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La confraternita dell'uva

By John Fante

(3393)

| Paperback | 9788806170622

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Book Description

Pubblicato per la prima volta nel 1977, il romanzo ha per protagonista lafigura granitica, ingombrante, di un padre, il vecchio tirannico e orgogliosoprimo scalpellino d'America, almeno questo crede di essere. Un immigrato diprima generazione, Nick M Continue

Pubblicato per la prima volta nel 1977, il romanzo ha per protagonista lafigura granitica, ingombrante, di un padre, il vecchio tirannico e orgogliosoprimo scalpellino d'America, almeno questo crede di essere. Un immigrato diprima generazione, Nick Molise, nel quale, come nel gruppo di suoi compaesani,Fante racchiude il ritratto più nitido della prima generazione italoamericana.Un mondo di uomini di testarda virilità, guardati con inorridita inquietudinedagli americani persuasi che gli italiani fossero creature di sangue africano,che tutti girassero con il coltello e che la nazione fosse ormai preda dellamafia.

318 Reviews

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  • 6 people find this helpful

    La stessa America, un altro padre.

    A volte leggendo scrittori formidabili come Roth ci si resta male, perchè dalla sua natura fortemente caratterizzata di ebreo della diaspora non ti aspetteresti trancianti pregiudizi su gruppi etnici altrettanto definiti in America come gli italo-ame ...(continue)

    A volte leggendo scrittori formidabili come Roth ci si resta male, perchè dalla sua natura fortemente caratterizzata di ebreo della diaspora non ti aspetteresti trancianti pregiudizi su gruppi etnici altrettanto definiti in America come gli italo-americani: ed invece li considera sozzi, ignoranti e depravati diffusori di malattie veneree (per esempio in Nemesi).

    Ero perciò curioso di approfondire la realtà dell'immigrazione italiana in America; la penna di John Fante era una occasione da non perdere non solo per quanto detto: se Roth ha dedicato una delle sue migliori opere al saluto al padre, così fa lo scrittore italo-americano con questo "La confraternita dell'uva", romanzo profondamente autobiografico che parte appunto dalla dolorosa perdita paterna per estendere la sua riflessione all'italianità in genere.

    Il risultato che emerge da questo tentativo è non solo godibilissimo ma anche parecchio utile perchè niente è così inevitabile ed allo stesso tempo niente rende così fragili come la perdita di un genitore, ed è quando si è fragili che si è sinceri.

    Protagonista di "La confraternita dell'uva" è il vecchio Nick Molise, muratore abruzzese emigrato in America con mille speranze, e che quelle mille speranze le ha viste tutte deluse. Umiliato e schiacciato da una famiglia numerosa che pure i vincoli morali impostigli dall'Italia ottocentesca gli impediscono di abbandonare, si consola col vizio: depravato infedele, giocatore indefesso di tutte le risorse guadagnate col lavoro, trova comunque modo di fare del Chianti americano l'idolo che lo condurrà alla demenza, insieme coi suoi coetanei amici membri della sgangherata confraternita dell'uva.

    I suoi figli nella lotta per l'integrazione hanno già perso molto della siloniana maledizione per i cafoni e molto hanno di americano. Sembrano poterlo rinnegare con facilità ma è proprio quando Nick Molise giunge alla fine che la rete sentimentale dura come acciaio che la paziente e devotissima moglie ha tessuto si rivela incrollabile; chiamando a sè fin da subito il narratore John al fianco del padre, che contro ogni logica si appresta ad una ultima grande opera di muratura, proseguendo fino alla fine quella arte che sola ha dato un minimo di senso alla sua vita.

    Ha dunque ragione Philip Roth? I cafoni italoamericani scappati dall'Italia siloniana sono solo gente poco raccomandabile, refrattaria all'obbedienza a qualunque legge civile e morale, da cui stare lontani ad ogni costo? Per l'ebreo americano è facile giudicare, ma l'italiano che legge John Fante sa che da una parte i protagonisti sono derelitti che scappano da una nazione in miseria e che quindi ben poco hanno da dare; dall'altra comunque può apprezzare persino in queste famiglie distrutte dal vizio e da un atavico maschilismo schiavizzante l'essenza dell'italianità.

    Sebbene infatti (come troppo spesso capita anche in Italia)John fante sembra compiacersi di esporre in piazza le perversioni di Nick Molise e le diuturne sofferenze della moglie, in questo romanzo emergono le caratteristiche che renderanno gli italiani delle generazioni successive (ormai libere dalle maledizioni della miseria e della fame) protagoniste della storia americana ma anche nostra. La prorompente energia che impedisce ai protagonisti di star fermi un minuto a riflettere prima di agire, un atavico ed indistruttibile amore dell'istituzione familiare, ma soprattutto la passione divorante per il lavoro creatore, per l'arte.

    E tutto questo mi piace portare con me dopo aver girato l'ultima pagina della "confraternita dell'uva". L'immagine di un padre sicuramente molto negativo nei suoi vizi e nella mancanza di affetto verso la famiglia; che però quella famiglia a costo della sua stessa anima la ha saputa condurre al riscatto, che però le energie sentimentali le ha spese creando giorno per giorno con la sua fatica fino all'ultimo, che però ha visto tutti i suoi figli e tutti i suoi amici a piangerlo senza anglosassone falsità il giorno della sua fine.

    E' vero caro ebreo di Newark, saremo un popolo sporco e disobbediente. Però siamo un popolo che rispetta l'amicizia e la morte, e che di fronte alla morte sà riunirsi. Ma soprattutto siamo (eravamo?) un popolo che aveva ancora energia creativa, un popolo che fa del lavoro artigianale e del risultato di quel lavoro una buona ragione per spendere la propria anima.

    Mi piace pensare che senza persone come l' ubriacone e infedele Nick Molise a impilare laterizi uno sopra l'altro tredici ore al giorno amandoli uno per uno, cattedrali come la basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze non sarebbero potute esistere. Ed infatti, pensandoci, in America ed in Israele quelle cattedrali non le hanno (e ce le invidiano).

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    Gauss74 said on Aug 14, 2014 | 10 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Nick Molise, il padre, rappresenta a differenza di Arturo Bandini di “Chiedi alla polvere” l’emigrante italiano di prima generazione, che con difficoltà si inserisce in un contesto così complesso come il vivere americano rispetto alla terra d’origine ...(continue)

    Nick Molise, il padre, rappresenta a differenza di Arturo Bandini di “Chiedi alla polvere” l’emigrante italiano di prima generazione, che con difficoltà si inserisce in un contesto così complesso come il vivere americano rispetto alla terra d’origine, spesso un piccolo paesino. Nick è un uomo forte, granitico, prepotente, irascibile, scontento di tutto specialmente della sua famiglia. E’ orgoglioso di essere un muratore, orgoglioso di lavorare con le mani spezzandosi la schiena e disprezza qualsiasi altra professione a cui invece i suoi figli ambiscono. Frequenta solo italiani, con i quali prende colossali sbronze e con i quali gioca a carte sperperando tutto ciò che guadagna.
    I suoi figli lo temono e lo detestano, chi ha potuto sfuggire e allontanarsi lo ha fatto chi è rimasto se ne sta alla larga. Fino a quando un giorno uno dei suoi figli, un affermato scrittore, ritorna perché chiamato da uno dei fratelli che gli annuncia che i genitori hanno intenzione di divorziare.
    Inizia così una successione di situazioni grottesche, divertenti, patetiche, commuoventi, e soprattutto la strada della riconciliazione familiare che passa attraverso il dolore.
    Un romanzo magnifico, di un Fante maturo e apprezzato scrittore in America, un po’ meno in Italia, purtroppo, anche se dovremmo essere orgogliosi di tanto talento.

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    Itaca said on May 28, 2014 | Add your feedback

  • 2 people find this helpful

    Ero scoraggiata quando lessi "chiedi alla polvere". Pertanto ho sempre accantonato l'idea di addentrarmi dentro altre opere di John Fante, finché non mi hanno consigliato "la confraternita dell'uva". Trovo che questo libro (piccino a dir la verità ma ...(continue)

    Ero scoraggiata quando lessi "chiedi alla polvere". Pertanto ho sempre accantonato l'idea di addentrarmi dentro altre opere di John Fante, finché non mi hanno consigliato "la confraternita dell'uva". Trovo che questo libro (piccino a dir la verità ma forse meglio così) possa essere compreso solo da chi, come me, ha una famiglia che arriva dal Sud. Ritrovi tutto lo stereotipo, la dolcezza mediterranea, gli odori e i sapori, le spezie italiane e quel modo di fare che solo al Sud hanno avuto e che ora, finalmente soprattutto per quel che riguarda la condizione femminile, non c'è più. John Fante racconta direttamente la sua famiglia, il suo rapporto difficoltoso con il padre; un rapporto che a mano a mano sfogliando le pagine si trasforma fino a mutarsi in vero affetto, forse un po' di compatimento per un vecchio che tutto sommato, sbagliando, ha cercato di fare le cose al meglio. Ora vorrei leggere qualcos'altro di John Fante sempre sullo stesso stile: qualche consiglio?

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    Carla Colombo [ebook] said on May 15, 2014 | 2 feedbacks

  • 1 person finds this helpful

    Sono solo all'inizio e lo trovo esilarante.... La leggerezza di Fante è meravigliosa

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    Mercuzio B said on Apr 15, 2014 | 1 feedback

  • 2 people find this helpful

    Il libro è un potente affresco di quella che si chiama la famiglia italoamericana di cui, Henry (alias John Fante) fa parte. Così scopriamo termini come dago, guinea e wap(da guappo), tutti indicanti la medesima razza: l'immigrat ...(continue)

    Il libro è un potente affresco di quella che si chiama la famiglia italoamericana di cui, Henry (alias John Fante) fa parte. Così scopriamo termini come dago, guinea e wap(da guappo), tutti indicanti la medesima razza: l'immigrato italiano.
    Seppure il titolo intrigante rimandi al vino, secondo me il centro è la cucina italiana, e l'italianità all'estero (molto diversa dall'italianità in patria).
    John Fante nasce da famiglia originaria di Torricella Peligna, guarda caso a pochi chilometri di distanza dal confine con il Molise (giusto per dire che il Molise esiste :) ) che, infatti, dà il nome alla famiglia: la famiglia Molise.
    Uno scrittore affermato torna a trovare la famiglia che si trova in crisi e dopo spassosissime manipolazioni genitoriali fa esattamente ciò che non vuole fare. Al centro di tutto, come detto, c'è la cucina italiana; le "madeleine" si trasformano in melanzane al forno ripiene di ricotta, fettine di vitello e gnocchi cotti in burro e latte, per non parlare del Chiaretto dell'idolo di ogni buon italoamericano di San Elmo: Joe Musso.
    L'affresco di Fante è una prosa asciutta e liscia, leggera ma, a ben vedere anche sofisticata. Il libro, secondo me, fa un po' i conti con la letteratura americana. Non è, secondo me, difficile rintracciare nel padre Nick Molise i personaggi di Bukowski (che considerava Fante, letteralmente, il suo Dio) che domina la letteratura americana degli anni '70 e '80. Cronologicamente John Fante è del 1909, Bukowski del 1920 e Kerouac del 1922. John Fante, seppure il più vecchio dei tre mi sembra più un ponte tra Kerouac e Bukowsky. Immagino la ribellione di "sulla strada" (1951) come il mito di "Gioventù bruciata" (1955), mentre il vecchio Bukowski comincia la sua carriera di scrittore negli anni '70. Fante inizia a scrivere tardi come Bukowski (anni '40) e questo romanzo è del 1977.
    Lentamente il 'viaggio' lascia spazio alla 'fica', il vagabondo si fa puttaniere; in mezzo c'é Fante. In qualche modo il Power Flower diventa adulto, colto, riflessivo, per poi corrompersi definitivamente. La droga non è più un'esperienza di viaggio, di 'altrove', è consumo, dipendenza e, soprattutto, narcotico. Così l'LSD diventa vino; lo sguardo non guarda l'orizzonte, guarda solo il vuoto. Fante è un Jack adulto, aggrappato tenacemente alla sua innocenza prima di diventare il cinico e crudele Charles; un vecchio bavoso interessato solo alla fica e al gioco. L'uomo Fante, adulto come un bambino, ha, secondo me, una particolarità (che manca agli altri due autori) che certo non lo aiuterà nella diffusione dei suoi libri (possibile solo grazie all'intervento di Charles Bukowski): sa piangere.
    Di tutto il libro memorabile è la signorina Quinlan; la quintessenza dell'arazzo realizzato da Fante, una donna che in sè racchiude un'intera generazione.

    Ma la morale del libro in fondo, è sempre quella:
    "E' meglio morire di bevute che morire di sete".

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    Acherontia Atropos said on Mar 1, 2014 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
    (3393)
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    • 1 star
  • Paperback 232 Pages
  • ISBN-10: 8806170627
  • ISBN-13: 9788806170622
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: 2004-01-01
  • Also available as: Hardcover , eBook
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