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La bella estate

Di

Editore: Arnoldo Mondadori (Oscar, 28)

3.9
(2066)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 289 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Francese , Spagnolo , Catalano

Isbn-10: A000072860 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Curatore: Antonio Pitamitz ; Prefazione: Roberto Cantini

Disponibile anche come: Altri , Copertina rigida , Tascabile economico , Cofanetto

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Teens

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Descrizione del libro
Giovani modelle, pittori in eterno colloquio con la vita, uomini e ragazze della borghesia torinese: sono i personaggi de La bella estate, il libro della maturità di Pavese, premio Strega 1950.Vi sono raccolti tre romanzi: La bella estate (1940), Il diavolo sulle colline (1948), Tra donne sole (1949). Scritti in epoche diverse e improntati ad una differente ricerca, sono accomunati dall'ambiente - quello artistico intellettuale della Torino dopoguerra - e da una tematica costante, variamente elaborata e metaforizzata, ma sempre riconducibile ad un'ispirazione unitaria. > Con queste parole lo stesso Pavese presentò il libro al suo apparire, nel 1949. Il terzo romanzo della raccolta, Tra donne sole, ha ispirato il soggetto del film Le amiche (1955) di Michelangelo Antonioni.
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  • 5

    L'unitarietetà del dramma umano

    Tre racconti di formazione, inscindibili l'uno dall'altro poiché il lettore chiede l'unitarietà del dramma umano.
    Con l'immancabile presenza di una nobiltà decaduta e di sedicenti pittori, si leggono ...continua

    Tre racconti di formazione, inscindibili l'uno dall'altro poiché il lettore chiede l'unitarietà del dramma umano.
    Con l'immancabile presenza di una nobiltà decaduta e di sedicenti pittori, si leggono storie di nullafacenti e di povere stolte, degli uomini "che sono bambini, e gli artisti sono bambini due volte.", di donne frivole e di uomini fantoccio.
    Per ben due racconti Pavese scrisse in prima persona immedesimandosi perfettamente in una ragazza stolta e in una donna in carriera nella Torino del dopoguerra.
    E' difficile dire perché bisognerebbe leggere questo libro, una chiave di lettura si può trovare all'interno delle situazioni descritte, vissute o non che siano.

    Di notte un uomo guida la propria auto decapottabile su una collina, arrivato in cima si ferma, e con la faccia rivolta al cielo guarda le stelle come incantato.
    Tre ragazzi lo stanno guardando, tra le siepi più in là; uno di loro per scherzo lancia un urlo animale.
    L'uomo nell'auto sembra non essersene accorto, mentre dentro la sua testa quel grido bestiale comincia a risveglialo dal sonno della ragione.

    ha scritto il 

  • 3

    Abbiamo tanta bella letteratura, noi, che se non altro ogni tanto per questo bisognerebbe rispolverarla: per capire che essa, la letteratura, non è solo trama e intreccio, non è solo il fiume impetuos ...continua

    Abbiamo tanta bella letteratura, noi, che se non altro ogni tanto per questo bisognerebbe rispolverarla: per capire che essa, la letteratura, non è solo trama e intreccio, non è solo il fiume impetuoso o piatto o magari la barca che lo segue. La letteratura è anche e soprattutto, la presa in diretta di un colore del parlare. Questo Pavese mi sta meravigliosamente stupefacendo per il suo pressante e sensibilissimo approssimarsi ad una parlata che lui ben conosce, rendendomene minuziosamente ogni singola pennellata, ricordandomi certe descrizioni di Cezanne (forse sbaglio ) che pennellava una sfumatura qui, un'altra fra un po', una più in la, esasperando chi aveva la voglia di stare ad osservare il suo processo creativo che sembrava non finirsi mai.
    Così, mi pare che Pavese in questo libro qui stia sempre in collina, o per la strada, scrivendo tra la gente e virando Il suo italiano corretto in una personalissima versione della lingua, assorbendo e modificando piano, lasciandosi influenzare delle persone intorno, dai parlati afferrati al volo, dal ciangottio più confuso. Bellissimo.

    Mi chiedo quanto si appiattisca allora la capacità di apprezzare una lingua scritta , quanto poco la si alleni quando si legge tanto in traduzione . Come faccio io.

    ha scritto il 

  • 4

    Terminata la lettura de "La luna e i falò", non ho potuto fare a meno di prendere "La bella estate" dallo scaffale della mia libreria per continuare a leggere questo poeta. La matita era sempre pronta ...continua

    Terminata la lettura de "La luna e i falò", non ho potuto fare a meno di prendere "La bella estate" dallo scaffale della mia libreria per continuare a leggere questo poeta. La matita era sempre pronta tra le dita, perché quasi ad ogni pagina sentivo il bisogno di sottolineare, di rileggere mormorando tra me e me "Quanto è vero...". Continuavo a meravigliarmi e a chiedermi come fosse possibile che un insieme di parole potesse essere così potente, così magico; di come le piccole cose, i pensieri, le emozioni che sono custoditi dentro di me potessero ritrovarsi stampati, scritti da una persona così distante, eppure così vicina. (Ma continuo a sorprendermi, dopo tutti questi anni di letture? Ormai dovrei saperlo, che non esiste null'altro di paragonabile.)
    Sono storie di ricordi, di nostalgia, di sofferenza, di persone che cercano di sopravvivere e di capire cosa diavolo possa significare questa vita, del perché ci sia tutto questo marcio; di come siamo tutti diversi, ma che in fondo, incomprensibilmente, vogliamo le stesse cose. Pavese mi entra nel cuore. Mi capisce, è possibile?

    ha scritto il 

  • 5

    Il diavolo sulle colline potrebbe essere un bel racconto, ma racchiuso tra i due capolavori ci fa una ben misera figura.
    La bella estate e Tra donne sole presentano storie e persone che non si possono ...continua

    Il diavolo sulle colline potrebbe essere un bel racconto, ma racchiuso tra i due capolavori ci fa una ben misera figura.
    La bella estate e Tra donne sole presentano storie e persone che non si possono dimenticare per quanto sono belle, pur se tristi.
    Speranze sogni delusioni e dolori dispiegate con semplice maestria.
    Da rileggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Il primo racconto che dà il titolo al libro è quello che più mi è piaciuto; un fascino tutto suo, evocato oltre che dallo stile di scrittura, dai toni crepuscolari di una Torino anni quaranta e dagl ...continua

    Il primo racconto che dà il titolo al libro è quello che più mi è piaciuto; un fascino tutto suo, evocato oltre che dallo stile di scrittura, dai toni crepuscolari di una Torino anni quaranta e dagli eventi che in essa si sviluppano e che segnano il passaggio della protagonista dall’età dell’innocenza e della purezza a quella della maturità consapevole. Spartiacque ciò che accade un giorno in una soffitta, dietro una tenda rossa. Originariamente, e non a caso, Pavese lo intitolò “La Tenda”. Tenda che separa un “prima” da un “dopo”.
    C’e’ un qualcosa di indefinibile, di evanescente ma che si respira e si assorbe in questo libro che lo rendono indimenticabile anche a chi non e’ piaciuto.
    Io lo ricordero’.

    ha scritto il 

  • 4

    La bella estate è un'opera dello scrittore Cesare Pavese pubblicata per la prima volta nel 1949 a Torino dalla casa editrice Einaudi nella collana "I supercoralli" che raggruppava tre romanzi brevi sc ...continua

    La bella estate è un'opera dello scrittore Cesare Pavese pubblicata per la prima volta nel 1949 a Torino dalla casa editrice Einaudi nella collana "I supercoralli" che raggruppava tre romanzi brevi scritti in tempi diversi dell'autore: La bella estate che risale al 1940, Il diavolo sulle colline del 1948, e Tra donne sole del 1949, un anno prima della morte per suicidio dell'autore. Proprio per il trittico "La bella estate" Pavese ricevette nel giugno del 1950 il Premio Strega.
    Il primo romanzo breve, che dà il titolo all'opera, fu scritto da Pavese tra il 2 marzo e il 6 maggio del 1940 ed era inizialmente intitolato "La tenda". Rimase inedito fino alla pubblicazione nel 1949.

    «A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada, per diventare come matte, e tutto era bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che succedesse qualcosa, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, o magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare fino ai prati e fin dietro le colline...»

    Ginia è una giovanissima operaia in un atelier che proviene dalla campagna e vive con il fratello Severino che fa l'operaio del gas. Di carattere gioioso e fiducioso diventa amica di una ragazza più grande di lei, Amelia, che lavora come modella per alcuni pittori e che la convince a frequentare l'ambiente artistico della città. Amelia, che è attratta fisicamente da Ginia e nello stesso tempo è invidiosa della sua semplicità e gioia di vivere, la invita nello studio di un pittore, Guido, di cui si innamora e a cui infine si concede. Ginia è felice perché pensa che Guido la ami e di aver così coronato il suo sogno. Amelia intanto, che continua a fare proposte ambigue alla ragazza, le confida di essere ammalata di sifilide che non ha contratto da Rodriguez, lo strano tipo che frequenta lo studio di Guido, ma da una donna.
    Assai presto Ginia si accorge che Guido la trascura e preferisce stare in compagnia degli amici e di Rodriguez e ne soffre. Un giorno, dopo aver visto Amelia posare per Guido, gli dice che vuole posare per lui nuda non sapendo che l'amico Rodriguez guardava la ragazza da dietro una tenda che divideva il letto dallo studio. Quando egli all'improvviso apre la tenda, Ginia, tutta spaventata e piena di vergogna, fugge dalla casa dopo aver ascoltato le parole dette da Guido ad Amelia e all'amico: "Lasciala stare, è una scema".

    «Quando fu sola nella neve le parve di essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare... Si divertiva a pensare che l'estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più. Perché adesso era sola e non avrebbe parlato mai più a nessuno ma lavorato tutto il giorno».

    Ginia alla fine accetterà la compagnia e le premure di Amelia, mettendo una pietra sopra i suoi sogni di una bella estate.

    «E mentre Ginia cercava di sorridere, continuò: "Sono contenta perché questa primavera sarò guarita. Quel tuo medico dice che mi ha preso in tempo. Senti, Ginia, al cinema non c'è niente di bello" "Andiamo dove vuoi" disse Ginia "conducimi tu"».
    Nella presentazione di Pavese dei tre racconti di "La bella estate" egli scrive:

    «Si tratta di un clima morale, un incontro di temi, una temperie ricorrente in ciascuno dei vari intrecci e ambienti è quello della tentazione, dell'ascendente che i giovani sono tutti condannati a subire. Un altro è la ricerca affannata del vizio, il bisogno baldanzoso di violare la norma, di toccare il limite. Un altro, l'abbattersi della naturale sanzione sul più colpevole e inerme, sul più 'giovane'». Pavese definì "La bella estate" «la storia di una verginità che si difende».

    ha scritto il 

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