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La chimera

Di

Editore: Einaudi (Tascabili)

3.8
(4345)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806129376 | Isbn-13: 9788806129378 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
In un villaggio padano del '600 si consuma la tragica vita di Antonia, strega di Zardino. Dal passato riemergono situazioni e personaggi a volte comici e grotteschi, a voltre colmi di tristezza.

Premio Strega e Premio selezione Campiello.

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  • 4

    « Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno a ...continua

    « Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre rumore, e un po’ più esplicito in spietatezza… Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo ».

    Se La Chimera fosse il romanzo di Antonia, la giovanissima strega bruciata a Zardino nel 1610, sarebbe davvero un fallimento. Ma dal momento che non lo è – e forse ci ho messo 8 anni per capirlo – è bene che ne scriva per chiarirmi le idee.
    Quando ero in seconda superiore la professoressa di italiano ci consigliò di leggere questo romanzo. Promise efferatezza, torbidità, sofferenza garantita. La stessa che provai, qualche anno dopo, a una mostra di strumenti di tortura, di fronte a un “semplice” palo da impalatura. La sofferenza che ti si attacca alle ossa in risposta a tutta la sofferenza del mondo, alla crudeltà inflitta, senza scopo e senza pentimento, su donne il cui nome si è perso nel passato. Ma, nella Chimera, io non trovai questa sofferenza. O, almeno, non la trovai nella forma urlata in cui speravo, la forma cui ogni lettore segretamente anela per raggiungere quel tanto di catarsi che la letteratura consente.
    Sulla sofferenza di Antonia, Vassalli è straordinariamente parco di parole, quando non lo si voglia tacciare di reticenza. Un po’ come quel « la sventurata rispose », dietro il quale ogni liceale ha desiderato spiare almeno una volta, per rendersi più accattivante la narrazione manzoniana. Ma no: c’è poco di accattivante in Vassalli come in Manzoni. Poco sentimento, pochissimo eros, poco sangue, poca empatia. In entrambi, il romance sparisce sotto le gride, il latinorum e la volontà documentaristica, come se non fosse altro che un pretesto per parlare del passato che fu e far intendere il presente che è.
    Per questo l’opera di Vassalli somiglia più a un testo di storia sociale che a un romanzo. Non che questo sia un male. La storia di Antonia, degli abitanti di Zardino – il paese in cui visse nei primi anni del Seicento – e di svariati altri, vescovi, prelati, boia, camminanti, risaroli, bravi, signorotti, è troppo affascinante per non essere portata alla luce. È la storia che ognuno di noi vorrebbe aver scoperto negli archivi del proprio paese, non per vantarsi del male che fu, ma per puntare il dito anche contro se stessi, contro il genere umano che sempre – in qualsiasi luogo, con qualsiasi mezzo – fu vizioso e al tempo stesso ingenuo, ottimo e delirante, furbo e dolcissimo.
    « C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era, perché accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non so perché sto qui; loro gridano, e non sanno perché gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose […]. Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e un non vedere, un raccontarsi storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l’Inferno… »
    Più di ogni altra cosa, di questo romanzo mi resteranno i paesaggi: i mutamenti della bassa al mutar delle stagioni, le inondazioni del Sesia, le risaie a specchio, i prati infiammati di papaveri. Paesaggi così vivi da ammaliare il lettore e da lasciarlo con un fondo inebetito di nostalgia. Nostalgia del Seicento, degli spagnoli, dei processi per eresia? Forse, nostalgia di autenticità.

    ha scritto il 

  • 4

    Più che di romanzo storico forse si dovrebbe parlare di saggio storico-sociale romanzato.
    E' certo che la ricostruzione dell'ambiente ha un'enorme preminenza rispetto ai sentimenti dei personaggi e pe ...continua

    Più che di romanzo storico forse si dovrebbe parlare di saggio storico-sociale romanzato.
    E' certo che la ricostruzione dell'ambiente ha un'enorme preminenza rispetto ai sentimenti dei personaggi e perfino rispetto alle vicende narrate.
    I personaggi, di fatti, risultano essere più che altro dei tipi umani.
    Troviamo quindi la Madre Superiora severa e prepotente, la suorina invasata, le comari pettegole, i villici ignoranti...ecc.
    In una prospettiva storica decisamente pessimista, in una disamina delle pulsioni umane realistica e per questo cinica, evidenziante le peggiori pulsioni dell'animo umano, emergono come unico elemento positivo, col quale il lettore può empaticamente simpatizzare, gli outsiders: suor Livia, il quistone Don Michele, il camparo Maffiolo, il caminante e naturalmente Antonia, la stria, con la sua bellezza fuori dal comune e dunque colpevole.
    Tolleranti perchè fuori dagli schemi e quindi oggetto d'intolleranza, o fuori dagli schemi in quanto tolleranti, come ad esempio Francesca Nidasio madre adottiva di Antonia, che aveva due cose troppo grosse a detta del marito, il culo e il cuore.
    Sullo sfondo di questo paesaggio umano, troviamo il paesaggio naturale, spesso oggetto di metafora, testimone dei secoli e degli avvenimenti, ma non per questo eterno, anzi testimone con i suoi cambiamenti del fluire del tempo, della insignificante ininfluenza dei destini umani, vanitas vanitatis, come l'autore fa dire al Vescovo Bascapè.
    La storia è il risultato del meccanismo che stritola queste vanità e le differenze come un fiume in piena che tutto travolge e tutto livella.
    Eppure la ricerca storica è certosina, e nelle somiglianze tra i grandi e i piccoli avvenimenti l'autore rintraccia quello che resta di questo livellare della storia. Certe tendenze, purtroppo per lo più negative dell'animo umano.
    E in questo senso il pensiero va alla riscoperta della figura dei risaioli, veri e propri schiavi dell'epoca e la relazione tra la loro vicenda umana e quella degli schiavi delle piantagioni di cotone. Ma rimangono anche delle “resistenze”:come fa dire ad Antonia, “ci saranno sempre Gesù Cristi e Gesù Criste”; una magra consolazione che degli individui emergano dalla massa per poi essere martirizzati.
    Per quanto maniacale nella sua ricostruzione dell'ambiente sociale, Vassalli si concede un certo arbitrio nella ricostruzione delle vicende, dando vita a fatti e parole che di certo non possono essere stati registrati nei documenti ufficiali ma solo immaginati dall'autore che poi, giustamente, si dimentica di dichiararlo.
    Vassalli sa scrivere, sa descrivere senza pedanteria e il suo periodare scorre senza intoppi. In poche parole non si dilunga ma nemmeno ricorre ad una sintassi eccessivamente sincopata. Un ritmo placido, un rumore bianco che fa dimenticare la parola, il testo, in favore dei fatti. Sul respiro del libro forse risultano un po' eccessive le digressioni storico-sociali ma del resto quello resta lo scopo principale del libro.

    ha scritto il 

  • 1

    troppo descrittivo

    non sono nemmeno riuscita a entrare nel vivo della storia perchè le nozioni storiche e le eccessive descrizioni mi hanno fatto arenare. vedere un libro sul comodino e non riuscire ad aprirlo non è pia ...continua

    non sono nemmeno riuscita a entrare nel vivo della storia perchè le nozioni storiche e le eccessive descrizioni mi hanno fatto arenare. vedere un libro sul comodino e non riuscire ad aprirlo non è piacevole...

    ha scritto il 

  • 3

    La chimera: l'amarezza di un sogno negato...

    Romanzo controverso e che merita spunti di profonda riflessione; ce l'avevo in biblioteca e l'ho visionato solo dopo la recensione del nostro amico Danny.
    Una storia di casa nostra, emblematica, ricca ...continua

    Romanzo controverso e che merita spunti di profonda riflessione; ce l'avevo in biblioteca e l'ho visionato solo dopo la recensione del nostro amico Danny.
    Una storia di casa nostra, emblematica, ricca di spunti storici e che manifesta tutti i vizi, le debolezze e le storie non proprio edificanti della chiesa dell'epoca, del popolo.....di coloro che vissero in quei tempi, forse animati da buone intenzioni, ma che mescolavano agevolmente, senza porsi troppi problemi etici e morali, religione, superstizione...in un calderone di comportamenti non proprio edificante.
    In questa storia. emersa dai secoli, in un paesino che adesso non esiste più, emerge la figura di Antonia,
    una trovatella abbandonata vicino a un istituto religioso, raccolta più che altro per caso...
    Antonia che alla nascita è paragonata a un mostro per la nerezza dei capelli, per gli occhi scuri.
    Antonia che passa i primi anni nell'istituto religioso, si abbevera di amarezze e ingiustizie di ogni tipo, fino a che all'età di circa 10 anni viene adottata da una contadina che la affianca a i suoi figli (compiendo secondo me il primo autentico atto di cristiana pietà). Zardino era un piccolo paese, in cui il popolino retrivo e arretrato viveva e trovava il suo trastullo nello spettegolare.
    Questa abitudine così apparentemente innocua, porterà nel tempo delle tragiche conseguenze.
    Antonia è una ragazzina anomala: su di lei pesa il passato di "esposta" e con il tempo i suoi atti di generosità verso i più deboli vengono scambiati per stregoneria.
    in un'epoca in cui la chiesa brancolava in un buio spirituale profondo, animato dalle superstizioni del popolo, in cui il male veniva visto anche negli atti più innocenti, Antonia ha vita breve.
    Antonia è bella, lo è diventata e questo è un dono diabolico, la bellezza secondo i preti corrompe, la bellezza non è riconosciuta come un talento di Dio, la bellezza suscita cattivi pensieri, provoca abusi...
    e a causa di questi qualcuno si sentirà in diritto di stuprare la ragazzina prima di metterla al patibolo.
    L'autore ci pone queste tragedie sotto gli occhi e con la vigile presenza di Dio, quel dio che tutti proclamano come padre e nel nome del quale tanti terribili delitti sono stati commessi.
    Infine c'è l'oblio, il nulla...di coloro che hanno animato questa storia non resta nulla, e della povera, sfortunata Antonia solo uno sbiadito ricordo, con il rimpianto di una vita sfumata nel fuoco, che forse in un'altra epoca avrebbe potuto svolgersi diversamente.
    Consigliato.
    Saluti.
    Ginseng666

    ha scritto il 

  • 0

    Vassalli e il presente passato nelle storie dei suoi romanzi

    Sebastiano Vassalli è figlio di quella neoavanguardia italiana del “gruppo 63”, passata la giovinezza il suo ritorno ad un realismo e per giunta storico fu cosa che molti non gli perdonarono. Con “La ...continua

    Sebastiano Vassalli è figlio di quella neoavanguardia italiana del “gruppo 63”, passata la giovinezza il suo ritorno ad un realismo e per giunta storico fu cosa che molti non gli perdonarono. Con “La chimera” però, egli si prende la rivincita e si ripropone con un opera di alta qualità che sarà anche l'esordio del suo particolare approccio al romanzo storico. E' una storia tanto “piccola” quella di Antonia, da comprendere però, con la sua preziosa vicenda, un periodo tanto “grande”, terrificante ed infernale dove povertà, paura ed ignoranza si potevano velocemente trasformare in invidia, delazione, accusa tortura e morte. L'ambientazione è il paese oggi scomparso di Zardino, nelle valli del novarese, l'epoca gli ultimi vent'anni a cavallo tra la fine del XVI° secolo e l'inizio del XVII°...Tra la fine delle guerre di religione e l'inizio della guerra dei trent'anni l'Italia vive un periodo di relativa pace ma forse proprio per questo le tensioni tracimano e sotto la “guida” della chiesa cattolica raggiungeranno i livelli di persecuzione e violenza che Vassalli cercherà di narrare...all'interno del romanzo sebbene di fantasia, la documentazione dell'autore è come sempre precisa ed impeccabile e da una piccola storia gli orizzonti e i fatti si allargano in una lettura dell'epoca specifica ed approfondita: da un netto contrasto alla scienza la chiesa di Roma già da secoli aveva messo in guardia anche dalla donna, creatura del demonio causa prima di ogni nostra perdizione. Tollerate sono le madri di famiglie che assicurano la continuazione della specie, le suore murate nella loro clausura, le contadine instancabili trattate alla stregua di schiave, le vecchie silenti e guardinghe, che tutto vedono e riferiscono, ma sicuramente giovani dal temperamento fiero e altero nulla può venir di buono...ed Antonia è proprio così: orfana, amata dai genitori adottivi che le risparmiano la fatica e l'appassimento precoce del lavoro nei campi, essa è bellissima e intelligente,dalla tempra salda e orgogliosa ma già vittima ignara dell'invidia e della cattiveria della gente. Vassalli insiste su questa bellezza, una qualità che in tempi oscuri apre invece il tema del diverso: Antonia si trasforma in donna, e in una donna incredibilmente bella...e la bellezza non è contemplata dall'opera di Dio, suscita cattivi pensieri, provoca fratture sociali, stimola atti immorali se non peggio libera gli uomini dal timore del peccato tanto che nel disprezzo di questa adolescente alcuni la violeranno prima del patibolo, nel nome di un Dio impazzito o della pazzia dell'uomo. L'autore ci pone tutto questo sotto la vigilanza di quell'Entità a cui tutti si promettono migliori ma che in suo nome anche questo hanno fatto. E' chiara la critica a senso unico di Vassalli ma difficile opporre concetti contrari: la discesa verso la condanna dell'innocente Antonia è la sequenza tra le più emblematiche del romanzo, è la follia di un periodo storico descritto con la finezza della fantasia dello scrittore e con la precisa cronaca della ricerca storica (forse eccessiva ma forse anche determinante per capire fino in fondo). In questo calderone Antonia ha vita breve e se ne rende pienamente conto proprio nella sua “via crucis”, una galleria di personaggi in cui la povertà e l'ignoranza non a tutti fanno lo stesso effetto, segno che la pietà o la cattiveria si formano in un contesto di cause e concause che spesso sfuggono alla ragione: uomini e donne tra fatiche e paure ataviche, soprusi subiti, sacrifici tasse e questue per assicurarsi il paradiso...preti, vescovi, inquisitori accecati dalla loro presunta grandezza e rapiti da un altro dio, il denaro...Vassalli è proprio nella seconda parte del romanzo che con uno stile fine e poetico in pieno contrasto con la realtà dipinge questo tratto di storia così appannato quanto chiaro, come un sogno, una chimera, di un'umanità dalle colpe mai espiate che allestiscono il paese a festa quando finalmente il capro espiatorio brucerà portando con sé appunto anche i loro indicibili segreti....Antonia rinuncia alle lacrime, all'invocare l'impossibile, rendendosi conto nel breve passaggio che la porterà al patibolo tra gli insulti e le minacce quanto assurdo sia il mondo. L'autore mette subito una nota di contrasto e differenza tra il quasi “mutismo” della ragazza, un rispettoso osservare per capire, con il riunirsi delle comari le sere nelle stalle per spettegolare e magari segnare il destino ad una giovane a causa del suo essere diversa. Di notevole originalità nello stile, Vassalli si ama o si odia più per le sue prolisse ricerche storiche che inevitabilmente producono cali di tono mentre la sua costante presenza tra le righe sembrano voler richiamare a raffronti con il presente o con il passato del nostro secolo: le terribili punizioni nel collegio delle suore, “il mostro” come etichetta di disturbo, di disquilibrio, di rottura verso una normalità tutt'altro che normale...non c'è speranza quindi, non c'è Dio e Vassalli lo conferma più volte tanto da esser stato accusato di ripetersi su questo concetto più che su altri...una lettura forse più attenta o “rilassata” può intravvedere una negazione della speranza più che un discorso pieno sull'esistenza o meno di Dio. Le osservazioni sono tutte molto concrete tanto che la crudeltà si stempera, paradossalmente, nella mente del boia che per evitare ad Antonia la terribile morte nel rogo, le darà un calmante stordente. In definitiva un romanzo che offre fin troppi spunti di confronto e riflessione...drammatica e spiazzante, la lettura ci lascia con l'inizio del romanzo, con quella sera d'inverno nera e silenziosa in cui Antonia di pochi giorni nemmeno piangeva...è quel silenzio, quella notte d'inverno dall'aria pura e pulita come gli occhi della neonata, che forse prende forma il mistero di tanto amore e ingiusto sacrificio di fronte a un'energia invisibile che muovendo l'universo, non risparmia nemmeno il saggio. Ritorna invece il confronto col presente nella fine di Antonia, delle sue ceneri al vento che forse, in altri tempi, altro sarebbe stato il destino. Ma,medioevo presente, non lo possiamo sapere.

    ha scritto il 

  • 2

    “Tutt’al contrario: non c’è niente che stimola la vita, nei giovani e non solo nei giovani, come l’abitudine alla morte!”

    Pianura Padana. 1600.
    Antonia è una povera orfanella abbandonata davanti alla chiesa di San Michele. Cresce tra le suore, sotto la rigida disciplina del convento e della religione cattolica.
    Una volta ...continua

    Pianura Padana. 1600.
    Antonia è una povera orfanella abbandonata davanti alla chiesa di San Michele. Cresce tra le suore, sotto la rigida disciplina del convento e della religione cattolica.
    Una volta cresciuta, viene adottata da una coppia di contadini e condotta a vivere nel paesino di Zardino, nella nebbiosa valle padana.
    Il suo arrivo al paese è fonte di chiacchiere e di scandali, dovuti soprattutto alle invidie per la bellezza della fanciulla.
    A diciannove anni Antonia si innamora di un ragazzo di nome Gasparo. I loro incontri notturni avvengono nei pressi di una collina che, secondo le dicerie del paese, viene usata dalle streghe per i loro malefici.
    Basta davvero poco per le invidiose comari del paese, per gli uomini superstiziosi e per il clero accusare Antonia di essere una strega: segue la cattura della fanciulla, un processo, una lunga tortura per far confessare la ragazza un crimine che non ha mai commesso.
    Storia di per sé interessante, ma Sebastiano Vassalli, che con questo romanzo ha conquistato il premio Strega nell’ormai lontano 1990, non è riuscito a svilupparla a dovere, ci sono troppe digressioni sull’Inquisizione e sul potere che la Chiesa esercitava in quei secoli che allontanano dalla storia e che fanno sembrare questa sua opera più un trattato storico che un romanzo(tra l’altro, lasciatemelo dire, queste parti storiche sono raccontate in modo troppo didascalico e prolisso).
    E poi ci sono le continue e palesi critiche e accuse nei confronti della Chiesa che a ogni pagina vengono messe lì a caso da Vassalli, dimenticando che al lettore interesserebbe più sapere come va a finire la sorte di Antonia che conoscere il suo punto di vista, da ateo convinto, sulla Chiesa, sui preti, sui vescovi, sui cardinali e sul Papa…non discuto le sue idee, ma a me francamente poco interessano…
    E poi c’è la punteggiatura…da scrittore famoso quale è non si è mai preso la briga di prendere un libro di grammatica e di studiare come si usano le virgole, i punti e virgola e soprattutto i puntini di sospensione? Forse avrebbe fatto meglio…
    Non nego che abbia fatto un lavoro ossequioso di ricerca storica, non nego che questo romanzo metta in chiara luce le barbarie perpetrate dall’Inquisizione e dalla Chiesa, ma a un certo punto diventa quasi illeggibile per come è stato scritto male e per le continue e non richieste opinioni personali sul mondo clericale.
    La storia di per sé merita, non lo metto in dubbio, ma si poteva fare di meglio.

    ha scritto il 

  • 4

    L’umanità falsa e ingiusta di ieri, che è l'umanità falsa e ingiusta di oggi. Un tragicomico teatrino di violenze e ipocrisie, fanatismi ed egoismi, che attraversando le epoche ha saputo mantenere ina ...continua

    L’umanità falsa e ingiusta di ieri, che è l'umanità falsa e ingiusta di oggi. Un tragicomico teatrino di violenze e ipocrisie, fanatismi ed egoismi, che attraversando le epoche ha saputo mantenere inalterate le sue infelici qualità.

    E tra una giustizia sommaria e l'altra, i secoli passano, mentre siamo qui e non sappiamo il perché, gridiamo e non sappiamo il perché. Ci agitiamo, percorsi da quell'energia insensata chiamata vita, ingannando il tempo e noi stessi raccontandoci vane storie più fragili di un sogno e che parlano di giustizia, legge, Dio, Inferno...

    Tutto è finzione nel mondo, tutto è niente, a partire da colui che è eco del nostro gridare, in nome del quale molte cose si dissero e molte altre si compirono. Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e che però purtroppo non può dircele, per un unico, futile motivo: che non esiste. In quel nulla fuori dalla mia finestra è assente, come è assente ovunque.

    ha scritto il 

  • 3

    All'epoca mi è piaciuto molto,mi sono indignata, arrabbiata, ho odiato i persecutori di Antonia, ma solo dopo moltissimi anni ho capito quanto c'era di falso e di ideologico in questo romanzo. Fare un ...continua

    All'epoca mi è piaciuto molto,mi sono indignata, arrabbiata, ho odiato i persecutori di Antonia, ma solo dopo moltissimi anni ho capito quanto c'era di falso e di ideologico in questo romanzo. Fare un romanzo storico è molto di più che fare studi generici su qualcosa, è calarsi dentro un periodo storico e rispettarne il modo di vedere le cose. Facile negli anni '90 giudicare una storia del 600.

    ha scritto il 

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