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La casa bianca

Di

Editore: Iperborea

3.6
(31)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 130 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870911993 | Isbn-13: 9788870911992 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Hanne Jansen , Claudio Torchia

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
La Casa bianca che dà il titolo al romanzo è la grande canonica di Asserballe, nella fertile campagna dell’isola di Als, Jutland meridionale, dove Bang, figlio di un pastore protestante, trascorse l’infanzia, prima di trasferirsi adolescente nella casa del nonno paterno a Copenaghen (la “Casa grigia” narrata nel romanzo successivo). Al centro de La Casa bianca le vicende della nobile famiglia Hvide, la cui tradizione di fredda austerità e severo autocontrollo è rappresentata dal nonno Ole, l’illustre medico di corte, che trasmette questo mondo ciecamente codificato e prossimo al tramonto al figlio Fritz, il rigido pastore, padre di Fritz jr. A difendere i valori della vita e del sentimento è la moglie del pastore, la madre Stella, spirito libero che conosce solo il linguaggio del cuore e che con la sua incontenibile vitalità riesce a difendere spazi di luce dalla zona d’ombra in cui si muove il marito. È lei l’anima della Casa bianca, la fonte luminosa di un’infanzia felice, ricca di stimoli, suggestioni, sensazioni, a contatto con una natura lussureggiante. Un’infanzia che, nella consapevolezza della fine imminente e dello scarto incolmabile tra ideale e realtà, diviene simbolo universale del paradiso perduto, di un irrealizzabile sogno di libertà. Come il colore bianco – della casa, delle colombe, dei campi innevati, delle pallide stelle, della madre stessa, Stella pure lei – rappresenta una dimensione di purezza e spensierata innocenza in contrasto con il cupo universo di oppressione e inesorabile disfacimento del pastore Fritz. L’irrisolta tensione tra luce e ombra, desiderio e costrizione, eros e forza distruttiva dell’amore si traduce in un impalpabile struggimento, nell’affresco dell’autore che Claude Monet ha definito come il primo scrittore “impressionista”.
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  • 4

    Dove corrono dolcissime le mie malinconie

    Herman Bang andò incontro a plurimi scandali nella natia Danimarca, e per il suo stile provocatorio ed estroso fu paragonato ad Oscar Wilde; questo romanzo fortemente autobiografico, in cui rievoca l’ambiente ovattato della casa paterna sull’isola di Als, è però quanto di più distante si possa im ...continua

    Herman Bang andò incontro a plurimi scandali nella natia Danimarca, e per il suo stile provocatorio ed estroso fu paragonato ad Oscar Wilde; questo romanzo fortemente autobiografico, in cui rievoca l’ambiente ovattato della casa paterna sull’isola di Als, è però quanto di più distante si possa immaginare dall’estetismo ciarliero e mondano dello scrittore inglese, come pure da quello estenuato e sulfureo di Huysmans: piuttosto, se un’aura decadente si vuole richiamare, sarà quella del nostro Gozzano, intrisa d’un je ne sais quoi nostalgico e al contempo malaticcio e languido; e, per rimanere invece in terre vicine, potremmo pensare a certe pellicole di Bergman.
    La casa bianca è la grande canonica in cui, tra numerosa servitù, coi bambini vivono il padre, pastore del villaggio, figura severa ma irresoluta e distante, e la madre, donna ardente e romantica, che ama fantasticare fra libri, poesia e musica, eppure reca nel fondo dell’animo un’indefinibile stanchezza: stanchezza di vivere, che si riflette nell’incapacità continua di portar a termine qualsiasi lavoro pratico. Nella casa bianca i mesi e gli anni sembrano srotolarsi sempre identici, con la certezza che possiede soltanto l’avvicendamento delle stagioni.
    Forse Bang, adulto, non si sentiva più a casa sua in nessun luogo: e credo che nessuno come un uomo sensibile ma privato d’una vera casa sia condotto con forza dalla nostalgia a proiettare il suo desiderio doloroso nell’unica fase della nostra vita che davvero sembra fuori dalla storia, dallo sfiorire e dal morire degli uomini e delle cose: l’infanzia, che a ciascuno di noi, benché nella realtà duri assai pochi anni, appare spesso una sequenza lunghissima di abitudini, di visi e di ricorrenze sempre rassicuranti perché sempre uguali. Per questo motivo nel racconto di Bang non accade praticamente nulla, ma le immagini e le sensazioni verdeggiano, scaturiscono l’una dall’altra, si affollano odorose di sensazioni trascinanti; e tuttavia insieme risuonano velate e remote, perché il passato non torna mai e lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.

    ha scritto il 

  • 4

    Giorni d'infanzia, vi voglio richiamare...

    Una storia danese, una narrazione dalle suggestioni bergmaniane intrisa di nostalgia e atmosfere tutte nordiche, in cui eventi, canzoni e stagioni si rincorrono con un ritmo semplice e ovattato e riportano, nel loro evolversi anche spietato, alla casa bianca, che risplende fulgida e distante nell ...continua

    Una storia danese, una narrazione dalle suggestioni bergmaniane intrisa di nostalgia e atmosfere tutte nordiche, in cui eventi, canzoni e stagioni si rincorrono con un ritmo semplice e ovattato e riportano, nel loro evolversi anche spietato, alla casa bianca, che risplende fulgida e distante nella figura di Stella. Herman Bang, considerato l'Oscar Wilde danese, inquieta figura a cavallo di due secoli, riempie pagine di calma bellezza e seduce con la graffiante discrezione della malinconia.

    ha scritto il 

  • 4

    Il decadentismo ha tinte fosche, sfumate, comunque scure. Nel Nord Europa, sembra trovarsi di casa. Bang racconta in maniera ineffabile, secondo la logica propria dei ricordi ("alla felicità fa sempre bene pensare. - No! il solo ricordo uccide") che affiorano in maniera discontinua e incontrollat ...continua

    Il decadentismo ha tinte fosche, sfumate, comunque scure. Nel Nord Europa, sembra trovarsi di casa. Bang racconta in maniera ineffabile, secondo la logica propria dei ricordi ("alla felicità fa sempre bene pensare. - No! il solo ricordo uccide") che affiorano in maniera discontinua e incontrollata, la sua vita da bambino, la sua infanzia cadenzata dal trascorrere delle stagioni, dove i momenti della vita coincidono con quelli della natura e i segni che essa da. Che dire dei personaggi? sono i medesimi incontrati nella letteratura scandinava, sopra tutti la Madre, Stella, chi altri è se non Nora (Casa di bambole, Ibsen. ) ritratta prima della sua presa di coscienza e della sua meravigliosa e universale ribellione? il pastore protestante, ricorda ancora i personaggi di Ibsen (le colonne della società, Spettri) immersi nella loro realtà borghese collettiva e sociale, e avulsi da quella intimista e familiare (Dice Stella: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe,.., un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l'ombra di un sogno).
    Bang è figlio della sua terra, ma il suo modo di raccontarla non è scandinavo (prendendo come paradigma personale la Lagerlof), ma risente degli influssi del decadentismo europeo ("ci sono nella vita solo due cose: l'amore e la morte" e ancora "morire non è la cosa più difficile, E' molto più difficile cercare ogni giorno di vivere") cui dona le sfumature delle lunghe giornate nordiche e delle brevi notti.
    Libro consigliato anche a chi non ama la letteratura scandinava.

    ha scritto il 

  • 4

    Georg Brandes definì “det moderne gennembrud” il movimento naturalista e anti-romantico che negli ultimi trent’anni del diciannovesimo secolo diede visibilità europea ai letterati scandinavi. Uno degli esponenti di spicco fu Herman Bang (1857-1912), che, dopo aver dimostrato un talento precoce pu ...continua

    Georg Brandes definì “det moderne gennembrud” il movimento naturalista e anti-romantico che negli ultimi trent’anni del diciannovesimo secolo diede visibilità europea ai letterati scandinavi. Uno degli esponenti di spicco fu Herman Bang (1857-1912), che, dopo aver dimostrato un talento precoce pubblicando a vent’anni due volumi di saggi critici sul naturalismo, viaggiò molto come giornalista. Ma a costringerlo all’esilio fu anche lo scandalo provocato dai suoi romanzi, oltre che dalla sua omosessualità. Come Oscar Wilde, era una penna raffinata e un dandy eccentrico, non privo di affettazioni, satireggiate da Strindberg nell’opera Predatori del 1886.

    Nei due memoriali gemelli La casa bianca e La casa grigia, pubblicati a cavallo del nuovo secolo, Bang offre un ritratto della propria infanzia e giovinezza, sullo sfondo della decadenza del casato dei Hvide (ovvero “bianco” in danese); quasi a voler avvallare le parole di Thomas Mann, che in Bang vedeva un fratello del lontano nord danese.
    La casa bianca che fornisce titolo e ambientazione al primo dei due romanzi è la residenza dei Hvide sull’isola di Als, teatro dell’ultima battaglia della seconda guerra dello Schleswig (1864). La sconfitta bellica e la conseguente cessione alla Prussia dello Schleswig-Holstein aveva segnato profondamente il senso nazionale danese, e questo sentimento serpeggia agli angoli della narrazione: la magione è arredata con i mobili provenienti dall’asta del castello di Augustenborg, che per secoli era stato la sede del ducato. Il tono prevalente è tuttavia quello elegiaco e dolcemente malinconico dei ricordi d’infanzia, fin dall’invocazione iniziale:

    Giorni d’infanzia, vi voglio richiamare, tempi ignari di malignità, tempi gentili, di voi voglio rievocare i ricordi.
    I passi leggeri di mia madre risuoneranno per le stanze luminose e coloro che ora sopportano mesti il fardello della vita sorrideranno come chi non è consapevole della propria sorte. Che parlino di nuovo con voci soavi quelli che sono morti, e antiche canzoni riaffioreranno attraverso il coro dei ricordi.
    Anche parole amare riecheggeranno, parole gravi, pronunciate da chi conosce la dura resa dei conti con la vita.

    È proprio la voce materna a risuonare al di sopra della narrazione corale: nella prima scena è suo il canto sullo sfondo di un crepuscolo innevato. Volubile e scostante, Stella è sempre pronta a trascinare i figli e le cameriere in un turbine di giochi, canzoni, scherzi, travestimenti; appassionata origliatrice dei pettegolezzi nella cucina della servitù; troppo indulgente con i dipendenti, che se ne approfittano; intraprendente nel prendere parte ai lavori domestici, solo per accasciarsi stremata pochi attimi dopo: “tutto quel far niente l’aveva stancata”. Ma questa iperattività, che s’interrompe bruscamente non appena il marito Fritz rientra a casa o si affaccia dal suo studio, cela una profonda infelicità:

    Sa, Tine, cosa vorrei tanto fare? Vorrei poter scrivere una canzone che fosse triste come la vita”.
    Taceva di nuovo, mentre le bianche mani risplendevano sui tasti.
    Ma è ben pensato che la felicità non abbia alcun plurale”.
    Già, è strano”.
    La madre posava il capo sulla mano.
    No, non è strano”, diceva “perché ce n’è una sola”.

    La cameriera Tine era già stata protagonista del romanzo omonimo di Bang, che ambientava una storia d’amore fallita sullo sfondo della sconfitta danese del 1864.

    Con uno stile che Claude Monet in persona aveva definito impressionista, il testo scivola da un ricordo all’altro senza soluzione di continuità, disponendoli secondo il ciclo delle stagioni: di modo che la narrazione si apra con il lungo inverno (che termina con lo spuntare dei bucaneve e l’allungarsi delle giornate), prosegua con la primavera e il raccolto estivo e si concluda con la vendemmia.

    Nella postfazione, Luca Scarlini osserva che “la celebrazione del passato lontano e splendente di infinite infanzie è aspetto di un risarcimento emotivo che non giunge mai, nella perpetua celebrazione di una «nobiltà della sconfitta» più sognata che reale”. Non è un caso che il tono sia ovattato, a differenza di quanto avverrà ne La casa grigia; eppure, come recita il brano di Georg Hirschfeld citato nell’exerga, “ho dato loro parte del mio cuore — ma io non ho provato emozioni, non ho provato felicità”.

    Cabaret Bisanzio:
    http://www.cabaretbisanzio.com/2013/06/04/herman-bang-casa-bianca/
    No Books:
    http://nobooks.noblogs.org/archives/599

    ha scritto il 

  • 4

    Come un quadro di Renoir...

    “Tine, le voglio dire una verità: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe, tra tutti i mobili, un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l’ombra di un sogno.”
    “Allora sarebbe meglio morire.”
    ...continua

    “Tine, le voglio dire una verità: se si potesse penetrare con lo sguardo nella mia anima come in una casa attraverso i vetri delle finestre, non si scorgerebbe, tra tutti i mobili, un solo desiderio, né la più piccola speranza, né l’ombra di un sogno.”
    “Allora sarebbe meglio morire.”
    “Ma morire, Tine, non è la cosa più difficile… È molto più difficile cercare ogni giorno di vivere…”

    ha scritto il 

  • 3

    delicato come neve che si scioglie a contatto con la vitalità compressa di Stella - l'infelicità di sentirsi in gabbia, imprigionata in una vita che non è sua, è palpabile, descritta senza analisi, raccontata dai ricordi stessi. Splendido tema, ma senza sviluppi o colpi di scena tende un po' alla ...continua

    delicato come neve che si scioglie a contatto con la vitalità compressa di Stella - l'infelicità di sentirsi in gabbia, imprigionata in una vita che non è sua, è palpabile, descritta senza analisi, raccontata dai ricordi stessi. Splendido tema, ma senza sviluppi o colpi di scena tende un po' alla monotonia. per fortuna... non è molto lungo :)

    ha scritto il 

  • 3

    può essere considerato forse anche un pò più di bello. Libro che raccoglie i ricordi di infanzia dell'autore. L'infanzia è bella, serena ma questa madre è un pò angosciante: amore-fine-sofferenza-morte-visite cimiteriali notturne...ming!
    Il padre? Mah! Le poche apparizioni sono o per mandar ...continua

    può essere considerato forse anche un pò più di bello. Libro che raccoglie i ricordi di infanzia dell'autore. L'infanzia è bella, serena ma questa madre è un pò angosciante: amore-fine-sofferenza-morte-visite cimiteriali notturne...ming!
    Il padre? Mah! Le poche apparizioni sono o per mandare a letto i bimbi o per dire alla moglie di stare attenta a qualsiasi cosa...che stress! Altrimenti interminabili avanti e indietro nel proprio studio. Essendo pastore si "spera" che stia preparando i vari sermoni altrimenti è un animale in gabbia

    ha scritto il 

  • 4

    In fondo al libro c’è una fotografia di Herman Bang: un elegante signore con fiore all’occhiello, bastone da passeggio, capelli lisci ben pettinati e baffetti curati, mi ha ricordato vagamente Marcel Proust. Herman Bang fu giornalista, regista teatrale e scrittore, considerato l’Oscar Wilde danes ...continua

    In fondo al libro c’è una fotografia di Herman Bang: un elegante signore con fiore all’occhiello, bastone da passeggio, capelli lisci ben pettinati e baffetti curati, mi ha ricordato vagamente Marcel Proust. Herman Bang fu giornalista, regista teatrale e scrittore, considerato l’Oscar Wilde danese per il suo scandaloso dandysmo che gli causò critiche e disapprovazione nel suo paese, in cui l’omosessualità era un reato.
    In La casa bianca lo scrittore rivive con struggente nostalgia la sua infanzia, vissuta in una grande casa sull’isola di Als che è il regno incontrastato della madre, nume tutelare della famiglia, dispensatrice di divertimenti, di riso, di giochi per i bambini, amante della poesia e della musica, la quale come una calamita attrae intorno a sé la vita di tutta la casa, delle domestiche, dei servitori, degli stallieri, accompagnata costantemente da Tine, una ragazza figlia del maestro del paese che la adora. Tutti la amano e la ammirano, per tutti ha un dono e un pensiero. Appena ho iniziato la lettura, dopo le prime pagine, mi è venuta in mente la signora Ramsay di Gita al faro, la madre amatissima di Virginia Woolf, ma diversissimi sono i due scrittori: mentre la Woolf è scrittrice del flusso di pensieri che si esprime con lunghi periodi anche complessi e a volte difficili da interpretare e comprendere, Bang può essere definito un maestro dell’impressionismo della parola, preoccupato più di cogliere l’attimo che di narrare.
    Nelle sue pagine le stagioni si susseguono nella grande casa bianca descritte con lievi e delicate pennellate di colore dei campi, degli alberi, dei fiori, con episodi di feste o giochi con al centro sempre La Madre, Stella, colta ogni volta in un gesto o in un sorriso, in brevi episodi che, come in una serie di immagini fotografiche, ogni volta la immortalano con “la gioia dagli occhi tristi”, perché mai la sua gioia è perfetta, sempre la malinconia conclude una giornata di festa e di giochi, sempre la accompagna al pianoforte o mentre legge storie ai suoi “pulcini”, nella dolorosa consapevolezza che “ci sono nella vita solo due cose: l’amore e la morte”.

    ha scritto il 

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