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La chimera

Di

Editore: Einaudi (Tascabili)

3.8
(4386)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 303 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8806129376 | Isbn-13: 9788806129378 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Tascabile economico , Copertina rigida , Altri

Genere: Fiction & Literature , History , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
In un villaggio padano del '600 si consuma la tragica vita di Antonia, strega di Zardino. Dal passato riemergono situazioni e personaggi a volte comici e grotteschi, a voltre colmi di tristezza.

Premio Strega e Premio selezione Campiello.

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  • 3

    Libro interessante che coniuga tutta una cornice storica ben descritta sulla Lombardia del 1600 con la vicenda particolare della giovane esposta Antonia da Zardino, anch’essa realmente accaduta.

    Il to ...continua

    Libro interessante che coniuga tutta una cornice storica ben descritta sulla Lombardia del 1600 con la vicenda particolare della giovane esposta Antonia da Zardino, anch’essa realmente accaduta.

    Il tono distaccato e canzonatorio di certi passaggi del racconto di Vassalli mi hanno ricordato il romanziere storico per eccellenza del mondo lombardo, ovvero Alessandro Manzoni. Il periodo all’incirca è quello ed è la stessa anche la voglia di lanciare frecciatine al mondo attuale tramite una storia solo apparentemente lontanissima da noi.

    Devo dire che nel complesso mi è piaciuta di più la prima parte, con l’inserimento dei tanti personaggi a loro modo curiosi ed interessanti che girano in orbita alla storia centrale di Antonia (che è protagonista, ma per larghi tratti del libro quasi assente). Poi i capitoli finali, con tutte le questioni inerenti al processo per stregoneria hanno reso un po’ ripetitivo il romanzo, che perde la freschezza della prima parte.
    Un buon libro, non lascia con grossi pensieri in testa, ma è interessane per la narrazione storica e per la bravura nella scrittura dell’autore.

    ha scritto il 

  • 3

    "Nella bassa tutto passa in fretta, nulla o quasi lascia un segno di sé (...), soltanto pallide tracce: la memoria non incide solchi, al contrario di quanto accade nelle valli alpine, dove il ricordo ...continua

    "Nella bassa tutto passa in fretta, nulla o quasi lascia un segno di sé (...), soltanto pallide tracce: la memoria non incide solchi, al contrario di quanto accade nelle valli alpine, dove il ricordo e la leggenda di un fatto possono conservarsi da un millennio all'altro; La pianura è un mare dove le onde del tempo si succedono e si annullano, evento dopo evento, secolo dopo secolo: migrazioni, invasioni, epidemie, carestie, guerre vengono oggi ricordate soltanto perché scritte nei libri; se non ci fosse la scrittura, non ne resterebbe traccia».

    ha scritto il 

  • 4

    «Bruciare vivi è la morte più orrenda che ci sia e io non credo di togliere nulla alla pena che i giudici hanno stabilito per la strega togliendole un poco di quella capacità di intendere che è anche ...continua

    «Bruciare vivi è la morte più orrenda che ci sia e io non credo di togliere nulla alla pena che i giudici hanno stabilito per la strega togliendole un poco di quella capacità di intendere che è anche capacità di soffrire. Che Dio mi perdoni se sto per commettere un errore, e che Dio ci aiuti!»

    In quest’orgia macabra e folle, ha avuto più cuore il boia dell’intera comunità.

    Anno domini 1610.
    «Maledetta strega! Devi crepare! A morte! Al rogo!»
    “Antonia non fu più. Esplose il giubilo della folla: i tamburi, le raganelle, le trombe, le collane di barattoli quasi non si sentivano, sopraffatti com’erano dal frastuono di migliaia di voci che gridavano la gioia irripetibile di quel momento e di quell’ora: «Evviva! Evviva!»." .
    “La chimera” non è un romanzo. Non solo.
    È la storia di egoismi e ipocrisie. Di timori e spietatezze.
    È la storia della bestialità umana, del desiderio incontenibile d’affondare gli occhi nello spasmo ultimo della vittima designata.
    È la storia dell’intolleranza, del fanatismo, della violenza figlia dell’ignoranza.
    È la storia del seme maledetto che troppe volte è nato e fiorito, che troppe volte ha dato il suo frutto.
    La forma cambia, la sostanza rimane pressoché invariata.
    Cambiano i nomi dei carnefici e delle vittime. Variano gli scenari, i copioni e le comparse. Ieri erano piazze gremite di gente urlante, oggi appartamenti d’ogni sorta e vicini indifferenti.

    In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen.
    Il tempo scorre, le vite si spengono inghiottite dal nulla. È la storia del mondo.
    Rimane il nulla. E quell’Assenza che il nulla abita.

    ha scritto il 

  • 2

    La chimera

    L'idea che mi son fatta di questo libro non è delle migliori, soprattutto se ci si aspetta un certo tipo di romanzo e invece ci si trova davanti a quello che potrebbe essere meglio definito un saggio ...continua

    L'idea che mi son fatta di questo libro non è delle migliori, soprattutto se ci si aspetta un certo tipo di romanzo e invece ci si trova davanti a quello che potrebbe essere meglio definito un saggio di carattere storico. Ci sono interi capitoli dedicati alla descrizione di luoghi e all'analisi di vicende che, se da una parte denotano un'attentissima indagine dell'autore, dall'altra distolgono continuamente il lettore dalla storia vera e propria; inoltre ho trovato i riferimenti fin troppo dettagliati e precisi per chi non ha alcuna conoscenza dei luoghi in questione e degli eventi storici che li hanno interessati nel Seicento.
    Le premesse c'erano tutte e la qualità della scrittura è notevole, ma l'andatura è ridondante e procede a intermittenza. Confesso di aver saltato del tutto i capitoli descrittivi e di aver letto solo qualche pagina qua e là dei restanti; nonostante questo non ho avuto alcun problema a comprendere gli sviluppi della narrazione che è piuttosto piatta e non presenta significativi interventi dell'autore nella caratterizzazione dei personaggi.

    ha scritto il 

  • 4

    Mi sento ancora immersa in quelle campagne paludose della "bassa", nelle risaie, nelle "piccole" case e nelle "grandi" chiese....
    Un pregio: nudo e crudo, ti trasporta nel tempo e ti lascia lì, a cer ...continua

    Mi sento ancora immersa in quelle campagne paludose della "bassa", nelle risaie, nelle "piccole" case e nelle "grandi" chiese....
    Un pregio: nudo e crudo, ti trasporta nel tempo e ti lascia lì, a cercare di capire.
    Un difetto: spesso i fuori tema sono infiniti e ti fanno un pò perdere il filo, ogni minimo dettaglio è sezionato.
    Un passo che mi ha colpito molto: "L'Europa ha pianto ipocrite lacrime sui neri che lavorarono nei campi di cotone in America e su ogni genere di schiavi, moderni o antichi:ma non ha speso una parola,una sola sui risaroli..nemmeno la chiesa, così prodiga, che curava gli appestati fino in Cina s'è mai accorta della loro esistenza sulla porta di casa..Il lavoro nelle risaie era tra i più disumani che ci fossero mai stati, piegati nell'acqua da buio a buio, spesso battuti come schiavi e sottoposti a ogni genere di disagi"....

    ha scritto il 

  • 5

    Una bellissima cronaca moderna di un dramma del 1600. Il periodo è manzoniano, e se ne sentono gli echi, ma questo "processo" risulta attualissimo come una delle ultime serie televisive...

    ha scritto il 

  • 5

    « Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno a ...continua

    « Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre rumore, e un po’ più esplicito in spietatezza… Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo ».

    Se La Chimera fosse il romanzo di Antonia, la giovanissima strega bruciata a Zardino nel 1610, sarebbe davvero un fallimento. Ma dal momento che non lo è – e forse ci ho messo 8 anni per capirlo – è bene che ne scriva per chiarirmi le idee.
    Quando ero in seconda superiore la professoressa di italiano ci consigliò di leggere questo romanzo. Promise efferatezza, torbidità, sofferenza garantita. La stessa che provai, qualche anno dopo, a una mostra di strumenti di tortura, di fronte a un “semplice” palo da impalatura. La sofferenza che ti si attacca alle ossa in risposta a tutta la sofferenza del mondo, alla crudeltà inflitta, senza scopo e senza pentimento, su donne il cui nome si è perso nel passato. Ma, nella Chimera, io non trovai questa sofferenza. O, almeno, non la trovai nella forma urlata in cui speravo, la forma cui ogni lettore segretamente anela per raggiungere quel tanto di catarsi che la letteratura consente.
    Sulla sofferenza di Antonia, Vassalli è straordinariamente parco di parole, quando non lo si voglia tacciare di reticenza. Un po’ come quel « la sventurata rispose », dietro il quale ogni liceale ha desiderato spiare almeno una volta, per rendersi più accattivante la narrazione manzoniana. Ma no: c’è poco di accattivante in Vassalli come in Manzoni. Poco sentimento, pochissimo eros, poco sangue, poca empatia. In entrambi, il romance sparisce sotto le gride, il latinorum e la volontà documentaristica, come se non fosse altro che un pretesto per parlare del passato che fu e far intendere il presente che è.
    Per questo l’opera di Vassalli somiglia più a un testo di storia sociale che a un romanzo. Non che questo sia un male. La storia di Antonia, degli abitanti di Zardino – il paese in cui visse nei primi anni del Seicento – e di svariati altri, vescovi, prelati, boia, camminanti, risaroli, bravi, signorotti, è troppo affascinante per non essere portata alla luce. È la storia che ognuno di noi vorrebbe aver scoperto negli archivi del proprio paese, non per vantarsi del male che fu, ma per puntare il dito anche contro se stessi, contro il genere umano che sempre – in qualsiasi luogo, con qualsiasi mezzo – fu vizioso e al tempo stesso ingenuo, ottimo e delirante, furbo e dolcissimo.
    « C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era, perché accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non so perché sto qui; loro gridano, e non sanno perché gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose […]. Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e un non vedere, un raccontarsi storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l’Inferno… »
    Più di ogni altra cosa, di questo romanzo mi resteranno i paesaggi: i mutamenti della bassa al mutar delle stagioni, le inondazioni del Sesia, le risaie a specchio, i prati infiammati di papaveri. Paesaggi così vivi da ammaliare il lettore e da lasciarlo con un fondo inebetito di nostalgia. Nostalgia del Seicento, degli spagnoli, dei processi per eresia? Forse, nostalgia di autenticità.

    ha scritto il 

  • 4

    Più che di romanzo storico forse si dovrebbe parlare di saggio storico-sociale romanzato.
    E' certo che la ricostruzione dell'ambiente ha un'enorme preminenza rispetto ai sentimenti dei personaggi e pe ...continua

    Più che di romanzo storico forse si dovrebbe parlare di saggio storico-sociale romanzato.
    E' certo che la ricostruzione dell'ambiente ha un'enorme preminenza rispetto ai sentimenti dei personaggi e perfino rispetto alle vicende narrate.
    I personaggi, di fatti, risultano essere più che altro dei tipi umani.
    Troviamo quindi la Madre Superiora severa e prepotente, la suorina invasata, le comari pettegole, i villici ignoranti...ecc.
    In una prospettiva storica decisamente pessimista, in una disamina delle pulsioni umane realistica e per questo cinica, evidenziante le peggiori pulsioni dell'animo umano, emergono come unico elemento positivo, col quale il lettore può empaticamente simpatizzare, gli outsiders: suor Livia, il quistone Don Michele, il camparo Maffiolo, il caminante e naturalmente Antonia, la stria, con la sua bellezza fuori dal comune e dunque colpevole.
    Tolleranti perchè fuori dagli schemi e quindi oggetto d'intolleranza, o fuori dagli schemi in quanto tolleranti, come ad esempio Francesca Nidasio madre adottiva di Antonia, che aveva due cose troppo grosse a detta del marito, il culo e il cuore.
    Sullo sfondo di questo paesaggio umano, troviamo il paesaggio naturale, spesso oggetto di metafora, testimone dei secoli e degli avvenimenti, ma non per questo eterno, anzi testimone con i suoi cambiamenti del fluire del tempo, della insignificante ininfluenza dei destini umani, vanitas vanitatis, come l'autore fa dire al Vescovo Bascapè.
    La storia è il risultato del meccanismo che stritola queste vanità e le differenze come un fiume in piena che tutto travolge e tutto livella.
    Eppure la ricerca storica è certosina, e nelle somiglianze tra i grandi e i piccoli avvenimenti l'autore rintraccia quello che resta di questo livellare della storia. Certe tendenze, purtroppo per lo più negative dell'animo umano.
    E in questo senso il pensiero va alla riscoperta della figura dei risaioli, veri e propri schiavi dell'epoca e la relazione tra la loro vicenda umana e quella degli schiavi delle piantagioni di cotone. Ma rimangono anche delle “resistenze”:come fa dire ad Antonia, “ci saranno sempre Gesù Cristi e Gesù Criste”; una magra consolazione che degli individui emergano dalla massa per poi essere martirizzati.
    Per quanto maniacale nella sua ricostruzione dell'ambiente sociale, Vassalli si concede un certo arbitrio nella ricostruzione delle vicende, dando vita a fatti e parole che di certo non possono essere stati registrati nei documenti ufficiali ma solo immaginati dall'autore che poi, giustamente, si dimentica di dichiararlo.
    Vassalli sa scrivere, sa descrivere senza pedanteria e il suo periodare scorre senza intoppi. In poche parole non si dilunga ma nemmeno ricorre ad una sintassi eccessivamente sincopata. Un ritmo placido, un rumore bianco che fa dimenticare la parola, il testo, in favore dei fatti. Sul respiro del libro forse risultano un po' eccessive le digressioni storico-sociali ma del resto quello resta lo scopo principale del libro.

    ha scritto il 

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