La certosa di Parma

Di

Editore: Einaudi

3.9
(2819)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 508 | Formato: Altri | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Francese , Spagnolo , Tedesco , Portoghese , Catalano , Olandese

Isbn-10: 8806189425 | Isbn-13: 9788806189426 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Paperback , Cofanetto , Copertina rigida , Copertina morbida e spillati , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Rosa

Ti piace La certosa di Parma?
Iscriviti ad aNobii per vedere chi dei tuoi amici lo ha letto, e scopri libri simili!

Registrati gratis
Descrizione del libro
Stendhal fu un profondo conoscitore e ammiratore dell'Italia. Vi frequentò principi, militari, dame famose, poeti ed artisti. Questo romanzo, il più tipico dei suoi e uno dei libri-chiave dell'Ottocento, racconta il nostro paese attraverso le vicende del giovane Fabrizio del Dongo, incerto tra sogni d'amore e segni di gloria. Sono gli anni di Napoleone, di fermenti ideali e di passioni trascinanti: Fabrizio parte e va alla guerra ma torna presto in Italia dove comincia per lui una lunga stagione di alterne ed incredibili avventure. Famosi gli episodi della battaglia di Waterloo, le descrizioni degli intrighi di corte e della prigionia: Stendhal riesce a raccontare l'amore e l'intelligenza, l'eroismo e l'astuzia coinvolgendo i lettori e nello stesso tempo assistendo con animo distaccato allo svolgersi degli eventi, proprio lui che in questo romanzo ha trasfuso ogni sua autentica esperienza di vita.
Ordina per
  • 4

    Romanzo incostante questo di Stendhal, quasi l'autore non sapesse bene in quale direzione rivolgersi, ma avesse comunque l'obiettivo di pubblicare un racconto ricco di intrighi e di vicende. Stendhal ...continua

    Romanzo incostante questo di Stendhal, quasi l'autore non sapesse bene in quale direzione rivolgersi, ma avesse comunque l'obiettivo di pubblicare un racconto ricco di intrighi e di vicende. Stendhal è d'altra parte contemporaneo di un certo Dumas, e come ogni buon autore francese del periodo ama abbondare: in 400 pagine le vicende non mancano e il ritmo è sostenuto, ma quanto sia necessario raccontarci tutto ciò è un po' il dubbio del lettore che riesce ad arrivare alla fine della storia. Troviamo infatti pagine su pagine di intrighi, scorribande, politica, amori e disamori, fughe e ritorni, vita di palazzo e loschi figuri alla ricerca di una carica dinastica.

    La lunga vicenda di Fabrizio del Dongo si snoda per decenni: lo seguiamo dalla sua prima tragicomica esperienza sul campo di battaglia, dove sogna di partecipare al fianco di Napoleone a qualche avvenimento importante e si ritrova, imberbe ragazzino che mai ha visto uccidere un uomo, a Waterloo, fino al rischioso ritorno in un'Italia che lo crede una spia del generale francese, dal suo trovare rifugio a Parma sotto l'ala protettrice di una zia pericolosamente innamorata di lui, alle prime passioni per le donne. Sono queste a segnare la crescita del protagonista de "La Certosa...": incapace di innamorarsi, Fabrizio passerà da un'avventura amorosa all'altra, incappando nelle prevedibili gelosie di altri contendenti. Solo in un momento di estremo pericolo, esiliato in una fortezza della Parma immaginaria di Stendhal, troverà finalmente l'amore della sua vita. I suoi anni saranno così segnati da questo amore irraggiungibile, fino alla conclusione in cui felicità e tristezza si mescoleranno nel giro di pochissime pagine.

    Il tema dell'amore è d'altra parte uno dei principali ne "La Certosa di Parma": Stendhal lo introduce quasi di nascosto, proponendoci quello inizialmente innocente fra la zia di Fabrizio e il ragazzo stesso, quindi sviluppandolo per tutto il romanzo. L'amore viene così visto un po' in tutte le sfaccettature sociali del periodo: c'è l'amore consacrato in chiesa e quello consumato al di fuori (ma apertamente ammesso e conosciuto da tutti), c'è l'amore facile e corrisposto e quello impossibile da ottenere (per titolo nobiliare o per semplici questioni economiche), c'è quello tanto aspirato e quello che è confuso ad un semplice sentimento di amicizia. A fare da sfondo alle vicende raccontate sono le intricate questioni dell'Italia del 1800, divisa in più stati e ognuno in mano a famiglie e regnanti più o meno assennati: la storia gira così attorno ai luoghi del potere di Parma, fra le stanze del Principe e le celle delle sue prigioni, fra i palazzi affrescati nel gusto squisitamente italiano del periodo alle più oscure casupole del popolo sottomesso ma pronto a ribellarsi. Stendhal, pur usando la sua immaginazione, ridipinge l'Italia conosciuta in tanti anni di esperienza personale, tirando fuori piccoli tocchi di classe (citazioni del Petrarca, riferimenti a pittori e scultori del periodo, ma anche detti popolari e riferimenti alla vita e al pensiero italiano, a suo dire tanto differente da quello francese) che mostrano una vera passione verso il nostro Paese da parte di questo scrittore d'oltralpe.

    Un romanzo avvincente durante la lettura, ma che una volta finito lascia poco al lettore alla ricerca di un contenuto un po' più profondo. Proprio come - non me ne vogliano i tanti estimatori - un certo Dumas e i suoi tre moschettieri. Tre stelle e mezzo.

    ha scritto il 

  • 3

    Tanto dettagliata la vita di Fabrizio Del Dongo, quanto frettoloso e breve il suo addio alle scene. In poche tragiche pagine si conclude la vicenda che, attraverso il protagonista, ci fa conoscere la ...continua

    Tanto dettagliata la vita di Fabrizio Del Dongo, quanto frettoloso e breve il suo addio alle scene. In poche tragiche pagine si conclude la vicenda che, attraverso il protagonista, ci fa conoscere la vita della corte di Parma.

    ha scritto il 

  • 2

    Eccessivamente lungo, inutile e scritto, peraltro, con un registro che, dai toni goliardici delle prime pagine, volge, senza alcun motivo e necessità, al tragico e triste finale. Non sono proprio rius ...continua

    Eccessivamente lungo, inutile e scritto, peraltro, con un registro che, dai toni goliardici delle prime pagine, volge, senza alcun motivo e necessità, al tragico e triste finale. Non sono proprio riuscito ad appassionarmi all'epopea di Fabrizio del Dongo, improbabile ecclesiasta prerisorgimentale. Dopo la battaglia di Waterloo, più sognata che vissuta, la vicenda del protagonista è un susseguirsi di eventi farlocchi e poco credibili il cui unico risultato è fare odiare al lettore l'enfant prodige disegnato da Stendhal. Questo libro non fa ridere, non fa piangere, non fa pensare: ennesimo "classico" della letteratura che si scopre non migliore del programma elettorale del PD.

    ha scritto il 

  • 5

    Eterno (Una rilettura)

    In gioventù si preferisce penso Il rosso e il nero, e si rimane delusi quando ci si confronta con Fabrizio del Dongo, uomo fatto dalle donne e tanto attuale. Se si rifiutano le regole del gioco, pari ...continua

    In gioventù si preferisce penso Il rosso e il nero, e si rimane delusi quando ci si confronta con Fabrizio del Dongo, uomo fatto dalle donne e tanto attuale. Se si rifiutano le regole del gioco, pari a quelle del whist di cui parla la Sanseverina, il romanzo non si capisce: bisogna entrare nel suo universo, ed accettarne i principi. E gustare l'intelligenza e la profondità delle riflessioni di Stendhal, trascrivo questa perchè è fondamentale, messa nei pensieri di Fabrizio dopo la sua presentazione al principe, impostata sui valori profondamente conservatori e retrivi, e sinceramente creduti dello stesso personaggio che, diciassettenne, fugge di casa per sostenere Napoleone a Waterloo:
    "Fabrizio credeva veramente quasi tutto quello che aveva detto [salvezza dell'anima vs. benessere, libertà, giustizia, etc.] - anche se bisogna dire che a quei grandi principi lui ci pensava al massimo un paio di volte al mese. Era molto sensibile, pieno di intelligenza, ma era anche credente. Il gusto per la libertà, la moda e il culto del benessere per tutti - le grandi passioni del secolo diciannovesimo - li giudicava soltanto un'eresia che sarebbe passata come le altre, ma dopo aver ucciso molte anime, come una pestilenza uccide molti corpi."

    ha scritto il 

  • 3

    Tanto ho amato Il rosso e il nero (e devo rileggerlo, per controllare che non fossi in preda al delirio) tanto mi ha annoiato questo romanzo. Possibile? E' la storia di un giovinotto italiano che va ...continua

    Tanto ho amato Il rosso e il nero (e devo rileggerlo, per controllare che non fossi in preda al delirio) tanto mi ha annoiato questo romanzo. Possibile? E' la storia di un giovinotto italiano che va alla guerra (a seguito di Napoleone) armato solo del suo idealismo, poi torna senza aver capito se in battaglia ci è stato o meno (dubbio lecito) e infine viene coinvolto in vari intrighi politici, viene salvato dalla zia che è innamorata di lui, viene catturato, conosce il vero amore, lo perde, diventa un vescovo predicatore di grande fama, eccetera eccetera. Una gran baraonda.

    ha scritto il 

  • 1

    1.5

    "La logica della passione ha sempre fretta: è sollecitata da un così profondo interesse a sapere la verità, che non si può permettere inutili precauzioni"

    In effetti, prima di concepire questo rom ...continua

    1.5

    "La logica della passione ha sempre fretta: è sollecitata da un così profondo interesse a sapere la verità, che non si può permettere inutili precauzioni"

    In effetti, prima di concepire questo romanzo Stendhal avrebbe fatto meglio a mettere il preservativo alla penna.

    Premessa: ho amato Il rosso e il nero. Sono da incolpare se mi aspettavo di provare per La certosa di Parma come minimo un tiepido affetto? Forse per questa ragione, ho sopportato a testa china e manine giunte le prime cento pagine ripetendomi a mo' di mantra "ora migliora, ora acquista un senso". E invece niente.
    Non dite che non ci ho provato.
    Dopo, dunque, un attacco che definirei eufemisticamente in sordina, la storia continua nello stesso identico tono; il lettore si sente sempre come sull'orlo di un trampolino, come se non stesse leggendo altro che un'introduzione illegalmente lunga nell'attesa che la storia vera, quella per cui ha speso i suoi bravi euri, abbia inizio. Attesa vana. Il tapino lettore non avrà niente del genere; o meglio, ne avrà un vago assaggio poco dopo l'inizio della parte seconda, al momento della prigionia di Fabrizio, laddove si inserisce anche la sola nota positiva che sono riuscita a trovare in tutto il romanzo -che non è esattamente un campione di brevità, per cui facciamoci due conti: mi riferisco al principio della storia d'amore tra Fabrizio e Clelia. Lui in prigione e lei al balcone di fronte, un corteggiamento fatto di sguardi e cenni, rossori e sottintesi. Come idea è bellissima; come sviluppo, almeno per quanto mi riguarda, siamo lontani anni luce.

    Francamente non ricordo se Il rosso e il nero sia scritto nel medesimo modo, ma quel che è certo è che, anche se lo fosse, non ritiene nemmeno un decimo della pesantezza che affligge La certosa di Parma. Metà del romanzo parla di tutto tranne che della storia principale, divaga in un numero tale di modi e su un numero tale di persone senza le quali la trama andrebbe benissimo avanti ugualmente che non ho nemmeno voglia di mettermi a farne un elenco, né ne vedo l'utilità. Il punto è che il romanzo sembra non andar mai da nessuna parte, e anche dopo, quando Clelia entra definitivamente nei giochi e pare che i binari siano stati finalmente imboccati, si continua a deragliare sin troppo spesso.

    Tedio tralasciando, qualche parola per i motivi per cui anche quel poco di trama che c'è è radicalmente stupida.

    Fabrizio inizialmente si prospettava come un personaggio favoloso, intrigante, sfaccettato, ma poi si capisce che in realtà è solo iperattivo e internamente sordo alle reprimende del proprio bistrattato sistema nervoso. La sua innamorata è più o meno sul suo stesso livello, ma nessuno dei due si manifesta in tutta la propria disagiatissima gloria fino al finale.
    Eh. Il finale.
    Mai, nonostante l'infinità di libri che ho letto e di storie che ho ascoltato, mi sono imbattuta in un finale talmente orrido.
    Per chi vuole soffrire o farsi due risate con me:
    SPOILER
    Clelia fa voto alla Madonna di non rivedere mai più Fabrizio e i due si separano. Lui prima si ritira in un eremo, poi diventa un predicatore; infine Clelia capisce di non poter fare a meno di lui e, nonostante sia ormai sposata con un altro, gli accorda degli incontri notturni, perché, secondo la sua logica sballata, se si incontrano al buio lei non lo vedrà e dunque non verrà meno al proprio voto.
    Ripeto: se si incontrano al buio lei non lo vedrà e dunque non verrà meno al proprio voto.
    Dovrebbe essere uno di quei sottili escamotage pensati per riempire il lettore d'ammirazione nei confronti delle straripanti capacità cognitive dei protagonisti? Non ha funzionato.
    Nella mia zona abbiamo un detto bellissimo: mi 'nni fazzu iabbu. Significa "me ne meraviglio", ma implica uno sconcerto condito da una spolverata di disgusto, con l'augurio che il misfatto o la disgrazia in questione non colpisca mai se stessi o i propri cari. Ora, Clelia, non pensi che la tua cara Madonna di te si 'nni fici iabbu?
    Anyway, siamo ancora al male minore. Ritroviamo i due dopo tre anni: hanno avuto un figlio, ma Clelia ancora non accetta di vedere Fabrizio (i miei poveri neuroni). Lui, disperato, le dice che può continuare a reggere la situazione soltanto se potrà prendere il bambino con sé e vivere almeno con lui, se non con lei. I due giovani geni allora fanno credere a tutti che il bimbo sia malato, anche al marito di Clelia; per far ciò, lei lo deve tenere segregato in casa, e per questo il bambino si ammala sul serio. Fabrizio se lo porta via e dopo poco il bimbo muore.
    Ancora, ripeto: dopo poco il bimbo muore. Muore perché i suoi genitori sono due idioti.
    In rapida successione muoiono anche Clelia e Fabrizio. A 'sto punto, ben gli sta, dico io.
    FINE SPOILER

    Giuro che ripenso a quel che ho letto e mi sento male per me stessa. E ho letto abbastanza classici per sapere che la mentalità dell'Ottocento era quella che era, bisogna calarsi nella storia eccetera, ma questa storia non ha senso di esistere umanamente parlando. Mi rifiuto. No. Semplicemente, no.
    Avrei dovuto limitarmi a Il rosso e il nero.

    ha scritto il 

  • 3

    Intrighi e fantasie "made in Italy"

    Il mondo Stendhaliano è dominato dall’Homo Passionalis, un essere animato da un fuoco inestinguibile che divora tutto ciò che trova. Che sia legna buona o cartone bagnato non importa, ma arde, sempre. ...continua

    Il mondo Stendhaliano è dominato dall’Homo Passionalis, un essere animato da un fuoco inestinguibile che divora tutto ciò che trova. Che sia legna buona o cartone bagnato non importa, ma arde, sempre.

    Se il nocciolo di un reattore a fissione può essere limitato da un sarcofago di cemento, ebbene, il sacro fuoco Stendhaliano lo farebbe saltare in mille pezzi. Le fiamme sono fameliche, si autoalimentano, e se non trovano nulla aggrediscono la mano che porge anche l’ultimo ago di pino. Solo la distruzione fisica può arrestare quel cuore che palpita, solo la morte.

    Fabrizio non è il mio eroe, così profondamente diverso dal Julian Sorel de “Il Rosso e il Nero”. Egli è in balia degli eventi: un vortice di intrighi si impossessa della sua vita. Non è per nulla scaltro, non è opportunista, ma l’idealismo fatta persona. La sua intelligenza non è arguta ma è bellissimo e trasmette calore e umanità. Sua bussola sono le passioni che persegue con coraggio e senza malizie, quasi con cecità.
    Convinto di trovarmi di fronte ad un “Sorel” mal riuscito, è proprio Stendhal, a tre pagine dalla fine, a chiarirmi cosa ha volutamente creato mettendo in bocca al suo eroe:
    “Le faccende da sbrigare e la gente che devo vedere non rappresentano in questa mia forzata solitudine che un peso; tu sai che l’ambizione è sempre stata per me una parola vuota di senso; e ciò che dal giorno che ho avuto l’onore di essere iscritto da Barbone nei suoi registri (il carcere, NDR). Tutto ciò che non appartiene all’anima mi pare ridicolo nella malinconia che mi accascia quando sono lontano da te.”

    Notevole il disimpegno di Stendhal sul tema della gelosia, un passo che ho riletto più volte. Qualche passo del conflitto del Conte Mosca in bilico tra cuore e ragione:
    “Probabilmente io sono pazzo; credo di ragionare e non ragiono, mi rivolto solamente in cerca d’una posizione meno dolorosa mentre passo vicino senza vederla a qualche ragione decisiva. Poiché sono accecato dall’eccesso del dolore, seguiamo la regola, approvata da tutti i saggi, che si chiama prudenza. Senza dire che una volta che mi sia lasciato scappare di bocca la fatale parola gelosia, la mia linea di condotta resta tracciata per sempre. Mentre se oggi so tacere, posso parlar domani; e rimango padrone di condurmi come credo”. […]

    S’era giurato di non andare dalla duchessa quella sera, ma non ce la fece: mai i suoi occhi avevano avuto tanta sete di vederla. Verso mezzanotte si presentò in casa di lei: la trovo sola col nipote; dalle dieci aveva congedato tutti e fatto chiudere la porta.

    Alla vista della tenera intimità che regnava tra quei due esseri e dell’ingenua gioia della duchessa, il conte sentì all’improvviso il pericolo che correva: tra i quadri della galleria, nel suo lungo ruminare, questa difficoltà non gli era apparsa: come dissimulare la gelosia? Non sapendo a che pretesto ricorrere per spiegare la propria tetraggine, inventò che quella sera aveva trovato il principe ostile a suo riguardo, che aveva ribattuto tutto ciò ch’egli diceva ecc. Ebbe il dolore di vedere che la duchessa gli prestava appena orecchio e non dava alcun peso a circostanze che ancora due giorni prima avrebbe discusso con lui all’infinito. Il conte guardò Fabrizio: mai quel bel viso lombardo gli era apparso così semplice e nobile. Notò che faceva più attenzione lui della duchessa ai crucci che confidava.

    “Davvero, - si disse, - questo volto unisce a un’espressione di estrema bontà quella d’una gioia ingenua e tenera che lo rende irresistibile. Pare dica: di serio a questo mondo non c’è che l’amore e la felicità che esso dà. Eppure quando nella conversazione entra in gioco l’intelligenza, il suo sguardo si desta e vi sorprende: si resta confusi. Tutto è semplice ai suoi occhi, perché tutto è visto dall’alto. Gran Dio! Come combattere un tale rivale? E d’altronde che sarebbe per me la vita senza l’amore di Gina? Con che rapimento essa ascolta le uscite incantevoli che ha quest’anima così giovane e che a una donna deve sembrare unica al mondo!”

    Un’idea atroce assalì il conte, come un crampo: Glielo uccido sotto gli occhi e poi mi ammazzo?

    Ottima sceneggiatura per una fiction in prima serata. Spunti straordinari per comprendere le origini di un certo malcostume "made in Italy".

    ha scritto il 

  • 2

    Succede di più all'incrocio sotto casa mia

    In questo romanzo pluricelebrato, l'autore combina alcuni elementi del romanzo amoroso dell'800: l'amore impossibile (quello della zia verso Fabrizio), quello contrastato (tra Fabrizio e Clelia), un p ...continua

    In questo romanzo pluricelebrato, l'autore combina alcuni elementi del romanzo amoroso dell'800: l'amore impossibile (quello della zia verso Fabrizio), quello contrastato (tra Fabrizio e Clelia), un po' di cattivi.
    Il problema è che l'amore contrastato non ha un vero e proprio sviluppo, non ci sono amanti che fuggono o combattono il proprio destino, ma entrambi gli interessati sembrano piegati al destino, che accettano in modo ineluttabile.
    Anche i cattivi, dopo tutto, non sono così cattivi, ma si tratta solo di soggetti arrivisti nella politica dell'800, che cercano di assicurarsi i propri interessi, usando la piaggeria verso il sovrano e i matrimoni come mezzo per la scalata sociale.
    Complessivamente, non succede moltissimo, il ritmo è abbastanza lento e poi non si capisce per quale motivo il protagonista sia soggetto a questa irresistibile voglia di mettersi nei guai.

    ha scritto il 

Ordina per
Ordina per