La banalità del male

Eichmann a Gerusalemme

Di

Editore: Feltrinelli

4.3
(1962)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 316 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Tedesco , Portoghese , Spagnolo , Ungherese , Ceco , Polacco , Croato

Isbn-10: 8807816407 | Isbn-13: 9788807816406 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Piero Bernardini

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Storia , Filosofia , Politica

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Descrizione del libro
Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni.
Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista.

L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati. I macellai di questo secolo non hanno la "grandezza" dei demoni: sono dei tecnici, si somigliano e ci somigliano.
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  • 3

    Non è il libro che credevo fosse.
    E' un resoconto lungo e dettagliato della ragnatela amministrativa del Reich, e una sequela di nomi e fatti - piu' intricati del dovuto - degli anni bui del nazismo.
    ...continua

    Non è il libro che credevo fosse.
    E' un resoconto lungo e dettagliato della ragnatela amministrativa del Reich, e una sequela di nomi e fatti - piu' intricati del dovuto - degli anni bui del nazismo.
    Per i miei interessi sarebbero bastati gli ultimi due capitoli, epilogo ed appendice.
    Ma era una lettura che andava fatta, e si legge di come la connivenza di un popolo tutto abbia permesso un regime cosi' ignobile che neppure nella penna di uno scrittore fantasy avrebbe potuto trovare dimora.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro duro, doloroso nel quale l’autrice descrive il processo, avvenuto a Gerusalemme nel 1960, ad Eichmann, il criminale nazista che aveva avuto un ruolo fondamentale nella deportazione degli ebr ...continua

    Un libro duro, doloroso nel quale l’autrice descrive il processo, avvenuto a Gerusalemme nel 1960, ad Eichmann, il criminale nazista che aveva avuto un ruolo fondamentale nella deportazione degli ebrei durante il periodo del regime nazista. Responsabilità dunque da chiarire, in questo caso quelle dell’accusato, un uomo “ che aveva sempre fatto il suo dovere e obbedito agli ordini che gli venivano dati “ e ne era orgoglioso, faceva bene il suo lavoro, sperava sempre in una promozione, voleva fare carriera e nel frattempo aumentava il numero di treni che portavano gli ebrei verso i campi di sterminio. Era quindi una rotella quest’uomo, faceva parte di un meccanismo, attento che tutto procedesse “normalmente”, attento ai numeri senza pensare alla tragicità di quelle operazioni. Già, non un mostro, un uomo normale incapace di pensare, incapace di giudicare, un uomo banale assieme a tanti altri come lui, ma proprio per questo il male che ne è scaturito è ancora più angosciante, più inquietante. L’autrice fa anche delle profonde riflessioni sulla conduzione del processo, l’accusato era colpevole non solo contro gli ebrei ma contro l’umanità intera, quindi perché non farlo giudicare da un tribunale internazionale? In queste pagine il lettore trova un’analisi accurata della personalità di Eichmann, del processo, della “questione ebraica”, tanti argomenti sui quali riflettere che rendono la lettura interessante e necessaria per ricordare, per non dimenticare.

    ha scritto il 

  • 5

    IL MALE CON LA GIACCA BUONA DELLA DOMENICA

    Questo non è un libro, ma un pezzo di vita, una scheggia di storia intrappolata tra le pagine. Hanna Harendt segue il processo ad Eichmann, unico criminale nazista processato a Gerusalemme dopo essere ...continua

    Questo non è un libro, ma un pezzo di vita, una scheggia di storia intrappolata tra le pagine. Hanna Harendt segue il processo ad Eichmann, unico criminale nazista processato a Gerusalemme dopo essere stato prelevato in Argentina dal Mossad. La Harendt segue il processo/evento da giornalista e il piglio cronachistico non manca, ma è tutta la parte di approfondimento storico e speculativo che fa la differenza. La Harendt trova la spiegazione di tutto, o almeno ci prova, sappiamo bene quanto questo libro le sia costato in termini di simpatia negli ambienti ebraici americani e anche in termini accademici, nella banalità del male. Il male non con la M maiuscola, quella è l'eccezione del male, come dire, quello è il male che si incarna nelle grandi bestie, nei Satana della storia, ma poi c'è il male banale, quello fatto così, alla buona, quello di sponda, messo in atto dagli eserciti di segretari e fedeli esecutori che agiscono senza osservare neanche una manciata di secondi di riflessione sulle finalità dei loro gesti. E' così, c'è il male di Hitler, ma c'è anche il male di Eichmann burocrate anonimo, ma la tempo stesso fondamentale, responsabile dei treni che giungevano ai campi di sterminio. C'è il male dell'assassino, dello stupratore, del seviziatore, ma c'è il male di chi gira la testa dall'altra parte, di chi si sente responsabile del solo proprio segmento di azione e mai di quello che lo precede o lo segue. Ecco, c'è un male vestito con la giacca buona della domenica, con gli occhiali sempre puliti e i fogli sempre in ordine sulla scrivania. Proprio come Eichmann.

    ha scritto il 

  • 4

    Il caso Eichman tra storia e dibattito filosofico

    La ricostruzione del processo è condotta sui documenti originali. Sulla vasta bibliografia già disponibile all 'inizio degli anni '60 è invece fondata l'ampia parte dedicata a che cosa fu o come fu re ...continua

    La ricostruzione del processo è condotta sui documenti originali. Sulla vasta bibliografia già disponibile all 'inizio degli anni '60 è invece fondata l'ampia parte dedicata a che cosa fu o come fu reso possibile quello che allora chiamavamo olocausto e poi shoah, ovvero il genocidio de popolo ebreo in Europa.
    Sono le pagine dove brilla il talento giornalistico, l'analisi politica e il rigore storiografico di Arendt.
    Che non fa sconti a nessuno, nemmeno alla sua parte.
    Ciò nondimeno Arendt difende il processo che a 50 anni e più di distanza appare giuridicamente indifendibile.
    In fondo questa sarà poi la storia di Israele: nessuno o quasi, almeno in Occidente - ha mai negato il suo diritto di difendersi e contrattaccare, spesso vendicandosi contro i nemici e addirittura sparando nel mucchio, altra cosa è voler aver sempre ragione, evocando a sproposito il concetto di giustizia.
    Il processo Eichmann fu una grande operazione mediatica, ma ebbe molto poco a che fare con la giustizia.

    ha scritto il 

  • 2

    Adolf Eichmann, cittadino tedesco residente in Argentina, venne sequestrato da un commando di spie israeliane (peraltro piuttosto maldestre) e portato a Gerusalemme dove fu giustiziato al termine di u ...continua

    Adolf Eichmann, cittadino tedesco residente in Argentina, venne sequestrato da un commando di spie israeliane (peraltro piuttosto maldestre) e portato a Gerusalemme dove fu giustiziato al termine di un processo sulle cui basi giuridiche ci sarebbe molto da dire. Senza entrare nei dettagli, l'impressione è che tale processo fu celebrato non contro la persona (il tenente colonnello delle SS) bensì contro l'ideologia antisemita. Dunque che l'imputato fosse colpevole o innocente non importava niente a nessuno.

    ha scritto il 

  • 4

    Un titolo entrato nell’immaginario collettivo per un saggio ancor oggi di fondamentale importanza: se prendere in mano il libro incute un certo timore reverenziale, il doverne parlare è un compito dif ...continua

    Un titolo entrato nell’immaginario collettivo per un saggio ancor oggi di fondamentale importanza: se prendere in mano il libro incute un certo timore reverenziale, il doverne parlare è un compito difficoltoso visto che proprio nella banalità, seppur di ben diverso tipo, si rischia di scivolare. Non è però l’unico disagio che si prova e neppure il più grave: come accade sempre leggendo opere di analogo argomento, si viene pervasi da una sensazione disturbante che qui è accentuata dall’implacabile procedere dell’analisi con cui la studiosa tedesca naturalizzata statunitense sviscera la tragedia dell’Olocausto. Arendt va a Gerusalemme come inviata del New Yorker per seguire il processo ad Adolf Eichmann, funzionario di medio calibro delle SS incaricato della soluzione (finale e non) della questione ebraica, prelevato dagli israeliani in Argentina per venire processato dinanzi a un tribunale. Dallo studio dell’imputato attraverso le sue azioni durante la persecuzione e i suoi pensieri o parole nel periodo di prigionia, l’autrice prende lo spunto per un approfondimento che va ben al dilà della lineare corrispondenza giornalistica diventando l’esposizione delle logiche di come un crimine mostruoso possa scaturire da una routinaria attività burocratica. Alla base di una simile distorsione sta l’evaporare della coscienza individuale nella convinzione che, se si è una rotella di maggiore o minore dimensione, altro non si può fare che girare nel verso richiesto dal meccanismo: è questa acquiescenza priva di reazione che segna senza speranza la colpevolezza di Eichmann e di tutti coloro che si comportarono come lui perché in certe situazioni, obbedire agli ordini è un’aggravante. A questo scopo, sono fondamentali gli esempi di come la solo all’apparenza inscalfibile ferocia nazista si andasse attenuando alla ricerca di accomodamenti non appena qualcuno si mettesse più o meno timidamente di traverso, fino al caso eclatante della Bulgaria da dove non fu deportato nessuno: considerazione per la quale risulta necessario il racconto della caccia all’ebreo nei vari Paesi europei che si estende nei capitoli centrali causando a tratti un affaticamento nella lettura. Così, benché non vengano nascoste le lacune nell’organizzazione delle udienze – dal rapimento in Sudamerica a uno svolgimento assai poco equo – la pena capitale rimane l’inevitabile sbocco anche per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di giustificazionismo: se Eichmann è lontano dal rappresentare l’incarnazione classica del male, lo rappresenta tuttavia in maniera tanto più inquietante. Nel considerare l’esito del dibattimento, va inoltre tenuta presente l’epoca in cui si tenne (e in cui il volume fu pubblicato), un momento nel quale l’Olocausto non giocava ancora il ruolo attuale nel sistema di valori occidentale e la Germania non aveva fatto i conti con il recente, tragico passato (basti pensare che Willy Brandt era solo il sindaco di Berlino Ovest): la forza delle argomentazioni dell’autrice – che comunque si guarda bene dal concedere sconti a chiunque, ebrei inclusi – hanno anzi aiutato questa maturazione grazie altresì a una prosa non semplice, ma che sa essere coinvolgente in special modo quando cerca di gettare luce sulla personalità del criminale nazista.

    ha scritto il 

  • 0

    Un crimine non è commesso soltanto contro la vittima, ma anche e soprattutto contro la comunità di cui viene violata la legge

    Non posso dire che sia stata una lettura piacevole, soprattutto quando è diventata una questione di diritto internazionale. Molte delle pagine scritte dalla Arendt riguardano il vuoto normativo davant ...continua

    Non posso dire che sia stata una lettura piacevole, soprattutto quando è diventata una questione di diritto internazionale. Molte delle pagine scritte dalla Arendt riguardano il vuoto normativo davanti al genocidio: come si poteva processare un crimine di tale portata? Quale sarebbe dovuta essere la pena per i colpevoli? Sul banco degli imputati è seduto Adolf Eichmann, un uomo che si era occupato quasi esclusivamente degli ebrei, il cui compito era distruggerli, quella la funzione che svolgeva nell'organigramma del regime.
    Il processo al criminale (per la prima volta) si svolge nel neonato stato di Israele. Vi è una particolarità maggiore però, l’imputato è stato rapito dai servizi segreti in Argentina, dove si era rifugiato sotto falso nome. Le implicazioni giuridiche sono tante e tali che finiscano per offuscare il truce operato di Eichmann, arroccato in questa posizione difensiva:
    «Il suddito di un governo buono è fortunato, il suddito di un governo cattivo è sfortunato: io non ho avuto fortuna.»
    Eichmann ha eseguito degli ordini, afferma di aver fatto ciò che gli veniva comandato. Nel dibattimento la pubblica accusa vuol dimostrare che non era un semplice esecutore di ordini, ma un coordinatore, un iper-produttivo organizzatore di morte. Prima che il libro si addentri nelle pastoie del diritto, con le distinzioni fra crimini contro l’umanità e contro un singolo popolo, discuta l’opportunità di giudicare l’operato di un uomo, su cui ricadevano le colpe di tutto il sistema che rappresentava, ci sono numerosi spunti sui quali riflettere

    Ma il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n'erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, poiché implica - come già fu detto e ripetuto a Norimberga dagli imputati e dai loro patroni - che questo nuovo tipo di criminale, realmente "hostis generis humani", commette i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male. A Gerusalemme lo si vide più chiaramente che a Norimberga, perché là i grandi criminali di guerra avevano sì sostenuto di avere obbedito a «ordini superiori,» ma al tempo stesso si erano anche vantati di avere ogni tanto disobbedito, e perciò era stato più facile non credere alle loro proteste d'innocenza.

    Cominciarono con lo spiegare che nei campi esistevano due categorie di ebrei, i cosiddetti «ebrei da trasporto» ("Transportjuden"), che costituivano il grosso della popolazione e che non avevano mai commesso un reato, neppure agli occhi dei nazisti, gli «ebrei in stato di arresto» ("Schutzhaftjuden"), che erano mandati in campi di concentramento tedeschi per qualche trasgressione e che - secondo la vecchia usanza delle dittature di impiegare il terrore soprattutto contro i «buoni» - stavano molto meglio degli altri, anche quando poi vennero mandati in oriente in modo che i campi all'interno del Reich rimanessero "judenrein". (Come disse quell'ottima testimone che fu la signora Raja Kagan, il «grande paradosso di Auschwitz era che i criminali «erano trattati meglio degli altri»: non erano soggetti alla selezione e di regola sopravvivevano.)

    Uno dei metodi più raffinati dei regimi totalitari del nostro secolo consiste appunto nell'impedire agli oppositori di morire per le loro idee di una morte grande, drammatica, da martiri. Molti di noi avrebbero accettato una morte del genere. Ma la dittatura fa scomparire i suoi avversari di nascosto, nell'anonimo.

    Sto pensando al Cile e all’Argentina, ma mi rimane da dare ragguaglio sulle polemiche scatenate dal libro ancora prima di essere pubblicato. Si trovano in appendice, Hannah Arendt mostra estrema lucidità nel trattarle. A proposito del titolo che ha scelto scrive queste parole

    (Adolf Eichmann) Non ero uno stupido; era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza d'idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo. E se questo è «banale» e anche grottesco, se con tutta la nostra buona volontà non riusciamo a scoprire in lui una profondità diabolica o demoniaca, ciò non vuol dire che la sua situazione e il suo atteggiamento fossero comuni. Non è certo molto comune che un uomo di fronte alla morte, anzi ai piedi della forca, non sappia pensare ad altro che alle cose che nel corso della sua vita ha sentito dire ai funerali altrui, e che certe «frasi esaltanti» gli facciano dimenticare completamente la realtà della propria morte. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d'idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell'uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.

    ha scritto il 

  • 5

    Soltanto qualche riflessione, dato che mai mi permetterei di recensire un'opera di questo livello.
    - Intanto mi piace annotare la grande lucidità di un'autrice che mai si lascia andare all'emotività, ...continua

    Soltanto qualche riflessione, dato che mai mi permetterei di recensire un'opera di questo livello.
    - Intanto mi piace annotare la grande lucidità di un'autrice che mai si lascia andare all'emotività, se non in qualche raro momento (e ne avrebbe avuto ben donde), che si dimostra analitica e puntuale nell'esposizione dei fatti, capillare nella ricognizione storica estesa a 360°, coraggiosa nella denuncia dei fatti e noncurante dell'impopolarità che certe sue affermazioni le avrebbero procurato. Lucida si dimostra sempre, anche quando avrebbe potuto esser distratta dalle voci dei morti e dalle urla degli internati e questo ha fatto sì che il processo ad Eichmann, con tutto ciò che a questo era storicamente, umanamente e politicamente legato, fosse consegnato a noi in questo documento unico ed imprescindibile.
    - Durante la lettura, non mi ha mai abbandonato una insopprimibile sensazione di disagio e di incredulità. Eichmann, l'uomo delle espulsioni forzate, lo strumento del Reich per il concentramento prima e per lo sterminio poi, si è mosso per anni come se stesse commerciando in ortofrutta: sposta, organizza, vende, scambia, concentra, dismette, trasporta esseri umani con la freddezza di un mercante di cose, senza essere mai sfiorato dal dubbio di non avere nessun diritto di farlo. Certo, la questione etica non è mai stato un problema né per lui né per quelli come lui, altrimenti la Storia avrebbe avuto tutt'altro corso, ma l'idea che ci possa essere stato qualcuno che ha contribuito a stabilire le sorti di un popolo, solo per non aver pensato e per aver aderito al Male con incuria e superficialità, obbedendo agli ordini ( ma non fu poi così) banalmente, direbbe la Arendt, mi sconvolge e non mi dá pace.
    - Eichmann non è stato un demonio solo perché non ha ucciso fisicamente? "La responsabilità giuridica e morale di chi consegna la vittima al carnefice può essere anche maggiore della responsabilità di chi fa morire la vittima" questo disse la sentenza.
    E, banalmente, non avrebbe potuto esprimersi meglio

    ha scritto il 

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