La dismissione

Di

Editore: Rizzoli

4.1
(226)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 370 | Formato: Altri

Isbn-10: 8817869570 | Isbn-13: 9788817869577 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico , eBook

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
Smontare l'impianto dell'Ilva prima che giungano gli acquirenti cinesi che siporteranno via "la fabbrica" a pezzi, è il pensiero che ossessiona VincenzoBuonocore, operaio elevato a tecnico, chiamato a realizzare lo smantellamentodell'acciaieria. Per Bonocore è impossibile condurre a termine il compito conprofessionalità: mettendo mano a quelle macchine egli è costretto a rileggereepisodi di vita, ritrova volti e nomi di chi ha condiviso con lui l'amore perl'acciaieria. Il suo resoconto dettagliatissimo rivela un'impresa che è primadi tutto interiore, e così l'io narrante, l'interlocutore che raccoglie laconfessione di Bonocore, traccia la storia della vita di un uomo che non puòdisgiungere il proprio destino da quello della fabbrica in cui ha lavorato.
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  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    La Cina è vicina!

    Alcuni libri si fanno leggere per inerzia. Senza che riescano a trascinare di molto fantasia e passione, pur nella loro semplicità, raccontano però storie molto importanti, forse perché umili di umili ...continua

    Alcuni libri si fanno leggere per inerzia. Senza che riescano a trascinare di molto fantasia e passione, pur nella loro semplicità, raccontano però storie molto importanti, forse perché umili di umili (e così voglio credere che sia anche nelle intenzione dell’autore). Libri come motori diesel, più lenti ma validi nelle grandi distanze. Questo forse è il caso de “la dismissione” che racconta la lenta voluta agonia, fino all’assassinio, di una grande realtà di fabbrica del sud come lo è stata l’Italsider a Bagnoli. Se vogliamo leggerla meglio è la prova generale, l’anticipo, di quello che è stato poi realizzato su ben più vasta scala qualche anno dopo nel nostro paese e soprattutto nel Mezzogiorno chiedendosi dove è mai finita la questione meridionale, chi ne parla più, o se è forse questa è mai esistita davvero una concreta volontà economica di cambiamento nel Sud Italia o se invece è stato solo parto di menti allucinate e vittimiste? La dismissione dell’Italsider di Bagnoli è la dismissione di una intera città e di tutto il Sud, e di conseguenza di tutta l’Italia industriale post bellica. Per far questo occorreva garantire un processo, cioè neutralizzare inesorabilmente e costantemente l’emancipazione di operai combattivi e consapevoli, dapprima mediante l’imbastardimento di essi con l’inserimento di clientele politiche-camorriste nelle attività per delegittimarli in modo massivo convincendo tutti noi, attraverso le truppe cammellate di pseudo intellettuali armati di mass media, che il lavoro di quella fabbrica era inutile e dispendioso oltreché inquinante, fino far loro assistere all’omicidio della loro unica fonte economica di sussistenza, questo ovviamente per scopi umanitari; omicidio che è poi diventato quello di una città e di una regione intera. Ed è la storia pure dell’Alfasud, della Cirio e di tantissime altre realtà che si estendevano, fino alla fine degli anni ’90, a ridosso del golfo di Napoli, da Pozzuoli con l’Olivetti, fatta pure allegramente fallire, o con la Sofer, giù fino a S.Giovanni e Barra con tutte le sue industrie metalmeccaniche e dei pellami. Territori che sono poi passati sempre più in mano alla camorra, opera perfezionata dai notevoli afflussi di capitali clientelari piovuti di botto grazie alla benedetta disgrazia del terremoto. Chi ne ha parlato, e chi ne parla ancora? A parte Saviano e qualche altra analoga sparuta esperienza letteraria, Ermanno Rea potrebbe forse essere stato il primo di un breve filone stroncato sul nascere. A pensarci è la stessa storia del più grande partito comunista dell’occidente che è finito a rinnegare i suoi valori fondativi per diventare infine governo di destra. Per questo è importante questo libro anche se non è il massimo della letteratura. Appassiona perché è storia attuale. Per capire.
    Le pagine emozionanti che descrivono l’abbattimento solo con l’usa della dinamite la torre piezometrica è la grande metafora della demolizione con la forza delle lotte operaie, del sud, del lavoro come riscatto. Cade la torre e gli operai e gli intellettuali cantano pateticamente al suono delle note dell’Internazionale. Cantano lo stesso come i passeggeri durante l’affondamento del Titanic.
    Quella che sia poi stata ed è l’esperienza pure dell’Ilva dei Riva (ex Italsider) di Taranto è poi sotto gli occhi di tutti.
    Ma c’è di più. Ne “la dismissione”, Rea e l’Italsider anticipano la denuncia dell’ingresso dei cinesi nella nostra economia non solo industriale ma anche in quella cosidetta “del vicolo”, che fino agli anni 80, rammentiamolo, con le sue fabbrichette diffuse in garage e sottoscala produceva guanti, scarpe, abiti, giocattoli, di qualità eccellenti e che era altra fonte di reddito in un territorio che, dall’unità in poi, è stato sempre più marginalizzato economicamente e socialmente. E di questo quante responsabilità ha la nostra sinistra? Non sarebbe il caso di parlarne di più e soprattutto di scrivere qualcosina?

    ha scritto il 

  • 4

    Da sempre, in Italia (anche altrove, ma in Italia più che altrove al punto che, errando, a volte lo si considera quasi un tratto distintivo del nostro Paese, errando, ma pazienza) si svolge una battag ...continua

    Da sempre, in Italia (anche altrove, ma in Italia più che altrove al punto che, errando, a volte lo si considera quasi un tratto distintivo del nostro Paese, errando, ma pazienza) si svolge una battaglia che non è certo quella tolkeniana, tra bene e male, ma che potremmo dire tra empito di perfezione e ansia di disgregazione.

    A volte la battaglia si svolge nel tempo, tra epoche contigue, a volte nello spazio. Potendo le due coesistere, come in quelle incredibili villette tutte tondino di ferro e calcinacci all'esterno e raffinati arredamenti all'interno. Potendo coesistere anche nelle persone e qui non faccio esempi che altrimenti mi investite i commenti di polemiche.

    La battaglia tra chi sente l'imperativo categorico di un universo ordinato e chi sente la necessità confusa di arraffare quello che gli sta intorno; la contesa perenne che divide l'animo di chi parcheggia in seconda fila ma vorrebbe un governo svizzero, tra di chi rimprovera gli stabilimenti balneari di piantar l'ombrellone finanche dentro l'acqua e lascia una nonna di guardia dalle 6 del mattino per occupare il più vasto spazio possibile di spiaggia libera. La furiosa tenzone che impazza nelle scuole tra docenti che vorrebbero una regola per ogni situazione e docenti che "sono ragazzi, lasciamoli sfogare".

    Spesso queste battaglie si svolgono tra forze palesementi impari (perchè in Italia siamo così e ci piace tifare per un debole contro forze più grandi di noi, questo almeno fintanto che la battaglia la vediamo e simpatizzare con il debole non costa nulla, perché quando la battaglia la dobbiamo combattere siamo sempre disposti a schierarci con il più forte e forse, in proposito, le ultime due guerre mondiali qualcosa sembrerebbero dirci).

    Qui abbiamo il racconto di Buonocore, operaio tanto napoletano da parere di Stoccarda, che con l'infinita sopportazione dei napoletani e l'inquietante determinazione degli stoccardini (whatever...) pretende di smontare a regola d'arte con l0equivalente metaforico di un set di brugole di Ikea un impianto industraile dei più grandi d'Europa. E lo fa.

    Attorno a lui:

    1. lo sfacelo morale del paese che gli impone di smontare qualcosa proprio quando iniziava a funzionare, sperperando risorse prima (quando la fabbrica non funzonava perchè ci si mandava a lavorare l'amico dell'amico) e dopo.

    2. lo sfacelo sociale della comunità che almeno per un breve tempo nella fabbrica aveva trovato non solo (e non tanto) lavoro ma ragione di riscossa e freno alle infilitrazioni della malavita e dopo, dopo può solo mettere un elmetto da cantiere in testa e sperare che i detriti non facciano troppi danni.

    3. lo sfacelo umano di chi tutto sommato può solo appellarsi a questo, la lotta per fare il proprio lavoro a regola d'arte a dispetto di ogni altra considerazione. Sapendo bene che ad alzare lo sguardo, a lasciare lo spazio anche solo a una di quelle considerazioni, bisognerebbe spararsi un colpo in testa o fuggire o drogarsi o in qualunque modo, con qualunque tipo di droga, obnubilamento, amnesia scomparire ora, subito, dalla scena, per sempre.

    Rea lo racconta benissimo e io, di questo fumo malato che mi esce dalle orecchie da 48 ore, gliene faccio una colpa.

    ha scritto il 

  • 4

    La (lenta) fine di una fabbrica

    Il libro, con uno stile simile a quello del reportage, descrive in maniera minuziosa gli ultimi mesi di vita dell'acciaieria di Bagnoli, Napoli.
    Siamo a metà anni 90, la fabbrica che aveva segnato la ...continua

    Il libro, con uno stile simile a quello del reportage, descrive in maniera minuziosa gli ultimi mesi di vita dell'acciaieria di Bagnoli, Napoli.
    Siamo a metà anni 90, la fabbrica che aveva segnato la vita di generazioni di Napoletani, è destinata ad una lenta agonia.
    L'operaio specializzato, Vincenzo Buonocore, ci racconta dall'interno lo smontaggio - la dismissione, appunto - di un ampio settore dell'azienda (le colate continue) di cui lui stesso si erge ad assoluto protagonista.
    Fanno da contorno i dubbi esistenziali del protagonista e di un'intera classe sociale (gli operai dell'azienda) e si fotografa in maniera nitida quella globalizzazione, la fabbrica smontata andrà praticamente ricostruita identica in Cina, che caratterizzerà il primo decennio del nuovo secolo.
    Ma Vincenzo Buonocore non è solo un operaio, ma anche un uomo e le vicende della fabbrica si riflettono sulla sua vita privata, sul suo matrimonio e sulle sue relazioni.
    Da leggere.

    ha scritto il 

  • 4

    Una storia nota, la storia di una fabbrica che chiude i battenti e di un operaio che ha fatto carriera, e che si trova a dover "smontare" la "sua" fabbrica,e lo fa con inquietante e contradditorio amo ...continua

    Una storia nota, la storia di una fabbrica che chiude i battenti e di un operaio che ha fatto carriera, e che si trova a dover "smontare" la "sua" fabbrica,e lo fa con inquietante e contradditorio amore per il luogo che l'ha visto crescere professionalmente e umanamente. Una metafora anche dell'Italia che si è arresa alle nuove potenze economiche emergenti e che svende i suoi tesori e il suo futuro, per incapacità e insipienza. Dicendo che va bene così.

    ha scritto il 

  • 5

    Le bugie non contano quando assomigliano alla verità

    "Si fa l'abitudine a tutto. Anche alla dinamite. Arrivi perfino a dimenticarti che per quella certa ora di quel certo giorno è previsto un nuovo scossone al tuo provato sistema nervoso (cervello, bud ...continua

    "Si fa l'abitudine a tutto. Anche alla dinamite. Arrivi perfino a dimenticarti che per quella certa ora di quel certo giorno è previsto un nuovo scossone al tuo provato sistema nervoso (cervello, budella, ognuno ha il suo punto debole), e meno male che c'è un colpo di sirena a ricordartelo. Ovunque tu sia, guardi in alto: è l'istinto che ti fa alzare la testa. Del resto, non arriva forse tutto da lassù? Il bene, il male, che cosa puoi fare se non rivolgere gli occhi al cielo?" - pag. 333, La dismissione, Ermanno Rea.

    Quando vivevo con i miei, mi affacciavo dalla mia camera, al terzo piano di un villetta bifamiliare, e - se era chiaro - il mio orizzonte era una linea blu, marcata, il Mar Jonio, che ad una estremità sfumava nel grigio delle ciminiere dell'Ilva di Taranto.
    Anche vivendo a più di 60 chilometri da quel mostro, riuscivo a distinguerlo da lontano e mi faceva paura. Un mostro che negli ultimi anni è stato costantemente sotto le luci della ribalta ed ha fatto parlare di sè, svelando a tutti che il "cattivo" della storia non erano quelle minacciose ciminiere, ma la mano e la mente umana che le aveva gestite per un tempo infinitamente lungo e che avevano provocato danni infinitamente gravi sulla salute e sull'ambiente circostante.

    Le sorti di migliaia di lavoratori lasciati a casa, da un giorno all'altro; il destino di una città che non smette di contare ogni giorno malati di cancro; migliaia di esseri umani schiacciati dal ricatto: lavoro o salute, ignorando - senza pudore - che entrambi sono diritti costituzionalmente riconosciuti e umanamente inalienabili. Suppongo siano questi i motivi per cui, quando ho sentito parlare per la prima volta de La dismissione, non ho potuto fare a meno di cercarlo nelle librerie e comprarlo.

    La dismissione parla di un'altra Ilva, quella di Bagnoli (Napoli), altro complesso gigantesco, monumento della rivoluzione economica e industriale dell'Italia post-bellica, a cui - negli anni '90 - viene inflitta la condanna di smantellamento e vendita di alcuni reparti ai cinesi, nonostante l'acciaieria non stesse vivendo un momento di crisi, ma solo per assecondate le logiche di un "capitalismo straccione e una classe dirigente inetta e famelica", come recita la quarta di copertina.

    La vicenda è narrata da Vincenzo Buonocore, un operaio che, da manovale, è diventato tecnico del reparto delle colate continue, ed è a lui che tocca il compito di lavorare alla fermata e allo smantellamento del "suo" impianto. Un lavoro a cui si dedica con trasporto e concentrazione, quasi fosse la sua opera d'arte, il suo capolavoro: in realtà, il canto del cigno, dal momento che lo smantellamento dell'acciaieria è metafora per una lenta agonia che riguarda tutte le vite degli abitanti di Bagnoli, e in particolare anche quella di Buonocore. Visto con gli occhi della classe operaia bistrattata e vittima di questa paradossale dismissione, Buonocore potrebbe apparire un crumiro, un venduto, uno che è saltato sul carro del vincitore. Invece no. Non si può evitare di entrare in empatia con il suo racconto, struggente, malinconico, che diventa poesia - a volte - e ridona umanità a degli scenari meccanici, a odori, rumori, ambienti di fumo, veleni, bulloni.

    Buonocore stringe amicizia anche con il "nemico", con un cinese che - insieme alla sua delegazione - porterà via i pezzi di Bagnoli e ridarà loro vita nel cuore industriale della Cina.

    C'è anche la "minaccia cinese" in queste pagine, così come c'è Napoli, coi suoi vicoli bagnati di pioggia a smentire la sua fama di città del sole; c'è il sottobosco del lavoro nero, della contraffazione; la lunga ombra nera della camorra; c'è la tenerezza e la rabbia di giovani vite vissute all'ombra delle ciminiere; c'è la morte; c'è la speranza e la fine della speranza.

    Potrei scrivere all'infinito su questo romanzo che è di sicuro uno dei più belli che abbia letto di recente. Bello e necessario.
    Affido alle righe che seguono il tentativo di convincere il lettore a dedicare del tempo a questa storia. Tempo che non sarà affatto sprecato.

    "Io non intendo attribuire un'anima alla macchina, come potrebbe accadere a qualcuno di troppa immaginazione. Intendo attribuirla - o non attribuirla - agli uomini che la frequentano. Il punto è essenzialmente questo: l'umanità della macchina è prima di tutto un riflesso della nostra umanità. Se c'è, c'è. Se non c'è, che cosa può fare la macchina se non farsi essa stessa specchio della nostra stupidità diventando a sua volta cieca e brutale?" pag. 115

    ha scritto il 

  • 0

    "La dismissione" di Ermanno Rea, una rivisitazione

    di Elvira Sessa

    Bagnoli, la vedi? “Era una fumifera città rossa e nera (la chiamavano Ferropoli) sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture vertica ...continua

    di Elvira Sessa

    Bagnoli, la vedi? “Era una fumifera città rossa e nera (la chiamavano Ferropoli) sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture verticali e orizzontali, spiazzi, fasci di binari, carriponte lunghi sino a ottanta metri e oltre, neri cumuli di residui minerali, strade, colmate a mare, pontili, navi, lampioni, camion, gru alte come palazzi”.
    E quegli "odori acri che facevano battere il cuore come un afrodisiaco", li senti mentre salgono fino alla collina di Posillipo e ti invade un tramonto bruciato?
    Era così la Bagnoli del fiorire dell'Ilva, nei primi decenni del Novecento: “introduceva in una città inquinata - la Napoli della guerra fredda, dell'abusivismo selvaggio, del contrabbando - valori inusuali: la solidarietà; l'orgoglio di chi si guadagna la vita esponendo ogni giorno il proprio torace alle temperature dell'altoforno; l'etica del lavoro; il senso della legalità...".
    Sin dalle prime righe del romanzo, ti afferri a quella contro-cartolina di Napoli, scivoli nella tuta da operaio e indossi il casco giallo. Ti svegli alle sei e mezzo del mattino con il primo fischio della sirena dell'acciaieria, entri al suo piano terra, inizi a sentire l’odore di muffa del posto di ristoro degli operai turnisti, ti lasci portare dai suoi corridoi lunghi e fuligginosi, ami percorrerla con il chiarore a chiazze della luna, quando è assorta in un silenzio di “cattedrale con un'unica navata grigio-azzurra dall'alta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie”. Ora ti arrampichi fino a raggiungere le finestrature sotto il tetto, accedi alle colate ed esclami “eccolo il mio impianto”.
    Senza accorgertene, pagina dopo pagina, vieni risucchiato nella religione carnale della “fabbrica di Napoli": scaraventato nella vita del protagonista del romanzo, Vincenzo Buonocore (nome di fantasia), tecnico specializzato alla guida delle colate continue (un particolare processo di produzione industriale) dell'Ilva. Buonocore vi era entrato da semplice manovale, adolescente dai lunghi capelli, l'aveva vista agonizzare alla fine degli anni Settanta e poi inspiegabilmente rinascere e far da padrino, nel 1984 e nel 1985, al battesimo dei suoi due impianti di colata. Come Buonocore, ti fondi con questa creatura colossale dai "fasci di tubo simili a sistemi venosi”.
    Un po' alla volta, finisci per conoscere tutto di lei, eppure continua ad apparirti misteriosa, come osserva il protagonista: la “spiavo come si può spiare una donna nuda dal buco della serratura (…) Quante ore della mia vita avevo trascorso in quel luogo? Provai a contarle senza riuscirci. Un numero spropositato (...) Perchè io facevo all'amore con le colate continue (...)".
    Lavorarvi ti dà gioia, gli attrezzi e le macchine sono tuoi amici: si chiamano siviera, paniera, lingottiera, stampigliatrici, cannelli da taglio. Con loro parli, vedi che producono, creano, fanno. "Perchè la macchina è sacra, è tutto. É ordine e disciplina. É razionalità. In definitiva, è quanto di pulito e rispettabile resta ancora in questo mondo caotico".
    Finchè piombi negli anni Novanta, quando il verdetto “dismissione” si abbatte, rapace, sulla tua tenera creatura, scarnandola con rabbia e portando oltreoceano le sue viscere pulsanti di vita.
    Non te lo spieghi.
    L'Ilva di Bagnoli veniva chiusa proprio quando doveva espandersi. Con la sua chiusura veniva buttata “dalla finestra una enorme massa di denaro”, “cinesi, tailandesi (…), e quant'altri acquisteranno poi impianti nuovi di zecca o comunque efficientissimi, pagandoli come rottame”. “Le voci della svendita andavano e venivano sulla cresta del vento: si smontano le colate continue a favore dei cinesi; si smonta l'altoforno 5 a favore degli indiani; si smontano i forni a calce a favore della Malesia; si smonta il treno di laminazione a favore della Tailandia; (...) si cedono al miglior offerente vagoni ferroviari, binari, due immensi scaricatori da pontile addetti al prelevamento dei minerali dalle navi (Malesia?)”.
    Sì, perchè “L'Ilva, dicevano tutti, è come il maiale: una volta che l'hai ammazzato non butti via niente”.
    Nel mattatoio si contano le prime vittime: la disoccupazione supera il 42% nel 1991 e Bagnoli, da che era “quartiere felice", cade nel mirino della camorra.
    Ma non ti deprimi. Anzi, con “l'irrefrenabile vocazione per il lavoro (…) dell'umanità nascosta, quasi clandestina” dei partenopei, esegui ora la tua opera certosina a ritroso: il tuo fare, ora, è per disfare un po' alla volta, la tua creatura, le tue colate continue. E affinché l'eutanasia sia la più dolce possibile, sorvegli che nessuno usi l'impazienza “di chi vuol far presto ad ogni costo”.
    E ti smembri anche tu, pezzo per pezzo.
    Segui le sorti della tua creatura? Non proprio.
    "Dobbiamo imparare a dismettere innanzitutto noi stessi" dice un personaggio dell'opera: "Distruggere all'improvviso una fabbrica può essere anche un'operazione semplice. Distruggere di colpo una civiltà, una cultura, una forma mentis è un altro paio di maniche".
    E tu-Buonocore, inizi a sbullonare la tua corazza di acciaio, il tuo perfezionismo da macchina, ti scopri fragile, sul punto di tradire la donna che più ami per un'attraente giovane Marcella.
    Dicevi: "l'umanità della macchina è prima di tutto un riflesso della nostra umanità. Se c'è, c'è. Se non c'è, che cosa può fare la macchina se non farsi essa stessa specchio della nostra stupidità diventando a sua volta cieca e brutale?".
    Ora che è morta la grande macchina che aveva forgiato la tua identità, sei più uomo. Non muori con lei. Anzi, alla prospettiva di una brillante carriera a Meishan, in Cina, per dirigere il clone dell'impianto Ilva, con le tue colate continue, tu rinunci per non staccarti da Rosaria, la donna che ami, per la quale già in passato avevi rinunciato ad un'altra macchina: l'automobile Fulvia coupè "per la quale avevo firmato trenta cambiali di cinquantamila lire ciascuna" ma di cui Rosaria era gelosa.
    Al suo aut-aut: o me o la Fulvia, avevi scelto lei.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo che è una storia vera, la dismissione dell'acciaieria di Bagnoli vista da un dipendente della stessa. Un dramma sociale raccontato dall'interno di un dramma umano personale. Molto ben scritto, ...continua

    Romanzo che è una storia vera, la dismissione dell'acciaieria di Bagnoli vista da un dipendente della stessa. Un dramma sociale raccontato dall'interno di un dramma umano personale. Molto ben scritto, forse eccessivamente lungo ma mai banale.
    Se fossi stato un collega di Buonocore (il protagonista) avrei visto quest'ultimo in una pessima luce, un "crumiro". Ma questo è un discorso personale e discutibile che nulla toglie alla bellezza e alla forza del romanzo.

    ha scritto il 

  • 4

    La chiusura dell'Ilva di Bagnoli raccontata dal punto di vista di un operaio.
    Romanzo-documento di una storia umana, psicologica, culturale e in qualche modo anche politica. Accorato, intenso, è un li ...continua

    La chiusura dell'Ilva di Bagnoli raccontata dal punto di vista di un operaio.
    Romanzo-documento di una storia umana, psicologica, culturale e in qualche modo anche politica. Accorato, intenso, è un libro che lascia il segno.

    ha scritto il 

  • 4

    L'ilva di Bagnoli fu chiusa dopo una ristrutturazione costata circa mille miliardi di vecchie lire. Si sono persi soldi e posti di lavoro e l'area non è stata ancora bonificata. L'ilva di Taranto fu v ...continua

    L'ilva di Bagnoli fu chiusa dopo una ristrutturazione costata circa mille miliardi di vecchie lire. Si sono persi soldi e posti di lavoro e l'area non è stata ancora bonificata. L'ilva di Taranto fu venduta alla famiglia Riva per mille e quattrocento miliardi ed è ancora li a fare danno. Quale dei due modelli è quello vincente?

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro mi è piaciuto, anche se ho avuto l'impressione che il tema principale non fosse la dismissione dell'Ilva, ma una sorta di tentativo di riconciliazione personale e famigliare.

    ha scritto il 

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