Crea la tua biblioteca Iscriviti

Insieme troveremo i libri migliori

[−]
  • Cerca Conteggio caratteri ISBN valido ISBN non valido Codice a barre valido Codice a barre non valido loading search

La bambina che imparò a non parlare

Di

Editore: Del Vecchio

3.5
(24)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 88 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8861100406 | Isbn-13: 9788861100404 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Fiction & Literature

Ti piace La bambina che imparò a non parlare?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Ordina per
  • 0

    Il rifugio in un mondo di fantasia e il vincolo tra madre e figlia superano la morte degli affetti

    di Serena Poppi Da Del Vecchio editore un legame e una vita che continuano nel ricordo

    Il titolo originale del testo francese è Muettes, che significa mute. Mute sono le protagoniste di questo ...continua

    di Serena Poppi Da Del Vecchio editore un legame e una vita che continuano nel ricordo

    Il titolo originale del testo francese è Muettes, che significa mute. Mute sono le protagoniste di questo poetico breve romanzo di Yasmine Ghata, che racconta un lutto lacerante di una madre e di una figlia. Il loro mutismo è generato dalla perdita, dall’abbandono inaspettato dell’uomo di famiglia, marito e padre. La madre sfoga il proprio dolore in un vortice di parole scritte, lette e declamate, un alibi assordante per coprire lo strazio di un’assenza; la bimba, a sei anni, invece semplifica e riduce la morte a qualcosa di temporaneo e penetrante: «Morire non impedisce a un padre di tornare a casa. Morire è un atto come un altro. Una scomparsa totale che gli avrebbe impedito di dormire, di parlare e di mangiare, questo non aveva senso nella mia mente. Devo aver immaginato, credo, che morire significasse in fondo vivere ancora, ma in un’altra famiglia, con un’altra donna e altri figli».

    Inversione di rotta La bambina che imparò a non parlare (Del Vecchio editore, pp. 88, € 13,00) è la bambina Yasmine, che sceglie di contrapporre il silenzio, come unica possibile espressione di uno shock, di fronte al cambiamento repentino della madre: una donna chiusa nel dolore e nel suo universo poetico, così distante e irraggiungibile, che si riaccorda con la realtà solo nel momento in cui termina il proprio romanzo. Scritto tutto d’un fiato, per mesi, come a sostituire le lacrime che si rifiutano di scendere. Una iniziale reazione all’essere vedova, troppo forte e individualista per la figlia, che cerca disperatamente di essere coinvolta nel mondo materno, riuscendoci solo la notte, quando le due superstiti dormono l’una abbracciata all’altra, come a sostituire reciprocamente quell’assenza tanto percepita. Anche senza dialogo la bimba subisce l’influenza della madre, che le trasmette il rifiuto della morte del padre-marito proprio quando la piccola ne riscopre alcuni oggetti, odori, ricordi e lo porta istintivamente dentro di sé. Lei già consapevole della mancanza del padre – «Ho smesso di correre a sei anni, le mie gambe non gridavano più la loro gioia come quelle degli altri bambini. Mio padre non era più accovacciato sui talloni, a braccia aperte, per frenare la mia corsa e farmi volare» – e arrabbiata con la madre – che affronta la vita come fosse un prolungamento della propria prosa, delle proprie invenzioni romanzesche – cerca comunque un equilibrio fatto di contemplazione delle piccole cose e di appuntamenti privati: la contemplazione solitaria dell’adorato mare le restituisce il padre di giorno e la madre di notte. Ma l’equilibrio viene rotto proprio quando la madre riesce finalmente ad accettare la morte del marito, a parlarne, a ritrovare un nuovo soffio di vita che infrange il legame indissolubile che si era creato, fatto di intimi complici silenzi. Un cambio di ruoli troppo repentino, che costringe la piccola ad un silenzio pressoché assoluto, come un traffico di emozioni: «Rifiuto e accettazione furono barattati a fine estate». Sarà la maturità della madre a prendere per le mani la figlia per riportarla alla realtà, ad un nuovo equilibrio fatto di complicità e solidarietà tra chi continua a sopravvivere alla morte del proprio amato.

    Il rifugio nella scrittura La scrittura di Ghata è intensa e molto elegante: sceglie con cura ogni termine per non speculare sulle emozioni e sui sentimenti. «Una prosa delicatamente sensuale. Un racconto pieno di saggezza e umanità» scriverà Le Monde des Livres. Uno stile che si oppone decisamente a quello della madre ai tempi del lutto, fatto di impeto e passione, con frequenti riferimenti alla morte: Yasmine sceglie di dar voce ad uno sguardo narrante delicato e lieve, di chi sta ai margini per contenere la furia della sofferenza materna, troppo dura per una bambina rimasta sola. In un’intervista con David Frati, Yasmine Ghata racconta che: «La maggior parte degli eventi e delle emozioni li ho vissuti veramente, ma non c’è un’aderenza cronologica vera e propria tra il romanzo e la mia vita. Si tratta piuttosto di ricordi non fermati nel tempo, ricordi che definirei “dinamici”». D.F.: «Dopo aver letto libri su tua nonna (La notte dei calligrafi), tuo padre (Le târ de mon père) e tua madre (La bambina che imparò a non parlare) cosa dobbiamo aspettarci? E cosa succederà quando esaurirai i parenti?». Y.G.: «Ah ah! La famiglia come fonte delle mie storie è finita, non tornerà più. La bambina che imparò a non parlare è stato un libro che mi ha svuotato, e ora ho voglia di riempirmi di cose nuove».

    Qualche dato Yasmine Ghata è nata in Francia nel 1975. È figlia di Jean Ghata e della poetessa di origini libanesi Vénus Khoury Ghata. Ha studiato Storia ed Arte presso la “Sorbonne” e l’“École du Louvre”, specializzandosi in Arte islamica. Il suo primo romanzo si intitola La notte dei calligrafi, pubblicato in Italia nel 2005 per Feltrinelli ed è ispirato alla figura di sua nonna, Rikkat Kunt. Nel 2009 arriva Le târ de mon père, inedito in Italia. Nel 2010 La bambina che imparò a non parlare. Muettes.

    Serena Poppi

    (www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 57, maggio 2012)

    ha scritto il 

  • 4

    Un lungo racconto impregnato di dolore. Il dolore di una madre, da poco vedova, che si rifugia nella scrittura per allontanarsi dalla realtà e il dolore di una bambina che sceglie di sapere, di ...continua

    Un lungo racconto impregnato di dolore. Il dolore di una madre, da poco vedova, che si rifugia nella scrittura per allontanarsi dalla realtà e il dolore di una bambina che sceglie di sapere, di prendere atto della morte del padre a dispetto delle metafore inventate dalla madre per sfuggire alla consapevolezza. Due dolori che non si incrociano, che si sfuggono e che parlano in modo completamente diverso. "Noi vivevamo il mondo con un'altra profondità".

    ha scritto il 

  • 3

    L'elaborazione del lutto e l'arte dell'immaginazione.

    L'elaborazione del lutto, a mio avviso, è il cuore di questo libro che viene però affiancato da un problema rilevante, che fa diventare tutto il contesto molto teso: l'incomprensione. In questo ...continua

    L'elaborazione del lutto, a mio avviso, è il cuore di questo libro che viene però affiancato da un problema rilevante, che fa diventare tutto il contesto molto teso: l'incomprensione. In questo libro ho trovato molta incomprensione da parte della figlia nei confronti della madre e, se da figlia lo posso anche capire in un certo qual senso, dall'altra mi permetto di dissentire. Ognuno elabora il lutto con i proprio metodi e su questo non c'è discussione che regga. C'è chi scrive tutto il tempo, c'è chi invece cerca oggetti del defunto ( ad esempio dei documenti ) e inizia a leggerli per poterlo conoscere meglio o per ritrovare quel qualcosa che lo rendeva speciale. C'è anche chi, fondamentalmente, il lutto non lo elabora e finisce anzi per sprofondarci dentro. Sia da parte della madre che della figlia qualcosa non funziona secondo me, anche se non so spiegarmi cosa. Inoltre, nonostante la brevità del romanzo - che non sfiora nemmeno le 100 pagine, sono riuscita anche un po' ad annoiarmi. Forse non lo riesco ad apprezzare perché fondamentalmente il correre via dai problemi gettando anima e corpo in qualcosa e facendo finta che non sia successo niente mi fa solo girare le palle. E perché? potreste chiedermi. Forse perché temo di essermi comportata anch'io così o semplicemente perché l'essere umano, oltre ad essere un animale estremamente complesso è anche estremamente stupido. O forse finge di esserlo per quanto ne posso sapere io. In verità avrei tanti aggettivi da mettere dopo stupido ma in questo caso l'ignoranza basta e avanza. Purtroppo questo libro non mi ha catturata come avrei voluto. Il fascino ingannatore delle quarte di copertina....

    Una cosa buona però c'è: l'aria di speranza - o fac - simile - che si respira alla fine. Questo perché quando qualcuno ci abbandona, prende le sue cose e migra per lidi inaccessibili ai viventi, fa solo quello che fanno tutti almeno una volta nella vita: si trasferisce in un mondo nuovo dove può essere apprezzato nella sua nuova (non)vita. E l'arte dell'immaginazione, se ben affinata, ci permette di visitare queste persone o questi animali che non ci hanno abbandonato ma hanno semplicemente lasciato il nido famigliare per crearsene uno autonomo.

    ha scritto il 

  • 2

    sarebbe stato meglio se la bambina avesse imparato a non scrivere

    Non per la storia, ma per lo stile: artefatto, ricercato, "finto". Come quelle mele enormi e lucidate con la cera, che però non sanno di niente. C'è chi le compra per decorare il centrotavola, io ...continua

    Non per la storia, ma per lo stile: artefatto, ricercato, "finto". Come quelle mele enormi e lucidate con la cera, che però non sanno di niente. C'è chi le compra per decorare il centrotavola, io mangio le annurche, piccole, ammaccate, ma dolcissime.

    ha scritto il 

  • 5

    Scrivere un libro sul silenzio è osare. Una figlia senza nome perde il padre all’età di sei anni e comincia a vivere nei mondi che la madre, eccentrica scrittrice, costruisce per lei con le ...continua

    Scrivere un libro sul silenzio è osare. Una figlia senza nome perde il padre all’età di sei anni e comincia a vivere nei mondi che la madre, eccentrica scrittrice, costruisce per lei con le parole. La madre esorcizza il lutto allontanando la realtà dalle parole, la figlia lo dimentica. Di giorno non si cercano: una è alla macchina da scrivere, con la sua tazza di caffè turco, l’altra, a letto fino a tardi, occupa le sue giornate immaginando la vita. La notte si ritrovano, dormono nello stesso letto, abbracciate, con le gambe intrecciate. Trovando un giorno la pipa del padre, il suo tabacco, i suoi dischi, i suoi documenti, le sue lettere, la bambina si identifica con lui e comincia a guardare la madre in modo diverso. Yasmine Ghata regala ai lettori un moderno e luminoso roman à clef che intreccia il vero e l’immaginario con consapevolezza e coraggio. È un’opera sul silenzio nudo ed eloquente, sull’amore mai espresso a parole, sulla bellezza sublime, timida e muta dei gesti e degli odori.

    ha scritto il 

  • 2

    2 stelline e mezzo. Mi aspettavo molto di più, sopratutto per quanto riguarda lo stile e l'intensità.Sembra quasi che questo romanzo non abbia una conclusione, sembra quasi che sia un'insieme di ...continua

    2 stelline e mezzo. Mi aspettavo molto di più, sopratutto per quanto riguarda lo stile e l'intensità.Sembra quasi che questo romanzo non abbia una conclusione, sembra quasi che sia un'insieme di pensieri a sè stanti che non vogliono andare da nessuna parte.

    ha scritto il 

  • 4

    Muettes

    “Muettes”. E' questo il titolo originale de “La bambina che imparò a non parlare”. Muettes vuol dire mute. Mute come le protagoniste di questo interessante e breve romanzo di Yasmine Ghata. ...continua

    “Muettes”. E' questo il titolo originale de “La bambina che imparò a non parlare”. Muettes vuol dire mute. Mute come le protagoniste di questo interessante e breve romanzo di Yasmine Ghata. Una madre, una figlia e un lutto lacerante, la perdita dell'uomo di famiglia, marito della prima, padre della seconda. Non conosciamo i nomi di queste due figure femminili ma, d'altro canto, non se ne avverte la necessità. Il loro mutismo, che è poi quello del titolo francese, è generato dalla perdita, dall'abbandono inaspettato, non voluto ed asprissimo.

    Continua qui: http://www.lankelot.eu/letteratura/ghata-yasmine-la-bambina-che-impar%C3%B2-non-parlare.html

    ha scritto il