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La decrescita felice

La qualità della vita non dipende dal PIL

Di

Editore: Editori Riuniti

3.9
(290)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 134 | Formato: Altri

Isbn-10: 8835957273 | Isbn-13: 9788835957270 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback

Genere: Business & Economics , Science & Nature , Social Science

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Descrizione del libro
I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui sifondano le società industriali continuano a moltiplicarsi: l'avvicinarsidell'esaurimento delle fonti fossili e le guerre per il controllo, i mutamenticlimatici, l'aumento dei rifiuti, le devastazioni e l'inquinamento ambientale.Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisticontinuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stessodell'attività produttiva. Secondo l'autore, è dunque arrivato il momento dismontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attivitàeconomiche e produttive, di elaborare un'altra cultura, di sperimentare modidiversi di rapportarsi col mondo, con gli altri e con se stessi.
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  • 4

    Ottimi spunti di riflessione

    Aiuta a prendere coscienza del fatto che viviamo in un sistema economico insostenibile, che purtroppo difficilmente potrà essere modificato se non in modo traumatico.

    ha scritto il 

  • 2

    La decrescita (non) felice (né logica)

    Premetto che mi piace chi cerca di pensare in modo alternativo. Chi cerca con lo sforzo intellettuale di creare modelli sociali, economici, tecnologici migliori. Chi ricerca, come Don Chisciotte con i mulini a vento, sfide impossibile nel nome dell'equità e della giustizia.


    Diciamo pure ch ...continua

    Premetto che mi piace chi cerca di pensare in modo alternativo. Chi cerca con lo sforzo intellettuale di creare modelli sociali, economici, tecnologici migliori. Chi ricerca, come Don Chisciotte con i mulini a vento, sfide impossibile nel nome dell'equità e della giustizia.

    Diciamo pure che questo modello di mondo fa schifo. Fa schifo anche tralasciando che tre quarti del pianeta vivono nella fame e nella miseria. E' un concetto troppo grande, troppo distante per me e su cui è troppo facile lanciare anatemi buonisti.

    Questo modello di mondo fa schifo, ci rende sempre più poveri e finché ci rendeva ricchi ci sguazzavamo dentro tutti allegramente. Perché i nostri soldi sono aumentati e molti sono stati spesi per migliorare efficacemente la nostra vita: abbiamo comprato lavatrici, riscaldamento, acqua calda, case confortevoli, vestiti, ecc ecc ecc.

    Molti sono stati spesi per comprare cose, in parte o in assoluto, inutili. Cose, tuttavia, che essendo state prodotte garantivano posti di lavoro, e quindi nuovo denaro per comprare nuove cose.

    Il classico circolo vizioso cartesiano: comprare per poter comprare sempre di più e, al contrario, il non comprare significa riduzione della proprie capacità di spesa, rinuncia alle tante belle cose che il progresso c'ha fornito.

    Qui s'inserisce il concetto della decrescita controllata: produrre di meno, perché per ragioni banalmente strutturali non si può proseguire all'infinito, tornare a stili di vita più sobri, ricominciare a autoprodursi dei beni.

    Affascinante, si può dire. E encomiabile l'impegno intellettuale che Pallante ci mette a illustrarci il tutto.

    C'è però, come dicono i politici, un vulnus. Non da poco.

    Se io mi autoproduco un bene, non spendo una quantità di denaro per comprarlo; la suddetta somma, pertanto, mi rimane in tasca, anche solo virtualmente. Con quel denaro posso farci sostanzialmente 3 cose:
    1) spenderlo per comprare altre cose (e allora non ho risolto, in termini economici, assolutamente niente);
    2) bruciarlo (e allora contribuisco davvero alla decrescita, pur in maniera totalmente idiota);
    3) lo metto in banca (contribuendo però alla crescita economica, poiché dal mio denaro si creeranno interessi e, quindi, nuovo denaro).

    Pallante riporta questo discorso critico, superandolo affermando semplicemente che non si considera il tempo globale risparmiato nel produrre da sé un bene, invece che farlo produrre come merce da qualcun altro. E dedicare questo tempo in più a passioni, hobby, produzione di altri beni, ecc...

    Discorso che non sta in piedi. Poiché autoprodursi un bene (dal pane fatto in casa alla farina per fare il pane fino a una panca per il giardino) richiede una quantità di tempo enormemente superiore al comprare quella cosa in un negozio. Poi, finché si parla di piantare un pò d'insalata o farsi lo yogurt è un discorso che può anche stare in piedi (traballando logicamente), ma per beni e servizi più complessi? La casa, ad esempio: la si costruisce in autonomia? Oppure si baratta il progetto dell'ingegnere con un kg di mele e il muratore (che, diseredati cemento e acciaio, costruirà con legno e pietra, con i limiti teconologici derivanti dal loro uso) con qualche sacco di farina?

    Tornando all'autoproduzione, non è che il grano, il mais crescono da soli; e non è che le assi di legno si piallano, tagliano, incollano, avvitano senza metterci mano. Il tempo necessario per effettuare lavori manuali da sé, soprattutto agricoli, è n volte superiore a quello che si spende nel comprare il bene finito. Dove n sta per 100 o 1000 o anche di più. Quindi il ragionamento non sta proprio in piedi...

    E non basta dire, come dice Pallante, che quel che non siamo in grado di fare lo possiamo scambiare con un'altra persona in cambio di qualcosa che produciamo noi. Torniamo al baratto? Al sistema curtense?

    E' un'idiozia pensare di fare a meno del denaro...non a caso nel Medioevo, quando se ne ri-scoprì l'utilità, il baratto venne soppiantato e le miserrime condizioni di vita della gente altomedievali migliorarono. Lentamente, ma migliorarono in maniera sensibile.

    Come è un'idiozia fare il peana dei bei tempi andati, della società agricola d'un tempo. Quando in Italia partì l'industrializzazione, le condizioni di vita delle persone migliorarono enormemente e enormi segmenti sociali, che nelle campagne avevano fatto per secoli la fame (perché, Pallante, i nostri bisnonni erano poveri, e poveri in una maniera che noi moderni non riusciamo nemmeno a immaginare), uscirono ben contenti da quello che ritenevano un vero incubo. La mancanza di paghe certe e l'essere perennemente alla mercè del tempo, del mercato, del grossista, del padrone. Un lavoro che era sopravvivenza e, soprattutto, fatica. Enorme, insopportabile fatica. E non si può cavarsela dicendo che così aumenterebbe la nostra massa muscolare, la nostra resistenza: sono discorsi di chi, un campo, non l'ha mai zappato o vangato; di chi la legna non l'ha spaccata o tagliata con ascia e sega...

    Senza poi contare tutto il resto di cui Pallante non parla: torniamo a coltivare i campi (che, fra l'altro, non sono più sufficienti per dare da mangiare a tutti) con il mulo, l'aratro e le zappe? Rinunciamo ai trattori? Ai fertilizzanti? All'irrigazione? A tutto quello che il progresso tecnologico c'ha dato?

    Allora, facciamo a meno anche dei progressi medici. E di Internet, anche se pare debba fare parte di questa rivoluzione tecnologica. E le nostre passioni come le coltiviamo? Leggiamo libri manoscritti? Viaggiamo a dorso di cavallo?

    E torniamo sempre al circolo vizioso, che gira sempre circolarmente e non è, non può essere virtuoso. Lo stesso circolo vizioso che si imputa correttamente al consumismo e a cui, allo stesso modo, anche la decrescita ci porta. Non risolvendo nulla ma peggiorando sensibilmente numerosi ambiti della nostra vita.

    Penso sia giusto andare verso stili di vita più sobri, che rispettino l'ambiente, a un riuso delle cose, all'utilizo di fonti energetiche rinnovabili. Ma non nei termini qui descritti. Non secondo i ragionamenti molte volte illogici o incompleti.

    Sarebbe il Medioevo. E non il Medioevo di Leonardo, Brunelleschi, dei Medici. No, non quello. L'altro. Quello che è venuto dopo la fine della civiltà antica.

    Non fu un bel periodo, a quanto mi risulta...

    ha scritto il 

  • 3

    Alcune buone intuizioni

    Condivisibile quasi completamente, soprattutto nella critica all'idea di crescita legata al PIL. Sconta per me due o tre grandi difetti: parla quasi esclusivamente a chi vuole ascoltare questo genere di discorsi e ha una visione idealistica e in parte distorta delle relazioni familiari nella fami ...continua

    Condivisibile quasi completamente, soprattutto nella critica all'idea di crescita legata al PIL. Sconta per me due o tre grandi difetti: parla quasi esclusivamente a chi vuole ascoltare questo genere di discorsi e ha una visione idealistica e in parte distorta delle relazioni familiari nella famiglia allargata.
    E un'altra mia critica è alla visione del lavoro che propone come pura produzione di merci. Dimentica così tutti quei lavori in cui non si produce un bel niente, ma in cui si offrono servizi alle persone. Certo monetizzabili, dal momento che si riceve uno stipendio in cambio (penso a insegnanti, medici, educatori), ma non per questo privi di etica. Dimentica insomma la più banale delle questioni, ovvero che una persona può amare il proprio lavoro senza per questo esserne schiavo.

    ha scritto il 

  • 5

    Assolutamente da leggere e da rivedere il proprio stile di vita nell'interesse di tutti e soprattutto di noi stessi. Siamo sicuri di essere veramente felici quando facciamo code chilometriche per arrivare in un centro commerciale a fare altre code, urlando al marito e ai figli? e se ci riappropri ...continua

    Assolutamente da leggere e da rivedere il proprio stile di vita nell'interesse di tutti e soprattutto di noi stessi. Siamo sicuri di essere veramente felici quando facciamo code chilometriche per arrivare in un centro commerciale a fare altre code, urlando al marito e ai figli? e se ci riappropriassimo delle piccole cose che ci fanno stare bene? Produrre il pane in casa, acquistare direttamente dal produttore tramite un GAS, tessere relazioni sociali positive. Noi siamo il cambiamento

    ha scritto il 

  • 4

    Avevo letto in precedenza un libro di Latouche sul tema ("come si esce dalla società dei consumi") che avevo trovato molto "fumoso".


    Questo di Pallante, invece, è molto più chiaro sulle proposte del movimento per la decrescita e, per quanto molte sarebbero le domande che vorrei porre all'a ...continua

    Avevo letto in precedenza un libro di Latouche sul tema ("come si esce dalla società dei consumi") che avevo trovato molto "fumoso".

    Questo di Pallante, invece, è molto più chiaro sulle proposte del movimento per la decrescita e, per quanto molte sarebbero le domande che vorrei porre all'autore per chiarirmi ulteriormente le idee e le proposte sono legate a singoli aspetti, ma il quadro complessivo un po' manca, il libro è chiaro nell'esposizione di problemi e possibili soluzioni ed efficace nel mostrare le incoerenze del "pensiero unico" in cui viviamo immersi al punto tale da non accorgerci che esistano altri orizzonti. Una lettura consigliata a chi vuol provare a guardare un po' più in là del continuo ritornello "dobbiamo ritornare a crescere e far aumentare il PIL..."

    ha scritto il 

  • 2

    Una visione ristretta e un po' troppo distante dalla realtà di quello che dovrebbe/dovrà essere il percorso per i prossimi decenni. Mancano riferimenti essenziali all'energia, e in particolare a quanta ne abbiamo oggi a disposizione; si omette che oltre metà della popolazione mondiale attualmente ...continua

    Una visione ristretta e un po' troppo distante dalla realtà di quello che dovrebbe/dovrà essere il percorso per i prossimi decenni. Mancano riferimenti essenziali all'energia, e in particolare a quanta ne abbiamo oggi a disposizione; si omette che oltre metà della popolazione mondiale attualmente vive in grandi agglomerati urbani, con poca o nulla possibilità di autoproduzione.

    L'impressione è che l'autore ritenga realistico far andare a ritroso l'orologio, riadattando volontariamente ritmi, abitudini, compiti: un'idea che, per quanto attraente, contrasta con la storia delle civiltà umane, la cui decrescita nella storia è sempre stata tutt'altro che felice.

    ha scritto il 

  • 4

    " la produzione non può crescere all'infinito perchè le risorse del pianeta non lo sono e non è infinita la sua capacità di metabolizzare le sostanze di scarto emesse dai processi produttivi"


    "il movimento per la decrescita felice si propone di promuovere la più ampia sostituzione possibil ...continua

    " la produzione non può crescere all'infinito perchè le risorse del pianeta non lo sono e non è infinita la sua capacità di metabolizzare le sostanze di scarto emesse dai processi produttivi"

    "il movimento per la decrescita felice si propone di promuovere la più ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed acquistate nei circuiti commerciali con l'auto produzione dei beni"

    " le fonti fossili non sono più in grado di sostenere una crescita durevole" e pertanto è necessario considerare la loro "sostituzione con fonti alternative. il movimento per la decrescita felice ritiene che questa sostituzione debba avvenire nell'ambito di una riduzione dei consumi energetici, da perseguire con l'eliminazione degli sprechi, inefficenze e usi impropri. Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzati si riscoprano e valorizzano stili di vita del passato."

    "la sobrietà dell'acquisto di merci, in funzione dei bisogni reali non indotti, privilegiando quelle prodotte con il minor impatto ambientale, che provengono da meno lontano e quindi hanno fatto consumare meno fonti fossili nel trasporto dal produttore al consumatore. il rifiuto di acquistare merci che non servono."

    "maggiore è la quantità di beni che si sanno autoprodurre, minore è la quantità di merci che occorre comprare, meno denaro occorre per vivere"

    "la decrescita del PIL derivante dallo sviluppo dell'autoproduzione di beni può comportare un decremento dell'occupazione,ma non del lavoro, e compensa la diminuizione del reddito monetario con una minore necesità di acquistare merci"

    " la riduzione dell'inquinamento fa risparmiare i costi del risanamento, quindi comporta una decrescita, ma richiede nuove tecnologie e nuove professionalità per approntare processo produttivi, che per essere meno inquinanti devono essere più evoluti tecnologicamente"

    "un sistema economico fondato sulla crescita ha bisogno di essere umani appiattiti sul consumismo,che nell'atto di acquistare acquietano le proprie esigenze affettive e trovano la propria realizzazione esistenziale"

    "lavorare per produrre sempre più cose e per aver soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta"

    ha scritto il 

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