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La cognizione del dolore

Di

Editore: Garzanti Libri

4.1
(1411)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 213 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Tedesco

Isbn-10: 8811683602 | Isbn-13: 9788811683605 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Fiction & Literature , Mystery & Thrillers , Philosophy

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Descrizione del libro
I mirabili «disegni milanesi» dall'Adalgisa alla Cognizione del dolore possono presentarsi ai nuovi lettori d'oggi come una disperata morfologia crepuscolare-espressionistica della decadenza della borghesia illuministica e poi romantica e poi nazionalistica (e sempre «patriottica») in Lombardia. (Alberto Arbasino)Non è esagerato ritrovare nella Cognizione del dolore tratti della centralissima figura che si rivela a Marcel «auprès de Montjouvain». E già sarebbe da chiedersi se personaggi del genere, titolari di infrazioni tanto (simbolicamente) mostruose (in entrambi i casi, l'oltraggio recato alla figura del padre), possano essere altro che proiezioni autobiografiche: i loro eccessi, censurati dalla coscienza comune con riguardo ai terzi, ritrovano plausibilità solo nell'incredibile ma irrefutabile esperienza del soggetto. (Gianfranco Contini)
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  • 3

    "Emise un sospiro. Era molto preoccupato. Quasi seccato. Fu molto cortese. Un senso di noia, di irritazione era nel suo sangue: un'ansia indicibile sul giro del gàstrico, dov'è il duodeno, come piombo ...continua

    "Emise un sospiro. Era molto preoccupato. Quasi seccato. Fu molto cortese. Un senso di noia, di irritazione era nel suo sangue: un'ansia indicibile sul giro del gàstrico, dov'è il duodeno, come piombo: una figurazione di colpa, di inadempienza, nel suo contegno. Nel suo occhio oramai stanco, velato si adunarono cose dolorose, lontane. Troppo lontane da quel discorso"

    ha scritto il 

  • 3

    "Ho grandi notizie ho grandi notizie!" dico io con gioia. "Dimmi", mi fa la mia ragazza che sta leggendo un libro abominevole di cui non voglio neanche sapere il titolo. "Posso di nuovo scrivere à è ì ...continua

    "Ho grandi notizie ho grandi notizie!" dico io con gioia. "Dimmi", mi fa la mia ragazza che sta leggendo un libro abominevole di cui non voglio neanche sapere il titolo. "Posso di nuovo scrivere à è ì ò ù", mi sembra una cosa molto buona, buonissima, ottima. La mia ragazza lei mi dice "e quindi? mi hai interrotto per dirmi questa cosa?" "Beh, sì, mi sembra una bella notizia, no? immagina le possibilità, i vantaggi, niente più confusione tra apostrofi e accenti, bello no?" Lei ha detto "no", e se ne è andata.

    ha scritto il 

  • 5

    La parola convocata sotto penna non è vergine mai (…) Le parole nostre, pazienterete, ma le son parole, di tutti, pubblicatissime: che popoli e dottrine ci rimandano. Sono un collutorio comune di che ...continua

    La parola convocata sotto penna non è vergine mai (…) Le parole nostre, pazienterete, ma le son parole, di tutti, pubblicatissime: che popoli e dottrine ci rimandano. Sono un collutorio comune di che più o meno bravamente ci gargarizziamo, risputandone ognuno in bocca all’altro e finalmente tutti in un guazzo. [Carlo Emilio Gadda]

    Come è vero e – dopo averlo letto... – ovvio.
    Ma quanti sono riusciti a usare tutti i registri linguistici, restituendo un unicum artistico?

    Gadda sicuramente sì. Ha mescolato parole colte, d'uso comune, arcaiche, dialettali, straniere, triviali, neologismi, tecnicismi con una intelligenza e un gusto sbalorditivi e a quell'impasto ha poi aggiunto, come niente fosse, una tale dose di ironia, che lo stupore per l'inventiva della lingua è stato soverchiato da una nuova ammirazione, per l'arguto sarcasmo.

    Demiurgo di un universo “verbocentrico”, egli plasma, trasforma, vivifica, contamina e spreme a suo piacimento le parole, fino ad estrarne l'anima, che è poi quella che mi sfarfalla intorno durante la lettura. Il godimento deriva tutto dalle sue sintesi linguistiche, dall'espressionismo con cui filtra la realtà attraverso le sue emozioni o dall'accostamento di vocaboli apparentemente incompatibili viceversa inaspettatamente sintonici.

    Dal punto di vista del contenuto La cognizione del dolore è un testo autobiografico sul tormentato rapporto con la madre, con la guerra e col mondo. Scritto intorno al 1940, è ambientato nel decennio 1920-1930 in un immaginario Sud America – in realtà sfacciatamente brianzolo – pretestuoso slittamento spaziale che gli ha permesso di aggirare la censura e di muoversi più liberamente nella critica al suo tempo.
    La mimesi gli ha concesso però anche soprattutto quel distacco necessario a trattare una materia troppo dolorosa. Il disordine interiore per aver fallito come figlio e come soldato, l'insofferenza per l'imbecillaggine generale del mondo, per le baggianate della ritualistica borghese e la rabbia per essere stato costretto all'ingegneria sono lava incandescente e materia troppo complessa per essere addomesticata in forma di scritto tradizionale e vengono pertanto incanalati verso una lingua altra, unica, diversa, impraticabile – sola salvezza possibile, affermazione e rivincita contro tutto e contro tutti, della sua cronica e imperitura vocazione: la scrittura.

    Questa lettura, insieme al Pasticciaccio di cui, a parte la trama avrei potuto dire le stesse cose, mi ha fatto perdere la cognizione del tempo ma non di me stessa ed è quindi con cognizione di causa che mi rivolgo allo spettro di Gadda, che ancora solca i nostri cieli e magari di quando in quando cala anche sulle nostre terre, per smentire categoricamente l'ultima frase della sua ironica autocritica, per prendere un po' in giro la sua falsa modestia e sollevarlo per qualche minuto dal dolore

    forse lambiccava rabbioso dalla memoria una qualcheduna di quelle sue parole difficili, che nessuno capisce, di cui gli piace d’ingioiellare una sua prosa dura, incollata, che nessuno legge.

    ha scritto il 

  • 5

    "Tutto andava esaurito dalla rapina del dolore"

    Durante questa seconda lettura della Cognizione, dopo diversi anni dalla prima, ho scelto di lasciarmi trasportare per lunghi tratti solo dal flusso e dalle parole, di godere più che analizzare, di gu ...continua

    Durante questa seconda lettura della Cognizione, dopo diversi anni dalla prima, ho scelto di lasciarmi trasportare per lunghi tratti solo dal flusso e dalle parole, di godere più che analizzare, di guardare e ascoltare più che leggere, soffermandomi con concentrata attenzione solo su Gonzalo.
    Gonzalo schiacciato dall’esterno, desideroso di solitudine e (rin)negazione , “rivendicando a sé le ragioni del dolore, la conoscenza e la verità del dolore”, assediato dal disordinato, “fenomènico mondo”, che continuamente pretende di entrare “nel cerchio doloroso della appercezione”.

    Ma soprattutto Gonzalo figlio. Figlio per eccellenza, Figlio universale. Figlio le cui pulsioni, i cui slanci così contrari e laceranti ne fanno un figlio come (quasi) tutti noi, strappato tra un amore per la madre tenero, commosso e traboccante e un terribile innervosito fastidio, quell’irritazione così poco razionale e tanto insopportabile, radicata in chissà quale vissuto, proveniente da chissà quale “lontananza più tetra”, che sembra caratterizzare così precisamente ciò che i figli sentono per le madri.
    Mi hanno colpito più della prima volta queste pagine, pur nelle esagerazioni grottesche così forti in Gadda, perché vere, quasi consolatorie, nel raccontare un sentimento sempre pieno di contraddizioni, quell’altalena tra rabbia autoreferenziale, raggelata indifferenza, ammirazione commossa, sensi di colpa e incommensurato affetto.

    Altro non voglio dire, sulla Cognizione, sulla sua dirompenza e il suo fragore. I commenti personali su certi inarrivabili capolavori risultano sempre inadeguati.

    Ricopio invece un brano dalla breve introduzione di Contini, che mi pare dica una cosa importante sul libro e il suo autore, ribaltando il concetto di barocco: da straripante caos a esatta, precisa osservazione del mondo esterno:
    “Ma il barocco e il grottesco albergano già nelle cose, nelle singole trovate di una fenomenologia a noi esterna: nelle stesse espressioni del costume, nella nozione accettata «comunemente» dai pochi o dai molti: e nelle lettere, umane o disumane che siano: grottesco e barocco non ascrivibili a una premeditata volontà o tendenza espressiva dell'autore, ma legati alla natura e alla storia.

    E chi, di certa scienza, ha ritenuto poter interpretare il barocco (a volte non meglio definito) come istanza irrevocabile di taluni momenti o indirizzi o tentazioni o mode o ricerche dell'arte o della creazione umana, una categoria del pensiero umano, potrebbe o dovrebbe forse riconoscere nel barocco, in altri casi, uno di quei tentativi di costruzione, di espressione che meglio si possono attribuire alla natura e alla storia, chiamando natura e storia tutto ciò che si manifesta come esterno a noi e alla nostra facoltà operativa, alla nostra responsabilità mentale e pragmatica.”

    ha scritto il 

  • 5

    Manifesto Anticapitalista

    Questo libro è la perfezione. La disperazione di Gadda-Gonzalo derivante dall'impossibilità di essere capito nè dalla Società, nè dalla madre. La giustificazione intellettualizzata di appartenere a un ...continua

    Questo libro è la perfezione. La disperazione di Gadda-Gonzalo derivante dall'impossibilità di essere capito nè dalla Società, nè dalla madre. La giustificazione intellettualizzata di appartenere a una stirpe eticamente (veramente) nobile pur di sopravvivere. Il banalizzante e annichilente nonsenso dei borghesi. E l'avvilente mediocrità di Peppa, Beppina e co. Come trame di un ordito estremamente complesso e proprio per questo magistrale, si incastrano e danno forma a un organismo magico cesellato dall'inclito grido di uomo straziato, nevrotico. Ma "la schizofrenia è il limite del capitalismo" (Deleuze) e Gadda, con il suo peculiare linguaggio corrosivo, altro non fa se non mettere a nudo l'estrema falsità dello "sciocchezzaio" della sua (e della nostra) società.

    "La società dei consumi è la vera rivoluzione della borghesia" - P.P.Pasolini (ahimè)

    ha scritto il 

  • 0

    Non me la sento di giudicare il libro dando un voto. Forse non era il momento adatto per leggerlo, forse mi sono impegnata poco, forse non e' un libro che fa al caso mio.
    Ci ho capito ben poco: soltan ...continua

    Non me la sento di giudicare il libro dando un voto. Forse non era il momento adatto per leggerlo, forse mi sono impegnata poco, forse non e' un libro che fa al caso mio.
    Ci ho capito ben poco: soltanto la storia di fondo ovvero chi erano i protagonisti e dove si svolgeva la vicenda.
    Mi e' sembrato di leggere un "Pasto nudo" leggermente piu' profondo.

    ha scritto il 

  • 2

    Lettura estremamente impegnativa, non voglio bestemmiare ma mi sembra acrobazia linguistica fine a se stessa. Lo dico perchè di contenuto ne ho trovato poco. Certo è un libro che richiederebbe energie ...continua

    Lettura estremamente impegnativa, non voglio bestemmiare ma mi sembra acrobazia linguistica fine a se stessa. Lo dico perchè di contenuto ne ho trovato poco. Certo è un libro che richiederebbe energie non indifferenti.

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/23/la-cognizione-del-dolore-carlo-emilio-gadda/

    “Da anni aveva intuito, di suo figlio. Ora ella vedeva il buio di quell’anima. Lentamente, per aver lottato a ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/09/23/la-cognizione-del-dolore-carlo-emilio-gadda/

    “Da anni aveva intuito, di suo figlio. Ora ella vedeva il buio di quell’anima. Lentamente, per aver lottato a lungo nella speranza così vivida, nella sua gioia; prima di abbandonarsi a comprendere. Un sentimento non pio, e si sarebbe detto un rancore profondo, lontanissimo, s’era andato ingigantendo nell’animo del figliolo: quel solo che ancora le appariva, talvolta, all’incontro, sorridendole e chiamandola “mamma, mamma”, se pur non era sogno, sulle vie della città e della terra. Questa perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere, pareva riuscire alle occasioni e ai pretesti da una zona profonda, inespiabile, di celate verità: da uno strazio senza confessione.
    Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.
    (Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”, ed. Einaudi)

    Dalla scheda per il prestito presente all’interno del libro, ho appurato che, nel mio paese, sono stato l’ultimo, ma anche il penultimo nonché uno dei tre-quattro ad aver preso in prestito dalla biblioteca “La cognizione del dolore” di Gadda. Questo non vuole essere un motivo di vanto né di sconforto, perché peraltro le persone potrebbero averlo comprato (che dovrò decidermi a fare). La prima volta che lo lessi, nel 2006, lo mollai dopo poche pagine, perché ero stufo di dover ricorrere spesso al dizionario. La seconda, nel 2007, andò molto meglio, anche se devo confermare che, nonostante lo ritenga un grandissimo romanzo, la lettura di “La cognizione del dolore” richiede una certa attenzione, padronanza lessicale (oppure, appunto, un dizionario a portata di mano) e può respingere il lettore. Ciò premesso, lo consiglio e cercherò di spiegare perché.
    “La cognizione del dolore” fu pubblicato a puntate tra il 1938 e il 1941, poi restò incompiuto perché, citando l’autore, “le calamità catastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945 e che gli intelletti meno insani dovettero già presagire a se stessi fin dal 1934 - ’38 avevano a un tal segno sconturbato l’animo dello scrivente da ostacolargli (fino al 1940) indi rendergli a poco a poco inattuabile ogni sorta di prosa”. Il romanzo, quindi, fu edito, in seguito e in forma unitaria, come incompiuto, monco del finale. Ambientato nell’immaginario paese sudamericano del Maradagàl, che a detta stessa dell’autore ricorda la Brianza, il libro è la descrizione del dolore senza nome (ma non senza causa) dell’ingegner Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, dai nobili discendenti, affetto da una rabbia feroce contro il mondo, che non risparmia neanche la madre, con la quale egli, nubile, vive in una villa infestata, a suo dire, dalla presenza d’inutili servi che hanno la sola funzione di sottrarre denaro alla madre.
    L’ingegner Gonzalo non si neanche iscritto al “Nistitùo de vigilancia para la noche”, un istituto di vigilanza che dovrebbe proteggere gli abitanti del Maradagàl dalle insidie dei malviventi e che per farlo, una volta firmato, s’impegna per oltre venticinque anni. È abbastanza evidente, considerando l’epoca nella quale fu scritto il romanzo, che dietro il fantasmagorico istituto si cela il regime fascista. La prosa aspra di Gadda si scaglia contro i reduci che sono tornati dalla guerra che il Maradagàl ha combattuto con il Parapagàl, molti dei quali si sono inventati mutilazioni di vario genere per ottenere privilegi pensionistici o per entrare proprio a far parte del Nistitùo. Sono mirabili le pagine nelle quali Gadda ci racconta di un tal Gaetano Palumbo e delle sue vicissitudini da misero imbroglione, che poi riesce a farsi assegnare un ruolo da custode delle ville.
    La satira feroce e molto divertente (perché va detto che spesso, leggendo il romanzo, si ride, sebbene anche amaramente) di Gadda non risparmia nessuno dei diversi personaggi, sia che il misantropo Gonzalo li incontri sulla sua strada sia evocati dall’autore. Non manca, ad esempio, il poeta cantore delle gesta guerresche, tale Carlos Caconchellos, anche qui di abbastanza facile identificazione storica. Lo stesso autore, nella prefazione, ci spiega come il grottesco, l’insofferenza, “un indugio misantropico del pensiero” sia caratteristiche fondanti dell’opera, che peraltro, dice Gadda, sono causate anche dalla “bamboccesca inanità del mondo”. Il trauma di Gonzalo affonda le radici in quelle che egli ritiene essere stata una carenza d’affetto nell’infanzia, che adesso si è mutata in una ferocia distruttiva, al momento soltanto verbale, ma che (nel finale non scritto) probabilmente sarebbe diventata anche fattuale. A nulla valgono i tentativi del medico, che sperando di infondere a Gonzalo entusiasmo per la vita, non fa altro che peggiorare la situazione. All’ingegnere ferito appaiono utili soltanto due medicine: il silenzio e la solitudine, che però in realtà non risolvono nulla, anzi fanno sedimentare dentro lui, giorno dopo giorno, una rabbia che poi esplode nei suo semi-deliranti sproloqui verbali. C’è poi la figura della madre, una donna sprofondata anch’essa nella solitudine, dopo la morte del marito; alle prese con il figlio, essa confessa al medico di averne paura, ma al tempo stesso è legata in maniera indissolubile allo stesso, lo attende quando tarda a rientrare ed è pronta a ricevere gli improvvisi atti d’umanità che pure Gonzalo, che non è ammattito, è capace di donare.
    La prosa di Gadda è efficace, ma non si può dire che sia scorrevole, perché la ricchezza lessicale è tale da mandare talvolta “fuori giri” il lettore. In alcuni passaggi, si può avere persino l’impressione di un esercizio di stile, ma se io non conosco determinati vocaboli la colpa non può essere di Gadda. Una volta superato quest’ostacolo, però, si resterà affascinati dall’abilità di Gadda nel descrivere il rancore sordo di un personaggio che certo non è “simpatico” e che secerne bile in quantità copiosa. Chiudo consigliando anche “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”, che forse, nel complesso, preferisco a “La cognizione del dolore”.

    ha scritto il 

  • 3

    Realismo isterico, before it was cool.

    Gadda era avanti nel tempo, questa prosa ne è prova inconfutabile.
    Il problema è che la prosa, per quanto giocosa, arguta e intelligente, non delinea quasi nulla. Sapere che questo libro è anche incom ...continua

    Gadda era avanti nel tempo, questa prosa ne è prova inconfutabile.
    Il problema è che la prosa, per quanto giocosa, arguta e intelligente, non delinea quasi nulla. Sapere che questo libro è anche incompiuto toglie rapidamente gli stimoli ad andare avanti.

    Scrivere bene è necessario ma forse non è sufficiente.

    ha scritto il 

  • 0

    C'è nessuuuuunoooo???

    Mancano 45 pagine a terminare il libro. Sono determinatissimo a concluderlo. nessuna intenzione di piantarlo lì.
    Sulla scheda di aNobii non c'è né una descrizione del libro e nemmeno una recensione. S ...continua

    Mancano 45 pagine a terminare il libro. Sono determinatissimo a concluderlo. nessuna intenzione di piantarlo lì.
    Sulla scheda di aNobii non c'è né una descrizione del libro e nemmeno una recensione. Su zazie le recensioni sono solo due.
    Eppure su aNobii oltre 3000 persone posseggono questo libro. E sulla scheda, i possessori in evidenza hanno messo chi 4 e chi 5 stelle.
    Mi ritengo un lettore accanito, non un intellettuale né un intellettualoide (che forse è pure peggio). Sulla base di questo dico che non son riuscito a trovare un minimo senso a queste parole a questo pastiche linguistico forse fin troppo ricercato. ma forse è un mio limite. Oppure ho iniziato a leggere Gadda dal Gadda sbagliato. Ne parlavo oggi con una conoscente, specificando il mio disagio. Per tutta risposta questa mi dice: "Beh... E' Gadda!". Non so... Mi è parsa una risposta 'comoda'. E' giusto che il lettore faccia anche un po' di fatica, ma qui secondo me non viene nemmeno messo in grado di poter venire a capo di tutti questi intrugli verbali. Ed è per questo che la cognizione lascia molto il tempo che trova. Mi conforta un po' il fatto che le due recensioni di zazie non siano proprio favorevoli.
    E a questo punto mi viene un grande sospetto. Gadda ha voluto 'scherzare'. Gadda ha voluto mettere a disagio (per non dire 'prendere in giro') un certo filone di critici allo scopo di vedere quali e quanti fiumi di inchiostro questi avrebbero potuto versare recensendo una giustapposizione di parole come LA COGNIZIONE DEL DOLORE.
    Aprto a qualsiasi confutazione del mio giudizio, ma per favore che nessuno si limti a copiare la telegrafica risposta della mia conoscente... ("Beh... E' Gadda!")

    ha scritto il 

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