La casa bianca

Di

Editore: Iperborea

3.6
(36)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 130 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870911993 | Isbn-13: 9788870911992 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Hanne Jansen , Claudio Torchia

Genere: Narrativa & Letteratura

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Descrizione del libro
La Casa bianca che dà il titolo al romanzo è la grande canonica di Asserballe, nella fertile campagna dell’isola di Als, Jutland meridionale, dove Bang, figlio di un pastore protestante, trascorse l’infanzia, prima di trasferirsi adolescente nella casa del nonno paterno a Copenaghen (la “Casa grigia” narrata nel romanzo successivo). Al centro de La Casa bianca le vicende della nobile famiglia Hvide, la cui tradizione di fredda austerità e severo autocontrollo è rappresentata dal nonno Ole, l’illustre medico di corte, che trasmette questo mondo ciecamente codificato e prossimo al tramonto al figlio Fritz, il rigido pastore, padre di Fritz jr. A difendere i valori della vita e del sentimento è la moglie del pastore, la madre Stella, spirito libero che conosce solo il linguaggio del cuore e che con la sua incontenibile vitalità riesce a difendere spazi di luce dalla zona d’ombra in cui si muove il marito. È lei l’anima della Casa bianca, la fonte luminosa di un’infanzia felice, ricca di stimoli, suggestioni, sensazioni, a contatto con una natura lussureggiante. Un’infanzia che, nella consapevolezza della fine imminente e dello scarto incolmabile tra ideale e realtà, diviene simbolo universale del paradiso perduto, di un irrealizzabile sogno di libertà. Come il colore bianco – della casa, delle colombe, dei campi innevati, delle pallide stelle, della madre stessa, Stella pure lei – rappresenta una dimensione di purezza e spensierata innocenza in contrasto con il cupo universo di oppressione e inesorabile disfacimento del pastore Fritz. L’irrisolta tensione tra luce e ombra, desiderio e costrizione, eros e forza distruttiva dell’amore si traduce in un impalpabile struggimento, nell’affresco dell’autore che Claude Monet ha definito come il primo scrittore “impressionista”.
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  • 5

    Una madre

    Herman Bang, una vera celebrità nella letteratura della Danimarca, è considerato, insieme a Oscar Wilde, il più grande scrittore dell'Estetismo nordico.
    A differenza degli altri grandi del Decadentism ...continua

    Herman Bang, una vera celebrità nella letteratura della Danimarca, è considerato, insieme a Oscar Wilde, il più grande scrittore dell'Estetismo nordico.
    A differenza degli altri grandi del Decadentismo, quali G. D'Annunzio, Huysmans e lo stesso Wilde che hanno fatto della loro poetica quasi un'ideologia, Bang presenta una scrittura lieve, avulsa da fardelli ideologici o da autocompiacimento.
    "La casa bianca", pubblicato nel 1898, è un libro di stampo autobiografico e di stile Belle-Epoque.

    Personaggio centrale è la figura della madre, giovane donna dal temperamento artistico, musicalmente e vocalmente dotata, spesso china sui "tasti arpeggianti" del pianoforte. Pare voler soffocare la propria visione pessimistica della vita tramite una brezza di follia, che aleggia in ogni pagina.
    Lo scenario è una bellissima dimora col grande parco e dintorni, colti in momenti suggestivi, magari quando "i campi silenziosi dormivano" e "mute navigavano le stelle sopra di loro".
    La contemplazione della natura, secondo la madre "bella cornice" al dolore esistenziale, offre sovente immagini splendidamente rese dalla penna di uno scrittore capace di cogliere il fascino ovunque si trovi. Persino le passeggiate crepuscolari o notturne nel piccolo cimitero del villaggio diventano lievi pennellate nel terso affresco che è questo romanzo, tanto che si è parlato di stile impressionista proprio come accostamento alla pittura francese dell'epoca. A mio avviso, talune atmosfere possono anche richiamare il floreale Liberty, ma come attenuato da uno spirito un po' gozzaniano, anche se qui non ci sono 'le buone cose di pessimo gusto' , perché tutto risplende nella massima raffinatezza.
    Ciò contribuisce a quella leggiadria senza posa o affettazione che fa di questo libro una lettura assai gradevole, riverberata ma non abbagliata dallo splendore della scrittura.

    Oggi la protagonista potrebbe essere analizzata come un interessante caso depressivo-maniacale. Ma, quando è stato scritto il libro, i testi famosi di Freud non erano ancora stati nemmeno pubblicati.
    Lei, pertanto, con le sue danze volteggia fra le pagine semplicemente come personalità affascinante e imprevedibile, certo un po' particolare, comunque ancora del tutto libera dalle interpretazioni cliniche. Una figura, poi, filtrata dalla memoria filiale, fatta per muoversi, se non ci fosse l'ombra di qualche cupezza, in una "vita coi lampadari sempre accesi".

    ha scritto il 

  • 4

    Tell me the tales, that to me were so dear, long long ago, long long ago.

    Pagine che vibrano di delicate, poetiche verità, nascoste nelle zone grigie di pensieri non detti, desideri rimossi. Sullo sfondo, tragiche figure che soffrono in silenzio, destinate alla sconfitta. M ...continua

    Pagine che vibrano di delicate, poetiche verità, nascoste nelle zone grigie di pensieri non detti, desideri rimossi. Sullo sfondo, tragiche figure che soffrono in silenzio, destinate alla sconfitta. Malinconici sognatori insidiati da un senso di perdita, tesi a ricordare un passato lontano e luminoso, per rimandare, per sfuggire all’incontro con la fredda realtà di cenere e rimpianto. Fuori è notte, dentro è buio.

    “Tine, le voglio dire una verità: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe, tra tutti i mobili, un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l’ombra di un sogno.”
    “Allora sarebbe meglio morire.”
    “Ma morire, Tine, non è la cosa più difficile… è molto più difficile cercare ogni giorno di vivere.”

    ha scritto il 

  • 4

    Dove corrono dolcissime le mie malinconie

    Herman Bang andò incontro a plurimi scandali nella natia Danimarca, e per il suo stile provocatorio ed estroso fu paragonato ad Oscar Wilde; questo romanzo fortemente autobiografico, in cui rievoca l’ ...continua

    Herman Bang andò incontro a plurimi scandali nella natia Danimarca, e per il suo stile provocatorio ed estroso fu paragonato ad Oscar Wilde; questo romanzo fortemente autobiografico, in cui rievoca l’ambiente ovattato della casa paterna sull’isola di Als, è però quanto di più distante si possa immaginare dall’estetismo ciarliero e mondano dello scrittore inglese, come pure da quello estenuato e sulfureo di Huysmans: piuttosto, se un’aura decadente si vuole richiamare, sarà quella del nostro Gozzano, intrisa d’un je ne sais quoi nostalgico e al contempo malaticcio e languido; e, per rimanere invece in terre vicine, potremmo pensare a certe pellicole di Bergman.
    La casa bianca è la grande canonica in cui, tra numerosa servitù, coi bambini vivono il padre, pastore del villaggio, figura severa ma irresoluta e distante, e la madre, donna ardente e romantica, che ama fantasticare fra libri, poesia e musica, eppure reca nel fondo dell’animo un’indefinibile stanchezza: stanchezza di vivere, che si riflette nell’incapacità continua di portar a termine qualsiasi lavoro pratico. Nella casa bianca i mesi e gli anni sembrano srotolarsi sempre identici, con la certezza che possiede soltanto l’avvicendamento delle stagioni.
    Forse Bang, adulto, non si sentiva più a casa sua in nessun luogo: e credo che nessuno come un uomo sensibile ma privato d’una vera casa sia condotto con forza dalla nostalgia a proiettare il suo desiderio doloroso nell’unica fase della nostra vita che davvero sembra fuori dalla storia, dallo sfiorire e dal morire degli uomini e delle cose: l’infanzia, che a ciascuno di noi, benché nella realtà duri assai pochi anni, appare spesso una sequenza lunghissima di abitudini, di visi e di ricorrenze sempre rassicuranti perché sempre uguali. Per questo motivo nel racconto di Bang non accade praticamente nulla, ma le immagini e le sensazioni verdeggiano, scaturiscono l’una dall’altra, si affollano odorose di sensazioni trascinanti; e tuttavia insieme risuonano velate e remote, perché il passato non torna mai e lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.

    ha scritto il 

  • 4

    Giorni d'infanzia, vi voglio richiamare...

    Una storia danese, una narrazione dalle suggestioni bergmaniane intrisa di nostalgia e atmosfere tutte nordiche, in cui eventi, canzoni e stagioni si rincorrono con un ritmo semplice e ovattato e ripo ...continua

    Una storia danese, una narrazione dalle suggestioni bergmaniane intrisa di nostalgia e atmosfere tutte nordiche, in cui eventi, canzoni e stagioni si rincorrono con un ritmo semplice e ovattato e riportano, nel loro evolversi anche spietato, alla casa bianca, che risplende fulgida e distante nella figura di Stella. Herman Bang, considerato l'Oscar Wilde danese, inquieta figura a cavallo di due secoli, riempie pagine di calma bellezza e seduce con la graffiante discrezione della malinconia.

    ha scritto il 

  • 4

    Il decadentismo ha tinte fosche, sfumate, comunque scure. Nel Nord Europa, sembra trovarsi di casa. Bang racconta in maniera ineffabile, secondo la logica propria dei ricordi ("alla felicità fa sempre ...continua

    Il decadentismo ha tinte fosche, sfumate, comunque scure. Nel Nord Europa, sembra trovarsi di casa. Bang racconta in maniera ineffabile, secondo la logica propria dei ricordi ("alla felicità fa sempre bene pensare. - No! il solo ricordo uccide") che affiorano in maniera discontinua e incontrollata, la sua vita da bambino, la sua infanzia cadenzata dal trascorrere delle stagioni, dove i momenti della vita coincidono con quelli della natura e i segni che essa da. Che dire dei personaggi? sono i medesimi incontrati nella letteratura scandinava, sopra tutti la Madre, Stella, chi altri è se non Nora (Casa di bambole, Ibsen. ) ritratta prima della sua presa di coscienza e della sua meravigliosa e universale ribellione? il pastore protestante, ricorda ancora i personaggi di Ibsen (le colonne della società, Spettri) immersi nella loro realtà borghese collettiva e sociale, e avulsi da quella intimista e familiare (Dice Stella: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe,.., un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l'ombra di un sogno).
    Bang è figlio della sua terra, ma il suo modo di raccontarla non è scandinavo (prendendo come paradigma personale la Lagerlof), ma risente degli influssi del decadentismo europeo ("ci sono nella vita solo due cose: l'amore e la morte" e ancora "morire non è la cosa più difficile, E' molto più difficile cercare ogni giorno di vivere") cui dona le sfumature delle lunghe giornate nordiche e delle brevi notti.
    Libro consigliato anche a chi non ama la letteratura scandinava.

    ha scritto il 

  • 4

    Come un quadro di Renoir...

    “Tine, le voglio dire una verità: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe, tra tutti i mobili, un solo desiderio, ...continua

    “Tine, le voglio dire una verità: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe, tra tutti i mobili, un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l’ombra di un sogno.”
    “Allora sarebbe meglio morire.”
    “Ma morire, Tine, non è la cosa più difficile… È molto più difficile cercare ogni giorno di vivere…”

    ha scritto il 

  • 3

    delicato come neve che si scioglie a contatto con la vitalità compressa di Stella - l'infelicità di sentirsi in gabbia, imprigionata in una vita che non è sua, è palpabile, descritta senza analisi, ra ...continua

    delicato come neve che si scioglie a contatto con la vitalità compressa di Stella - l'infelicità di sentirsi in gabbia, imprigionata in una vita che non è sua, è palpabile, descritta senza analisi, raccontata dai ricordi stessi. Splendido tema, ma senza sviluppi o colpi di scena tende un po' alla monotonia. per fortuna... non è molto lungo :)

    ha scritto il 

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