della Repubblica che abbiamo. Se le note al testo non sono così numerose, lasciano quindi spazio di respiro al lettore, l'introduzione ad ogni li ...continua

    L'edizione in questione è curata dal migliore studioso della Repubblica che abbiamo. Se le note al testo non sono così numerose, lasciano quindi spazio di respiro al lettore, l'introduzione ad ogni libro è monumentale, chiarissima, praticamente due libri in uno: il testo ed un puntiglioso commento al testo (ad un prezzo peraltro contenuto).

    ha scritto il 

  • 5

    Come si può commentare Platone?
    Di certo non mi azzardo a fare una recensione "ampia e filosofica" del suo libro.
    Posso solo felicitarmi che, diversamente da Socrate, abbia colto l'importanza di trama ...continua

    Come si può commentare Platone?
    Di certo non mi azzardo a fare una recensione "ampia e filosofica" del suo libro.
    Posso solo felicitarmi che, diversamente da Socrate, abbia colto l'importanza di tramandare i propri pensieri in forma scritta alle generazioni future.
    Chiariamo che molte cose che scrive riguardo all'organizzazione della sua città ideale non le condivido (la critica e la censura della poesia e della pittura, la divisione in persone utili e inutili e altre usanze spartane che vorrebbe introdurre nella sua costituzione). Però è innegabile che vada contestualizzato nel suo tempo e che la sua morale e le sue intuizioni più fini non potevano non diventare i pilastri della nostra cultura, per quanto erano sensibili, ragionate ed "avanti coi tempi" (l'uguaglianza della donna, l'importanza dell'educazione, della musica, l'infelicità a cui sono destinati gli ingiusti etc...).
    In questo libro c'è un po' tutto il suo pensiero, esposto in modo semplice, efficace e dinamico (probabilmente grazie anche alla sua forma di dialogo).
    Leggere questo capolavoro del pensiero è stato un vero ed interessante piacere. Tutti dovrebbero approcciarvisi (perché pensare, a prescindere da tutto, fa bene!).

    ha scritto il 

  • 3

    Una delle poche opere lette durante l'università, ho frequentato la facoltà di filosofia, che mi hanno lasciato un ricordo indelebile. La nostra vita è descritta in modo sublime nel mito della caverna ...continua

    Una delle poche opere lette durante l'università, ho frequentato la facoltà di filosofia, che mi hanno lasciato un ricordo indelebile. La nostra vita è descritta in modo sublime nel mito della caverna, basta alibi e scappatoie, la vita va vissuta in pieno perchè è l'unica possibilità che abbiamo.

    ha scritto il 

  • 5

    IL CASO DEI NEURONI SPECCHIO NELLA CAVERNA DI PLATONE

    Sono quasi vent’anni che stiamo davanti a un monitor su cui scorrono le ombre di un mondo la cui realtà è un optional. Ce ne stiamo imbambolati a guardare imitando le reazioni degli sconosciuti compa ...continua

    Sono quasi vent’anni che stiamo davanti a un monitor su cui scorrono le ombre di un mondo la cui realtà è un optional. Ce ne stiamo imbambolati a guardare imitando le reazioni degli sconosciuti compagni di web a nostra volta imitati, e solo gli errori di trascrizione, come le casuali mutazioni genetiche, permettono qualche piccola variante che salutiamo, con gli stessi gesti e gli stessi segni, come innovazione e progresso.

    Siamo tornati schiavi nella caverna, e la cosa fa comodo sia ai fruitori sia agli oscuri produttori di ombre, che si attaccano pro-domo sua alla neuroscienza con suoi fascinosi “mirror neurons”.
    Anche Platone aveva capito che ad Atene i mirrors neurons la facevano da padrone. Li chiamava, con un pizzico di snobismo, "conoscenza inferiore" alla stregua di quella delle scimmie.
    Il pensiero di lasciare l’umanità a sbucciare felicemente banane davanti lo specchio gli avrà fatto arricciare il pelo rosso:”
    per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti”.
    A differenza degli scienziati moderni pensò “subito”, nello stesso capitolo e nel giro di poche righe, che non fosse giusto e bello (la verità è giusta e bella per il siculo-ateniese) lasciare i suoi simili là dentro la caverna.
    Li fece uscire uno per volta con il rischio di essere sopraffatti dai cisposi cavernicoli, maggioranza schiamazzante, qualora ritornassero indietro, pietosi, per liberarli:
    non farebbe ridere e non si direbbe di lui che torna dalla sua ascesa con gli occhi rovinati e che non vale neanche la pena di provare a salire? E non ucciderebbero chi tentasse di liberarli e di condurli su, se mai potessero averlo tra le mani e ucciderlo?".
    C’è qualcosa nella nostra corteccia umana, non dico di trascendentale ma più in alto, che modula i neuroni specchio che condividiamo con i nostri fratelli macachi, con tutto il rispetto per loro.
    A Platone è bastato fare mente locale per rendersene conto. I nostri scienziati hanno dovuto inventare un’ avveniristico strumento “neuroimmaginoso” per scoprire che questi benedetti neuroni si agitano quando si vede suonare un piffero e se ne stanno tranquilli quando si guarda il cielo stellato.

    Non ci resta che aspettare di sapere cosa ci farà uscire dalla caverna consolandoci con Platone.

    ha scritto il 

  • 4

    Utopia al tempo di Platone

    Giunti, stremati, all’ultima pagina, cosa possiamo ricavare da un’opera il cui contenuto ha segnato così profondamente l’immaginario politico occidentale? Gli interrogativi che lo scritto ci porge son ...continua

    Giunti, stremati, all’ultima pagina, cosa possiamo ricavare da un’opera il cui contenuto ha segnato così profondamente l’immaginario politico occidentale? Gli interrogativi che lo scritto ci porge sono molteplici e validi studiosi non hanno mancato di esprimere la loro opinione: l’utopia platonica fu considerata da Popper come una forma di totalitarismo politico, e la kallipolis tanto elogiata altro non sarebbe, per questo autore, che un governo di filosofi che mirano a sancire le condizioni necessarie per l’accesso al potere ed al suo esercizio. Il resto qui: http://salteditions.wordpress.com/2013/07/08/utopia-al-tempo-di-platone/

    ha scritto il 

  • 5

    Monumentale.

    Quattrocentoventi pagine che parlano della giustizia, della felicità, della conoscenza; quattrocentoventi pagine, insomma, che parlano della vita dell'uomo.
    Mai noioso e mai pesante, ma d ...continua

    Monumentale.

    Quattrocentoventi pagine che parlano della giustizia, della felicità, della conoscenza; quattrocentoventi pagine, insomma, che parlano della vita dell'uomo.
    Mai noioso e mai pesante, ma di sicuro necessita di un ampio respiro per poter essere gustato appieno (senza rischiare di sfrangiarsi le palle, certo).

    Due precisazioni:

    a) Il celebre «mito della caverna» non è un mito. Citando dall'opera (Libro VII 514 a):

    «Riguardo alla cultura e alla sua mancanza, immaginati la nostra condizione nel modo seguente. Pensa ad uomini in una caverna sotterranea [...]»

    Il celebre «mito della caverna» non è un mito. È un'allegoria. È la nostra situazione reale.
    Gli uomini sono incatenati in una caverna.
    Gli uomini sono costretti a guardare solo delle ombre.
    Gli uomini sono convinti che queste ombre siano tutta la loro realtà.
    E se per puro caso un uomo si libererà mai dalle catene e volgerà lo sguardo verso il sole della Verità, beh, i suoi occhi si feriranno, perché non abituati alla terribile luce.
    E quando infine questo uomo si abituerà alla luce scoprirà che la realtà è ben altra roba rispetto alle vecchie ombre della caverna; e se, meravigliato della scoperta, vorrà andare a liberare i suoi vecchi compagni per mostrare loro la realtà, beh, verrà trattato a pesci in faccia. I suoi vecchi compagni non gli crederanno, abituati come sono alle loro vecchie ombre. Verrà umiliato. Verrà deriso.
    Felicità della conoscenza? Non qui.

    b) Criticare Platone accusandolo di totalitarismo è come criticare Pirandello accusandolo di essere un fascista e, in definitiva, significa non capire un cazzo di niente.

    ha scritto il 

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