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La conchiglia di Anataj

Di

Editore: Mondadori

3.7
(112)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 358 | Formato: Altri

Isbn-10: 8804370262 | Isbn-13: 9788804370260 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida , Paperback

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
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  • 3

    Un gruppo di friulani, vanno in Siberia per costruire la ferrovia e costruiscono rapporti umani altrettanto forti. "La ferrovia coincideva con la vita, una lunga e tribolata missione in terra straniera ..." Ottimo il finale.

    ha scritto il 

  • 0

    Un gruppo di friulani si ritrovano in un villaggio nella taiga russa. Lavoratori immigrati nella Russia prerivoluzionaria alle prese con la mirabile costruzione della Transiberiana. Un microcosmo di personaggi che si incontrano in questo sperduto frammento di terra e di storia.
    Ho trovato q ...continua

    Un gruppo di friulani si ritrovano in un villaggio nella taiga russa. Lavoratori immigrati nella Russia prerivoluzionaria alle prese con la mirabile costruzione della Transiberiana. Un microcosmo di personaggi che si incontrano in questo sperduto frammento di terra e di storia.
    Ho trovato questo libro decisamente bello e attuale. Bello perchè l'incontro con la Russia minore è raccontato da Sgorlon con poesia e rispetto. Attuale perchè chi è costretto ancora oggi a vivere da "tal forest" attraversa la stessa gamma di sentimenti vissuti più di cento anni fa da questi italiani emigrati in Russia.

    ha scritto il 

  • 2

    Realisticamente come poteva essere la vita degli operai friulani che lavorarono per anni nella taiga alla costruzione della Transiberiana? Lavorare come cani, arrabattarsi in terra straniera e pensare agli affetti lontani. Basta. Questo, dunque, viene narrato. Ne viene fuori un libro filologicam ...continua

    Realisticamente come poteva essere la vita degli operai friulani che lavorarono per anni nella taiga alla costruzione della Transiberiana? Lavorare come cani, arrabattarsi in terra straniera e pensare agli affetti lontani. Basta. Questo, dunque, viene narrato. Ne viene fuori un libro filologicamente corretto ma tedioso, ripetitivo e costellato di personaggi insipidi, primo fra tutti il protagonista. Una delusione da un autore dal quale mi aspettavo molto.

    ha scritto il 

  • 5

    Questo capolavoro di Sgorlon narra la storia di un pugno di emigranti friulani e dei loro rapporti con la natura della Siberia e con i lavoratori russi, kirghisi, mongoli, nell’epopea collettiva della costruzione della ferrovia più lunga del mondo, la Transiberiana.
    La vita degli operai ...continua

    Questo capolavoro di Sgorlon narra la storia di un pugno di emigranti friulani e dei loro rapporti con la natura della Siberia e con i lavoratori russi, kirghisi, mongoli, nell’epopea collettiva della costruzione della ferrovia più lunga del mondo, la Transiberiana.
    La vita degli operai non era molto diversa da quella raccontata dal forzato sfuggito ai lager zaristi e nascosto da Anataj nella sua isba.
    Valeriano, io narrante, ne prende presto coscienza:
    "Ricaddi nella sensazione che la Siberia era terra di deportati, di forzati e di case di pena... Facevamo lo stesso lavoro, negli stessi luoghi, dormivamo su fetidi pagliericci in dormitori simili ai loro... Anche noi avevamo soldati armati di fucile , che in apparenza avevano il compito di difenderci dalle belve della taiga, ma in realtà quello di sorvegliarci e di costringerci dentro un ordine di ferro."

    Ma l’uomo, si sa, è un eterno flusso di contraddizioni ed il fascino di quella terra ghiacciata e dei suoi abitanti, scavava pian piano nel profondo di Valeriano: "ero giunto in un luogo dove l’infanzia del mondo non era del tutto trascorsa e superata."
    Incanto d'umanità era Ajdym, diventata la gioia con cui dimenticare la noia dell’inverno quando in cantiere era impossibile qualsiasi lavoro e tutti si trasferivano nel vicino villaggio. "Ci andavano nell’ora del lupo, quando soltanto i cani da guardia nelle loro cucce parevano desti e vigili nel villaggio addormentato. Ognuno di loro le parlava , e lei stava ad ascoltare mentre tesseva i tappeti con le lane colorate acquistate da Eroska. Lavorava ed ascoltava. Lavorava ed ascoltava... lei possedeva il dono raro di saper ascoltare. Capiva lo loro necessità di abbracciarla e di farle un regalo... Ma da Ajdym non venivano solo uomini furtivi, dopo l’avvento della notte. Un pò tutti ricorrevano a lei, chi aveva bisogno di avere in prestito un pud di grano per le semine o un orcio di sale, ricorreva a lei.. Nella buona stagione a lei portavano i bambini più piccoli, quando i grandi dovevano lavorare nei campi più lontani del villaggio. I bambini stavano bene con lei."

    L’incanto si destava in Falalej, il ragazzo cieco che dopo aver meditato il suicidio, riacquista nuova vita nel raccontare ed inventare storie: "Falalej si accorse che le fiabe, in lui invecchiate e appassite da anni, ridiventavano fresche e verdi quando c’era un bambino che le sentiva per la prima o la centesima volta, attentissimo e stupito... Non sapeva di ripetere in sé l’immagine dei poeti antichi, dei rapsodi e degli aedi che erano esistiti prima che alfabeti e segni scritti di parole vedessero la loro alba nella storia degli uomini."

    Ma proprio quando la ferrovia era finita, Valeriano comprende che ora "la ferrovia apparteneva ai funzionari, ai burocrati, all’esercito, all’Imperatore, e noi eravamo di troppo, e non ci restava che levare le tende. Il momento del successo coincideva spesso, nella vita, con quello dell’addio e della partenza."

    Marco, il giovane ed esuberante compagno di lavoro e di emigrazione di Valeriano, era diventato uno storpio a causa di un incidente e pareva cercare nei sentieri pantanosi del villaggio le ombre e i residui della sua giovinezza consumata e distrutta.

    Anataj era andato a morire da solo, come un vecchio indiano, nella sua amata taiga, quando i suoi occhi non erano più buoni per la caccia, lui, il vecchio kirghiso dal passato turbolento, cacciatore mirabile che riusciva a conficcare il proiettile nell’occhio dello zibellino per non rovinarne la pelliccia. Il suo corpo non fu più ritrovato.

    Mentre tutti partivano, Valeriano, nell’incredulità generale decise di restare accanto ad Ajdym e Falalej: ”Cosa? Vuoi restare in questo buco? In questo villaggio fuori dal mondo?” disse Silvestro.
    ... Ormai potevo sparire nella Russia infinita... Dappertutto ero a casa mia e dappertutto ero uno straniero... Avevo scoperto che appartenevo alla razza di coloro che non ritornano.
    ... la Russia possedeva e generava misteriosi richiami, come l’eco di una nenia cantata dai battellieri sulla riva di un fiume, o quello di una conchiglia sulla riva di un oceano."

    Quando ci accorgeremo in Italia che Carlo Sgorlon è un classico del realismo magico, che può stare alla pari con i grandi della letteratura sudamericana?

    ha scritto il 

  • 0

    Un omaggio per chi oggi ci ha lasciato

    "Che succederà? Cosa ci prepara l'avvenire? Non lo so. Ci penso raramente. Ciò che è lontano da qui, per forza di cose, per l'immensa vastità e le solitudini della taiga, finisce per vestire i panni del racconto e della leggenda. Mi sento perso come dentro un sogno da cui non uscirò mai più, un i ...continua

    "Che succederà? Cosa ci prepara l'avvenire? Non lo so. Ci penso raramente. Ciò che è lontano da qui, per forza di cose, per l'immensa vastità e le solitudini della taiga, finisce per vestire i panni del racconto e della leggenda. Mi sento perso come dentro un sogno da cui non uscirò mai più, un incantesimo che la taiga cominciò a filare per me sottilmente il giorno stesso che la vidi per la prima volta. E il treno che sento fischiare lontano, nelle notti più secche e serene, non avrà mai il potere di romperlo, ma piuttosto di ribadirlo e di infittirlo, come fosse un tappeto senza fine uscito dal telaio di Ajdym."

    ha scritto il 

  • 4

    "La ferrovia mi sembrava la figura e la metafora della vita stessa, del nostro eterno lavorare e puntare verso qualcosa, cui sempre tendiamo e che non riusciamo mai a finire come vorremmo. Nella vita c'è sempre la tensione verso qualcosa, o meglio la vita è la tensione stessa, l'aspirazione e il ...continua

    "La ferrovia mi sembrava la figura e la metafora della vita stessa, del nostro eterno lavorare e puntare verso qualcosa, cui sempre tendiamo e che non riusciamo mai a finire come vorremmo. Nella vita c'è sempre la tensione verso qualcosa, o meglio la vita è la tensione stessa, l'aspirazione e il sogno verso una cosa, e sono essi che ci fanno sentire vivi e ci rivelano a noi stessi. Forse il significato più profondo che coglievo nel ronzio percepito dentro la conchiglia di Anataj era questo. Era la verità segreta che la ferrovia coincideva con la vita, che era la stessa cosa che essa, una lunga e tribolata missione in terra straniera ..."
    "Ogni cosa viene edificata innanzitutto dentro di noi, perché il primo materiale è sempre la forza morale, la volontà e la determinazione di arrivare fino in fondo".
    In queste due citazioni si riassume ciò che a distanza di tempo conservo del libro di Carlo Sgorlon.

    ha scritto il