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La democrazia in America

By Alexis De Tocqueville

(95)

| Others | 9788817115452

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    "The revolution of the United States was the result of a mature and dignified taste for freedom, and not of a vague or ill-defined craving for independence. It contracted no alliance with the turbulent passions of anarchy; but its course was marked, ...(continue)

    "The revolution of the United States was the result of a mature and dignified taste for freedom, and not of a vague or ill-defined craving for independence. It contracted no alliance with the turbulent passions of anarchy; but its course was marked, on the contrary, by an attachment to whatever was lawful and orderly."

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    Yurigu said on May 21, 2014 | Add your feedback

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    de Tocqueville era sicuramente rimasto affascinato dagli Stati Uniti, ma certe considerazioni fanno comunque capire perché gli americani siano così e la distanza (mentale) che ci separa da loro (purtroppo)

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    lordthuna said on Feb 8, 2014 | Add your feedback

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    De Tocqueville non è tra i miei autori preferiti. E' tra i miei autori più amati.

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    Giovann Roman said on Dec 28, 2010 | Add your feedback

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    È possibile giudicare chiaramente e con obiettività un sistema politico e sociale standoci immerso, essendovi cresciuto in mezzo ed avendone subito la pressione totalizzante? La risposta è un convinto NO, datosi che il miglior trattato sui limiti, pr ...(continue)

    È possibile giudicare chiaramente e con obiettività un sistema politico e sociale standoci immerso, essendovi cresciuto in mezzo ed avendone subito la pressione totalizzante? La risposta è un convinto NO, datosi che il miglior trattato sui limiti, pregi e difetti del sistema politico e sociale democratico proviene dall'ingegno acuto, dall'occhio distaccato e dalla ricerca appassionata di un venticinquenne rampollo della decaduta aristocrazia francese, conscio dell'inesorabile declino della sua classe e pronto ad abbracciare con spirito critico ed occhi aperti il nuovo.
    Opera immensa, colossale, un'analisi del presente che riesce tramite la semplice osservazione delle forze in campo a prevedere gli esiti del lontano futuro.

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    Vininche said on Oct 11, 2010 | Add your feedback

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    Alexis de Tocqueville, nel 1831 fu mandato dal governo francese a studiare il sistema penitenziario americano, aveva 26 anni. Giunto in America non si limitò però solo a guardare le carceri, vide il Paese nel suo insieme e trasse delle conclusioni mo ...(continue)

    Alexis de Tocqueville, nel 1831 fu mandato dal governo francese a studiare il sistema penitenziario americano, aveva 26 anni. Giunto in America non si limitò però solo a guardare le carceri, vide il Paese nel suo insieme e trasse delle conclusioni molto precise: L’America rappresentava l’esempio meglio riuscito di Democrazia, quindi andava studiata a fondo per capire come “portare” la democrazia in Europa, ed in Francia in particolare. Fu con quest’intento che Tocqueville pubblicò nel 1835 la prima parte di “La democrazia in America” nella quale dopo una attenta descrizione fisica del Paese e delle sue istituzioni passava a spiegare come e perché queste ultime favorivano la democrazia, ma anche quali pericoli erano insiti in questo sistema sociale. I confronti tra la democrazia e l’aristocrazia sono nel libro a dir poco numerosi. Nel 1840 poi, Tocqueville completò la sua opera pubblicando un secondo libro nel quale trattò specificatamente le conseguenze della democrazia sulle persone e sulla vita di tutti giorni.

    Ma chi voglio ingannare? Recensire quest’opera storico/politico/filosofico/sociologica scritta da un giovane dotato di acume fuori scala non è nelle mie possibilità, meglio far parlare lui:

    “Confesso che è molto difficile indicare la maniera di svegliare un popolo che dorme per dargli le passioni e la cultura che non ha; persuadere gli uomini che essi devono occuparsi dei loro affari è, se non m’inganno, un’impresa assai ardua. È spesso meno difficile interessarli ai particolari di etichetta di una corte che non alla riparazione della casa comune”.

    “Più osservo la libertà di stampa nei suoi principali effetti e più mi convinco che nel mondo moderno la libertà di stampa è un elemento capitale e, per così dire, costitutivo della libertà. Un popolo che voglia restare libero ha il diritto di esigere ad ogni costo che sia rispettata”.

    “È difficile far partecipare il popolo al governo, ma è più difficile ancora dargli l’esperienza e i sentimenti che gli mancano per ben governare.
    Le volontà della democrazia sono mutevoli; i suoi agenti grossolani; le sue leggi imperfette; questo è sicuro, ma se fosse vero che non deve esistere nessun intermediario fra il dominio della democrazia e il giogo di uno solo, non dovremmo noi piuttosto tendere verso il primo che sottometterci volontariamente al secondo e infine, se bisognasse arrivare ad una completa eguaglianza non sarebbe forse meglio lasciarci livellare dalla libertà piuttosto che da un despota?
    Coloro i quali, dopo aver letto questo libro, crederanno che scrivendolo io abbia voluto proporre le leggi e i costumi angloamericani all’imitazione di tutti i popoli che hanno uno stato sociale democratico, commetteranno un grande errore poiché si saranno attaccati alla forma invece che alla sostanza del mio pensiero. Il mio scopo è stato di mostrare, con l’esempio dell’America, che le leggi, e soprattutto i costumi, possono permettere ad un popolo democratico di restare libero. Sono del resto ben lontano dal credere che noi dobbiamo seguire l’esempio della democrazia americana e imitare il suo sistema, poiché non ignoro quale sia l’influenza della natura del paese e del passato di un popolo sulle costituzioni politiche, e mi parrebbe una grande disgrazia per il genere umano se la libertà si mostrasse in tutti i luoghi sotto lo stesso aspetto.”

    “Vi sono oggi sulla terra due grandi popoli che, partiti da punti differenti, sembrano avanzare verso un’unica meta: i russi e gli americani. Entrambi si sono ingranditi nell’oscurità; mentre gli sguardi degli uomini erano rivolti altrove, essi si sono posti tutto a un tratto al primo posto delle nazioni, e il mondo ha appreso quasi nello stesso tempo la loro nascita e la loro grandezza. Tutti gli altri popoli sembra che abbiano raggiunto press’a poco i limiti tracciati dalla natura e che non abbiano altro compito che quello di conservarli. Essi invece sono in aumento; tutti gli altri sono fermi o avanzano con mille sforzi, essi soli marciano con passo facile e rapido per una strada lunga a perdita d’occhio.
    L’americano lotta contro gli ostacoli naturali, il russo è alle prese con gli uomini; l’uno combatte il deserto e la barbarie, l’altro la civiltà fornito di tutte le sue armi: perciò le conquiste dell’americano si fanno con l’aratro, quelle del russo con la spada.
    Per raggiungere il suo scopo, il primo si basa sull’interesse personale e lascia agire senza dirigerle la forza e la ragione degli individui, solo il secondo concentra in qualche modo in un uomo tutto il potere della società. L’uno ha per mezzo d’azione principale la libertà, l’altro la servitù. Il loro punto di partenza è differente, le loro vie sono diverse; tuttavia entrambi sembrano chiamati da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini della metà del mondo.”

    “Quando un operaio si dedica continuamente e unicamente alla fabbricazione di un solo oggetto, finisce per svolgere questo lavoro con singolare destrezza; ma perde al tempo stesso la facoltà generale di applicare il suo spirito alla direzione del lavoro. Egli diviene ogni giorno più abile e meno industrioso e si può dire che in lui l’uomo si degradi via via che l’operaio si perfeziona.
    Cosa ci si potrà attendere da un uomo che ha impiegato vent’anni della sua vita a fare capocchie di spillo? E a che cosa si può mai applicare in lui quella potente intelligenza umana, che ha spesso sconvolto il mondo, se non a ricercare il mezzo migliore di fare delle capocchie di spillo?
    Quando un operaio ha consumato così una parte considerevole della sua esistenza, il suo pensiero si è fermato per sempre vicino all’oggetto giornaliero del suo lavoro; il suo corpo ha contratto alcune abitudini fisse, dalle quali non gli è più permesso di allontanarsi.
    In una parola, egli non appartiene più a se stesso, ma alla professione che ha scelto. Invano le leggi e i costumi cercano di spezzare intorno a lui tutte le barriere e di aprirgli da tutte la parti mille strade diverse verso la fortuna; una teoria industriale più forte delle leggi e dei costumi lo ha attaccato a un mestiere, e spesso a un luogo, ch’egli non può lasciare. Gli ha assegnato nella società un posto determinato da cui non può uscire e lo ha reso immobile in mezzo al movimento universale.
    Via via che il principio della divisione del lavoro riceve un’applicazione più completa, l’operaio diviene più debole, più limitato, più dipendente; l’industria fa progressi ma l’operaio retrocede. D’altra parte, a mano a mano che si scopre più chiaramente che i prodotti di un’industria sono tanto più perfetti e meno cari quando più la manifattura è vasta e il capitale è grande, si presentano uomini ricchi e abili per sfruttare le industrie, che fino allora erano state lasciate ad artigiani ignoranti o disagiati. La grandezza degli sforzi necessari e l’immensità dei risultati li attirano.
    Perciò, dunque, la scienza industriale nel tempo stesso che abbassa la classe operaia, eleva quella padronale.
    Mentre l’operaio è costretto sempre più a limitarsi alla studio di un solo particolare, il padrone allarga ogni giorno lo sguardo su di un complesso più vasto; il suo spirito si estende mentre quello dell’altro si restringe. Presto all’operaio basterà solo la forza fisica senza l’intelligenza, mentre il padrone avrà bisogno della scienza e quasi del genio per riuscire. L’uno rassomiglia sempre più all’amministratore di un vasto impero, l’altro a un bruto.
    Padrone e operaio non hanno qui nulla di simile e ogni giorno differiscono maggiormente; stanno fra loro come gli anelli estremi di un lunga catena. Ognuno occupa un posto fatto per lui, da cui non esce mai. L’uno è alla dipendenza continua, stretta e necessaria dell’altro e sembra nato per obbedire, come questo per comandare.
    Cosa è ciò se non aristocrazia?”

    “Quasi tutte le rivoluzioni che hanno mutato la faccia dei popoli sono state fatte per consacrare o per distruggere la diseguaglianza. Se mettete da parte le cause secondarie che hanno prodotto le grandi agitazioni umane, troverete quasi sempre come causa principale la diseguaglianza. Sono i poveri che hanno voluto strappare i beni ai ricchi ovvero i ricchi che hanno tentato di incatenare i poveri. Se, dunque, riuscirete a fondare una società tale che in essa ognuno abbia qualcosa da conservare e poco da perdere, avrete fatto molto per la pace nel mondo”.

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    Dan78 said on Aug 6, 2010 | Add your feedback

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