La Tregua

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Publisher: Editorial Seix Barral

4.2
(610)

Language: Español | Number of Pages: | Format: Paperback | In other languages: (other languages) English , Italian

Isbn-10: 9875800953 | Isbn-13: 9789875800953 | Publish date: 

Also available as: Mass Market Paperback , Others , Hardcover , Softcover and Stapled

Category: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Romance

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Book Description
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  • 5

    " non sono mai stato molto sicuro di quello che le donne vogliono dire quando mi guardano. a volte ho l'impressione che mi interroghino, e alla fine mi rendo conto che in realtà mi stavano rispondendo ...continue

    " non sono mai stato molto sicuro di quello che le donne vogliono dire quando mi guardano. a volte ho l'impressione che mi interroghino, e alla fine mi rendo conto che in realtà mi stavano rispondendo. "

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  • 3

    Un diario danzante, ritmato, capace di seguire i passi incerti di una vita che ricomincia e di fermarsi nel momento in cui anche quell'impulso nuovo si spegne; una storia di lutto, perdita, rinascita, ...continue

    Un diario danzante, ritmato, capace di seguire i passi incerti di una vita che ricomincia e di fermarsi nel momento in cui anche quell'impulso nuovo si spegne; una storia di lutto, perdita, rinascita, ricaduta, che riesce ad essere, ad un tempo, lieve e straziante.
    Ancora una volta trovo confermata l'impressione che sia l'amore, e non la vita, l'autentico contrario della morte (morte nel suo senso più ampio, morte come inaridimento della capacità di sentire attaccamento, di provare affetto).

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  • 5

    il diario di un grigiore squarciato dalla grazia di un amore, ma non solo. è un racconto sul tempo, è una finestra sulla situazione di un paese. dolente, non mi viene altro aggettivo per definirlo. ...continue

    il diario di un grigiore squarciato dalla grazia di un amore, ma non solo. è un racconto sul tempo, è una finestra sulla situazione di un paese. dolente, non mi viene altro aggettivo per definirlo.

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  • 5

    “Una tristezza con vocazione all’allegria”

    Scorro le prime pagine e m’immedesimo. A Martìn Santomè un impiegato di Montevideo (la voce narrante di un diario, da febbraio a febbraio di un anno X) mancano solo sei mesi e ventotto giorni alla pen ...continue

    Scorro le prime pagine e m’immedesimo. A Martìn Santomè un impiegato di Montevideo (la voce narrante di un diario, da febbraio a febbraio di un anno X) mancano solo sei mesi e ventotto giorni alla pensione.
    E’ vero: io, graziata dalla prefornero, lo sono già da qualche anno e mi meraviglio, leggendo, che fosse esistito un mondo dove andare in pensione a cinquant’anni era la regola.
    E’ vero: facevo un lavoro “creativo” e la noia della routine sarebbe stata una promessa e non una minaccia.
    È vero: l’essere donna (culturalmente predestinata alle cure) mi ha precluso l’angoscia del vuoto che a volte è la molla per ri-vivere, come succede a Santomè.
    Mi unisce solo la parola pensione a questo vedovo con tre figli “signore maturo, esperto, canuto, posato, quarantanove anni, senza gravi acciacchi, ottimo stipendio”; che si innamora di Avellaneda, una stagista o cococpro della ditta diremmo oggi, con la metà dei suoi anni che chiamerà sempre con il cognome– sempre…dal 17 maggio al 23 settembre, l’inverno dell’emisfero australe – per lui pieno di mille significati. Perchè mi prenda non lo capisco e comincia a diventarmi fastidioso.
    Leggo nella quarta di copertina che Mario Benedetti, uno dei maggiori scrittori sudamericani, nacque nel ’20 e morì nel 2009. Mi arrovello, allora, su quando ha scritto questo romanzo crepuscolare, diario di un impiegato sospeso tra il tutto e nulla detto Martìn Santomè, un Emilio Brentani riveduto e corretto da Avellaneda, che è l’opposto di Angelina. Negli anni ’70 sembra ne avessero tratto un film a un passo dall’oscar – mi è sfuggito? l’ho visto e l’ho dimenticato? –
    Procedo nella lettura e mi amminchio (mi incaponisco, usato nella speranza che il termine abbia il successo di petaloso!) nel solito disgusto per gli autori che si amminchiano sull’ombelico, estrapolandolo dal suo contesto corporale. Perdindirindina!, uno che scrive così bene, uno da sentimenti delicati e profondi, possibile che parli come se Montevideo fosse la capitale di Flatlandia?
    Sarebbe bastato andare a pag. 241, l’ultima della mia edizione Nottetempo, per evitare qust’“amminchiamento” (solo per l’accademia della Crusca!) che mi rende colpevole per il piacere della lettura e dell’immedesimazione.
    Era il 1959 quando lo finì! Sarebbe bastato anche, se non fossi prigioniera della fregola del giudizio a senso unico, arrivare fino al 12 Settembre di quel diario iniziato a febbraio. I Tupamaros, mio pane e companatico per lustri, non erano ancora Tupamaros ma Diego, il genero, confuso gli confessa che “vorrebbe fare qualcosa di rivoluzionario…gli sembra funesta l’apatia del nostro popolo…la sua mancanza di partecipazione sociale, la sua democratica tolleranza nei confronti della menzogna, la sua reazione balorda e inoffensiva rispetto la mistificazione [della stampa]…Lo manda in bestia che la sinistra, senza nasconderlo poi molto, accetti la tendenza al compromesso borghese, agli ideali mummificati, alla moderata ipocrisia”.
    Benedetti è cosciente di quello che sta bollendo in pentola (uno come lui sempre all’opposizione fino all’esilio, scopro sul web ). Non se ne frega.
    Allora capisco e gli sono grata della comprensione e empatia per tutti i “piccoli” cinquantenni (lo sono anch’io visto il gap generazionale, tra me e Martìn Santomè, che ha biologicamente(?) ingiovanito i sessantenni) che annaspano nella poca acqua della vita che gli rimane, prima di limitarsi a sopravvivere.
    Qualsiasi fosse stata la loro vita (impegnati e disimpegnati, di destra o di sinistra, buoni o pessimi genitori, cittadini modello o furbetti del quartierino), si giunge all’età della coscienza di poter chiedere, al “Dio sadico onnipotente” padrone “dell’ oscuro destino” , solo una tregua e non la felicità né il sol dell’avvenire.
    Un nel mezzo del cammin di nostra vita che ha il diritto di essere una trepida ritirata piuttosto che un’intrepida ma ridicola discesa in campo. Un’assoluzione intensa, poetica, dolente; un’autoassoluzione che mi ci voleva: una tregua anche per me.

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  • 5

    CI SONO PERSONE CHE SOFFRONO LA PEGGIORE DELLE SOLITUDINI, la solitudine di chi non ha neppure un sé.
    Questo è il libro marginale, silenzioso, secondario, sublime come solamente certi sud-americani no ...continue

    CI SONO PERSONE CHE SOFFRONO LA PEGGIORE DELLE SOLITUDINI, la solitudine di chi non ha neppure un sé.
    Questo è il libro marginale, silenzioso, secondario, sublime come solamente certi sud-americani non brasiliani, riescono ad essere. Qui si parla di Uruguay, ma non importa, perché la vicenda è talmente umana e possibile, da diventare universale.
    Uu libro sul sentirsi già pensionati e a fine corsa a 49 anni (a metà del secolo scorso in Uruguay era davvero così!) ma così preciso, così meravigliosamente puntuale nell'entrare nel pensiero dell'età di passo, da renderlo indispensabile anche per i propri, di pensieri.
    Bellissimo libro.
    Educato libro.
    Un libro che rimane e permane, ed è quasi come se si andasse avanti a leggerlo anche se lo si è nei fatti abbandonato per qualche ora, per fare altro.
    Il libro che continui a leggere e a sentire anche quando non lo hai aperto davanti, bensì dentro.
    Severamente vietato ai millennials, non ora, non per adesso.

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  • 4

    Di Benedetti ho apprezzato maggiormente Grazie per il fuoco...entrambi amari, ma mentre la Tregua è un'amarezza più malinconica, Grazie per il fuoco è più rabbiosa. In ogni caso consigliatissimi entra ...continue

    Di Benedetti ho apprezzato maggiormente Grazie per il fuoco...entrambi amari, ma mentre la Tregua è un'amarezza più malinconica, Grazie per il fuoco è più rabbiosa. In ogni caso consigliatissimi entrambi. De La tregua mi è piaciuta anche la saltuaria e breve, ma umana e profonda, descrizione dei rapporti che i papà hanno con i propri figli ormai cresciuti, specialmente i papà rimasti soli.

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  • 5

    "Ti amo per via del buon legno di cui sei fatto"

    Santomé odia le domeniche, anela all'ozio ma lo teme; sull'esistenza si pone mille interrogativi - quelli di molti -, e si dà delle risposte - quelle di pochi - cercando ancora di capire il mondo e la ...continue

    Santomé odia le domeniche, anela all'ozio ma lo teme; sull'esistenza si pone mille interrogativi - quelli di molti -, e si dà delle risposte - quelle di pochi - cercando ancora di capire il mondo e la vita osservandoli dai suoi cinquant'anni, alle soglie della pensione (!?!)
    E Santomé, dopo un lungo letargo, sa ancora vivere, sa ancora amare, e Benedetti ne sa parlare in modo sublime, estremamente intimo e profondo, in forma di diario, attraverso una scrittura stupefacente, o almeno ha stupito me; stupito per efficacia e vitalità; così tagliente e incisiva da entrare subito nella testa, nella pancia.
    Certo, è un po' datato anni '60 nelle sue invettive omofobe e le tirate femministe, ma Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno Benedetti-Farugia, per gli amici Mario Benedetti, è anche poeta ed è una preziosa perla uruguayana che mi ha entusiasmato fin dalle prime righe e mi ha fatto riprovare, forte, il piacere della lettura, tenendomi concentrata e attenta su ogni singola frase, su ogni dettaglio, centellinando, gustandone con calma l'intensità - un godimento che non mi capita spesso. Consigliatissimo!

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  • 3

    È andato tutto talmente a gonfie vele, che non vale la pena di scriverne

    Quando viaggio mi piace avere qualcosa di interessante da leggere, per questo porto sempre con me il mio diario. (Oscar Wilde)

    Un diario è interessante solo se è il nostro o quello di qualcuno che par ...continue

    Quando viaggio mi piace avere qualcosa di interessante da leggere, per questo porto sempre con me il mio diario. (Oscar Wilde)

    Un diario è interessante solo se è il nostro o quello di qualcuno che parla anche di noi. Mario Benedetti credevo fosse italianissimo, invece l'ho scoperto uruguagio come Ruben Sosa, Edison Cavani, Alvaro “Chino” Recoba, ma soprattutto (per ragioni d'età) come Alcides Ghiggia, l'oriundo che segnò il goal decisivo nella finale mondiale del 1950 contrò il Brasile, al Maracanà. E' sua la frase:
    «Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanã: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io»
    In passato avevo avuto difficoltà con il diario di Fernando Pessoa, si sono ripresentate nonostante Benedetti scrivesse in modo garbato, rispettando la linea guida internazionale del diarista: “When all is right, the man don't write” (Anch'io, come Ghiggia, sono oriundo, la frase è in italiota). La felicità non è fatta per esser descritta, è fatta per esser vissuta. La felicità viene evocata, nel ricordo si trasforma, si mischia alla nostalgia. Il dolore spesso ha urgenza di esser raccontato, ma anch'esso con il tempo si trasforma e rileggendolo si intuisce il modo in cui più tardi è giunto a sedimentare. Il diario di Benedetti non è imbarazzante per lo stesso motivo per il quale non è coinvolgente, perchè è costruito. Non vedevo l'ora di portarlo a termine, alcuni giorni avevano annotazioni di poche righe e li preferivo a quelli per i quali erano state spese un paio di pagine. Facendo uno schema finale degli avvenimenti, si ottiene la scaletta di una soap argentina più che di una storia uruguaiana. A mio avviso la diaristica (vera o finta che sia) si presta meglio come parte integrante all'interno di un romanzo che non come genere a se stante. Detto ciò, va aggiunto che nel diario di Benedetti, come in quello di Pessoa, vi sono frasi che da sole valgono la lettura
    Perché la vita è molte cose insieme (lavoro, denaro, destino, amicizia, salute, preoccupazioni), ma nessuno potrà negare che quando pensiamo alla parola “Vita”, quando per esempio diciamo che “siamo attaccati alla vita”, assimiliamo questa a una parola piú concreta, piú seducente, senza dubbio piú importante: la assimiliamo al Piacere.

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