La Tregua

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Publisher: Alfaguara

4.2
(666)

Language: Español | Number of Pages: 186 | Format: Softcover and Stapled | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 8420421499 | Isbn-13: 9788420421490 | Publish date: 

Also available as: Paperback , Mass Market Paperback , Others , Hardcover

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
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  • 3

    ED E' SUBITO SERA

    La bellissima poesia di Salvatore Quasimodo "Ed è subito sera" del 1942 rappresenta la sintesi di questo romanzo: "Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito ser ...continue

    La bellissima poesia di Salvatore Quasimodo "Ed è subito sera" del 1942 rappresenta la sintesi di questo romanzo: "Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera".
    Il protagonista Martìn Santomé è un 50enne abitante di Montevideo che aspetta di andare in pensione (ne ha una inspiegabile - a mio parere - fretta). Una vita lineare, sommessa, con la perdita prematura dell'amatissima moglie Isabel, con tre figli (rapporti non del tutto facili), un lavoro ripetitivo e noioso, per quanto sicuro e adeguatamente retribuito. Tutto procede con calma piatta, finché un giorno non entra nella sua vita la figura di una impiegata (da addestrare): Laura Avellaneda. Sarà di nuovo amore, dopo una lunga riflessione, e il "raggio di sole" che gli dona nuova linfa vitale. Ma sarà presto "sera" di nuovo.
    Lo stile della narrazione rende magistralmente lo spirito del protagonista e le vicende minime della sua vita, raccolte in questa specie di diario. Forse triste, ma molto toccante.

    Blue Tango

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  • 4

    Davvero bello

    Mi ha richiamato l'immenso Bartleby (Melville)….quell'aura di straniamento nella normalità che permea questo breve romanzo dalla prima all'ultima pagina.
    Non inganni la struttura apparente del diario ...continue

    Mi ha richiamato l'immenso Bartleby (Melville)….quell'aura di straniamento nella normalità che permea questo breve romanzo dalla prima all'ultima pagina.
    Non inganni la struttura apparente del diario quotidiano: in realtà si tratta di un espediente per separare i frammenti narrativi in "quadri" sempre coerenti e armoniosi che compongono un blocco molto saldo e compatto.
    Straordinaria capacità di questo scrittore è quella di trarre il massimo dal minimo: la vicenda centrale d'amore intorno alla quale ruota la storia è scritta con assoluta economia di mezzi espressivi, che, tuttavia, sapientemente distribuiti su diversi piani che acutizzano la percezione degli eventi raccontati da differenti angolazioni, coprono una gamma vastissima e davvero profonda di situazioni-sentimenti-atteggiamenti attraverso i quali Benedetti, manipolando la normalità, vi aggiunge spessore e forza, introducendo anche un vivo senso di suspense e avventura che parrebbe negato dalla ovvietà e semplicità dei fatti rappresentati.
    E lui, l'impiegato alle soglie della pensione, continua a interrogarsi e a interrogarci...
    Davvero bello.

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  • 5

    Non era la felicità, era solo una Tregua

    "È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All'inizio mi sono rifiutato di credere che potesse ess ...continue

    "È evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. È evidente pure che mi ha concesso una tregua. All'inizio mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua".
    SPLENDIDO

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  • 5

    Un anno a Montevideo

    Martìn Santomé ha 49 anni, 3 figli grandi, un lavoro ripetitivo e avaro di soddisfazioni, una vita noiosa, un solo amico; Martìn gode della stima di chi lo conosce, ha pochi ricordi del proprio passat ...continue

    Martìn Santomé ha 49 anni, 3 figli grandi, un lavoro ripetitivo e avaro di soddisfazioni, una vita noiosa, un solo amico; Martìn gode della stima di chi lo conosce, ha pochi ricordi del proprio passato, rapporti rarefatti con i figli, distaccati e un po' polemici con il suo Dio, nutre (giustamente) un po' di timore di invecchiare, essendo ad un passo dalla pensione (siamo nel 1959, altri tempi per le protezioni previdenziali). E' vedovo da molti anni e, per superare il dolore e affrontare i gravi compiti della paternità, si è costruito un piccolo mondo mediocre di abitudini. Cosa lo salva? Una prodigiosa capacità di introspezione, che mette a frutto grazie alla (metodica anch'essa) stesura del diario. E così riconosce che, in fondo, dovrebbe essere orgoglioso per avercela fatta nonostante tutto, ma non lo è, perché "riuscire a cavarsela con i figli era un obbligo", e "tutto è stato sempre troppo obbligatorio perché potessi sentirmi felice". E, a un certo punto, si chiede brutalmente: "Non sarò per caso arido? Sentimentalmente, dico".
    Ma (attorno alle pagine 70-90) succede qualcosa, che a poco a poco sconvolge tutto questo mondo asfittico ma tranquillizzante. Ma, ciò che più conta, questo (secondo) innamoramento fa rivivere anche il primo, gli dona un nuovo significato, offre (oltre al comprensibile impatto emotivo) una nuova consapevolezza, molto maggiore e più profonda di quella sin lì coltivata mediante l'esercizio del puro raziocinio; anche i rapporti, ora apertamente conflittuali, con uno dei figli si chiariscono, e questo perché, come Martìn riconosce, "parlo con lei come se parlassi con me stesso, e anzi ancora meglio".
    Poi (a pag. 218) le cose cambiano di nuovo e, come avviene con i racconti più belli, sta a noi fantasticare su quello che accadrà dopo che il diario si è chiuso e il periodo di "tregua" si è interrotto.
    Martìn Santomé è il mio personaggio letterario del 2016. Ciao Martìn, mi hermano.

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  • 0

    “E tu come ti senti,” le ho chiesto, “come se ti vedessi le mani leggermente azzurre e luminose?”

    “Io e Avallaneda,” ho detto molto lentamente. “Su, dillo ancora”. “Io e Avallaneda,” ho ripetuto, obbe ...continue

    “E tu come ti senti,” le ho chiesto, “come se ti vedessi le mani leggermente azzurre e luminose?”

    “Io e Avallaneda,” ho detto molto lentamente. “Su, dillo ancora”. “Io e Avallaneda,” ho ripetuto, obbediente.

    anche il suo sguardo sembrava essere quello di chi sia sorpreso dal mondo, dal semplice fatto di trovarcisi.

    Storia di una felicità ragionevole, oggi si direbbe: sostenibile.
    La storia di pochi mesi in cui a un uomo che la vita non aveva trattato in modo amichevole, un uomo che aveva trovato l’equilibrio in una tristezza con vocazione all’allegria, riesce a ri-pensare alla vita, a pensare di nuovo alla vita, alla possibilità di un ordine logico e perfino all’ipotesi di un progetto.
    Mediocre per sua stessa ammissione, appassionato di un lavoro mediocre, dedito a sveltine “igieniche”, con un paio di amici entrambi problematici, alla strenua ricerca di un dialogo coi figli; talmente “ragioniere” da chiamare il suo amore sempre e solo per cognome; Avallaneda – quando la sente chiamare Laura non si rende nemmeno conto che si parla di lei.
    Un uomo normale, insomma, perché la sua storia di dolore, una vedovanza troppo precoce, non lo distingue mica dagli altri, non lo rende speciale per nessuno, non gli dà nemmeno l’onore che si tributa a chi ce l’ha fatta malgrado tutto. – Riuscire a cavarmela con i figli era un obbligo.
    Chi non è attratto dal proprio passato? Non certo chi vive in un presente continuo.
    Che cos’è la tregua? Una felicità ragionevole, pochi mesi, senza morale e senza spiegazioni a tutti i costi; morale e spiegazioni che non ci sono perché non ce n’è bisogno: Benedetti si limita a raccontare, e non è certo poco, una vita, un pezzo di vita.

    Ecco, un possibile titolo alternativo per il romanzo potrebbe essere: La vita.
    Un pezzo di vita che approssimativamente si può racchiudere tra le due frasi che seguono.

    Ma la mia libertà è l’altro nome della mia inerzia.

    Ci sono giorni in cui non riesco a distinguere le sfumature che separano l’inerzia dalla disperazione.

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  • 3

    Martin Santomé è un impiegato a pochi mesi dalla pensione. Ha tre figli di circa vent'anni, che conosce pochissimo, e il ricordo appannato della donna che li ha generati, Isabel, la moglie morta dopo ...continue

    Martin Santomé è un impiegato a pochi mesi dalla pensione. Ha tre figli di circa vent'anni, che conosce pochissimo, e il ricordo appannato della donna che li ha generati, Isabel, la moglie morta dopo il parto dell'ultimo. Lunedì 11 febbraio è la data della prima annotazione del diario che compila quasi ogni giorno. Annoiato e abitudinario, solitario e disilluso, Martin vede i figli comparire dentro casa come oggetti misteriosi nel cielo, in ufficio intrattiene rapporti minimi con i colleghi, da anni si concede con le donne solo incontri occasionali, una volta è sufficiente a soddisfarlo, non ha altre esigenze. L'unica cosa ad attirare la sua attenzione è il conto alla rovescia dei giorni che gli mancano al pensionamento. La fine dell'ultimo vincolo, tutto quel tempo libero che verrà, a sua disposizione, ma per fare cosa? Nella sua vita non c'è traccia di entusiasmo, pittosto un senso di inadeguatezza profonda: per sua stessa ammissione ingenuo e immaturo, Martin ha tutti i difetti della gioventù senza nessuna delle sue qualità. Finché un giorno Laura Avellaneda viene assunta nel suo ufficio, una che almeno capisce quello che le si spiega, la prima osservazione di Martin su di lei. Ha più o meno l'età dei suoi figli. Non è dato di stabilire se sia un senso imminente di ribellione alla sua stessa condizione, covato e trattenuto per anni, a trovare in Avellaneda il supporto per liberarsi o se l'improvviso innamoramento per Avellaneda ricrei in Martin quelle qualità giovanili che erano ormai evaporate: l'energia, il coraggio, l'incoscienza, l'iniziativa, l'irrazionalità. Dal momento in cui Avellaneda entra in ufficio, Martin rientra nella sua vita. Venerdì 17 maggio le confessa il suo amore. Poi è una escalation: riesce finalmente a trovare il coraggio per interessarsi dei suoi figli; ritrova l'equilibrio per gestire al meglio il tempo libero, i colleghi, gli amici. In un confronto continuo tra l'amore giovanile per Isabel, passionale e carnale, e quello attuale per Avellaneda, empatico e schietto, Martin riscopre e libera la propria umanità di adulto consapevole della sua natura complessa e incompleta, il proprio altruismo, l'umiltà, dimentica il cinismo e la paura e si lascia impossessare da desideri sempre più nuovi e più forti che lo obbligano ad agire. Ogni resistenza è progressivamente abbattuta, la differenza di età, l'opportunità di svelare il nuovo rapporto ai figli, ogni ostacolo che la mente di Martin crea per costringerlo all'abitudine o - come i sogni - per abituarlo al cambiamento, viene superato. La loro relazione poco a poco cresce, esce dalla clandestinità iniziale per la fiducia che entrambi vi ripongono, per la fiducia che, ciechi, si concedono senza scendere a patti, senza preoccuparsi di difendersi. E quando Martin avrà vinto tutte le ritrosie che ancora un poco lo frenano, quando saprà esattamente come impegnare il tempo una volta in pensione, cosa succederà? Questo è il punto a cui tende Benedetti, al momento in cui la tregua avrà fine. Una tregua, il breve tempo che ci è concesso, un tempo utile a far posare la polvere che sempre si solleva davanti ai nostri occhi nel turbine caotico della vita. Un tempo nitido durante il quale possiamo (nel romanzo grazie alla scrittura analitica e precisa di Benedetti, nella vita grazie al coraggio) capire quello che realmente si cela dietro ogni nostro comportamento, di nuovo osservare i sentimenti che ci appartengono, come case ancora in piedi, uomini e donne ancora vivi dopo il caos e l'apatia. La tregua, il tempo della rinascita racchiuso tra due istanti luttuosi.

    "E' evidente che Dio mi ha riservato un destino oscuro. Non proprio crudele. Semplicemente oscuro. E' evidente pure che mi ha concesso una tregua. All'inizio mi sono rifiutato di credere che potesse essere la felicità. Mi sono opposto con tutte le mie forze, poi mi sono dato per vinto, e ci ho creduto. Ma non era la felicità, era solo una tregua. Adesso, sono nuovamente preso nel mio destino. Ed è più oscuro di prima, assai più oscuro".

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  • 4

    CHE HO FATTO DELLA MIA VITA?

    La fotografia di un calice di Martini con la sua oliva che si riflette su un bancone, circonfuso di riflessi rosa e celesti, spicca sulla bella copertina di questo libro e ci introduce al carattere so ...continue

    La fotografia di un calice di Martini con la sua oliva che si riflette su un bancone, circonfuso di riflessi rosa e celesti, spicca sulla bella copertina di questo libro e ci introduce al carattere solitario e introspettivo del protagonista.
    Martìn Santomé, cinquantenne alla soglia della pensione, scrive un diario dove riflette sul proprio passato e sul presente. “Che ho fatto della mia vita?”, si domanda e il bilancio è ovviamente negativo: vedovo, ha allevato due figli e una figlia con i quali il dialogo è difficile o inesistente, riconosce un solo amico e sul lavoro mantiene un basso profilo prediligendo la routine alla competizione e agli avanzamenti di carriera.
    Questo signore di mezza età dall’aspetto ordinario ma dall’intelligenza fine è forse un alter ego dell’autore? Di certo ci ispira comprensione e simpatia proprio per il suo atteggiamento schivo e le considerazioni acute e impietose su di sé e sulla famiglia, sull’ambiente di lavoro e dell’informazione, sulla società uruguaiana degli anni Cinquanta:
    “Otto del mattino. Sto facendo la prima colazione al Tupì. Uno dei miei piaceri più grandi. Sedermi accanto a una delle finestre che danno sulla piazza. Piove. E’ più piacevole ancora. Ho imparato ad amare quel mostro folclorico che è il Palacio Salvo. Ci sarà qualche buona ragione se fa bella mostra di sé su tutte le cartoline per turisti. E’ quasi una rappresentazione del carattere nazionale: presuntuoso, sciocco, eccessivo, simpatico. E’ talmente ma talmente brutto che ti mette di buonumore”.
    “Ognuno appartiene a un solo luogo sulla terra”, e questo luogo per Martìn Santomé è Montevideo, la capitale dove si aggira dall’ufficio alla casa, alla fermata della metro, al caffè o al cinema, con qualche puntata al mare:
    “Una giornata di sole magnifico, quasi autunnale. Siamo andati a Carrasco. La spiaggia era deserta, forse perché in pieno luglio la gente non si azzarda a credere al bel tempo. Ci siamo seduti sulla sabbia. Con la spiaggia così vuota, le onde sembrano imponenti, sono loro a governare il paesaggio. Da questo punto di vista mi riconosco lamentosamente docile, malleabile. Vedo questo mare implacabile e desolato, così orgoglioso della sua spuma e del suo coraggio, appena macchiato da ingenui gabbiani quasi irreali, e di colpo mi rifugio in un’irresponsabile ammirazione. Ma quasi subito l’ammirazione sfuma, e comincio a sentirmi vulnerabile come una vongola, come un ciottolo levigato. Questo mare è una sorta di eternità.” (Il ciottolo levigato sarà un omaggio al nostro Giuseppe Ungaretti? Non dimentichiamo che Mario Benedetti è anche un poeta)
    Quando in questa normalità irrompe l’amore con la sua forza vitale è come uno squarcio di sole tra le nubi.

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  • 4

    Il diario di un amore tra un cinquantenne ed una ragazza che ha la metà dei suoi anni...nella Montevideo degli anni '50, con i limiti del macho latino dell'epoca (di certo adesso è un pò fastidioso le ...continue

    Il diario di un amore tra un cinquantenne ed una ragazza che ha la metà dei suoi anni...nella Montevideo degli anni '50, con i limiti del macho latino dell'epoca (di certo adesso è un pò fastidioso leggere la menata omofoba sul figlio gay)...un libro breve ma molto bello; una scrittura semplice ed autentica, che parla di una vita e nulla più... pessimista, certo...ma intellettualmente onestissimo....e qui Benedetti dimostra che per scrivere della vita, della vita vera, non c'è bisogno di tanti artifici, di pianisti sull'oceano o cinghiali che si mettono a pensare (e lo dico senza polemica, solo a mo' di esempio..)...basta essere chiari, onesti con se stessi ed i lettori, allontanare le seghe mentali dal proprio orizzonte.

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