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La confraternita dell'uva

Di

Editore: Einaudi

4.2
(2658)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 232 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8806170627 | Isbn-13: 9788806170622 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: Francesco Durante ; Curatore: Emanuele Trevi ; Contributi: Vinicio Capossela

Disponibile anche come: Copertina rigida , eBook

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , Travel

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Descrizione del libro
Pubblicato per la prima volta nel 1977, il romanzo ha per protagonista lafigura granitica, ingombrante, di un padre, il vecchio tirannico e orgogliosoprimo scalpellino d'America, almeno questo crede di essere. Un immigrato diprima generazione, Nick Molise, nel quale, come nel gruppo di suoi compaesani,Fante racchiude il ritratto più nitido della prima generazione italoamericana.Un mondo di uomini di testarda virilità, guardati con inorridita inquietudinedagli americani persuasi che gli italiani fossero creature di sangue africano,che tutti girassero con il coltello e che la nazione fosse ormai preda dellamafia.
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  • 5

    quando le parole smuovono emozioni assopite

    "Mio padre sarebbe stato un uomo più felice se non avesse avuto una famiglia. Non fosse stato per i suoi quattro figli, avrebbe divorziato da tempo e si sarebbe trasferito in qualche altra città. Gli piacevano Stockton, che era piena di italiani, e Marysville, dove si poteva puntare giorno e nott ...continua

    "Mio padre sarebbe stato un uomo più felice se non avesse avuto una famiglia. Non fosse stato per i suoi quattro figli, avrebbe divorziato da tempo e si sarebbe trasferito in qualche altra città. Gli piacevano Stockton, che era piena di italiani, e Marysville, dove si poteva puntare giorno e notte sul lotto cinese. I figli erano i chiodi che lo tenevano crocefisso a mia madre. Senza di loro, sarebbe stato libero come un uccello."

    un romanzo che descrive mirabilmente un rapporto turbolento e problematico di un padre e un figlio (o dei figli) tra dolore,dramma e qualche sorriso prima di precipitare nell'amarezza.

    ha scritto il 

  • 2

    più che un romanzo, mi è sembrato un racconto, veloce e nemmeno particolarmente intenso: facile, insomma. In più, non si capisce dove finisce il vero e dove iniziano i luoghi comuni...

    ha scritto il 

  • 3

    Solo 3 stellette e mezza perchè la storia in sè non mi attizza molto, ma confermo che Fante scriveva da dio! Una prosa che riesce ad essere semplice, familiare e fluida e al contempo aulica, non so se mi spiego, arriva dritta a noi pur essendo letteraria, senza dar la sensazione di esserlo. Ci so ...continua

    Solo 3 stellette e mezza perchè la storia in sè non mi attizza molto, ma confermo che Fante scriveva da dio! Una prosa che riesce ad essere semplice, familiare e fluida e al contempo aulica, non so se mi spiego, arriva dritta a noi pur essendo letteraria, senza dar la sensazione di esserlo. Ci sono dei pezzi che commuovono proprio solo per la bellezza delle loro parole! Non in senso dantesco, sia ben chiaro, perchè Fante è uno di noi. A tal proposito ho trovato molto bella anche l'introduzione di Vinicio Capossela, molto emotiva e centrata, ben lontana dalla critica trombona e poco sincera.

    "- Lasci stare mio padre, - dissi - Di che stai parlando? Non era ragionaevole, ma non mi importava.- Tolga le mani da mio padre. Le sue labbra si curvarono in una espressione di disprezzo. - Se tu valessi la metà di tuo padre, non ti azzarderesti a parlarmi così. Vattene, scemo. Arretrai, vergognoso, scornato, chiedendomi cosa diavolo mi stava succedendo. Ne diedi la colpa all'altitudine, duemila metri. Creature bizzarre si mostravano in queste foreste misteriose: gnomi, fantasmi di cercatori d'oro sopravvissuti ai Donner, e tracce dell'Abominevole Uomo delle Nevi. Stava per acchiapparmi. All'affumicatoio, mio padre pareva rinvigorito; la storta alla schiena se n'era andata, e ora, davanti a un grosso masso di granito largo un metro, stava scegliendo un piccone col manico sufficentemente lungo, deciso appunto a ottenere piccole pietre dalle pietre più grandi. Mi feci da parte e lo osservai mentre vibrava il piccone con forza, una mezza dozzina di colpi finché la pietra cominciò a spezzarsi, ma non in brecce regolari, bensì in schegge spezzate e contorte. -Ottimo, - proclamò col respiro affannoso, - proprio ottimo. Portale al muro. Le trascinai e lui le sistemò, le grandi e le piccole, i pezzi e le schegge. Poi io spaccai pietre e lui si mise a fare il muro. Andavamo bene. Quand'era stanco, lui chiedeva vino. Non ce la faceva a raddrizzarsi e così, quando beveva, pareva una scimmia. Cominciò a sudare, e sulla schiena e sotto le ascelle gli comparvero delle chiazze di colore rosa. Che diavolo, pensai, è nutriente, è zucchero d'uva, è energia, e bevvi con lui tutte le volte. Stavamo andando bene, proprio bene. eravamo stanchi e inebetiti, e a un certo punto mi parve di vedere uno gnomo col cappello rosso nel bosco mentre il sole scivolava sopra gli alberi e i muri dell'affumicatoio germogliavano verso il cielo."

    "La cucina: il vero regno di mia madre, l'antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d'erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti per venti: l'altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori."

    "Mentre spalmavo burro di arachidi su una fetta di pane, mia madre si fece sulla porta. Aveva un vestito grigio e azzurro con uno scialle nero sul capo. - Vado in chiesa. - A quest'ora? Sarà chiusa. - Non più. Padre Martin tiene le porte aperte tutta la notte. -Vacci di mattina. - Ci vado ora, voglio pregare. - Ti chiamo un taxi. - No, mi va di camminare. Se ne andò, e io sentii il burro d'arachidi che mi si attaccava al palato, poi pensai a lei che stava facendosi sette isolati di notte, attraversava la ferrovia, superava il deposito di legname e arrivava a Pacific Street, alla chiesa di legno del quartiere messicano. Andai con lei. La raggiunsi e lei non si accorse che ero là; continuava assorta in altri pensieri, con serena determinazione. Come mi pareva bella in quella notte tiepida, lungo quella strada di case cadenti appena illuminata; innamorata del suo marito tiranno che stava in ospedale, con quel viso di colomba e i movimenti dolci che mi ricordavano una vecchia fotografia di lei a vent'anni, con un bel cappello ampio al Capitol Park di Sacramento, appoggiata a un albero, sorridente; preziosa allora, preziosa ora che avrei voluto prenderla tra le braccia come un amante e farle attraversare così la porta della chiesa."

    ha scritto il 

  • 4

    Questa volta è stata una lettura faticosa. Iniziata nei luoghi del romanzo, sono dovuta tornare indietro e ricominciare un paio di volte. La magia non è scattata dall'inizio... Mi sono presa una pausa e non ho desistito. Finalmente l'epifania! e il momento dell'affumicatoio (quindi un bel po' in ...continua

    Questa volta è stata una lettura faticosa. Iniziata nei luoghi del romanzo, sono dovuta tornare indietro e ricominciare un paio di volte. La magia non è scattata dall'inizio... Mi sono presa una pausa e non ho desistito. Finalmente l'epifania! e il momento dell'affumicatoio (quindi un bel po' in là nella storia) mi ha illuminata. Da lì in avanti pura gioia.

    ha scritto il 

  • 4

    La stessa America, un altro padre.

    A volte leggendo scrittori formidabili come Roth ci si resta male, perchè dalla sua natura fortemente caratterizzata di ebreo della diaspora non ti aspetteresti trancianti pregiudizi su gruppi etnici altrettanto definiti in America come gli italo-americani: ed invece li considera sozzi, ignoranti ...continua

    A volte leggendo scrittori formidabili come Roth ci si resta male, perchè dalla sua natura fortemente caratterizzata di ebreo della diaspora non ti aspetteresti trancianti pregiudizi su gruppi etnici altrettanto definiti in America come gli italo-americani: ed invece li considera sozzi, ignoranti e depravati diffusori di malattie veneree (per esempio in Nemesi).

    Ero perciò curioso di approfondire la realtà dell'immigrazione italiana in America; la penna di John Fante era una occasione da non perdere non solo per quanto detto: se Roth ha dedicato una delle sue migliori opere al saluto al padre, così fa lo scrittore italo-americano con questo "La confraternita dell'uva", romanzo profondamente autobiografico che parte appunto dalla dolorosa perdita paterna per estendere la sua riflessione all'italianità in genere.

    Il risultato che emerge da questo tentativo è non solo godibilissimo ma anche parecchio utile perchè niente è così inevitabile ed allo stesso tempo niente rende così fragili come la perdita di un genitore, ed è quando si è fragili che si è sinceri.

    Protagonista di "La confraternita dell'uva" è il vecchio Nick Molise, muratore abruzzese emigrato in America con mille speranze, e che quelle mille speranze le ha viste tutte deluse. Umiliato e schiacciato da una famiglia numerosa che pure i vincoli morali impostigli dall'Italia ottocentesca gli impediscono di abbandonare, si consola col vizio: depravato infedele, giocatore indefesso di tutte le risorse guadagnate col lavoro, trova comunque modo di fare del Chianti americano l'idolo che lo condurrà alla demenza, insieme coi suoi coetanei amici membri della sgangherata confraternita dell'uva.

    I suoi figli nella lotta per l'integrazione hanno già perso molto della siloniana maledizione per i cafoni e molto hanno di americano. Sembrano poterlo rinnegare con facilità ma è proprio quando Nick Molise giunge alla fine che la rete sentimentale dura come acciaio che la paziente e devotissima moglie ha tessuto si rivela incrollabile; chiamando a sè fin da subito il narratore John al fianco del padre, che contro ogni logica si appresta ad una ultima grande opera di muratura, proseguendo fino alla fine quella arte che sola ha dato un minimo di senso alla sua vita.

    Ha dunque ragione Philip Roth? I cafoni italoamericani scappati dall'Italia siloniana sono solo gente poco raccomandabile, refrattaria all'obbedienza a qualunque legge civile e morale, da cui stare lontani ad ogni costo? Per l'ebreo americano è facile giudicare, ma l'italiano che legge John Fante sa che da una parte i protagonisti sono derelitti che scappano da una nazione in miseria e che quindi ben poco hanno da dare; dall'altra comunque può apprezzare persino in queste famiglie distrutte dal vizio e da un atavico maschilismo schiavizzante l'essenza dell'italianità.

    Sebbene infatti (come troppo spesso capita anche in Italia)John fante sembra compiacersi di esporre in piazza le perversioni di Nick Molise e le diuturne sofferenze della moglie, in questo romanzo emergono le caratteristiche che renderanno gli italiani delle generazioni successive (ormai libere dalle maledizioni della miseria e della fame) protagoniste della storia americana ma anche nostra. La prorompente energia che impedisce ai protagonisti di star fermi un minuto a riflettere prima di agire, un atavico ed indistruttibile amore dell'istituzione familiare, ma soprattutto la passione divorante per il lavoro creatore, per l'arte.

    E tutto questo mi piace portare con me dopo aver girato l'ultima pagina della "confraternita dell'uva". L'immagine di un padre sicuramente molto negativo nei suoi vizi e nella mancanza di affetto verso la famiglia; che però quella famiglia a costo della sua stessa anima la ha saputa condurre al riscatto, che però le energie sentimentali le ha spese creando giorno per giorno con la sua fatica fino all'ultimo, che però ha visto tutti i suoi figli e tutti i suoi amici a piangerlo senza anglosassone falsità il giorno della sua fine.

    E' vero caro ebreo di Newark, saremo un popolo sporco e disobbediente. Però siamo un popolo che rispetta l'amicizia e la morte, e che di fronte alla morte sà riunirsi. Ma soprattutto siamo (eravamo?) un popolo che aveva ancora energia creativa, un popolo che fa del lavoro artigianale e del risultato di quel lavoro una buona ragione per spendere la propria anima.

    Mi piace pensare che senza persone come l' ubriacone e infedele Nick Molise a impilare laterizi uno sopra l'altro tredici ore al giorno amandoli uno per uno, cattedrali come la basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze non sarebbero potute esistere. Ed infatti, pensandoci, in America ed in Israele quelle cattedrali non le hanno (e ce le invidiano).

    ha scritto il 

  • 4

    Nick Molise, il padre, rappresenta a differenza di Arturo Bandini di “Chiedi alla polvere” l’emigrante italiano di prima generazione, che con difficoltà si inserisce in un contesto così complesso come il vivere americano rispetto alla terra d’origine, spesso un piccolo paesino. Nick è un uomo for ...continua

    Nick Molise, il padre, rappresenta a differenza di Arturo Bandini di “Chiedi alla polvere” l’emigrante italiano di prima generazione, che con difficoltà si inserisce in un contesto così complesso come il vivere americano rispetto alla terra d’origine, spesso un piccolo paesino. Nick è un uomo forte, granitico, prepotente, irascibile, scontento di tutto specialmente della sua famiglia. E’ orgoglioso di essere un muratore, orgoglioso di lavorare con le mani spezzandosi la schiena e disprezza qualsiasi altra professione a cui invece i suoi figli ambiscono. Frequenta solo italiani, con i quali prende colossali sbronze e con i quali gioca a carte sperperando tutto ciò che guadagna. I suoi figli lo temono e lo detestano, chi ha potuto sfuggire e allontanarsi lo ha fatto chi è rimasto se ne sta alla larga. Fino a quando un giorno uno dei suoi figli, un affermato scrittore, ritorna perché chiamato da uno dei fratelli che gli annuncia che i genitori hanno intenzione di divorziare. Inizia così una successione di situazioni grottesche, divertenti, patetiche, commuoventi, e soprattutto la strada della riconciliazione familiare che passa attraverso il dolore. Un romanzo magnifico, di un Fante maturo e apprezzato scrittore in America, un po’ meno in Italia, purtroppo, anche se dovremmo essere orgogliosi di tanto talento.

    ha scritto il 

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