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La confessione

Di

Editore: SE

4.0
(166)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 120 | Formato: Altri

Isbn-10: 8877104651 | Isbn-13: 9788877104656 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina morbida e spillati , Paperback

Genere: Biography , Fiction & Literature , Religion & Spirituality

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Descrizione del libro
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  • 2

    Arrogante

    passati i 50 (che nell'800 era vecchiaia, anche se poi ha visuuto oltre 80anni) ci si interroga sul senso della vita e onestamente si conviene che un senso non c'è. Tolstoi, che di un senso ha bisogno, lo cerca nella religione e - dopo aver respinto la chiesa e l'ortodossia- nella fede dei sempli ...continua

    passati i 50 (che nell'800 era vecchiaia, anche se poi ha visuuto oltre 80anni) ci si interroga sul senso della vita e onestamente si conviene che un senso non c'è. Tolstoi, che di un senso ha bisogno, lo cerca nella religione e - dopo aver respinto la chiesa e l'ortodossia- nella fede dei semplici, che rende felici nell'affidarsi a cristo. Però essendo un intellettuale non resiste e dà qualche aggiustatina, qua e là.
    Ripetitivo e noioso, ancor più se ascoltato: esperimento di ascolto di audiolibro, nelle camminate mattutine, casomai calasse la vista. per ora meglio la musica.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    0

    Allora noi tutti eravamo convinti di dover parlare, scrivere e pubblicare il più possibile e il più in fretta possibile, perchè ciò era necessario per il bene dell'umanità.
    E così noi -ed eravamo migliaia- rinnegandoci e insultandoci a vicenda, non facevamo altro che scrivere, pubblicare e ...continua

    Allora noi tutti eravamo convinti di dover parlare, scrivere e pubblicare il più possibile e il più in fretta possibile, perchè ciò era necessario per il bene dell'umanità.
    E così noi -ed eravamo migliaia- rinnegandoci e insultandoci a vicenda, non facevamo altro che scrivere, pubblicare e ammaestrare gli altri. E senza renderci conto del fatto che non sapevamo nulla e che non eravamo neppure in grado di rispondere alla domanda più semplice posta dalla vita, vale a dire cosa sia il bene e cosa sia il male, parlavamo tutti insieme, contemporaneamente, senza neppure ascoltarci tra noi, ogni tanto incoraggiandoci e lodandoci a vicenda per venire noi stessi incoraggiati e lodati, ogni tanto stuzzicandoci e insultandoci reciprocamente , proprio come accade in un manicomio. Migliaia di persone lavorano giorno e notte, con tutte le loro forze a comporre e a stampare milioni di parole, che poi la posta diffondeva per tutta la Russia, noi continuavamo incessantemente a insegnare, senza mai riuscire a insegnare tutto, e sempre più irritati di non venire ascoltati abbastanza.
    Era una cosa assurda, ma che ora mi è perfettamente chiaro. La nostra più intima e autentica aspirazione era quella di ricevere quanto poù denaro e lodi fosse possibile, e per raggiungere questo fine non sapevamo far altro che scrivere libri e articoli per i giornali. E questo appunto facevamo.
    Ma per poterci dedicare a un'opera così inutile e avere il tempo stesso la convinzione di essere molto importanti, ci era anche indispensabile un qualche principio che giustificasse la nostra attività. E così l'individuiamo in questo: tutto ciò che è reale è razionale e si evolve; il mezzo di tale evoluzione è l'istruzione e l'istruzione si misura in base al grado di diffusione di libri e di giornali. E noi venivamo pagati e rispettati perchè scrivevamo libri e giornali, e quindi eravamo gli individui più utili, i migliori. Questo ragionamento sarebbe stato irrefutabile se la concordia avesse regnato tra di noi, ma il fatto che a un qualsiasi pensiero espresso da uno se ne contrapponesse subito un altro, diametralmente opposto, avrebbe dovuto indurci a riflettere. Ma noi in questo non ci curavamo: venivamo pagati per scrivere, quelli del nostro partito ci lodava no e quindi ognuno di noi si sentiva ne giusto.
    Ora mi è chiaro che non c'era nessuna differenza tra la nostra congrega e un manicomio; anche allora lo intuivo oscuramente ma -come fanno i pazzi- definivo pazzi tutti gli altri, eccetto me stesso.

    [...]tutti coloro che compiono azioni malvage odiano la luce e la fuggono affinchè la malvagità delle loro azioni non venga svelata.

    Il mio sapere, confermato dai saggi di ogni tempo, mi aveva rivelato che tutto nel mondo - sia la natura organica che quella inorganica - è ordinato in maniera straordinariamente intelligente, mentre solo la mia condizione era assurda. E tutti quegli sciocchi - la massa sterminata della gente semplice - non sapevano nulla dell'ordine meraviglioso che governa il mondo, sia organico che inorganico, eppure vivevano e credevano che la loro vita fosse organizzata in modo assolutamente ragionevole! Dovetti allora chiedermi se non vi fosse qualcosa che ancora non sapevo. E' invece tipico dello stolto, quando non sa qualcosa, dire che ciò che non sa è una sciocchezza. L'umanità, nel suo complesso, aveva sempre vissuto e viveva come se comprendesse il senso della propria esistenza, giacchè in caso contrario non avrebbe potuto vivere. Invece io dicevo che la vita era un assurdo, che non potevo più vivere.

    E così, oltre alla conoscenza razionale, che in precedenza credevo fosse l'unica possibile, venivo inevitabilmente indotto ad ammettere che l'umanità fosse in possesso di una scienza irrazionale: la fede, che dava la possibilità di vivere. Tutta l'irrazionalità della fede rimaneva ai miei occhi evidente come prima, ma io non potevo non riconoscere che era la sola ad offrire all'umanità delle risposte ai problemi della vita, e di conseguenza anche la possibilità di vivere. La conoscenza razionale mi aveva portato ad ammettere che la vita è priva di senso, paralizzandomi e facendomi desiderare il suicidio.. Ma considerando gli altri uomini, pressochè l'umanità intera, dovetti constatare che continuavano a vivere

    ha scritto il 

  • 3

    "... arbitro di quel che è bene e necessario non è quel che dicono e fanno gli uomini, e neppure lo è il progresso, ma lo sono io, col mio cuore."


    "Confessione" è il mio primo Tolstoj. Piccolo saggio autobiografico con il quale l'autore, appunto, 'confessa' la sua lotta con una disa ...continua

    "... arbitro di quel che è bene e necessario non è quel che dicono e fanno gli uomini, e neppure lo è il progresso, ma lo sono io, col mio cuore."

    "Confessione" è il mio primo Tolstoj. Piccolo saggio autobiografico con il quale l'autore, appunto, 'confessa' la sua lotta con una disarmante crisi mistica, lotta che prima lo porta sull'orlo del suicidio ,poi diviene mezzo di continua ricerca di una fede che sembra essere l'unica risposta per dare un senso alla vita.
    Tre stelle perché nella parte finale mi sono un po' annoiata.

    ha scritto il 

  • 4

    L'amico Leone

    Immaginate un uomo, nato figlio di nobili e facoltosi proprietari terrieri, vissuta la gioventù tra Parigi e Mosca, capitali di mondanità e culturale dell’epoca, ad istruirsi, scoprendo la bella vita, vivendo una gioventù al limite, dilapidando al gioco un patrimonio, sul filo del baratro. Il no ...continua

    Immaginate un uomo, nato figlio di nobili e facoltosi proprietari terrieri, vissuta la gioventù tra Parigi e Mosca, capitali di mondanità e culturale dell’epoca, ad istruirsi, scoprendo la bella vita, vivendo una gioventù al limite, dilapidando al gioco un patrimonio, sul filo del baratro. Il nostro eroe si redime, ed in miseria vive da protagonista il dramma della guerra, conosce la morte e la paura, da vicino, tra fango e sangue, raschiando il fondo del barile. Ed è proprio in quel baratro che c’è la genesi del genio, perché da lì, dal punto più basso, fiorirà una delle menti più illuminate del IXX secolo. E con il genio e lo studio quest’uomo risalirà la china, alla ricerca della verità sociale e religiosa, ricomporrà la sua vita, il suo capitale, con le sue idee rivoluzionarie influenzerà come pochi altri la letteratura e la politica mondiale fino ai giorni nostri, morirà più osannato di uno Zar o di un imperatore. Ecco prendete questo uomo straordinario, un giorno si siede ad un tavolo con noi, e come un padre, o come un fratello discorrerà da pari. Ci spiazza che un tal personaggio, vissuta una vita sacrificata allo studio, ci venga a dire che egli non ha capito niente, che lui non ha niente da insegnare perché lui non sa niente! Ma sono solo congetture, perché come un amico che ci racconta una sua vicenda, con i suoi alti e i suoi bassi, ci profila il suo percorso spirituale, quasi cercando la nostra approvazione, ed alla fine ci sentiamo inconsapevolmente , come mai convinti, illuminati! Come si fa a non idolatrare quest’uomo! Come si fa a non rimpiangere che uomini di tal fatta, di tale potenza intellettuale e morale, non ne nascano più!

    ha scritto il 

  • 3

    Questo libro, questa "confessione", si potrebbe riassumere con ed è la prova della veridicità di una frase di Sir Bertrand Russel: <<E' la paura nei cofronti della natura che da vita alle religioni!>>.
    Son passati 3 giorni da quando ho scritto la frase sopra. 3 giorni in cui ho ...continua

    Questo libro, questa "confessione", si potrebbe riassumere con ed è la prova della veridicità di una frase di Sir Bertrand Russel: <<E' la paura nei cofronti della natura che da vita alle religioni!>>.
    Son passati 3 giorni da quando ho scritto la frase sopra. 3 giorni in cui ho ripensato a quanto scritto da Tolstoj ed ai motivi della sua "confessione" e, stranamente, non ho cambiato idea nè l'incipit di queste quattro righe.
    Russel ha ragione, le religioni nascono dalla nostra incapacità di comprendere profondamente la natura che ci circonda, nascono dal nostro essere senzienti, dal voler rispondere a tutti i costi a domande alle quali non avremo mai la risposta: <<Qual è il significato della vita?>>.
    Tolstoj ebbe una vera e propria crisi a riguardo e ricercò nelle religioni e nella filosofia la risposta a questa domanda solo per ritrovarsi ad aver la stessa domanda riformulata in maniera diversa. Quindi non trovò soluzione fintanto che non cercò nella classe più povera della popolazione, nei contadini russi che veramente credevano in Dio. E li trovò una sorta di risposta: credere veramente in Dio. Credere di esser stati creati da Dio e di vivere per Dio. Insomma, la fede vera ma anche cieca! Cieca perchè dovette lottare più volte con la sua ragione per costringersi ad accettare certe verità incredibili che il vero credente deve perforza accettare e che le persone colte, dalle quali cercava risposte, non possono pienamente accettare.
    Violentò quindi la sua ragione per venire incontro al suo bisogno di fede, di trovar risposta alla domanda che lo assillava. E qui torna in gioco Russel. La paura spinse Tolstoj, l'incapacità di accettare i misteri irrisolvibili della natura, di accettare quell'incognita che rende meravigliosa la nostra vita.
    Peccato. Peccato perché poi cercò, in maniera didascalica e presuntuosa, di volere illuminare il lettore con opere moralizzatrici, peccato perché arrivò a ripudiare i suoi capolavori e a criticare la letteratura dell'epoca e a criticare Shakespeare. Mi dispiace Tolstoj, ma il tuo secondo periodo non lo condivido. Peccato date le tue enormi capacità di scrittura capaci di farmi divorare "sonata a Kreutzer" nonostante il tuo pensiero e la pessima figura della donna.
    Ora mi butto sul primo periodo!

    ha scritto il 

  • 4

    Non è un capolavoro, ma qui Tolstoy prende in esame in ogni sfaccettatura qual è il senso della vita, il rapporto tra razionale e irrazionale che rientra in questa domanda, così come il rapporto tra scienza e religione. La risposta è che la vita non ha senso e che non siamo in grado di capirne il ...continua

    Non è un capolavoro, ma qui Tolstoy prende in esame in ogni sfaccettatura qual è il senso della vita, il rapporto tra razionale e irrazionale che rientra in questa domanda, così come il rapporto tra scienza e religione. La risposta è che la vita non ha senso e che non siamo in grado di capirne il senso con le conoscenze attuali. L'unico appiglio che ci tiene in vita non è la ricerca del piacere, del bello, della giustizia, la rassegnazione a soffrire bensì la fede. La si chiami come si pare, fede, speranza, Dio, forza della natura, astrazione.

    ha scritto il 

  • 4

    "Tutto il popolo possedeva la conoscenza della verità, questo era indubbio, perché altrimenti non avrebbe vissuto".
    Tolstoy trova nel muzik, cioè nel contadino, un modello di fede autentica, una forza di vita naturale, semplice e non "corrotta" dai sofismi della teologia e dalle convenzioni ...continua

    "Tutto il popolo possedeva la conoscenza della verità, questo era indubbio, perché altrimenti non avrebbe vissuto".
    Tolstoy trova nel muzik, cioè nel contadino, un modello di fede autentica, una forza di vita naturale, semplice e non "corrotta" dai sofismi della teologia e dalle convenzioni umane.
    Ma chi è oggi il popolo?
    Viviamo in un mondo molto diverso da allora.. più ricco ma molto complesso dove questa semplicità non è praticabile.

    ha scritto il 

  • 0

    Questo libro è fondamentale per comprendere il pensiero(e l'anima) del grande scrittore russo e pertanto va letto prima di affrontare i suoi romanzi e i suoi racconti e i suoi saggi(ma comunque anche se lo leggete un pochino dopo non fa niente:))
    Indispensabile.

    ha scritto il 

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