La banalità del male

Eichmann a Gerusalemme

Di

Editore: Feltrinelli (Saggi)

4.3
(1838)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 316 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi semplificata , Tedesco , Portoghese , Spagnolo , Ungherese , Ceco , Polacco , Croato

Isbn-10: 8807081113 | Isbn-13: 9788807081118 | Data di pubblicazione:  | Edizione 10

Traduttore: Piero Bernardini

Disponibile anche come: Altri , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Storia , Filosofia , Politica

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Descrizione del libro
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  • 5

    Recensione lunghissima, calvinista non calviniana

    È stranoto che “La banalità del male” tratti del processo del gerarca Eichmann, istruito a Gerusalemme nel ’61 il 15 Aprile, un anno dopo la sua cattura, da parte dei servizi segreti israeliani in A ...continua

    È stranoto che “La banalità del male” tratti del processo del gerarca Eichmann, istruito a Gerusalemme nel ’61 il 15 Aprile, un anno dopo la sua cattura, da parte dei servizi segreti israeliani in Argentina. Ma non si tratta di un giorno in pretura. La Arendt ci porta sì dentro l’aula di quel tribunale, così simile ad un teatro sul cui palcoscenico si rappresenta un dramma dai ruoli ben definiti, ma il suo intento è rispondere alla domanda ”come hanno potuto fare, come è potuto succedere”.
    Al centro della vicenda, ovviamente, l’ex tenente colonnello delle SS, Otto Adolf Eichmann, responsabile della sezione IV-B-4 dell’Ufficio Centrale della Sicurezza del Reich (RSHA), mal supportato dal suo difensore già avvocato dei gerarchi al processo Norimberga. Dall’altra la pubblica accusa e i giudici della corte. E gli inviati internazionali che presto si stancarono per la mancanza di colpi di scena e per l’assenza del diavolo al banco degli imputati, come avevano creduto.
    In quel processo sembra tutto normale, nell’anormalità dei delitti di chi è giudicato e di chi giudica. Ma non è così e lo comprendiamo subito. Hannah Arendt aveva chiesto a William Shawn, direttore del The New Yorker, di poter redigere un reportage completo del processo per la sua rivista. Voleva rendersi conto di chi fosse realmente Eichmann “in carne ed ossa”, considerandolo un particolare un esempio evidente della “mentalità totalitaria”, così come lei l’aveva definita prima. Venne spiazzata.
    In secondo luogo voleva verificare la possibilità di un nuovo tipo di crimine e di criminale, studiandone gli aspetti giuridici e valutando la capacità delle istituzioni giuridiche di affrontarli: anche qua si rese conto che, fosse un diritto degli ebrei di processare il gerarca (il rapimento, roba illecita, si poteva legittimare in quanto Eichmann era un apolide e Israele aveva acquistato il diritto a processarlo essendo diventato, politicamente e geograficamente, il territorio in cui erano stati commessi i crimini, intendendo per territorio il complesso culturale condiviso da un gruppo). Era d’accordo che il processo sarebbe dovuto essere indetto sì per crimini contro l’umanità ma, visto che “ politicamente e giuridicamente, questi crimini erano stati diversi non solo per gravità, ma anche nella loro essenza, avrebbe dovuto essere un Tribunale internazionale a emettere il giudizio piuttosto che un tribunale regionale che, infine, li aveva rubricati come crimini contro il popolo ebreo. Non è che la cosa fosse illegittima, tutt’altro. Ma una condanna inferta da una legge condivisa da tutto il consesso mondiale avrebbe avuto molta più risonanza e messo in allarme contro crimini che in futuro potevano colpire l’umanità in generale e non un singolo popolo. Cosa che la Arendt prevede, lucidamente, visto il frenetico sviluppo tecnologico, che avrebbe potuto da far sembrare i crimini tali quelli di Hitler “giochi di un bambino cattivo”.
    Terzo motivo, forse il più importante era lo studio della “personificazione del male”: “… erano anni, o per essere più precisa, era da trent’anni che stavo riflettendo sulla natura del male e il desiderio di espormi in prima persona – non tanto agli atti, che del resto erano ben noti a tutti, ma all’attore stesso del male – probabilmente è stata la ragione preponderante che mi ha fatto decidere di andare a Gerusalemme”.
    Le conclusioni cui arriva sono talmente spiazzanti da spingerla a sottolineare indispettita , anni dopo la pubblicazione, che “ voi pensate che io abbia detto che c’è un Eichmann in ciascuno di noi. Oh no! Non c’è nessuno dentro di voi e non c’è nessuno dentro di me! Questo non vuol dire che non ci sia una certa quantità di Eichmann. Ma questi sembrano molto diversi. Ho sempre odiato il concetto di “un Eichmann dentro ciascuno di noi!... Questo semplicemente non è vero. Sarebbe falso come il suo contrario, che Eichmann non si trovi dentro nessuno”.
    Distingue tra il senso di “banale” e quello di “luogo comune”,? Il“luogo comune” è ciò che accade frequentemente, comunemente; e tuttavia qualcosa può essere banale anche senza essere comune. Con “luogo comune” s’ intende un fenomeno triviale, quotidiano, che si verifica frequentemente, dove invece con “banale” non si presuppone qualcosa di comune, quanto piuttosto si fa riferimento a qualcosa che sta occupando il posto di ciò che è comune.
    Lo sterminio non sta dietro l’angolo né si può farci l’abitudine a esso, commemorazioni o meno. Infatti, le commemorazioni annuali possono funzionare più da pensiero intrusivo che da vaccino., grazie a dio! Ma si deve stare attenti perché da un momento all’altro il male può diventare luogo comune, perdendo la sua intrinseca repulsività diventando banale, alla portata di tutti.
    Che vide in Eichmann? “…l’uomo nella gabbia di vetro era per niente inquietante … a essere mostruosi erano i suoi atti, ma l’attore risultava quanto mai ordinario, mediocre, tutt’altro che demoniaco o mostruoso …”
    La sola qualità che gli si poteva attribuire, sulla base del suo passato e del comportamento al processo, era negativa: non si trattava tanto di stupidità, quanto di un’autentica incapacità di pensare, avrebbe detto più tardi la Arendt. Eichmann comunicava usando un linguaggio burocratico, preconfezionato con cui cercava di difendersi sostenendo che quel che accadde fosse unicamente conseguenza del suo lavoro. La sua mente sembrava traboccare di frasi fatte con cui si autoassolveva. All’enunciazione di ogni capo d’imputazione, Eichmann si dichiarò “non colpevole nel senso dell’atto di accusa” perchè con la liquidazione degli ebrei aveva mai avuto a che fare; non aveva mai ucciso né un ebreo né un non-ebreo: “ insomma io non ho mai ucciso un essere umano per basse motivazioni e nemmeno di aver mai avuto l’impulso di uccidere nessuno”.
    Allo stesso tempo ammetteva di aver avuto un lavoro da compiere e di non aver potuto comportarsi diversamente da come si comportò. Incapace di riconoscere che quel lavoro era completamente diverso da quello fatto da qualsiasi altro uomo. Già nelle “Origini del totalitarismo”, la Arendt aveva stigmatizzato l’apparato burocratico complicatissimo del nazismo come uno dei pilastri per attuare lo sterminio: la deresponsabilizzazione dell’individuo dietro la sua funzione , al servizo dell’efficienza. Ma nella “Banalità del male, va oltre. Al di là della terribile e inquietante normalità ostentata dalla massa dei burocrati, lei trova il nesso tra atti esecrabili e uomini ordinari nell’incapacità, manifesta in Eichmann, a esprimersi con parole proprie, legata all’incapacità di pensare e giudicare il male in quanto tale. Un distacco dalla realtà dell’esperienza della vita quotidiana che altro non è che straordinaria superficialità: il male assoluto è assolutamente superficiale.
    “Restai colpita dall’evidente superficialità del colpevole, superficialità che rendeva impossibile ricondurre l’incontestabile malvagità dei suoi atti a un livello più profondo di cause o motivazioni che l’avevano spinto”.
    Il male di Eichmann non era radicato, non aveva “motivazioni”, non c’erano “impulsi” malvagi, invidia, odio, né cedimento a alle tentazioni ( tutta roba concernente la natura umana), niente delle vecchie definizioni. La banalità del male perpetrata da Eichmann sembra sottrarsi a qualunque parola che la definisca o pensiero che possa catalogarla. Solo l’”orrore” di Conrad gli si avvicina, parola che mi è sembrata sempre profetica. È un male nuovo.
    Quando parlavo di banalità del male volevo semplicemente porre in evidenza il fatto, per me scioccante, che questo processo smentiva le nostre teorie sul male. La Arendt usa l’espressione “banalità del male” per la prima volta nella descrizione del momento della sua esecuzione quando, Eichmann, dopo aver percorso dritto e impassibile il tratto che lo portava al patibolo offrì, al suo funerale, soltanto il medesimo complesso di clichés e di frasi a effetto che aveva usato lungo tutta la sua carriera: “tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò”. Non perde il vizio delle frasi esaltanti quasi che “queste “frasi esaltanti” gli facessero dimenticare completamente la realtà della pro-pria morte”.
    Una specie di ricapitolazione di quel suo lungo viaggio nella malvagità umana: la spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male. Quello che mancava a Eichmann era l’abitudine di esaminare e riflettere su tutto ciò che accade, a prescindere dai contenuti e dagli effetti dell’evento. Può quest’attività essere di natura tale da “condizionare” gli uomini e prevenirli dal fare il male? La vita della mente implica la possibilità di evitare di commettere il male? Per la Arendt sembra di sì, perché esercitare questo continuo confronto del sé con il se stesso significa dare radici ai pensieri e alle conseguenti azioni: il male di Eichmann e dei suoi pari era senza radici, superficiale, cioè assoluto.

    ha scritto il 

  • 4

    Adolf Eichmann, sterminatore di ebrei - e non -, nel processo di Gerusalemme, 1961-'62, ripetè insistentemente: “Ho fatto il mio dovere, obbedendo agli ordini e alla legge”. A distanza, nessun ripensa ...continua

    Adolf Eichmann, sterminatore di ebrei - e non -, nel processo di Gerusalemme, 1961-'62, ripetè insistentemente: “Ho fatto il mio dovere, obbedendo agli ordini e alla legge”. A distanza, nessun ripensamento, quindi, ma buon autocontrollo visto che a caldo, nel '45, aveva detto: “Salterò nella tomba ridendo, poiché il fatto di avere sulla coscienza la morte di cinque milioni di ebrei mi dà una soddisfazione enorme”.

    ha scritto il 

  • 4

    La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme è un saggio – ormai famosissimo – di Hannah Arendt.

    L’opera: “Alla lettera «Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male», il libro è sostanzi ...continua

    La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme è un saggio – ormai famosissimo – di Hannah Arendt.

    L’opera: “Alla lettera «Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male», il libro è sostanzialmente il diario dell'autrice, inviata del settimanale New Yorker, sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann. Questi, gerarca nazista rifugiato nel 1945 in Argentina, fu ivi prelevato dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.

    All'epoca il processo ad Eichmann suscitò varie polemiche: in primo luogo perché Eichmann non venne mai legalmente arrestato, ma rapito dai servizi segreti israeliani in territorio argentino, dove godeva dell'asilo politico. Eichmann fu rapito e fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina. In secondo luogo perché Eichmann, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati ad Eichmann. Inoltre, dato che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei, dal momento che veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo.

    Il titolo originale dell'opera è “Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil”. Non senza ragione, l'editore italiano ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, la Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili della Shoah - fosse dovuto non ad un'indole maligna, ben radicata nell'anima quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni”.

    Cosa c’è da aggiungere? Se non il dolore e la vergogna verso quest’uomo che è stato il principale responsabile della “soluzione finale”. Il libro non è di certo di facile lettura, ma pone il lettore dinanzi ad una scelta critica: uniformarsi alla maggioranza o contrastare Hitler?

    Consiglio anche il bellissimo film di Margarethe von Trotta del 2012.
    Trailer: http://www.mymovies.it/film/2012/hannaharendt/trailer/

    ha scritto il 

  • 0

    Indispensabile

    Questo libro è una lettura irrinunciabile per l'argomento trattato; un atto d'accusa freddo e scientifico dell'immane tragedia del nazismo, sviluppato con tutti i retroscena più dettagliati e "assurd ...continua

    Questo libro è una lettura irrinunciabile per l'argomento trattato; un atto d'accusa freddo e scientifico dell'immane tragedia del nazismo, sviluppato con tutti i retroscena più dettagliati e "assurdi". Molte cose di questa ricerca non stanno sui libri di scuola.

    ha scritto il 

  • 0

    il suo modo

    di raccontare, giornalisticamente, i fatti è sorprendente. Sembra quasi, anche se ebrea, avere astio verso coloro che, proprio nella comunità ebraica, hanno lasciato che l'olocausto si compisse. Aggh ...continua

    di raccontare, giornalisticamente, i fatti è sorprendente. Sembra quasi, anche se ebrea, avere astio verso coloro che, proprio nella comunità ebraica, hanno lasciato che l'olocausto si compisse. Agghiacciante nella sua semplicità la descrizione di Eichmann. Assolutamente da leggere

    ha scritto il 

  • 4

    Libro molto interessante. Credevo fosse un saggio sul male partendo dai crimini nazisti invece è il resoconto del processo ad Eichman, a tratti difficile da seguire a tratti un po' pesante, però molto ...continua

    Libro molto interessante. Credevo fosse un saggio sul male partendo dai crimini nazisti invece è il resoconto del processo ad Eichman, a tratti difficile da seguire a tratti un po' pesante, però molto istruttivo. Molto si sa del nazismo, ma qui ho scoperto molte cose sull'organizzazione. Molto interessanti le considerazioni sul male a anche quelle sulla giustizia, con forti critiche al processo dei vincitori sui vinti. I discorsi sulla vendetta e la giustizia di stato, risultano interessanti ma purtroppo datati alla luce dei vari Patrioct Act.
    P.S. Ogni volta che si parla di ebrei si parla anche di zingari, ma molto meno conosciuto il genocidio di queste persone e molti meno libri esistono su questo argomento

    ha scritto il 

  • 4

    L'ENIGMA DEL MALE

    Negli ultimi anni nutro un interesse profondo verso il male; lo aggiro, lo circuisco, cerco di penetrarlo. La spinta morale di comprenderne la sostanza l’origine e l’ incontestabile natura umana mi h ...continua

    Negli ultimi anni nutro un interesse profondo verso il male; lo aggiro, lo circuisco, cerco di penetrarlo. La spinta morale di comprenderne la sostanza l’origine e l’ incontestabile natura umana mi ha condotto verso letture che affrontano e analizzano la questione con grande lucidità e acutezza. Intuisco che solo attraverso la comprensione del male posso avvicinarmi a comprendere meglio l’essere umano e me stessa, citando di nuovo Berstein che, come già riportato al commento a La zona d’interesse, dichiarò che "il genocidio nazista è in qualche modo centrale per la comprensione di noi stessi".
    Ho letto molto al riguardo, dall’illuminante saggio di Hillman “Un terribile amore per la guerra”, ai sanguinosi romanzi di McCarthy, alle soffocanti liriche di Herta Muller, Bernhard, Faulkner, Coetzee, Conrad, Vasilij Grossman, Boris Phor, Matin Amis ecc., e ora, grazie a uno scambio con un vecchio amico, (a scatola chiusa) ho appena finito il famosissimo La banalità del male.
    E questo imprescindibile libro “corrispondenza” è un tassello fondamentale al fine del suddetto processo di ricerca.
    Un tassello che contribuisce a dare consistenza a qualcosa che si può chiamare "comprensione del male". Una sorta di percezione dei "come" il male pende il sopravvento, non certo dei "perché". Una percezione che scaturisce da una parte lontana del cervello, o forse attraverso il secondo cervello, quello collocato nella pancia.
    Il ibrro della Arendt è un’attenta disanima dei fatti riguardanti il processo ad Adolf Eichmann, tenente colonnello delle SS, esperto della questione ebraica, responsabile dell’organizzazione dell’emigrazione forzata e della successiva deportazione di ebrei e altri popoli scelti per essere sterminati - scelti per essere sterminati senza motivi di ordine difensivo o espansionistico. Un individuo qualunque a cui è capitato di vivere quel momento storico, - “chiunque poteva esser Eichmann, sarebbe bastato essere senza idee” - uno ligio al dovere, alle regole, non violento, privo di odi particolari, spinto unicamente dal desiderio di fare carriera. Riesamina, con precisione e accuratezza storica, l’organizzazione della macchina distruttiva messa in moto per realizzare l’inaudito progetto della soluzione finale. E analizza il processo che portò un intero popolo ad adattarsi a un “nuovo corso” - compresi i capi ebrei che collaborarono e aiutarono i nazisti a stilare le liste dei deportati -, ma soprattutto si interroga su come un sistema morale ribaltato possa facilmente diventate norma, regolamento, nuovo ordine costituito, spegnendo le coscienze ed eleggendo il crimine a norma.
    Non entro nel merito delle importanti denunce che la Arendt avanza riguardo alla strumentalizzazione del processo, alle irregolarità, all’illegittimità, nonché sulle lacune legislative dinanzi a un tipo di crimine mai visto prima e sulla mancanza di un’adeguata definizione giuridica di “crimine contro l’umanità.
    Ma ritengo La banalità del male uno strumento basilare, lucido, acuto, oggettivo, profondamente etico, fondamentale per la nostra evoluzione.
    “Secondo l’autrice, la sentenza non fu del tutto soddisfacente; sebbene la conclusione sia stata giusta, nell’ottica che quanto successo possa ripetersi si sarebbe dovuto finalmente definire un soddisfacente motivo per cui Adolf Eichmann – come qualsiasi gerarca nazista – sia stato condannato, poiché come a Norimberga si sollevò il problema che egli non avesse violato alcuna legge già in vigore. Con la sentenza effettivamente pronunciata, si fece quanto dovuto (condannare a morte Eichmann) mediante mezzi sbagliati, ovvero tenendosi dentro le leggi di Israele, non definendo veramente quel che Eichmann aveva davvero fatto. L’unica ipotetica sentenza che per la Arendt avrebbe avuto senso sarebbe stata basata sulle obiezioni di Karl Jaspers: Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, cioè alla sua base, il diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro."

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro che chiunque dovrebbe leggere

    Leggo questo libro alla soglia dei trent'anni e da un lato mi rammarico di non averlo letto prima, dall'altro è un libro che tira in ballo tante questioni storiche, etiche, morali, con un grado di com ...continua

    Leggo questo libro alla soglia dei trent'anni e da un lato mi rammarico di non averlo letto prima, dall'altro è un libro che tira in ballo tante questioni storiche, etiche, morali, con un grado di complessità tale per cui dubito che prima avrei potuto capirlo in pieno (e sicuramente rileggendolo fra dieci anni lo elaborerò in modo ancora diverso). Le tre stelle che assegno derivano solo per la difficoltà nella lettura, nonostante l'esposizione cristallina di Hannah Arendt e l'interessante tema per me è stato veramente complicato barcamenarmi tra i riferimenti giudiziari e processuali (forse non essendone esperta) e tra i diversi personaggi, sicuramente al tempo noti a tutti, ma che per me spesso si riducevano nomi a cui difficilmente riuscivo a dare una collocazione storica precisa.
    Ma queste sono mancanze mie, da lettrice, e non dell'opera in sé che risulta limpida e rivelatrice sulla complessità della questione ebraica, dell'olocausto e delle responsabilità ad esso legate.
    E' uno di quei libri difficili da digerire, ma che ciascuno dovrebbe leggere.

    ha scritto il 

  • 0

    Pacato, lucido, cerca semplicemente di capire con la massima oggettività il processo Eichmann. Non ci sono miti, né sulle vittime né sui carnefici. Eppure, questo piccolo libro dal tono razionale e co ...continua

    Pacato, lucido, cerca semplicemente di capire con la massima oggettività il processo Eichmann. Non ci sono miti, né sulle vittime né sui carnefici. Eppure, questo piccolo libro dal tono razionale e così poco passionale ha sollevato un terremoto: perché quando si tratta di un nazista, la cosa più rassicurante sarebbe dire che era solo un mostro; un mostro, per definizione comune, è un’eccezione, con emozioni e pensieri che non potremmo nemmeno immaginare; noi non potremmo mai diventare così. E invece no.
    Arendt presenta Eichmann come banale. Niente follie straordinarie. Si parla di obbedienza all’autorità, mancanza di pensiero indipendente, desiderio di carriera.
    Ispirato dalla vicenda, pochi mesi dopo lo psicologo Milgram ideò un esperimento. Lo sperimentatore dà ordini ad un volontario, “l’insegnante”, il quale si occupa di far eseguire un compito ad un “allievo”. Se l’allievo sbaglia, all’insegnante viene ordinato di somministrare scariche elettriche di intensità crescente all’allievo; in realtà l’allievo simula dolore, non ha ricevuto nessuna scarica, ma l’insegnante non lo sa.
    Molti soggetti, arrivati a 135 Volt, esitano, ma quando lo sperimentatore li rassicura dicendo che non peserà su di loro alcuna responsabilità e ordina loro di andare avanti…loro vanno avanti.
    Il 60% dei volontari ha superato 450 Volt.
    Bene, allora dovremmo concludere che, visto che potenzialmente siamo tutti (o la maggior parte di noi) colpevoli, allora è inutile opporsi a questo stato di cose? No, dice la Arendt. Perché c’è uno stacco tra potenza e atto. Perché se interviene la riflessione, se si leggono libri come questo, come Arcipelago gulag , ad esempio quando Solzenicyn, dopo aver analizzato il sistema gulag, si chiede come sarebbe diventato se anche lui fosse entrato a far parte del sistema dalla parte del carceriere, o opere come il Discorso sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola e tante altre, forse quello spazio tra potenza e atto si arriva a non valicarlo. C’è chi ha scelto di farlo e ci è riuscito.
    Forse si può arrivare a ridurre quel 60%.

    ha scritto il 

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