La caverna

Di

Editore: Einaudi

4.1
(1139)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 335 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Catalano , Inglese , Portoghese , Tedesco

Isbn-10: 8806152556 | Isbn-13: 9788806152550 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Rita Desti

Disponibile anche come: Tascabile economico

Genere: Narrativa & Letteratura , Filosofia , Scienze Sociali

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Descrizione del libro
Il mito platonico della caverna, rivisitato da Saramago e portato ai giorninostri: la storia di un vasaio cui viene rifiutata la solita fornitura distoviglie da parte del Centro, simbolo del potere nell'età dellaglobalizzazione. L'artigiano si troverà così costretto a inventarsi un altro prodotto e, soprattutto, a confrontarsi con il Centro stesso, percercare di scoprirne il terribile, spaventoso segreto. Così, come in altrisuoi libri, abbiamo due storie parallele e allo stesso tempo convergenti. Dauna parte i protagonisti: gente normalissima, antieroi per eccellenza. Dall'altra una costruzione quasi infinita e maligna: il Centro, sorta di cittànella città che divora la città.
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  • 5

    "Bisogna comprendere che nelle circumnavigazioni della vita una brezza amena per alcuni può essere per altri una tempesta mortale, tutto dipende dalla stazza dell'imbarcazione e dallo stato delle vele."

    Premetto che detesto i Centri Commerciali, avendo speso 4 anni della mia vita lavorando in uno di quei posti assurdi, quando ancora erano belli, pieni di luci e una grande novità, specialmente per cer ...continua

    Premetto che detesto i Centri Commerciali, avendo speso 4 anni della mia vita lavorando in uno di quei posti assurdi, quando ancora erano belli, pieni di luci e una grande novità, specialmente per certi quartieri che avevano pochi negozi e quindi poca scelta. Adesso li evito come la peste e quando mi tocca andarci mi fanno sempre tanta tristezza. Ormai la vita di giovani, anziani e bambini si svolge tutta lì dentro, fino a ore improbabili, domeniche e feste comprese. Mi chiedo cosa faceva tutta quella gente quando i C/C non esistevano. Tutto questo per dire quanto mi ha inquietato questo Centro, che sembra un Grande Fratello che decide cosa la gente deve comprare e dove e come vivere. E che a suo ghiribizzo decide di mettere in mezzo a una strada un uomo e la sua famiglia, che hanno impegnato la loro vita a "servire" un padrone invisibile, decidendo all'improvviso di non comprare più i loro prodotti. Il vasaio Cipriano e sua figlia Marta si trovano a dover cambiare tipo di lavoro per accontentare un non meglio definito Centro, pena la miseria o il trasloco in una delle abitazioni squallide e globalizzate che il Centro mette a disposizione dei suoi dipendenti, essendo Marcal, il marito di Marta, guardiano nel Centro. Pagine assolutamente splendide e toccanti, personaggi straordinari che non accettano la loro condizione di marionette nelle mani di un sistema che cerca di renderli tutti uguali. Alla fine di questo libro mi sono reso conto che leggo, leggo, ma non so niente. Ignoravo totalmente il Mito della caverna di Platone, ma adesso che lo conosco, sono felice che questa fantastica famiglia farà di tutto per non farsi rinchiudere. Capolavoro!!!

    ha scritto il 

  • 3

    Como libro de Saramago de los que he leído, uno de los más flojitos sin duda. Su estilo particular de escritura para esta historia no cuaja del todo, la acción se desarrolla de una forma muy lenta y s ...continua

    Como libro de Saramago de los que he leído, uno de los más flojitos sin duda. Su estilo particular de escritura para esta historia no cuaja del todo, la acción se desarrolla de una forma muy lenta y sin un objetivo claro. El golpe de efecto final se ve venir muy de lejos y no me parece que haga cerrar la novela de una forma satisfactoria. Un libro entretenido y aburrido a partes iguales, si por motivos de falta de tiempo vital hay que prescindir de la lectura de algunos de la bibliografía de Saramago, este sería uno de ellos.

    ha scritto il 

  • 5

    La lettura

    "Ho vissuto, guardato, letto, sentito, Cosa c'entra leggere, Leggendo si viene a sapere quasi tutto, Anch'io leggo, Qualcosa, dunque, dovrai pur saperla, Ora non ne sono più tanto sicura, Allora dovra ...continua

    "Ho vissuto, guardato, letto, sentito, Cosa c'entra leggere, Leggendo si viene a sapere quasi tutto, Anch'io leggo, Qualcosa, dunque, dovrai pur saperla, Ora non ne sono più tanto sicura, Allora dovrai leggere in altra materia, Come, non serve per tutti la stessa, ciascuno inventa la propria, quella che gli sia più consona, c'è chi passa tutta la vita a leggere senza mai andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all' altra sponda, quella che conta è l'altra sponda, A meno che, A meno che, cosa, A meno che quei fiumi non abbiano due sole sponde, ma tante, che ogni persona che legge sia, essa stessa, la propria sponda, e che sia sua, e soltanto sua, la sponda a cui dovrà arrivare". (Pag. 40)

    ha scritto il 

  • 4

    Mi manca l'ispirazione per mettere insieme un commento che renda a questo romanzo il suo giusto merito. Posso cavarmela dicendo che l'ho amato, e tacere sui motivi che me l'hanno fatto piacere? Sarebb ...continua

    Mi manca l'ispirazione per mettere insieme un commento che renda a questo romanzo il suo giusto merito. Posso cavarmela dicendo che l'ho amato, e tacere sui motivi che me l'hanno fatto piacere? Sarebbe un po' come un dogma Renziano: "fidatevi, è bello perché ve lo dico io".
    Allora, non sapendo parlare del libro, parlerò del cane Trovato. Trovato è uno dei personaggi più importanti del romanzo, tanto che Saramago lo piazza sotto il gelso, vi punta il compasso e vi fa scorrere il racconto tutto intorno. Solo una volta mi sono imbattuto in un cane tanto vivo e tanto vero come questo. Era Bendicò, il cane del Principe Salina del Gattopardo, una presenza importante come una quinta a teatro, indispensabile per conferire profondità all'opera e ai personaggi.
    Poi potrei parlare dei dialoghi che il protagonista, Cipriano Algor, intrettiene con sua figlia. Raramente, per non dire mai, discorsi diretti messi uno dietro l'altro, senza una riga di descrizione né un “disse lui” o un “rispose lei” hanno saputo trasformarsi in un convoglio di sentimenti e stati d'animo così intensi. Sembra di essere presenti. Viene persino voglia di dire qualcosa, e se non lo si fa, se si tace, non è perché il libro non può ascoltare, ma soltanto perché in fin dei conti sono discorsi tra un padre e sua figlia, cose loro, alle quali non si può aggiungere nulla.
    Ne approfitto per non aggiungere altro nemmeno io.

    ha scritto il 

  • 4

    Non è un SUV* - parte 1

    Saramago, vecchio volpone!, tu sì che sai come rompere gli schemi, come rompere le frasi a suon di maiuscole ficcandoci dentro i dialoghi e tirando fuori nomi tipo 'Isaura Estudiosa', o 'Mandruga'; p ...continua

    Saramago, vecchio volpone!, tu sì che sai come rompere gli schemi, come rompere le frasi a suon di maiuscole ficcandoci dentro i dialoghi e tirando fuori nomi tipo 'Isaura Estudiosa', o 'Mandruga'; però sai anche come rompere le palle - (a me che nei libri voglio che succedano più cose, insomma...) - con le lunghe, minuziose descrizioni dei procedimenti di come si creano statuine di creta, ma lo stile è talmente originale e affascinante, che sono stata contenta, nonostante la fatica, di aver terminato questo libro, dopo l'abbandono de 'Le intermittenze della morte'.
    Forse Saramago, per me, è uno da prendere a piccole dosi.

    Però è successa una cosa strana: mi si sono accavallati due libri nella testa.
    Stavo leggendo, in contemporanea a questo, 'Nel tempo di mezzo' di Fois, e da un certo punto in poi, il vasaio, presumibilmente portoghese, Cipriano Algor entrava e usciva dalla Sardegna, mentre Michele Angelo Chironi, sardo maestro del ferro, modellava la creta, e le rispettive figlie, Marianna e Marta, si sono fuse.
    Un vero e proprio crossing-over, per così dire, anche se lo stile di Saramago è tutt'altro che sovrapponibile a quello di Fois, però facevo così fatica a tenerli separati tante erano le analogie, che ho lasciato che si fondessero.
    Ho fatto così di due romanzi, venuti fuori da due luoghi e da due menti lontane fra di loro, un'unica e ricca storia - non mi era mai successa una cosa del genere... forse ho solo bisogno di riposo, o di uno bravo, (ho già in mente qualcuno...;), o forse Fois è un patito di Saramago (difficile il contrario, mhm...), e in qualche modo ne ha assorbito il mood, o forse è solo il caso di due storie che si assomigliano, fra i milioni di storie raccontate, (sempre quelle poi, alla fine...), ma veramente i parallelismi, almeno ai miei occhi, si sprecano.
    Dalle due figlie fedeli e affettuose accuditrici di padri scoraggiati, a quei due vecchietti vedovi, malinconici e saggi - entrambi artigiani ormai rinunciatari e rassegnati alla tristezza, alla nostalgia e ai rimpianti - improvvisamente resuscitati alla bottega e alla vita; un futuro che si riapre attraverso l'energia vitale e la creatività che solo i giovani possono portare e incoraggiare.

    "È proprio vero che la gioventù non conosce ciò che può, e la vecchiaia non può ciò che conosce."

    Casualità o meno, a me sono piaciuti entrambi, anzi, mi è piaciuto molto questo 'Nella caverna di mezzo', paradigma di umanità e saggezza nonché azzardatissimo, immaginifico caso di comparatismo aggregativo (?).

    Se a Fois vanno 3 stelle e a Saramago 4 (per ovvi motivi e perché il finale mi ha resa felice), è chiaro che l'alunno non ha superato il maestro (perché di maesto in senso lato si tratta), ma, per quel che ne so io potrebbe essere sulla (sua) buona strada, da un bel pezzo.
    Perciò leggerò altro di Fois, nonostante l'afa, le fughe dai Centri Orwelliani e dalle fornaci... ;-)

    http://www.anobii.com/books/review/55882f16e8fc12d7548b4574

    * Per chi l'ha capita - sorry! - ho avuto un paio di brutte giornate; per gli altri, meglio così...

    ha scritto il 

  • 4

    «Leggendo, si viene a sapere quasi tutto ...

    ... Anch’io leggo, Qualcosa, dunque, dovrai pur saperla, Ora non ne sono più tanto sicura, Allora dovrai leggere in altra maniera, Come, Non serve per tutti la stessa, ciascuno inventa la propria, que ...continua

    ... Anch’io leggo, Qualcosa, dunque, dovrai pur saperla, Ora non ne sono più tanto sicura, Allora dovrai leggere in altra maniera, Come, Non serve per tutti la stessa, ciascuno inventa la propria, quella che gli sia più consona, c’è chi passa tutta la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole non sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda»

    Sebbene, per mancanza di mezzi e pazienza, non abbia mai condotto uno studio statistico rigoroso, mi assumo la responsabilità di affermare che al mondo non vi è - né vi è mai stata - una sola persona pronta ad ammettere di aver ragionato in altro modo che non con la propria testa. La verità, invece, è che non ce n’è mai stata una che non abbia (almeno una volta) fatto propri i pensieri di qualcun altro, che non abbia seguito diligentemente lo scampanellio della pecora posta a guida del gregge. È sempre stato così, e lo è a maggior ragione oggi che il mondo si è fatto tanto piccolo da poter essere contenuto in un dispositivo elettronico in grado di stare sul palmo di una mano.

    Senza rendercene conto (C’è anche chi se ne rende conto, povero lui, che oltre alle sofferenze interiori si becca pure tutti quegli sguardi di commiserazione da parte di quelli che non hanno gli strumenti intellettivi e/o culturali per arrivarci e, beati loro, credono di essere nel giusto oltre che liberi) guardiamo tutti al Centro (non quello Casiniano - che Dio ce ne scampi!) come se lì e soltanto lì si trovino le risposte a tutte le nostre domande, le soluzioni di tutti i nostri problemi.

    Il Centro fa rima con controllo, per fortuna i personaggi di questo romanzo a un certo punto delle loro traiettorie se ne rendono conto! Il Centro dona solo piaceri fugaci, false autonomie, ipocrite emancipazioni, felicità di carta pesta. Il Centro ci promette sogni e protezione ma in realtà ci spolpa della nostra autenticità, rendendoci tanti manichini che sorridono a comando, si arrabbiano a comando e, massima illusione, esercitano il loro democratico nonché sovrano diritto di voto a comando. Il Centro è buono con chi è mansueto, rigido con chi vuole guardarlo negli occhi e spietato con chi dice e scrive parole sincere. Il Centro è Tutto, ci ha detto il Centro. Il Centro non è tutto, hanno capito Cipriano Algor e Mar¢al Gancho quando sono entrati nella grotta, e Marta senza nemmeno doverci entrare ma facendosi bastare i racconti sconvolti del padre e del marito. E Isaura Madruga, la vedova, la donna della quale Cipriano (a sua volta vedovo) si è innamorato perché galeotta fu una brocca, non ha nemmeno avuto bisogno di andarci a vivere nel Centro. «credo che ci siano occasioni nella vita in cui dobbiamo lasciaci portare dalla corrente di ciò che accade, come se le forze per resistere ci mancassero, ma all’improvviso percepiamo che il fiume si è messo a nostro favore, nessun altro se n’è accorto, solo noi, chi guarda crederà che stiamo per naufragare, e la nostra navigazione non è mai stata tanto salda», ha detto la donna a Cipriano quando questi se ne è tornato in fretta e furia nella sua vecchia casa di campagna. «Chi guarda crederà che stiamo per naufragare», ha detto. Siamo usciti dal gregge, le altre pecore ci belano allarmate: «Che fate, dove credete di andare? Vi siete ammattiti?!». «e la nostra navigazione non è mai stata tanto salda» ha aggiunto. Non abbiamo né il tempo né la forza per informare e convincere tutte le altre pecore di ciò che abbiamo appreso, qui davanti, poco oltre quel declivio, giusto dietro quel boschetto c’è un branco di lupi che aspetta l’ignaro gregge godendosi un tiepido sole primaverile. Noi ce ne andiamo, soli, non più protetti dal numero e dal calore del gregge, dal monotono ma confortante belare; noi ce ne andiamo lontani dal Centro: inveite, sputateci addosso, noi vi risponderemo con un sorriso… Domani ci sarà il sole, domani pioverà. Sarà quel che deve essere, ma almeno saremo noi sotto il sole, noi sotto la pioggia. NOI.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    l'unico punto debole del libro è proprio la scena che ne giustifica (forse inutilmente)il titolo: se non si trattasse di Saramago, e non fossi nella soggezione del caso, credo cercherei di reimmaginar ...continua

    l'unico punto debole del libro è proprio la scena che ne giustifica (forse inutilmente)il titolo: se non si trattasse di Saramago, e non fossi nella soggezione del caso, credo cercherei di reimmaginare la trama per farci stare il riferimento platonico senza la scoperta di caverna e di scheletri nei sotterranei del centro. in breve: struttura meno peretta del solito, ma il racconto dell'animo umano - cioè, seghe a parte, il centro del libro - è pienamente all'altezza del miglior Saramago.

    ha scritto il 

  • 5

    "Le parole non sono vuote"

    “«L’uso del termine populismo è legittimo solo quando sia presente nel discorso letterario una valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico. Perché ...continua

    “«L’uso del termine populismo è legittimo solo quando sia presente nel discorso letterario una valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico. Perché ci sia populismo, è necessario insomma che il popolo sia rappresentato come un modello».”( Asor Rosa: Scrittori e popolo 1965. Scrittori e massa 2015)
    Saramago è populista e, per di più, scrittore comunista (non comunista scrittore: la differenza non è da trascurare).
    Cipriano Algor il vasaio; Marta sua figlia; Marcal il genero; Isaura Estudiosa futura compagna del sessantaquattrenne Cipriano delle ultime pagine; Trovato il cane, sono gli interpreti delle dinamiche sociali e politiche che si rifiutano di essere una massa assoggettata e reclusa negli spazi del “Centro” (non un oggetto distopico ma la “cosa” che vediamo espandersi nelle nostre periferie, con tutte le sue attrazioni totalizzanti dentro un capannone immenso, agghindato di lustrini e paillettes).
    I suoi personaggi, le loro parole, i loro gesti, rifuggono dalla letteratura alla moda, dall’atomismo individualistico che si produce, “in trance temporo- spaziale”, con uno stucchevole, noioso, vuoto eterno presente .
    Cipriano prende posizione sul suo vivere in questa società; sui suoi meccanismi sociali che l’hanno privato della dignità del lavoro, che l’hanno isolato e confezionato un “luminoso destino comune”, tutto proteso verso il Centro – negozi, fabbriche, strade, viali, cinema, parchi, quartieri, piazze, palazzi: la vita gestita, controllata e punita, se è il caso – recludendolo e imponendogli, a lui e alla sua famiglia, un silenzio tombale.
    Il fine ultimo, dice Saramago, è il pensiero unico che governa le coscienze emanato dai grandi poteri, che propongono la globalizzazione e piatti di plastica per tutti anziché in ceramica, in combutta con le istituzioni economico-finanziarie da cui dipende la nostra dignità di umani .
    Il Centro come il solo e il migliore dei mondi possibili, nato sulla caverna di Platone e caverna di Platone esso stesso, con cavernicoli pronti a morire in nome della finzione piuttosto che della verità dell’esistenza.
    Come dire che l’oppio delle menti è sempre incinto. Con una variante da film dell’orrore: la caverna scoperta nei sotterranei del Centro con sei mummie preservate dal tempo, diventa, nel finale, un’attrazione da circo per le mummie del presente. Non più un monito ma un giro di giostra come è il mondo che ci è imposto di vivere.
    Cipriano fugge ma da perdente. L’happy end sta nella scelta del futuro dicendo no e cercando una soluzione in un presente dinamico. Non c’è rimpianto del passato. Saramago non fu mai vecchio.

    La decisione di Cipriano Algoa non è il frutto del coraggio, della determinazione, della consapevolezza, di eroismo, roba astratta ma delle parole dette a se stesso e ai suoi cari:
    ” …fino a quando le parole non fossero servite a qualcosa, visto che i silenzi, poveri loro, sono soltanto questo, silenzi, nessuno ignora che, spesso, quelli apparentemente eloquenti hanno dato adito, con le più serie e a volte fatali conseguenze, a interpretazioni errate”.
    Sì, è un libro sull’importanza fondamentale dell’uso delle parole, pubblico e privato.

    E a mia excusatio, per non sapere scrivere di un libro senza immergerlo nel presente, nel quotidiano dove non mi sento una monade autosufficiente, ecco le parole di Josè, la sua poetica:

    “c’è chi passa tutta la vita a leggere senza mai riuscire ad andare al di là della lettura, restano appiccicati alla pagina, non percepiscono che le parole sono soltanto delle pietre messe di traverso nella corrente di un fiume, sono lì solo per farci arrivare all’altra sponda, quella che conta è l’altra sponda”.

    Ricordate “ Le parole sono pietre” di uno degli ultimi grandi scrittori italiani?

    Le parole, infatti, non sono i chewing gum che mastica il picciotto della leopolda (nome che negli anni ’70 aveva un ben altro significato.)

    Se potete leggetelo o rileggetelo! Fondamentale.

    ha scritto il 

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