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La dismissione

Di

Editore: Rizzoli

4.1
(196)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 370 | Formato: Altri

Isbn-10: 8817869570 | Isbn-13: 9788817869577 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Paperback , Tascabile economico

Genere: Biography , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Smontare l'impianto dell'Ilva prima che giungano gli acquirenti cinesi che siporteranno via "la fabbrica" a pezzi, è il pensiero che ossessiona VincenzoBuonocore, operaio elevato a tecnico, chiamato a realizzare lo smantellamentodell'acciaieria. Per Bonocore è impossibile condurre a termine il compito conprofessionalità: mettendo mano a quelle macchine egli è costretto a rileggereepisodi di vita, ritrova volti e nomi di chi ha condiviso con lui l'amore perl'acciaieria. Il suo resoconto dettagliatissimo rivela un'impresa che è primadi tutto interiore, e così l'io narrante, l'interlocutore che raccoglie laconfessione di Bonocore, traccia la storia della vita di un uomo che non puòdisgiungere il proprio destino da quello della fabbrica in cui ha lavorato.
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  • 4

    Una storia nota, la storia di una fabbrica che chiude i battenti e di un operaio che ha fatto carriera, e che si trova a dover "smontare" la "sua" fabbrica,e lo fa con inquietante e contradditorio amore per il luogo che l'ha visto crescere professionalmente e umanamente. Una metafora anche dell'I ...continua

    Una storia nota, la storia di una fabbrica che chiude i battenti e di un operaio che ha fatto carriera, e che si trova a dover "smontare" la "sua" fabbrica,e lo fa con inquietante e contradditorio amore per il luogo che l'ha visto crescere professionalmente e umanamente. Una metafora anche dell'Italia che si è arresa alle nuove potenze economiche emergenti e che svende i suoi tesori e il suo futuro, per incapacità e insipienza. Dicendo che va bene così.

    ha scritto il 

  • 0

    "La dismissione" di Ermanno Rea, una rivisitazione

    di Elvira Sessa


    Bagnoli, la vedi? “Era una fumifera città rossa e nera (la chiamavano Ferropoli) sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture verticali e orizzontali, spiazzi, fasci di binari, carriponte lunghi sino a ottanta metri e oltre ...continua

    di Elvira Sessa

    Bagnoli, la vedi? “Era una fumifera città rossa e nera (la chiamavano Ferropoli) sovrastata da un cielo incandescente, pieno di lampi: si srotolava per chilometri tra strutture verticali e orizzontali, spiazzi, fasci di binari, carriponte lunghi sino a ottanta metri e oltre, neri cumuli di residui minerali, strade, colmate a mare, pontili, navi, lampioni, camion, gru alte come palazzi”.
    E quegli "odori acri che facevano battere il cuore come un afrodisiaco", li senti mentre salgono fino alla collina di Posillipo e ti invade un tramonto bruciato?
    Era così la Bagnoli del fiorire dell'Ilva, nei primi decenni del Novecento: “introduceva in una città inquinata - la Napoli della guerra fredda, dell'abusivismo selvaggio, del contrabbando - valori inusuali: la solidarietà; l'orgoglio di chi si guadagna la vita esponendo ogni giorno il proprio torace alle temperature dell'altoforno; l'etica del lavoro; il senso della legalità...".
    Sin dalle prime righe del romanzo, ti afferri a quella contro-cartolina di Napoli, scivoli nella tuta da operaio e indossi il casco giallo. Ti svegli alle sei e mezzo del mattino con il primo fischio della sirena dell'acciaieria, entri al suo piano terra, inizi a sentire l’odore di muffa del posto di ristoro degli operai turnisti, ti lasci portare dai suoi corridoi lunghi e fuligginosi, ami percorrerla con il chiarore a chiazze della luna, quando è assorta in un silenzio di “cattedrale con un'unica navata grigio-azzurra dall'alta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie”. Ora ti arrampichi fino a raggiungere le finestrature sotto il tetto, accedi alle colate ed esclami “eccolo il mio impianto”.
    Senza accorgertene, pagina dopo pagina, vieni risucchiato nella religione carnale della “fabbrica di Napoli": scaraventato nella vita del protagonista del romanzo, Vincenzo Buonocore (nome di fantasia), tecnico specializzato alla guida delle colate continue (un particolare processo di produzione industriale) dell'Ilva. Buonocore vi era entrato da semplice manovale, adolescente dai lunghi capelli, l'aveva vista agonizzare alla fine degli anni Settanta e poi inspiegabilmente rinascere e far da padrino, nel 1984 e nel 1985, al battesimo dei suoi due impianti di colata. Come Buonocore, ti fondi con questa creatura colossale dai "fasci di tubo simili a sistemi venosi”.
    Un po' alla volta, finisci per conoscere tutto di lei, eppure continua ad apparirti misteriosa, come osserva il protagonista: la “spiavo come si può spiare una donna nuda dal buco della serratura (…) Quante ore della mia vita avevo trascorso in quel luogo? Provai a contarle senza riuscirci. Un numero spropositato (...) Perchè io facevo all'amore con le colate continue (...)".
    Lavorarvi ti dà gioia, gli attrezzi e le macchine sono tuoi amici: si chiamano siviera, paniera, lingottiera, stampigliatrici, cannelli da taglio. Con loro parli, vedi che producono, creano, fanno. "Perchè la macchina è sacra, è tutto. É ordine e disciplina. É razionalità. In definitiva, è quanto di pulito e rispettabile resta ancora in questo mondo caotico".
    Finchè piombi negli anni Novanta, quando il verdetto “dismissione” si abbatte, rapace, sulla tua tenera creatura, scarnandola con rabbia e portando oltreoceano le sue viscere pulsanti di vita.
    Non te lo spieghi.
    L'Ilva di Bagnoli veniva chiusa proprio quando doveva espandersi. Con la sua chiusura veniva buttata “dalla finestra una enorme massa di denaro”, “cinesi, tailandesi (…), e quant'altri acquisteranno poi impianti nuovi di zecca o comunque efficientissimi, pagandoli come rottame”. “Le voci della svendita andavano e venivano sulla cresta del vento: si smontano le colate continue a favore dei cinesi; si smonta l'altoforno 5 a favore degli indiani; si smontano i forni a calce a favore della Malesia; si smonta il treno di laminazione a favore della Tailandia; (...) si cedono al miglior offerente vagoni ferroviari, binari, due immensi scaricatori da pontile addetti al prelevamento dei minerali dalle navi (Malesia?)”.
    Sì, perchè “L'Ilva, dicevano tutti, è come il maiale: una volta che l'hai ammazzato non butti via niente”.
    Nel mattatoio si contano le prime vittime: la disoccupazione supera il 42% nel 1991 e Bagnoli, da che era “quartiere felice", cade nel mirino della camorra.
    Ma non ti deprimi. Anzi, con “l'irrefrenabile vocazione per il lavoro (…) dell'umanità nascosta, quasi clandestina” dei partenopei, esegui ora la tua opera certosina a ritroso: il tuo fare, ora, è per disfare un po' alla volta, la tua creatura, le tue colate continue. E affinché l'eutanasia sia la più dolce possibile, sorvegli che nessuno usi l'impazienza “di chi vuol far presto ad ogni costo”.
    E ti smembri anche tu, pezzo per pezzo.
    Segui le sorti della tua creatura? Non proprio.
    "Dobbiamo imparare a dismettere innanzitutto noi stessi" dice un personaggio dell'opera: "Distruggere all'improvviso una fabbrica può essere anche un'operazione semplice. Distruggere di colpo una civiltà, una cultura, una forma mentis è un altro paio di maniche".
    E tu-Buonocore, inizi a sbullonare la tua corazza di acciaio, il tuo perfezionismo da macchina, ti scopri fragile, sul punto di tradire la donna che più ami per un'attraente giovane Marcella.
    Dicevi: "l'umanità della macchina è prima di tutto un riflesso della nostra umanità. Se c'è, c'è. Se non c'è, che cosa può fare la macchina se non farsi essa stessa specchio della nostra stupidità diventando a sua volta cieca e brutale?".
    Ora che è morta la grande macchina che aveva forgiato la tua identità, sei più uomo. Non muori con lei. Anzi, alla prospettiva di una brillante carriera a Meishan, in Cina, per dirigere il clone dell'impianto Ilva, con le tue colate continue, tu rinunci per non staccarti da Rosaria, la donna che ami, per la quale già in passato avevi rinunciato ad un'altra macchina: l'automobile Fulvia coupè "per la quale avevo firmato trenta cambiali di cinquantamila lire ciascuna" ma di cui Rosaria era gelosa.
    Al suo aut-aut: o me o la Fulvia, avevi scelto lei.

    ha scritto il 

  • 4

    Romanzo che è una storia vera, la dismissione dell'acciaieria di Bagnoli vista da un dipendente della stessa. Un dramma sociale raccontato dall'interno di un dramma umano personale. Molto ben scritto, forse eccessivamente lungo ma mai banale.
    Se fossi stato un collega di Buonocore (il prota ...continua

    Romanzo che è una storia vera, la dismissione dell'acciaieria di Bagnoli vista da un dipendente della stessa. Un dramma sociale raccontato dall'interno di un dramma umano personale. Molto ben scritto, forse eccessivamente lungo ma mai banale.
    Se fossi stato un collega di Buonocore (il protagonista) avrei visto quest'ultimo in una pessima luce, un "crumiro". Ma questo è un discorso personale e discutibile che nulla toglie alla bellezza e alla forza del romanzo.

    ha scritto il 

  • 4

    La chiusura dell'Ilva di Bagnoli raccontata dal punto di vista di un operaio.
    Romanzo-documento di una storia umana, psicologica, culturale e in qualche modo anche politica. Accorato, intenso, è un libro che lascia il segno.

    ha scritto il 

  • 4

    L'ilva di Bagnoli fu chiusa dopo una ristrutturazione costata circa mille miliardi di vecchie lire. Si sono persi soldi e posti di lavoro e l'area non è stata ancora bonificata. L'ilva di Taranto fu venduta alla famiglia Riva per mille e quattrocento miliardi ed è ancora li a fare danno. Quale de ...continua

    L'ilva di Bagnoli fu chiusa dopo una ristrutturazione costata circa mille miliardi di vecchie lire. Si sono persi soldi e posti di lavoro e l'area non è stata ancora bonificata. L'ilva di Taranto fu venduta alla famiglia Riva per mille e quattrocento miliardi ed è ancora li a fare danno. Quale dei due modelli è quello vincente?

    ha scritto il 

  • 4

    Il libro mi è piaciuto, anche se ho avuto l'impressione che il tema principale non fosse la dismissione dell'Ilva, ma una sorta di tentativo di riconciliazione personale e famigliare.

    ha scritto il 

  • 5

    Ermanno Rea è stato prima una scoperta poi una piacevolissima conferma. Una trilogia da leggere di filato, immagini di Napoli mai banali e scontate sul filo della riflessione sui destini di una città.

    ha scritto il 

  • 5

    In principio occorre abituarsi allo stile, ma dopo e' un treno in corsa.
    Dico questo perche' Rea racconta una storia (tante storie, ambientate a Bagnoli fino al 2000, che hanno come perno ruotante, braccio snodabile, Vincenzo Bonocore e l'acciaieria dell'Ilva di Bagnoli), le racconta, dicev ...continua

    In principio occorre abituarsi allo stile, ma dopo e' un treno in corsa.
    Dico questo perche' Rea racconta una storia (tante storie, ambientate a Bagnoli fino al 2000, che hanno come perno ruotante, braccio snodabile, Vincenzo Bonocore e l'acciaieria dell'Ilva di Bagnoli), le racconta, dicevo, come fossero uno scambio epistolare tra il protagonista, Bonocore, e il giornalista, Rea. Bonocore si dilunga, divaga, racconta, incalzato dalle domane (o presunte domande, visto che e' sempre e solo lui a raccontare) del giornalista.
    Racconta di come una fabbrica importante, un'industria dell'acciaio su cui ruotava l'intera Napoli e dintorni, sia stata demolita piu' per ragioni politiche che di mercato (la speculazione edilizia in odor di camorra sui suoli dell'ex fabbrica). Il racconto e' appassionato, proveniendo diritto dalla voce di un operaio che grazie all'Ilva ha saputo crescere, costruire la propriai dentità, una solidità di ruolo e di autostima e che è preso da "furia ossessiva" nell'impresa quasi titanica di smontare (o meglio progettare e seguiro lo smontaggio) del suo reparto, venduto ai cinesi a metà degli anni novanta.
    Tuttavia Bagnoli e l'Ilva diventano be presto un mezzo per parlare di Napoli, del sud, di come la precarietà sia totale e di come il lavoro abbai illuso migliaia di persone, portandole a credere per piu' di 50 anni che la propria "nobiltà" stia appunto nel lavoro, nella fabbrica. Le colate continue di acciaio e la possibilità di aver un controllo totale della macchina possono spingere un uomo complesso e intelligente come Bonocore a illudersi di far parte di quel mondo, di esseren parte inscindibile. Ma cosi'non e'. Forze esterne, potenti, antiche, intervengono e strappano le deboli certezze di una vita, a riportare vie, strade, quartieri alla miseria umana, alla schifezza dalla quale disperatamente (qualcuno potrebbe dire ottusamente) gente come Bonocore (e naturalmente Rea) tentano di uscire, ognuno a suo modo.
    Bonocore si ossessione nel tecnicismo e perfezionismo dello smontaggio del proprio reparto, Rea e' ossessionato dal porre domande, dall'intervistare e sapere ogni minimo pensiero e fatto di chi e' protagonista dei fatti.
    E' un reportage in forma di romanzo epistolare. I fatti e i personaggi sono veri, pur alla presenza di elementi di finzione, perche' "tra verità e menzogna vi e' un solo confine, quello dell'onestà. (...) e noi questa storia l'abbiamo raccontata in purezza di cuore. Del tutto onestamente".
    Un bellissimo NOI finale.

    ha scritto il 

  • 5

    La dismissione è anche un romanzo profetico, e in questo consiste forse la sua grande forza, poiché, a distanza di quasi otto anni dalla sua uscita, il libro di Rea ci parla del processo, politico e culturale, in atto nel nostro paese (un processo iniziato già negli anni ’80, e acutizzatosi, prop ...continua

    La dismissione è anche un romanzo profetico, e in questo consiste forse la sua grande forza, poiché, a distanza di quasi otto anni dalla sua uscita, il libro di Rea ci parla del processo, politico e culturale, in atto nel nostro paese (un processo iniziato già negli anni ’80, e acutizzatosi, proprio come per l’industria siderurgica, nel corso del decennio successivo).

    Un romanzo, dunque, che attraverso la storia di una delle ultime grandi lotte del movimento operaio ci parla in sostanza della dismissione del sistema Italia, della sua svendita, pezzo dopo pezzo.

    Qui il resto della recensione:
    http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/02/11/la-dismissione/

    ha scritto il 

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