La Tregua

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Publisher: Editorial Seix Barral

4.2
(580)

Language: Español | Number of Pages: | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 9875800953 | Isbn-13: 9789875800953 | Publish date: 

Also available as: Mass Market Paperback , Others , Hardcover , Softcover and Stapled

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
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  • 3

    È andato tutto talmente a gonfie vele, che non vale la pena di scriverne

    Quando viaggio mi piace avere qualcosa di interessante da leggere, per questo porto sempre con me il mio diario. (Oscar Wilde)

    Un diario è interessante solo se è il nostro o quello di qualcuno che par ...continue

    Quando viaggio mi piace avere qualcosa di interessante da leggere, per questo porto sempre con me il mio diario. (Oscar Wilde)

    Un diario è interessante solo se è il nostro o quello di qualcuno che parla anche di noi. Mario Benedetti credevo fosse italianissimo, invece l'ho scoperto uruguagio come Ruben Sosa, Edison Cavani, Alvaro “Chino” Recoba, ma soprattutto (per ragioni d'età) come Alcides Ghiggia, l'oriundo che segnò il goal decisivo nella finale mondiale del 1950 contrò il Brasile, al Maracanà. E' sua la frase:
    «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io»
    In passato avevo avuto difficoltà con il diario di Fernando Pessoa, si sono ripresentate nonostante Benedetti scrivesse in modo garbato, rispettando la linea guida internazionale del diarista: “When all is right, the man don't write” (Anch'io, come Ghiggia, sono oriundo, la frase è in italiota). La felicità non è fatta per esser descritta, è fatta per esser vissuta. La felicità viene evocata, nel ricordo si trasforma, si mischia alla nostalgia. Il dolore spesso ha urgenza di esser raccontato, ma anch'esso con il tempo si trasforma e rileggendolo si intuisce il modo in cui più tardi è giunto a sedimentare. Il diario di Benedetti non è imbarazzante per lo stesso motivo per il quale non è coinvolgente, perchè è costruito. Non vedevo l'ora di portarlo a termine, alcuni giorni avevano annotazioni di poche righe e li preferivo a quelli per i quali erano state spese un paio di pagine. Facendo uno schema finale degli avvenimenti, si ottiene la scaletta di una soap argentina più che di una storia uruguaiana. A mio avviso la diaristica (vera o finta che sia) si presta meglio come parte integrante all'interno di un romanzo che non come genere a se stante. Detto ciò, va aggiunto che nel diario di Benedetti, come in quello di Pessoa, vi sono frasi che da sole valgono la lettura
    Perché la vita è molte cose insieme (lavoro, denaro, destino, amicizia, salute, preoccupazioni), ma nessuno potrà negare che quando pensiamo alla parola “Vita”, quando per esempio diciamo che “siamo attaccati alla vita”, assimiliamo questa a una parola piú concreta, piú seducente, senza dubbio piú importante: la assimiliamo al Piacere.

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  • 4

    L'innamoramento raccontato con garbato realismo. Tutte fasi ( le ansie, i timori, i momenti magici, le illusioni il dolore ... ) in cui ci si riconosce.
    Innumerevoli le occasioni in cui mi sono trovat ...continue

    L'innamoramento raccontato con garbato realismo. Tutte fasi ( le ansie, i timori, i momenti magici, le illusioni il dolore ... ) in cui ci si riconosce.
    Innumerevoli le occasioni in cui mi sono trovato a rivivere momenti vissuti, cosa devo dire rara nelle storie d'amore, spesso molto poco realistiche.
    Eppure non riesco a dargli cinque stelle.
    Forse la storia d'amore del protagonista è troppo specifica?
    O forse il rapporto con i figli non è raccontato con il realismo e l'abilità della storia d'amore?
    Davvero non lo so e mi dispiace perché questo romanzo merita il massimo.

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  • 4

    Raccontami di lei

    Mario Benedetti narra con la qualità della simplicitas, la semplicità: il racconto ha struttura di diario, sviluppa una quotidianità che ferma il tempo, in una Montevideo tenera e ossessiva. Martin Sa ...continue

    Mario Benedetti narra con la qualità della simplicitas, la semplicità: il racconto ha struttura di diario, sviluppa una quotidianità che ferma il tempo, in una Montevideo tenera e ossessiva. Martin Santomé è un impiegato, è vedovo da molti anni, è vicino alla pensione, interpreta la storia di un amore silenzioso e struggente, intessuta di tristezza e nostalgia, il dolore del ritorno (nostos, algos). Ritorno alla vita. Nel suo risveglio dal sogno e dai rimpianti, nella sua rinnovata voglia di vivere, il protagonista incontra una donna che rappresenta la sua felicità ragionevole, allontanandolo dalla stanchezza del lutto, dalla monotonia clandestina, dalla memoria tattile della passione esperita e ora ritrovata, in una divina corporeità incantevole e nella restituzione di un presente che è dono di una nuova lentezza, visione luminosa di ogni piccolezza, distanze ricomposte in morbide timidezze. La consapevolezza di guardarsi cambiare verso la speranza e un realismo concreto dentro il tempo, al di là del destino avverso: con una riscoperta capacità di innamorarsi insensatamente e con immateriale grazia, di nuovo amare. Aritmie di emozioni romantiche e misteriose complicità con il desiderio, con la lingua del disincanto, in uno stile immediato e sincero, lirico e armonioso. Che in ogni caso gettano per l'uomo vulnerabile l'àncora della resa segreta e assoluta, se non di una delicata e dolorosa redenzione.

    “Vedo questo mare implacabile e desolato, così orgoglioso della sua spuma e del suo coraggio, appena macchiato da ingenui gabbiani quasi irreali, e di colpo mi rifugio in un'irresponsabile ammirazione. Ma quasi subito l'ammirazione sfuma, e comincio a sentirmi vulnerabile come una vongola, come un ciottolo levigato. Questo mare è una sorta di eternità. Quand'ero bambino, batteva e batteva, ma batteva anche quand'era bambino mio nonno, quand'era bambino il nonno di mio nonno. Una presenza mobile ma senza vita. Una presenza di onde scure, insensibili. Testimone della storia, testimone inutile perché nulla sa della storia".

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  • 5

    "Non sarò per caso arido? Sentimentalmente, dico."

    Qui su Anobii ho letto diverse recensioni de "La tregua": alcune entusiastiche, altre tiepide, e proprio queste ultime fatico a capire. Per assurdo, è una fatica che proviene da una lettrice "di bocca ...continue

    Qui su Anobii ho letto diverse recensioni de "La tregua": alcune entusiastiche, altre tiepide, e proprio queste ultime fatico a capire. Per assurdo, è una fatica che proviene da una lettrice "di bocca buona", che evita i classici e si tuffa a pesce in storie di non particolare spessore.
    Ho pensato che il motivo per cui ho amato questo libro è perchè il protagonista è un mio coetaneo, mentre i tiepidi di cui sopra forse sono più giovani...sono quelli che forse non hanno assaggiato la sfumatura di malinconia che pervade il romanzo.
    Tante frasi sono state estrapolate dal libro e citate nelle recensioni e tutte meritatamente perché è scritto veramente bene (è un cosiddetto "ruminante" - categoria di libri che evito come il vampiro evita aglio e crocifisso - ma di un garbo e di una pacatezza che non lo rende noioso neanche per un secondo), ma la mia preferita, quella che spiega mirabilmente l'atmosfera del libro è: "Sono arrivato a un’età in cui il tempo sembra ed è irrecuperabile. Io devo aggrapparmi disperatamente a questa felicità ragionevole che mi è venuta incontro."
    Felicità ragionevole. Gioia per i miei occhi che leggono queste due parole così insolitamente appaiate, musica per la mia anima che riconosce qualcosa a cui non aveva dato ancora nome.
    Non credo che un giovane possa apprezzare il concetto di felicità ragionevole: un giovane vuole cambiare il mondo e rosicchiare la vita fino al torsolo (o farsi un selfie intanto che aspetta di cambiare il mondo). Uno come Santomé, una come Sabri, vorrebbero solo conservare quella quota di felicità ragionevole e proteggerla dalla morte, dalla malattia, dalle distanze di vario genere, dalle separazioni.

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  • 4

    “Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità. Mai ero stato tanto pienamente felice come in quel momento, ...continue

    “Poi, all’improvviso, ho avuto coscienza che quel momento, quel frammento di quotidianità, era il grado massimo del benessere, la Felicità. Mai ero stato tanto pienamente felice come in quel momento, tuttavia avevo la dolorosa sensazione che mai più lo sarei stato, almeno con quella forza, con quell’intensità. L’apice è così, esattamente così. Come se non bastasse, sono certo che l’apice duri solo un secondo, un breve istante, la durata di un lampo, e non si ha diritto a proroghe”.

    Quello che leggiamo in queste pagine è il diario di un anno, di un lungo e brevissimo anno, un tempo su cui l’amore ha impresso il suo sigillo, che è insieme medaglia e ferita, segno distintivo di straordinaria eccezionalità e dolore che scava nella carne e che rende miracolosamente anche l’anima un organo vivo e corporeo che respira e palpita, soffre e sanguina. Il diario di un ultimo amore, uno di quelli che “più degli altri strazia”, perché “lo va nutrendo crudele il ricordare” e, ancora di più, forse, la lucida consapevolezza della sua irripetibilità, e non ha importanza se questa è meramente legata allo scorrere del tempo, al suo farsi giorno per giorno più breve, o alla semplice convinzione che nella quotidianità l’evento miracoloso, quando è veramente tale, quando sollecita il tempo e agisce come intensificatore di attimi, se accade, è per sua natura unico. E’ il diario di un tempo forte quello che Benedetti traccia pagina dopo pagina, della sua lenta parabola ascendente, timorosa, riluttante, incredula, sospettosa, finalmente arresa, e della sua brusca discesa, del suo ritorno all’opacità del tempo debole e inconsistente, il diario che scandisce i passi lievi dell’incanto e la brusca caduta nel disincanto. Una costruzione che, raggiunto il suo apice, crolla, lasciando al suo posto il vuoto. Un tempo estratto dall’interiorità più profonda e vulnerabile dell’uomo, di ogni uomo, dipinto però con i colori sontuosi, fulgidi, concentrati intorno al senso della loro ormai fugace intensità, che sono quelli dell’autunno, dell’ottobre della vita. E, anche, un tempo affidato alla letteratura, alle sue arti manipolatrici, al suo potere affabulatore in grado di decantare e sciorinare, portare alla luce, scavare e dissodare, concentrare il distillato di ciò che sarebbe altrimenti pietosamente soggetto alla distrazione, alla momentanea dimenticanza nel tempo così debole e dispersivo dell’esistenza. Benedetti scrive questo libro nella splendida maturità della sua vita e della sua creatività, nel momento del pieno e maturo possesso dei suoi strumenti espressivi, lo genera nel tempo della fioritura della sua voce poetica e qualcosa di questa sua pienezza traspare dalle pagine dell’accorato e lucidamente sconsolato diario da cui è costituito. E’ per questo, credo, che seguendo i giorni di Martín Santomé, la sua quotidianità, si compie una sorta di viaggio verso l’essenziale, per questo l’esperienza così umana dell’amore raccontata da lui – della straordinaria felicità e dell’altrettanto straordinario dolore che è in grado di recare con sé – è così lontana dalla banalità e anche nel giorno più ordinario, nei luoghi più ordinari, è illuminata da una intensità profonda, pacata e vera, così che un ufficio diventa teatro di sguardi e gesti pensati e trattenuti più intensi di ogni possibile compimento e il tavolino di un bar chiassoso, il luogo sacro in cui si compie una privata e segreta cerimonia. Il fatto è che Benedetti ha una assidua frequentazione con l’anima, la cerca, la chiama, la sollecita nei suoi versi; come se facesse parte del repertorio di scenari in cui ci muoviamo o di oggetti che possiamo maneggiare, la tocca, la manipola e cerca di penetrarla, di comprenderla e di impadronirsene completamente. Così che nel romanzo addirittura scova il luogo fisico in cui risiede ed avverte la sua presenza: “E subito ho avvertito un terribile peso al petto, un’oppressione che non sembrava interessare questo o quell’organo, ma era quasi asfissiante, insopportabile. Qui, nel petto, vicino alla gola, qui deve stare, raggomitolata, l’anima. […] Quell’oppressione al petto era la vita”. Benedetti sembra giocare – ma “non è un gioco: è qualcosa di essenziale” - con la pienezza e con la caducità, con la pienezza che brucia e che quasi opprime come una strana specie di ferita impossibilitata a rimarginarsi e con la sua natura caduca che la rende una tregua nella guerra persa in partenza della vita. E allora viene il sospetto che la vicenda dell’ultimo amore di Martín Santomé e della sua drammatica e traumatica fine causata dall’improvvisa morte della giovane Avellaneda, già di per sé così struggente, come avviene quando la letteratura esplica tutto il suo potere, alluda anche ad altro, ad altro che solo il grande amore o la grande poesia miracolosamente rivelano, a quella tregua innaturale nell’ordinaria esistenza in cui l’apice si rivela, in cui si gusta la pienezza, in cui le giornate non sono più povere, indegne o limitate, quell’apice che “non è l’eternità, ma è l’istante che, in fin dei conti, ne costituisce l’unico vero succedaneo”. Una tregua che è un argine contro l’inconsistenza e che Benedetti celebra nei suoi versi fatti di tutto ciò che è ben custodito nelle profondità dell’animo umano e che ha bisogno di essere continuamente rivelato: “con la memoria di queste ombre/ ecco che raggiungiamo/ certe volte/ certe rarissime occasioni/ la blindata e fragile poesia/ o forse solo la memoria/ dell’ombra della poesia”.

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  • 0

    Titolo giusto più che mai

    Bello questo libro di Mario Benedetti l'uruguayano. Semplice la storia, ma profonda e toccante. Una tregua dal dipanarsi dei giorni sempre uguali di un uomo a un passo dal ritiro lavorativo.

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  • 2

    Che dire? L'ho letto con interesse decrescente, mi sono lasciato influenzare dai tanti giudizi positivi e dalle (troppe) stelle espresse dai lettori: non lo farò più!
    Storiella strappalacrime neppure ...continue

    Che dire? L'ho letto con interesse decrescente, mi sono lasciato influenzare dai tanti giudizi positivi e dalle (troppe) stelle espresse dai lettori: non lo farò più!
    Storiella strappalacrime neppure scritta troppo bene.

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  • 5

    Un capolavoro del Novecento

    Ricordo ancora quando – molti anni fa, ahimè – lessi Grazie per il fuoco di Mario Benedetti. Se non sbaglio si era nel periodo a cavallo tra i ’60 e i ’70 e il romanzo dello scrittore uruguayano, un’i ...continue

    Ricordo ancora quando – molti anni fa, ahimè – lessi Grazie per il fuoco di Mario Benedetti. Se non sbaglio si era nel periodo a cavallo tra i ’60 e i ’70 e il romanzo dello scrittore uruguayano, un’impietosa descrizione del degrado sociale e morale di quel paese, mi colpì molto. Da allora non mi era più capitato di leggere nulla di Benedetti, anche se mi giungevano sporadiche notizie della sua produzione e della sua vita, prima da esule, poi da scrittore laureato.
    Ora, inaspettatamente, scopro in libreria una nuova edizione di La tregua - per cui ringrazio la casa editrice Nottetempo – e, di colpo, ritrovo una atmosfera, una scrittura, un ritmo narrativo che tanto mi avevano colpito anni fa.
    La storia è di una semplicità estrema. Un uomo, il protagonista, un impiegato alla soglia dei cinquanta, vedovo con tre figli, vicino ormai alla pensione (altri tempi e un altro paese), attende con impazienza la data di questa fase di ozio, convinto che la vita non possa offrirgli più nulla e più nulla lui possa compiere di rimarchevole. Ma nel suo ufficio giungono tre nuovi colleghi e, tra questi, una ragazza ventiquattrenne, Avellaneda (la chiamerà sempre con il cognome), quasi coetanea dei suoi figli. E di costei, Martìn Santomé – questo il nome del protagonista – si innamora perdutamente. Il libro, scritto in forma di diario, narra proprio di questo sentimento che nasce e si sviluppa inarrestabile, dando nuova vita ad una esistenza che si era già incamminata per la via del tramonto e della rinunzia. E’ un amore clandestino, non perché Santomé abbia qualcosa da nascondere, in fondo è un uomo libero, ma perché la grande differenza d’età lo sgomenta, lo impaurisce, lo fa dubitare di sé, della capacità di offrire ad una donna giovane e graziosa quel futuro di tenerezze e di attenzione che ella meriterebbe.
    Benedetti è straordinario nell’esplorare l’animo di quest’uomo – una persona perbene, diremmo in contesti piccolo borghesi – che sa leggere le minime sfumature, che si interroga senza infingimenti, che impara a godere di piaceri minimi, ma non si arresta quando gli si offre l’opportunità di godere appieno di questo amore inatteso e così gratificante.
    Ma sa bene, il buon Martìn, che quella che sta vivendo è una tregua, una sorta di armistizio concessogli da un destino che, in linea di principio, non è mai giovevole agli uomini. Non lo sarà nemmeno per lui. Purtroppo, una volta persa anche questa insperata felicità, non ci sarà per lui la tranquilla disillusione cui in qualche modo si era già abituato, ma una gelida disperazione cui più nulla, neppure il ritrovato amore dei figli, potrà strapparlo.
    Un capolavoro del ‘900, l’opera di uno dei più importanti scrittori sudamericani – siamo ai livelli di Borges, Neruda, Paz – che Nottetempo ci ripropone in questa nuova edizione. Un romanzo sul tempo che ci lascia affascinati e dolenti.

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  • 4

    Malinconico, elegante, delicato. Dopo poche pagine Martìn Santomé diventa un caro amico. Perdonabilissimo qualche calo d'intensità. Un grazie alla bravissima libraia che mi ha consigliato questo gioie ...continue

    Malinconico, elegante, delicato. Dopo poche pagine Martìn Santomé diventa un caro amico. Perdonabilissimo qualche calo d'intensità. Un grazie alla bravissima libraia che mi ha consigliato questo gioiellino.

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