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La dimora di noce

Di

Editore: Libri Scheiwiller

4.7
(13)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 447 | Formato: Altri

Isbn-10: 8876444351 | Isbn-13: 9788876444357 | Data di pubblicazione: 

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Attraverso la storia di una donna, Regina (un nome e un ruolo), l'autoreripercorre la storia del Novecento, partendo non dalla sua città natale,Sarajevo, ma dal mare, da Dubrovnik. Risalendo la storia della Jugoslavia e,al suo interno, della Croazia, dalla seconda Guerra mondiale alla prima e piùindietro, sino agli ultimi giorni dell'Impero asburgico da un lato, ottomanodall'altro, l'autore fa confluire in un'unica e intensa narrazione biografie,vicende familiari, momenti di felicità e di lutto che a tutti appartengono. Unmondo corale che attraversa più generazioni. Al centro una donna che alla finesi ritrova bambina, davanti alla magia di una casa di bambola, una "casa dilegno di noce".
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  • 5

    a levare

    Si racconta una storia a levare, che comincia come se chi legge fosse, dopo tre pagine, sazio, quasi nauseato dal racconto? E poi, di tutto quello che chi legge sembra sapere, gli vengono via via tolt ...continua

    Si racconta una storia a levare, che comincia come se chi legge fosse, dopo tre pagine, sazio, quasi nauseato dal racconto? E poi, di tutto quello che chi legge sembra sapere, gli vengono via via tolti gli appoggi? Eppure è un romanzo, proprio un romanzo con un narratore manzoniano. Però accade che via via, mentre torna indietro nel tempo (niente di nuovo), ogni storia che racconta, invece di aggiungersi al bagaglio di chi legge, l’autore gliela presenta e gliela sottrae. Non si riesce a pag 120 a saper di più di quello che si sapeva a pag 30; e con tutte quelle storie fantastiche, ognuna resta come per conto suo, e uno potrebbe dire: bé non gli è venuto bene sto romanzo. E invece a me mi pare proprio il contrario, insomma, un romanzo che dopo poco che l’hai cominciato credi di saperlo già, e a me non mi pare mi sia mai capitato, e poi è a levare. Peccato la traduzione.

    ... segue. Manzoni, Turgenev, Proust. Tra i tre è Turgenev il più facile da accostare, Turgenev che non ci lascia mai all’oscuro della storia passata dei suoi attori. Jergovic non concede a nessun personaggio la chance di essere nel romanzo senza che nel lettore si plasmi il corpo che l'autore definisce per le sue creature - sfuggendo a ogni classificazione ( c’è una sorta di sguardo animale che produce le sue parole, per fortuna agli antipodi di qualsiasi documentario), attraverso storie (orali omeriche?) che svelano un mondo saturo di gesti azioni e pensamenti che sono un tutt'uno inspiegabile e ad alta voce. E le sue storie si aggrappano con le unghie, se serve, alla Storia: e non è che prendono forma dalla Storia, è che dalle crepe delle sue storie, la Storia si fa largo. E così assume un aspetto stupefacente. E se il lettore si sforza di ascoltare tutte le imprecazioni e le bestemmie, quella Storia diventa vera.

    "Simili pensieri affollavano la mente di Mina, abbelliti, sistemati e corredati da una miriade di immaginette. Chiunque altro al posto di Mina – a cui Dio non voglia fossero venuti in mente questi frammenti di immagine –, ne sarebbe impazzito. Per lei, invece, erano del tutto normali e consueti.
    Le lenzuola, i draghi e le piovre gigantesche, viste una volta in pescheria, immortalate dai fotografi cecoslovacchi e dimenticati dalla città già a partire dal giorno dopo, il formicaio annidato nel camino spento di una qualche villa trasformata in un museo, i vasi di fiori con le zinnie alle finestre di casa Begovina e gli uomini in fez che ci passavano sotto, il mormorio del fiumiciattolo Buma e il sibilo del vento estivo nelle case dei dervisci, il monte Velež immerso nel sole di una tranquilla giornata d’estate, sulla cui cima un temporale abbatte improvvisamente tuoni e lampi, le cave di pietra di Allah, le piccole sardine che aprono e chiudono gli occhi in attesa che il coltello affilato asporti le squame dai loro dorsi, il sale dentro cui avrà inizio il loro ultimo pensiero da pesce, lo spasimo dei glabri dorsi salati dei pesci, le loro anime peccaminose, i santi cristiani presi nella rete dei pescatori, i crocefissi di rami di pino, i cuscini messi ad arieggiare sui davanzali delle finestre primaverili di qualcuno che è morto ieri, il mare nero come catrame e il profumo di lavanda nelle tasche dei cappotti maschili, il berretto da capitano riposto in alto sulla credenza di una casa piena di bambini, i falò del Primo Maggio, la gendarmeria con le spade sguainate e Avram, detto Lenin, che si tira fuori il cazzo dalle mutande e provoca i gendarmi, il preservativo sul palmo della mano di un marinaio olandese e le sue dita che puzzeranno a lungo di gomma – cosa che spaventava Mina e la faceva scappare via –, il granello di sabbia sotto l’unghia di un alluce, le barche a motore che portano gli stranieri all’isola di Lokrum, le barche a vela che trasportano vecchi cani da caccia fino a uno scoglio dove non c’è né acqua né cibo, il ditale smarrito nel cortile mezzo allagato dalla prima pioggia autunnale, tre carrube marce buttate in un angolo della cantina durante un inverno di inizio secolo, i piccoli zingari con la varicella che rincorrono i bambini della città per contagiarli, i germogli turgidi di linfa, le ferite infette all’inguine dei magri ronzini bosniaci, le tinozze stracolme di formaggio di Travnik, l’ombrello aperto caduto in mare e trascinato al largo dalla corrente: queste erano solo alcune delle immagini che sfrecciavano a ogni istante nella mente di Mina. Se gli altri pensavano per parole, nella lingua appresa per prima, lei pensava per immagini, e questo la rendeva speciale. Le altre donne la giudicavano una stupida, ma non osavano dire ad alta voce che era pazza. Tacevano le sue immagini davanti ai loro mariti, così non ne avrebbero sparlato in giro. Eppure, senza Mina non si poteva stare. Mina era la sola in città che rammendava le calze e plissettava le gonne. [...]Se rammendare le calze fosse stato un lavoro semplice, le donne lo avrebbero fatto da sole, e se chiunque fosse stato capace di plissettare una gonna, di certo sarebbero esistite tante sartorie quante erano le botteghe dei barbieri e dei parrucchieri, così il mondo non sarebbe dipeso solo da Mina".

    https://www.youtube.com/watch?v=lUL2dqZ9vV0

    ha scritto il 

  • 5

    Una livida e fredda luce al neon anni settanta attraversa a ritroso il racconto delle vite in perenne collisione di una madre e di una figlia e, con le loro, altre vite nello spaccato di cent'anni di ...continua

    Una livida e fredda luce al neon anni settanta attraversa a ritroso il racconto delle vite in perenne collisione di una madre e di una figlia e, con le loro, altre vite nello spaccato di cent'anni di storia balcanica.
    Ricco, corposo, denso e faticoso, ma sempre la scrittura superlativa di Jergovic.

    ha scritto il 

  • 5

    Voto...un po' generoso.

    Premetto che Jergovic è il mio autore preferito/di riferimento degli ultimi anni (assieme a DFW).
    "La dimora di noce" mi è sembrato un libro di passaggio, tecnicamente parlando: non ancora abbastanza ...continua

    Premetto che Jergovic è il mio autore preferito/di riferimento degli ultimi anni (assieme a DFW).
    "La dimora di noce" mi è sembrato un libro di passaggio, tecnicamente parlando: non ancora abbastanza "maturo" da elaborare una tecnica a mosaico come nei due capolavori (ok: per me) "Al dì di pentecoste" e "Volga Volga", qui Jergovic riesce ugualmente a costruire un modello di narrazione che gli consente di tenere in equilibrio una moltitudine di personaggi e storie.
    Ovvero: in "Dimora..." il racconto è a ritroso (dal presente al passato).
    I personaggi e le storie (come spesso è in Jergovic) sono intrecciati con la Storia, a creare un dipinto intenso e sempre credibile. La corsa (a ritroso) del racconto va verso un inizio (lontanto nel passato), che è lontano non solo nel tempo ma anche idealmente. Della serie: "una volta le cose erano più semplici e più belle"...? Non proprio... Piuttosto: forse una volta era più semplice ingannare se stessi.

    ha scritto il 

  • 3

    Romanzo interessante perché si svolge in un arco di tempo che va dal 1900 ai giorni nostri nei territori della ex Jugoslavia prendendo come spunto le vicende di Regina, la protagonista del romanzo nat ...continua

    Romanzo interessante perché si svolge in un arco di tempo che va dal 1900 ai giorni nostri nei territori della ex Jugoslavia prendendo come spunto le vicende di Regina, la protagonista del romanzo nata nel 1905. L'ho trovato molto pesante credo nello stile del linguaggio usato dall'autore, alcuni punti erano scorrevoli altri mi hanno annoiata. I personaggi e la loro vita vengono descritti forse anche troppo. Una particolarità è che il romanzo comincia con il XV capitolo e poi procede a ritroso.
    Voglio comunque leggere un altro suo romanzo: Buick Riviera, prossimamente ne faranno un film.

    Miljenko Jergovic (1966) è anche poeta e giornalista, scrive a Zagabria per il quotidiano Oslobodjenje. Il suo libro più famoso è: "Le Marlboro di Sarajevo".

    ha scritto il