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La bella estate

Di

Editore: Einaudi

3.9
(2105)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 110 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Francese , Spagnolo , Catalano

Isbn-10: 8806149032 | Isbn-13: 9788806149031 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Copertina rigida , Tascabile economico , Cofanetto

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Teens

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Descrizione del libro
Scritto nel 1940, questo racconto, ora riproposto da solo, venne pubblicatosolo nel 1949, nel volume dal titolo omonimo che comprendeva "Il diavolo sullecolline" e "Tra donne sole". E' la storia di Ginia e, più in generale, dellascoperta della vita da parte di un'adolescente. Dall'ambiente operaio al qualeappartiene, Ginia entra in contatto con alcuni esponenti di una bohèmepseudo-artistica e intellettuale: studenti, eccentrici perdigiorno e pittoridilettanti, che si incontrano nei caffè e abitano nelle soffitte. La ragazzasi innamora di Guido, un pittore di origine contadina e, dopo aver vinto leresistenze interiori e i rimorsi residui, si lascia alla fine sedurre. E'l'inizio della sua dolorosa maturazione come donna.
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  • 4

    Tre lunghi racconti permeati di malinconia, di una certa indolente tristezza, di giovani che o sono poveri e anelano ad affermarsi o sono ricchi e sprecano la vita nei vizi. Il tutto descritto nello s ...continua

    Tre lunghi racconti permeati di malinconia, di una certa indolente tristezza, di giovani che o sono poveri e anelano ad affermarsi o sono ricchi e sprecano la vita nei vizi. Il tutto descritto nello sbocconcellato modo di scrivere di Pavese, a cui devi fare un po' l'abitudine. Non so, è un bel libro, ma ti lascia addosso un po' di sconforto.

    ha scritto il 

  • 4

    le stagioni di Cesare Pavese...dopo l'estate subito l'inverno.

    “UN VOLUME TRE PERCHE' “LA BELLA ESTATE”, “IL DIAVOLO IN COLLINA” E “TRA DONNE SOLE “...HA L'ARIA DI QUALCOSA DI GROSSO. E' UN NUOVO LINGUAGGIO. AL DIALETTALE E AL CALLIGRAFICO COLTO AGGIUNGE LA “DIS ...continua

    “UN VOLUME TRE PERCHE' “LA BELLA ESTATE”, “IL DIAVOLO IN COLLINA” E “TRA DONNE SOLE “...HA L'ARIA DI QUALCOSA DI GROSSO. E' UN NUOVO LINGUAGGIO. AL DIALETTALE E AL CALLIGRAFICO COLTO AGGIUNGE LA “DISCUSSIONE STUDENTESCA”. PER LA PRIMA VOLTA HAI DAVVERO PIANTATO SIMBOLI(I GIOVANI CHE SCOPRONO, LA VITA DI DISCUSSIONE, LA REALTA' MITICA”. Annotazioni scritte sul suo diario postumo “Il mestiere di vivere”, opera che ritengo ormai indispensabile, per dare un nesso preciso e approfondire tutta la produzione di Cesare Pavese. Egli, sembra di capire, ritiene che, dopo un alternarsi ed un intrecciarsi di realismo/naturalismo e di simbolismi dei romanzi precedenti sia riuscito, partendo da un'opera fondamentale come “La casa in collina”, a completare una serie di quattro romanzi in cui finalmente realtà e simbolo si fondevano in una sintesi organica. Attenendosi quindi allo schema che si può riscontrare nel suo diario, lo scrittore inserisce in questa quaterna,“Il diavolo sulle colline” e “Tra donne sole” escludendo il racconto che dà il nome, assieme ai due precedenti all'opera “La bella estate”. Eppure, a mio avviso, in questo breve romanzo”escluso” dalle riflessioni di Pavese, ci trovo una modernità e un'esplorazione del mondo femminile, che davvero mi ha sorpreso e affascinato come se, durante la prima lettura che risale ad anni fa, mi fossero sfuggiti dettagli e profili caratteriali di quel “naturalismo” pavesiano che tanto mi ha restituito oggi.“UN VOLUME TRE ROMANZI. CIASCUNO DI ESSI POTREBBE DA SOLO FARE UN LIBRO. PERCHE' ESCONO INSIEME? NON E' QUEL CHE SI CHIAMA TRILOGIA(...) SI TRATTA DI UN CLIMA MORALE, UN INCONTRO DI TEMI, UNA TEMPERIE RICORRENTE IN UN LIBERO GIOCO DI FANTASIA(...)UN TEMA RICORRENTE IN CIASCUNO DEI VARI INTRECCI ED AMBIENTI E' QUELLO DELLA TENTAZIONE,DELL'ASCENDENTE CHE I GIOVANI SONO TUTTI CONDANNATI A SUBIRE.” così presenta lo scrittore la sua ultima fatica, e rileggendo “La bella estate”, che doveva prendere il titolo de “La tenda”, sebbene riconosco diversi livelli di maturità con le altre due opere, già dalla prima pagina quel “fruscio di ragazze a un ballo” del De Andrè, subito si fa sentire, e subito diventa contagiosa l'atmosfera, il filtro magico del talento di Pavese. E se a una prima impressione può apparire un racconto di formazione dalle tinte rosa, andando più a fondo si intravvedono spunti importanti tra simbolo, mito e realtà. E' la giovinezza, la scoperta del vivere e di nuove pulsioni proprie di una certa età: è appunto quella breve e unica “bella estate”. Una febbrile stagione veloce di esistenze, di un passare dei giorni che prima si allungano e poi, quasi in un attimo, ritirano il chiarore come anche gli entusiasmi. In quella campagna quindi, il frinire delle cicale, rientra non solo come ambiente circostante, ma si confonde come qualcosa di arcano e ciclico, tanto conosciuto quanto misterioso. Nel primo romanzo quindi sono queste adolescenti, con l'affetto della terra su cui si è nati, ma anche con i primi malesseri di un'esistenza in cerca d'altro, a disegnare i contorni del destino, o di chi per lui, a rubare del tempo a queste giovanissime, quasi per dispetto, : “QUEI TEMPI ERA SEMPRE FESTA” “DORMIRE ERA UNA STUPIDAGGINE E RUBAVA TEMPO ALL'ALLEGRIA”. Il dilemma è, come spesso, tra predestinazione e libertà: una predestinazione formatasi dalle determinanti esperienze dell'infanzia. Che non discende dall'alto, ma deriva dalla sensibilità o dalla “scorza” dura, formatasi nell'ambiente in cui viviamo e sentiamo i primi anni. una storia d'iniziazione all'amore e al vivere soprattutto di Ginia, allegra e indipendente, amante del ballo e dell'allegria, di quel trasgredire quasi sfacciato, ma comunque coraggioso e ancora ingenuo, tra convinzione credulità e momenti di tristezza tenuti nei suoi silenzi. Nella convinzione quindi, che quell'estate dovrà fruttare qualcosa, perchè nella stagione successiva tutto sarà perso e diverso. Entrando nel mondo della disinibita Amalia, che posa per i pittori, conoscerà Guido, un pittore-soldato che, con la sua avvenenza, approfitterà di lei rubandole quel poco d'estate che nell'animo e nell'immaginario ancora aveva. Sono queste forse, le pagine del primo racconto più complesse e drammatiche. Ginia, confusa da un senso di frustrazione, dopo aver posato anch'ella nuda per il suo “pseudo-fidanzato”, si accorge della malafede che la sta circondando, di come dietro a una tenda(da qui forse il titolo iniziale) che divideva la stanza-atelier, la faceva spiare da altri. “QUANDO FU SOLA NELLA NEVE” quindi la stagione è già cambiata e gli avvenimenti anche, “LE PARVE D'ESSER ANCOR NUDA. TUTTE LE STRADE ERANO VUOTE E NON SAPEVA DOVE ANDARE (...) L'ESTATE CHE AVEVA SPERATO, NON SAREBBE VENUTA MAI PIU', PERCHE' ADESSO ERA SOLA E NON AVREBBE MAI PIU' PARLATO A NESSUNO”...Ginia quindi, che seguiva la sua bella estate aspettando qualcosa che doveva succedere, si ritrova al capolinea delle sue aspettative, facendosi “guidare” da Amalia(e il nome forse non è un caso) che di lei è innamorata. Emblematiche le ultime parole della ragazza “ANDIAMO DOVE VUOI – CONDUCIMI TU”. E' il segno che la bella stagione ormai è finita, sia ciclicamente nel procedere del tempo, che per la giovane sedicenne. E' questo un racconto che, andando oltre a un primo livello descrittivo, riassume le tematiche essenziali di Pavese: Il contrasto tra il bene e il male, che allo stesso tempo, speculari tra loro, sembrano sostenersi. La purezza e la corruzione, che conducono sì ad una perdita dell'innocenza, ma anche ad una scelta di vita diversa, in cui l'autore, con un velo di amarezza inevitabile, non condanna né celebra. E' un “concentrato”, si potrebbe dire della visione dello scrittore, il quale però ancora non riesce a sviluppare adeguatamente i temi affrontati. E' pero una critica che mi lascia dei dubbi, come se Pavese lasci al lettore una parte interpretativa non di poco conto nel suo scritto più denso e meno fluido... per un autore come lui nel quale “il reale” non è che lo schermo per l'oggettivare le paure interiori, perdute nei miti ancestrali e ritrovate nell'inconscio e nell'amarezza della vita, l'apparente “tratto incerto” di questi scritti, non è che un rendere a chi legge, la sua parte di consapevolezza. Costruendo ad esempio, il racconto rigorosamente in terza persona, del personaggio di Ginia, la prima di una lunga serie di figure femminili, offre il tema molto interessante per i tempi, dell'autonomia delle donne; Pavese non sembra ancora in grado però, di raggiungere gli stessi livelli, con i personaggi maschili. Interessante è infatti il confronto con “Il diavolo sulle colline”che, come a fare da filo di unione e di rottura con il racconto precedente , inizia con la frase evocativa“ERAVAMO MOLTO GIOVANI.ALLORA”. Scritto otto anni dopo il precedente, si intuisce fin dalle prime battute un'altra maturità, una profondità più esplicita, sul tema che è sempre lo stesso: una compagnia di giovani e la loro brama di vivere. Protagonisti sono tre amici e la città di Torino. Ma tema conduttore è l'approfondimento del selvaggio, sviluppato con scrupolo, tenendo conto del rapporto città e campagna. I tre giovani incontreranno nella prima il vizio e la perdizione di se stessi, invischiati in vicende drammatiche dopo la conoscenza di un rampollo dell'alta borghesia...nello stesso tempo sembra sia proprio la campagna, dove andavano al fiume, “NUDI COME BISCE, A BAGNARSI E VOLTOLARSI NEL SOLE E DENTRO LA TERRA SCREPOLATA. LO SCOPO ERA ARROSTIRSI ANCHE L'INGUINE E LE NATICHE,CANCELLARE L'INFAMIA, ANNERIR TUTTO...” un rito quindi di purificazione, nell'abbraccio con la loro terra, un sensuale liberarsi dalle convenzioni. Ma dopo la conoscenza della corruzione del “moderno”, tra noia, cocaina e male di vivere, la vita dei tre sembra
    camminare nel filo di un rasoio, un attimo, una sbandata, e sfuggiranno alle mani protettrici della loro madre-terra. Pavese divide così, ancora più nettamente la città e la campagna, e se la prima parte è dedicata all'estate cittadina con le vogate sul Po e le stravaganze pericolose di quella coppia aristocratica, incontrata per caso ma tanto determinante nei loro destini, la seconda è appunto il ritorno nella melma del fiume in secca, in una terra che ancora li avrebbe protetti, una terra “pettinata da tutti i venti della sera”....E da questi ragazzi, senza una precisa consapevolezza di voler crescere, mancando appunto nella figura maschile di Pavese “l'uomo” che si rompe la schiena nel lavoro dei campi, vi lascio, con la curiosità di dove ci porta l'autore, alla lettura di “Tra donne sole” e della vicenda di Rosetta. Nel suo gesto esasperato, sembra dirci Pavese, non vi è altro che un destino già scritto, una scansione determinante nell'esistenza della ragazza, crudele e apparentemente senza motivo, come dire che”Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. La morte come unico denominatore che accomuna, in un certo senso, i personaggi dello scrittore, siano essi di qualsiasi ceto o provenienza...forse un refuso delle sue correzioni alle traduzioni della Pivano, dell'”Antologia di Spoon River”. Non sfugge nemmeno l'uso dell'”understatement”tecnica tanto cara allo scrittore, che la riprende soprattutto da Fitzgerald. Cesare Pavese, il più americano degli maestri di quegli anni...il più amaro nel descrivere un'esistenza che le sue care colline gli facevano ritrovare, con il loro silenzio, un po' più dolce....”LA POESIA E' IL SENTIMENTO DI TUTTO” scrisse un giorno al suo amico Sturani, “DEL BELLO E DEL BRUTTO, DEL BUONO E DEL CATTIVO, DEL GIUSTO E DEL FALSO, DI QUEL CONTRASTO TRA BENE E MALE CHE E' LA VITA”. So long...

    ha scritto il 

  • 4

    Questo trittico ci porta alla scoperta della Torino nella prima metà del Novecento. Tra i vicoli e i portici cittadini prendono vita le vicende dei personaggi pavesiani. Dall'inesperta Ginia, ansiosa ...continua

    Questo trittico ci porta alla scoperta della Torino nella prima metà del Novecento. Tra i vicoli e i portici cittadini prendono vita le vicende dei personaggi pavesiani. Dall'inesperta Ginia, ansiosa di diventare donna e somigliare alla bella Amelia castigata con la sifilide per i suoi disdicevoli (?) peccati omosessuali, che si lascia ingenuamente prendere in giro da Guido, ex soldato e aspirante pittore, Pavese ci catapulta nella campagna del Greppo, alle prese con giovani studenti universitari alla ricerca del senso della vita, del vizio e del bisogno di violare le norme, fino all'ambiente dei ceti alti, caratterizzato da donne istruite, solitarie e libertine pronte ai giri in macchina e ai pomeriggi nei caffè del centro torinese, ignare dei sacrifici e della fatica che si celano dietro le ricchezze. Negli ultimi due racconti "Il diavolo in collina" e "Tra donne sole", i protagonisti sono ragazzi che nella vita hanno avuto tutto ciò che desideravano senza doverselo guadagnare, poiché d'altronde nessuno glielo ha spiegato, portandoli a disprezzare i privilegi di cui godono. Personaggi di spicco che incarnano simili caratteristiche sono Poli (che richiama il Conte Grillo, amico dell'autore) e Rosetta: anime tormentate e depresse che toccano il limite, precipitano nel fondo incapaci di sollevarsi. Anticonformisti o, se vogliamo, moderni outsider vedono nell'uso di droghe e nel suicidio, l'unica via di fuga da una vita che non li soddisfa.
    Per via della pesantezza e della serietà dei temi trattati nel romanzo, la lettura può risultare poco interessante, perciò se letto senza una certa predisposizione può portare a sottovalutare uno dei maggiori esponenti della letteratura italiana del ventesimo secolo.

    ha scritto il 

  • 2

    Dei tre romanzi contenuti nel libro, mi é piaciuto solo il secondo "Il Diavolo sulle colline", piú compiuto nel l'analisi psicologica dei personaggi e di ampio respiro per quanto riguarda le descrizio ...continua

    Dei tre romanzi contenuti nel libro, mi é piaciuto solo il secondo "Il Diavolo sulle colline", piú compiuto nel l'analisi psicologica dei personaggi e di ampio respiro per quanto riguarda le descrizioni minuziose del paesaggio naturale (personaggio esso stesso a tutti gli effetti). Gli altri due romanzi li ho letti con grande difficoltà ed irritazione.

    ha scritto il 

  • 5

    L'unitarietetà del dramma umano

    Tre racconti di formazione, inscindibili l'uno dall'altro poiché il lettore chiede l'unitarietà del dramma umano.
    Con l'immancabile presenza di una nobiltà decaduta e di sedicenti pittori, si leggono ...continua

    Tre racconti di formazione, inscindibili l'uno dall'altro poiché il lettore chiede l'unitarietà del dramma umano.
    Con l'immancabile presenza di una nobiltà decaduta e di sedicenti pittori, si leggono storie di nullafacenti e di povere stolte, degli uomini "che sono bambini, e gli artisti sono bambini due volte.", di donne frivole e di uomini fantoccio.
    Per ben due racconti Pavese scrisse in prima persona immedesimandosi perfettamente in una ragazza stolta e in una donna in carriera nella Torino del dopoguerra.
    E' difficile dire perché bisognerebbe leggere questo libro, una chiave di lettura si può trovare all'interno delle situazioni descritte, vissute o non che siano.

    Di notte un uomo guida la propria auto decapottabile su una collina, arrivato in cima si ferma, e con la faccia rivolta al cielo guarda le stelle come incantato.
    Tre ragazzi lo stanno guardando, tra le siepi più in là; uno di loro per scherzo lancia un urlo animale.
    L'uomo nell'auto sembra non essersene accorto, mentre dentro la sua testa quel grido bestiale comincia a risveglialo dal sonno della ragione.

    ha scritto il 

  • 3

    Abbiamo tanta bella letteratura, noi, che se non altro ogni tanto per questo bisognerebbe rispolverarla: per capire che essa, la letteratura, non è solo trama e intreccio, non è solo il fiume impetuos ...continua

    Abbiamo tanta bella letteratura, noi, che se non altro ogni tanto per questo bisognerebbe rispolverarla: per capire che essa, la letteratura, non è solo trama e intreccio, non è solo il fiume impetuoso o piatto o magari la barca che lo segue. La letteratura è anche e soprattutto, la presa in diretta di un colore del parlare. Questo Pavese mi sta meravigliosamente stupefacendo per il suo pressante e sensibilissimo approssimarsi ad una parlata che lui ben conosce, rendendomene minuziosamente ogni singola pennellata, ricordandomi certe descrizioni di Cezanne (forse sbaglio ) che pennellava una sfumatura qui, un'altra fra un po', una più in la, esasperando chi aveva la voglia di stare ad osservare il suo processo creativo che sembrava non finirsi mai.
    Così, mi pare che Pavese in questo libro qui stia sempre in collina, o per la strada, scrivendo tra la gente e virando Il suo italiano corretto in una personalissima versione della lingua, assorbendo e modificando piano, lasciandosi influenzare delle persone intorno, dai parlati afferrati al volo, dal ciangottio più confuso. Bellissimo.

    Mi chiedo quanto si appiattisca allora la capacità di apprezzare una lingua scritta , quanto poco la si alleni quando si legge tanto in traduzione . Come faccio io.

    ha scritto il 

  • 4

    Terminata la lettura de "La luna e i falò", non ho potuto fare a meno di prendere "La bella estate" dallo scaffale della mia libreria per continuare a leggere questo poeta. La matita era sempre pronta ...continua

    Terminata la lettura de "La luna e i falò", non ho potuto fare a meno di prendere "La bella estate" dallo scaffale della mia libreria per continuare a leggere questo poeta. La matita era sempre pronta tra le dita, perché quasi ad ogni pagina sentivo il bisogno di sottolineare, di rileggere mormorando tra me e me "Quanto è vero...". Continuavo a meravigliarmi e a chiedermi come fosse possibile che un insieme di parole potesse essere così potente, così magico; di come le piccole cose, i pensieri, le emozioni che sono custoditi dentro di me potessero ritrovarsi stampati, scritti da una persona così distante, eppure così vicina. (Ma continuo a sorprendermi, dopo tutti questi anni di letture? Ormai dovrei saperlo, che non esiste null'altro di paragonabile.)
    Sono storie di ricordi, di nostalgia, di sofferenza, di persone che cercano di sopravvivere e di capire cosa diavolo possa significare questa vita, del perché ci sia tutto questo marcio; di come siamo tutti diversi, ma che in fondo, incomprensibilmente, vogliamo le stesse cose. Pavese mi entra nel cuore. Mi capisce, è possibile?

    ha scritto il 

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