La breve favolosa vita di Oscar Wao

Di

Editore: Mondadori (Piccola Biblioteca Oscar e Contemporanea)

4.0
(1843)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 346 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Svedese , Francese , Chi tradizionale , Portoghese , Coreano , Tedesco , Olandese , Ceco

Isbn-10: 8804586893 | Isbn-13: 9788804586890 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Silvia Pareschi

Disponibile anche come: Altri

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Fantascienza & Fantasy

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Descrizione del libro
Ed. Dal 2009 al 2010 collana "Piccola Biblioteca Oscar" Pag. 346
Ed. Dal 2013 collana "Contemporanea" Pag. 292


Oscar è un "ghetto-nerd" dominicano obeso e goffo, ossessionato dalle ragazze - che naturalmente lo ignorano - dai giochi di ruolo e dai romanzi di fantascienza e fantasy. Prima che lui nascesse sua madre, la formidabile Belicia Cabral, ha lasciato la Repubblica Dominicana di Trujillo per rifugiarsi nel New Jersey, dove Oscar vive sognando di diventare il Tolkien dominicano e, più di ogni altra cosa, di trovare l'amore. Per riuscirci, il nostro eroe deve sfidare il micidiale "fukú", l'antica maledizione dominicana che perseguita i membri della sua famiglia da generazioni, condannandoli al carcere, alla tortura, a tragici incidenti e soprattutto alla sfortuna in amore. La storia di questo giovane mite e sventurato si intreccia così a quella della sua famiglia e della sua terra, che finiranno per plasmarne il destino. Una prosa vivida e giocosa incarna la molteplicità di luoghi, culture e linguaggi alla base del romanzo, passando arditamente dallo slang del ghetto allo spagnolo dominicano, dagli insulti più coloriti alle allusioni letterarie e di genere. Junot Díaz ci trasporta dalle periferie americane contemporanee al sanguinario e insieme mitico regno del dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, dove "una storia non è una storia se non getta un'ombra soprannaturale". La vicenda di Oscar assume dunque i contorni di una saga famigliare sanguinaria e sensuale, dominata dalle potenti figure femminili che fanno da contraltare a Oscar: La Inca, la matriarca che rimane a Santo Domingo a vigilare sulla famiglia con il potere magico della preghiera; Lola, la sorella di Oscar che incarna la transizione fra la donna del Vecchio e del Nuovo Mondo; e soprattutto lei, la splendida Belicia Cabral, che con i suoi amori appassionati e sfortunati ha dato origine alla storia del figlio, il quale lotterà fino alla fine per realizzare il proprio sogno con una perseveranza commovente e disperata.
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  • 5

    Tenía ganas de leer algo de Junot Díaz. Me había decantado por Los Boys. Sin embargo, a raíz del fallecimiento de David Bowie encontré en uno de esos artículos sin sentido que no vienen más que aprove ...continua

    Tenía ganas de leer algo de Junot Díaz. Me había decantado por Los Boys. Sin embargo, a raíz del fallecimiento de David Bowie encontré en uno de esos artículos sin sentido que no vienen más que aprovechar la pasión por lo recién desaparecido una lista con sus libros preferidos. Preferí no indagar en la fidelidad. Es más, acabé trayéndome a mis lista de deseos algunas de esas obras. Allí estaba La Maravillosa Vida Breve Oscar Wao. Llevaba una racha de lecturas intrascendentes. Necesitaba algún estimulo. Por ello, me decanté por este libro. No tenía demasiado que perder.

    No tardó en entusiasmarme. Pese a ser un obra traducida, el uso del spanglish cuece y enriquece el texto. Entre todos los neologismos me quedo con nerdoso. Porque el personaje principal es un dominicano que se aleja del arquetipo de latino. Es gordo, virgen y un apasionado de todo lo relacionado con las tiendas de frikis. Su historia bebe de la tradición latinoamericana de novela de raíces hereditarias (véase Cien años de Soledad y toda su prole). A través de saltos en el tiempo vivimos la diáspora, el Trujillato, la actualidad de la familia de Wao. Como alguien diría, nada nuevo bajo el sol, a excepción del lenguaje aplicado. Sin embargo, en ese empeño del autor por configurar la novela total dota a su obra de cierta tridimensionalidad. De la historia individual a lo largo de numerosos pasajes de generaliza, se cuenta la historia reciente la República Dominicana. En ocasiones deja al descubierto profundos tics de novela social. Pero sobre todo es una novela divertida y triste.

    Tenía razón el bueno de Bowie.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro avrà per me una sua particolare memorabilità perché si tratta del primo sudamericano che non mi spedisce nel regno di Morfeo nel giro di tre pagine!
    Che poi, “sudamericano”… più un centra ...continua

    Questo libro avrà per me una sua particolare memorabilità perché si tratta del primo sudamericano che non mi spedisce nel regno di Morfeo nel giro di tre pagine!
    Che poi, “sudamericano”… più un centramericano cresciuto negli USA, perché Díaz lasciò Santo Domingo per il New Jersey all’età di sei anni. Ma non importa, gli ingredienti dei classici romanzi sudamericani ci sono: epopee familiari funestate da tragicissime sfighe, personaggi femminili forti e un po’ streghe, realismo magico, l’ombra della dittatura… insomma, già sapete.
    Ciò che rende questo libro diverso è il tono della narrazione: c’è leggerezza (ma non superficialità) anche di fronte al dolore e all’ingiustizia, qualcosa nato da un misto di rassegnazione e volontà di non andare comunque a fondo: il fukù ci perseguita e non possiamo farci nulla, prenderemo un sacco di botte ma lotteremo e lotteremo e magari a modo nostro qualche vittoria la otterremo.
    E il caro Oscar, a modo suo, questa vittoria l’ha avuta, nella sua breve e non proprio favolosa vita: un lieto fine di qualche giorno, al posto di una vita di frustrazione. Una fine avvenuta in un tale momento di rinascita ha un che di simbolico.
    Bonus, non sapevo praticamente nulla della dittatura di Trujillo e dei loschi figuri che gli giravano intorno; le ampie note esplicative del libro sono state molto istruttive. Trent’anni da incubo, e non che dopo la morte del Jefe sia andata tanto meglio, per la povera Repubblica Dominicana (tra l’altro Trujillo si faceva soprannominare anche ‘il Benefattore’ e mi vien da pensare a “Noi” di Zamjatin, e il senso di distopia si fa ancora più forte).
    I riferimenti nerdici purtroppo non me li sono potuta godere del tutto: a parte quelli provenienti dalla letteratura fantasy, la stragrande maggioranza si riferisce ai comics americani, in cui sono una capra capra capra (cit.). Si fosse trattato di cartoni animati giapponesi, avrei potuto far valere tutto il mio passato di bimba teledipendente.

    ha scritto il 

  • 5

    Ingredienti: un ghetto-nerd scrittore-sognatore rifiutato dalle donne, una trama che collega a più riprese Stati Uniti e Repubblica Dominicana, una famiglia condannata alla sofferenza da una maledizio ...continua

    Ingredienti: un ghetto-nerd scrittore-sognatore rifiutato dalle donne, una trama che collega a più riprese Stati Uniti e Repubblica Dominicana, una famiglia condannata alla sofferenza da una maledizione latente, uno stile gioioso, magico, ispirato e degno del Pulitzer.
    Consigliato: a giovani, vecchi, uomini, donne, belli, brutti, violenti, innamorati, sfigati e lottatori (c’è qualcosa di ognuno nel libro), a chi vuol perdersi tra felicità e dolore in campi di canna da zucchero.

    ha scritto il 

  • 3

    Interessante, anche se forse un poco... acerbo?

    Molti spunti interessanti nella storia di Oscar Wao. Interessanti la cultura e la storia dominicana, dalla dittatura Trujillo alla migrazione statunitense e questo vivere e sentire perennemente un poc ...continua

    Molti spunti interessanti nella storia di Oscar Wao. Interessanti la cultura e la storia dominicana, dalla dittatura Trujillo alla migrazione statunitense e questo vivere e sentire perennemente un poco di qua e un poco di la, dalla sensualità di un popolo alla violenza parte della vita. Interessante il percorso generazionale attraverso i secoli, interessante il modo in cui ciò si manifesta. Interessante la visione della propria inadeguatezza, timidezza, piccola follia fatta di mondi fantastici e irreali. Interessante come il dramma si sviluppi su un percorso vitale, che desidera la vita e la persegue nonostante tutto. Interessanti e belle le persone e avvincenti i fatti, anche cruenti e drammatici.

    Meno interessante il riferimento continuo al mondo del fantasy e della fantascienza, che mette continuamente dei bastoni fra le ruote alla lettura e alla partecipazione alla storia. Meno interessante, o meglio mal sviluppato, il riferimento alla cultura latino americana fatto di parole e immagini non bene descritte e chiarite in appendice. Meno interessante il senso di disarmonia nei tempi di narrazione, nello sviluppo poco omogeneo dei capitoli, e anche del ruolo dei personaggi che a volte si confondono. Meno interessante, forse, il cliché non nuovo dell'america latina donnaiola, esoterica e dannata.

    La sensazione finale è quella di una storia molto sentita, e con un gran desiderio di essere raccontata, magari metabolizzata con se stessi e di fronte al mondo. Ma raccontata grezza, poco rifinita, poco rielaborata, poco 'letteraria', che è il problema delle storie che ci appartengono troppo. Potrebbe anche essere una scelta, la spontaneità piuttosto che l'equilibrio letterario, magari frutto del nostro tempo, di ciò che si considera oggi più importante di ieri. Ma io non sono un lettore solo di questo tempo, qualcosa mi è mancato. Magari, lo ritroverò in una diversa occasione, perché l'autore scrive di cose importanti e merita.

    ha scritto il 

  • 5

    Un libro meraviglioso, nonostante i suoi difetti.

    Una scrittura innovativa e originale, ma non complessa. Una storia tragica che si legge come se fosse allegra. Un nuovo grande scrittore centro-americano che rivaleggia con i sud-americani.
    Anche un s ...continua

    Una scrittura innovativa e originale, ma non complessa. Una storia tragica che si legge come se fosse allegra. Un nuovo grande scrittore centro-americano che rivaleggia con i sud-americani.
    Anche un sintetico saggio di storia della Repubblica Dominicana, se si leggono attentamente le tante note.
    I difetti sono due.
    La sequenza non cronologica dei capitoli, che fortunatamente sono datati, ma che a me da egualmente fastidio.
    La straripante abbondanza di termini tratti da fumetti/videogiochi/libri di fantascienza, che sono riportati in apposito glossario, ma interrompono la lettura.
    E l'analoga abbondanza di termini spagnoli, anch'essi riportati in altro apposito glossario, ma, quest'ultimo, incompleto.
    Eppure le cinque stelle le do, assolutamente convinto.

    ha scritto il 

  • 5

    Come il coso ti cambia la vita

    Perché ho aspettato tanto a leggere questo libro?
    Per i millemila riferimenti alla fantascienza (della quale ignoro tuttottutto!)?
    ¿Por miedo al fukú?

    ¡Por favor, no digas tonterías! Non avevo mai sen ...continua

    Perché ho aspettato tanto a leggere questo libro?
    Per i millemila riferimenti alla fantascienza (della quale ignoro tuttottutto!)?
    ¿Por miedo al fukú?

    ¡Por favor, no digas tonterías! Non avevo mai sentito prima parlare del fukú, e per una buona ragione per di più. Del fukú, infatti, non si dovrebbe neanche parlare! (Da qui in avanti, a costo di venire frainteso, lo chiamerò il coso)

    Comunque, la famiglia di Oscar è da sempre vittima del coso. Il coso, se non lo avete ancora capito, è un’entità impalpabile ma concreta, è una specie di jella cosmica, una cosa che se si vede di fronte un cuorno, si scompiscia dalle risate; insomma, è tremenda! Oscar è un ciccione di origini dominicane che vive a Paterson, New Jersey, è un folle appassionato di fantasy e fantascienza che sogna di diventare il Tolkien dominicano e, soprattutto, di riuscire prima o poi ad assaggiare una… ehm! … una chica, diciamo. Il padre s’è dato anni e anni prima, quindi il nostro vive con la madre - ex gnocca insensata con un’ottava naturale!!! presa ripetutamente a schiaffi dalla vita (dal coso, per essere più precisi) che sorride una volta ogni tre lustri, sgobba come una criada ed è rigida e incazzosa, in pratica una stronza -; con la sorella maggiore Dolores detta Lola - ragazza che vive in perenne conflitto con la madre, la quale trova sempre un modo per criticarla, e fa girare la testa a tutto il nordovest degli States per via di quel culo maravilloso che si porta appresso -; e, a fasi alterne e compatibilmente con le esigenze della giustizia americana, anche con il tío Rodulfo - eroinomane e sciupa femmine, non necessariamente in quest’ordine.

    La storia è semplice: Oscar anela l’ammmore! (dai, Oscar, con quel coso?!)
    La storia è assurda: alla famiglia de León ne capitano di ogni (coso!)
    La storia è complicata: giacché il passato ritorna sempre, nonostante sia sempre stato e forse sempre sarà avvolto nelle brume (che nella nostra storia somigliano sinistramente a campi di canna da zucchero, ma non chiedetemi perché … però c’entra il coso, obviamente).
    La storia è … è da leggere: perché Junot Díaz è bravo, la sua scrittura è coinvolgente e diverte ma è anche acuminata e priva di qualunque forma di vergüenza. Spassosi e allo stesso tempo tristi sono i molti riferimenti a Testa di Cazzo, alias il fu dittatore della Repubblica Domincana Rafael Leónidas Trujillo Molina.

    Quindi, per concludere, se non lo avete ancora fatto, leggetevi La breve favolosa vita di Oscar Wao … anche se non vi piacciono fantasy e fantascienza. I tantissimi collegamenti ai due generi, infatti, saranno un qualcosa in più per chi è in grado di coglierli ma non sono limitanti per chi non ne capisce uno che sia uno, com’è capitato al vostro reseñador preferido.

    Hasta pronto.

    ha scritto il 

  • 4

    "Oscar..."

    Non mi aspettavo che ci fosse tanta violenza e se l'avessi saputo prima forse non l'avrei comprato. Però sono contenta di averlo letto. Divertente, profondo, toccante. Uno stile sincero, diretto e tut ...continua

    Non mi aspettavo che ci fosse tanta violenza e se l'avessi saputo prima forse non l'avrei comprato. Però sono contenta di averlo letto. Divertente, profondo, toccante. Uno stile sincero, diretto e tuttavia mai piatto che gli autori sudamericani sanno avere, che commuove con ironia e fa affezionare ai personaggi, perché è lo stesso autore che, per primo, è a loro molto legato. Dopo alcuni giorni che l'ho finito, l'ho digerito e mi ha lasciato qualcosa che non saprei spiegare. Meraviglioso.

    ha scritto il 

  • 5

    Tre donne assennate, un nerd romantico e una dittatura

    Junot Dìaz è un dominicano trapiantato nel New Jersey, scrittore ed insegnante di scrittura creativa. Prima di approdare al romanzo molti suoi racconti sono stati pubblicati dalle maggiori testate ame ...continua

    Junot Dìaz è un dominicano trapiantato nel New Jersey, scrittore ed insegnante di scrittura creativa. Prima di approdare al romanzo molti suoi racconti sono stati pubblicati dalle maggiori testate americane, attirando l'attenzione dei critici di tutta la nazione che presto lo hanno decretato uno degli autori più promettenti della sua generazione. La pubblicazione del suo primo romanzo, avvenuta nel 2007, è stata una delle più attese di quegli anni.
    La breve favolosa vita di Oscar Wao, tanto per cominciare, non ha deluso le mie altissime aspettative. Mi ha coinvolta sin dalla prima pagina, mi ha costretta a fare le ore piccole la notte perché volevo leggere ancora e ancora, mi ha divertita, commossa, conquistata totalmente. Mi ha stupita, perché immaginavo fosse tutto incentrato sulla figura dell'Oscar del titolo, chiunque egli fosse, invece già dal secondo capitolo mi ha rivelato la sua natura di romanzo corale, spalancato su un mondo ben più vasto: quello dominicano e, più in generale, quello delle comunità sudamericane spiantate nei sobborghi americani.
    Il narratore resta non identificato fino agli ultimi capitoli del libro, ma si intuisce che deve trattarsi di un amico di Oscar, o di una persona a lui vicina che lo ha conosciuto bene.
    Ma chi è questo fantomatico Oscar? Be', Oscar è un nerd come tanti e lo è all'ennesima potenza. La sua passione per il fantasy e la fantascienza supera qualunque altra cosa, tranne il bisogno di scoprire e provare l'amore. Il problema è che Oscar vive di queste passioni all'interno di un contesto che non riesce a capirlo e comprenderlo, figuriamoci incoraggiarlo; inoltre Oscar non è esattamente il classico stallone latino: fortemente in sovrappeso, con i lineamenti del viso che si sono scombinati una volta raggiunta l'adolescenza. Inutile sottolineare come tutti questi elementi siano diventati per il povero Oscar una matrioska d'insicurezze, alimentata da ogni rifiuto che l'ennesima ragazza con cui aveva deciso di farsi coraggio gli sbatte in faccia senza tanti complimenti. Per ogni dura delusione ricevuta nella realtà, Oscar trova salvezza nel suo mondo, quello fatto di libri - Tolkien prima di tutti - fumetti e anime giapponesi; e poi scrive, Oscar scrive senza posa: un giorno sarebbe diventato il Tolkien dominicano, diceva.
    La storia di Oscar però non si limita a questo, perché Junot Dìaz non si è accontentato di creare l'ennesimo adolescente/giovane adulto escluso e disadattato, il suo personaggio è molto più profondo e complesso di così. E' facile sorridere delle quotidiane battaglie vissute durante il liceo, o empatizzare con un ragazzino goffo che resta a guardare mentre tutti gli altri sperimentano i primi baci e le prime palpatine; più o meno ci siamo passati tutti, e noi lettori di sicuro rivediamo qualcosa di ciò che eravamo in un adolescente che cerca nelle opere di fantasia tutto quel che gli manca nella realtà. Ma poi cresciamo, e nella maggior parte dei casi ci lasciamo dietro questo disagio adolescenziale. Cosa succede, invece, quando col passare degli anni non cambia niente? Se resti lo stesso ragazzino goffo e ciccione, che una donna non l'ha mai sfiorata neanche per sbaglio. Se la fantasia continua ad essere l'unica cosa bella su cui puoi contare, al punto che appena torni nel mondo reale ti chiedi cosa ci stai a fare.
    Ecco, per Oscar è così, la sua vita continua a fare schifo. Continua ad innamorarsi, senza mai avere neppure la speranza di essere preso in considerazione. Continua ad essere il bersaglio degli scherzi dei coetanei maschi, coi quali mai potrà integrarsi. Continua a scrivere, sempre.
    A questo punto la sua goffaggine, il suo modo di esprimersi, i suoi tentativi di approccio col gentil sesso… Tutto questo non fa più ridere come all'inizio, ma lascia spazio ad una profonda malinconia, al senso di stanchezza e di vuoto che Oscar si trascina dietro assieme a tutto il suo peso.
    E se pensate che sia tutto qui vi sbagliate, perché Oscar è il centro della storia, ma il romanzo abbraccia intere decadi e la storia di un popolo e di uno dei periodi più difficili che si è trovato a subire: la dittatura di Rafael Leònidas Trujillo Molina, comunemente chiamato El Jefe, il quale determinò ogni singolo aspetto della vita dei dominicani dal 1930 al 1960, quando infine i rivoluzionari riuscirono ad assassinarlo. Non ho idea se il ritratto di questo personaggio e dei suoi soci sia o meno fedele alla realtà, ma un triste sentore mi dice di sì. Per darvi un'idea, si rischiava di essere uccisi solo a pronunciar male il suo nome, figuriamoci ad avere un proprio pensiero o addirittura seguire i propri ideali. El Jefe non aveva scrupoli, per nessuno.
    Questa porzione di storia incontra quella di Oscar andando a ritroso nel tempo: Oscar infatti conosce Santo Domingo solo per le oziose vacanze estive e del Jefe nessuno gli ha mai detto quasi niente. Quelle che invece ne sanno parecchio sono le donne della sua famiglia.
    E le donne sono forse la vera e grande meraviglia del romanzo, a partire da Lola, la sorella di Oscar e la sola in grado di capirlo e di mostrargli affetto e solidarietà. Essendo a sua volta appassionata lettrice incoraggia i sogni fatti di carta del fratello; è una ragazza determinata e decisa, che fin da adolescente si distingue dalle coetanee dominicane, soprattutto perché comprende ben presto che l'unica sua via di fuga è l'istruzione e per questo di batte e lavora come un mulo. Poi c'è quel donnone che è Hypatìa Belicia Cabral, Beli per gli amici, la madre di Oscar e Lola. All'inizio la vediamo attraverso gli occhi dei figli: un vulcano, ma anche una madre assente, costantemente al lavoro, e che quando è a casa non fa che urlare ordini e che non ci mette molto ad alzare assieme alla voce anche le mani. Solo che poi appunto il tempo si srotola al passato e la vediamo attraversare l'inferno durante l'infanzia, sospirare annoiata all'indomani dell'adolescenza e poi boom, un corpo che da un'estate all'altra sboccia o - nel suo caso - esplode in uno splendore davanti al quale nessun uomo avrebbe saputo restare indifferente. E con questo? Eh, ovviamente con questo capita un ragazzo, e con questo ragazzo un guaio dopo l'altro, con Beli sempre in piedi ad attraversare la tempesta e la sua forza, la sua passione travolgente finisce col conquistare il lettore, anche quando si comporta in modo estremamente stupido. Ed in quella ragazza bellissima, focosa tanto fuori quanto dentro, già si vede la donna terribile che rincorre i poveri Oscar e Lola.
    Nel passato di Beli la figura più importante è senz'altro la madre che non è la vera madre, che Oscar e Lola chiamano comunque abuela, nonna, che tutti gli altri chiamano La Inca. E lei non ci provo neanche a descriverla, perché è un personaggio così bello, bello come solo le nonne possono essere. La Inca, attraversata da tanti dolori e tanti anni e ancora salda come una roccia.
    E non è finita qui, no, perché Beli una volta aveva una famiglia intera, una famiglia vera, tutta sua. Padre, madre, persino due sorelle.
    La breve favolosa vita di Oscar Wao mi lascia il ricordo di un coinvolgimento pressoché totale, di una smania di divorare le pagine che non tutti i libri – neanche quelli belli, a volte – sanno infondere. Da ragazzina m'innamorai dei sudamericani con Marquez e la Allende, trovavo che i racconti di quelle terre calde fossero diversi da tutti gli altri, simili solo tra loro; Junot è distante da loro, viene da una generazione diversa e forse ha respirato più ossigeno statunitense che del sud. D'altronde, Santo Domingo è esattamente a metà strada. Eppure l'eco di quella tradizione nella sua penna si sente, soprattutto nel respiro così ampio che il suo romanzo riesce a prendere: come le storie degli innumerevoli membri della famiglia protagonista de La casa degli spiriti o il piccolo universo racchiuso in Cent'anni di solitudine. Perché quella che ci ha raccontato Dìaz non è solo la storia di Oscar o della sua famiglia: è soprattutto la loro, e poi quella di un intero popolo.

    ha scritto il 

  • 4

    Super-romanzi - 02 ott 16

    In genere, e sono d’accordo con l’opinione segnalati da critici più agguerriti di me, i premi letterari non mi convincono, la loro assegnazione non sempre corrisponde ad una reale bontà del libro, qua ...continua

    In genere, e sono d’accordo con l’opinione segnalati da critici più agguerriti di me, i premi letterari non mi convincono, la loro assegnazione non sempre corrisponde ad una reale bontà del libro, quanto, il più delle volte, a criteri politico-letterari per bilanciare il generale andamento del mercato. Dicevo in genere, perché, per la mia personale esperienza, il Premio Pulitzer per la Narrativa esula da questa omogeneizzazione. Ho letto, fino ad ora, altri quattro libri premiati negli ultimi quindici anni (e certo i nomi sono di garanzia Chabon, Eugenides, McCarthy, Egan) e come potete vedere dalle trame, tutti con discreto gradimento. Come altri, questo, l’avevo segnalato da una recensione di Annarita Briganti dal numero 3 di Satisfiction. Non nascondo che questo è anche un libro complesso, che, narrando la storia dei componenti della famiglia Cabral, ed in particolare di Oscar, si allarga ad abbracciare altri temi cari all’autore: i ruoli maschili e femminili nelle tradizioni domenicane, l’America come terra promessa (e quasi mai mantenuta), la storia della Repubblica Domenicana (terra natia dei personaggi e dello stesso autore). Il tutto con gli occhi da narratore onnisciente impersonato da Yunior de las Casas, un personaggio presente spesso nella narrativa di Diaz, che ne rappresenta l’alter-ego necessario alla narrazione. Diaz è infatti domenicano, è immigrato in America, ha studiato, scritto, e raggiunto un discreto successo con questo libro, così come potrebbe aver fatto Junior. Ma non è di Junior che vogliamo parlare, ma della famiglia Cabral, a partire dal capostipite Abelard, a sua figlia Hypatia Belicia, ed ai suoi due nipoti, Lola e Oscar. La loro storia è legata a filo doppio con la storia della Repubblica Domenicana, a partire dagli anni ’40, che videro l’ascesa sociale del medico Abelard, e la sua rovina per non aver voluto cedere l’onore della figlia al dittatore che spadroneggiò nell’isola dal 1930 al 1961, l’infame Rafael Leónidas Trujillo Molina. Diaz è pieno di citazioni delle infamità trujillesche, che noi forse da qui poco conosciamo, ma che risuonano come campanelli nelle turpi vicende dittatoriali (uccisioni in patria e all’estero degli oppositori, come il giornalista Galindez e le sorelle Mirabal, incarcerazioni senza motivo, torture, fino a tutti i passatempi sessuali possibili, che i domenicani sono noti per il loro sangue caliente). Una volta fatto fuori Abelard, rimane in vita solo la piccola Belicia, prorompente bellezza che la nonna Inca voleva far studiare per far tornare la famiglia ai fasti paterni. Ma Belicia è focosa, matura presto (con dei seni da ottava misura), e si dedica al passatempo preferito degli isolani: il sesso. Ovvio che, dopo varie vicende, tutte sfortunate, ne abbia una ancora più sfortunata, con un personaggio soprannominato “il Gangster” (nome omen), che, purtroppo, ha sposato una figlia del dittatore. Motivo per cui, quando Belicia si fa troppo avanti, verrà ridotta in fin di vita. Riuscirà a salvarsi solo per le preghiere della nonna, e fuggendo negli Stati Uniti. Dove, da altri amori poco felici, nasceranno Lola ed Oscar. Lola sembra l’unico personaggio positivo, anche se passa tutti i peggiori periodi delle adolescenti, con ribellioni, fughe ed altro. Avrà anche una storia d’amore tormentata con Yunior, anch’essa destinata ad una fine ingloriosa (che Yunior non sa tener fuori il suo “ropio” da qualsiasi persona di sesso femminile giri intorno a lui, ed immagino che ne sappiate il significato). Ma la storia ha sempre per protagonista trasversale Oscar. Un dominicano nerd, grasso ed emarginato, che trova la sua ragion d’essere nei fumetti e nella fantascienza (e tutto il libro è anche pervaso di citazioni che ho gustato con diletto infantile, aiutato da un corposo ed insostituibile glossario finale). Soprannominato Wao per storpiare in modo onomatopeico il grande Wilde (di cui riprende il peso ma non le abitudini). Oscar, schizzato dalle donne dietro cui sbava, si rinchiude nella scrittura per cullare i suoi sogni di redimere il mondo e salvare la fanciulla dei suoi sogni. Avrà anche lui la sua storia d’amore triste e sfortunata. Tutto quindi finirà male, come dalle premesse del titolo. E come dalla pervasione dello spirito dominicano, dove tutto andrà male per delle maledizioni ancestrali, che Diaz battezza “fukù”, e solo alla fine ho capito essere un argot locale per il meglio noto “fuck you”. La bellezza del grande affresco social-personale, è la capacità di Diaz di dar voce a voci diverse nel corso della narrazione. Piccoli incisi con altri punti di vista. Note e disgressioni. Una scrittura complessa e accattivante per la descrizione di un mondo, e di un modo di vivere che tiene legato alla pagina.
    “Hypatia … avrebbe sviluppato un tipico malessere … un inestinguibile desiderio di altrove.” (73)

    ha scritto il 

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