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La donna giusta

Di

Editore: Adelphi

4.0
(1143)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 442 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Spagnolo , Catalano , Portoghese

Isbn-10: 8845924653 | Isbn-13: 9788845924651 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Disponibile anche come: Paperback , Altri

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Un pomeriggio, in una elegante pasticceria di Budapest, una donna racconta a un'altra donna come un giorno, avendo trovato nel portafogli di suo marito un pezzetto di nastro viola, abbia capito che nella vita di lui c'era stata, e forse c'era ancora, una passione segreta e bruciante, e come da quel momento abbia cercato, invano, di riconquistarlo. Una notte, in un caffè della stessa città, bevendo vino e fumando una sigaretta dopo l'altra, l'uomo che è stato suo marito racconta a un altro uomo come abbia aspettato per anni una donna che era diventata per lui una ragione di vita e insieme "un veleno mortale", e come, dopo aver lasciato per lei la prima moglie, l'abbia sposata - e poi inesorabilmente perduta. All'alba, in un alberghetto di Roma, sfogliando un album di fotografie, questa stessa donna racconta al suo amante (un batterista ungherese) come lei, la serva venuta dalla campagna, sia riuscita a sposare un uomo ricco, e come nella passione possa esserci ferocia, risentimento, vendetta. Molti anni dopo, nel bar di New York dove lavora, sarà proprio il batterista a raccontare a un esule del suo stesso paese l'epilogo di tutta la storia. Al pari delle "Braci" e di "Divorzio a Buda", questo romanzo appartiene al periodo più felice e incandescente dell'opera di Márai, quegli anni Quaranta in cui lo scrittore sembra aver voluto fissare in perfetti cristalli alcuni intrecci di passioni e menzogne, di tradimenti e crudeltà, di rivolte e dedizioni che hanno la capacità di parlare a ogni lettore.
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  • 5

    Difficile recensire questo libro...La vicenda è infatti molto semplice, quasi banale: un esponente della ricca borghesia ungherese si innamora di una domestica. Cerca di dimenticarla sposando una donn ...continua

    Difficile recensire questo libro...La vicenda è infatti molto semplice, quasi banale: un esponente della ricca borghesia ungherese si innamora di una domestica. Cerca di dimenticarla sposando una donna della sua stessa classe sociale, ricca, colta e innamoratissima di lui, ma non ci riesce: continua a pensare alla domestica, la "donna giusta" per lui, finchè non divorzia dalla moglie per sposarla. Ma le cose non andranno come sperava, perchè la realtà è molto più complessa di quanto uno immagini e forse non esiste una "persona giusta"...
    Una vicenda semplice, dunque, ma che ha il suo punto di forza in uno stile narrativo che mi ha colpita molto: è infatti raccontata attraverso quattro monologhi concatenati che illustrano la stessa vicenda da punti di vista diversi, spostandola al contempo in avanti nel tempo. Mentre assistiamo alle vicissitudini dei protagonisti dunque vediamo anche morire sotto i nostri occhi un mondo, quello dorato e imbalsamato della borghesia ottocentesca, per far posto al nostro più caotico mondo contemporaneo. Certe riflessioni sono davvero veritiere e stupende, era da tempo che non segnavo tanti passaggi di un libro. Consigliato a chi ama i libri dove succede poco, ma si pensa e si riflette molto sui sentimenti, le relazioni...sulla vita.

    ha scritto il 

  • 5

    Credo che sia uno dei più bei romanzi che abbia mai letto.
    Di una ricchezza e di una profondità assoluta nel suo contenuto. Una storia apparentemente inattuale racconta, al contrario, l'attualità più ...continua

    Credo che sia uno dei più bei romanzi che abbia mai letto.
    Di una ricchezza e di una profondità assoluta nel suo contenuto. Una storia apparentemente inattuale racconta, al contrario, l'attualità più profonda dell'assoluto valore che la cultura esercità su ciascuno di noi.
    Ed è proprio dalla cultura che l'amore acquista un valore infinito. Qui, le "Affinità Elettive" divengono un elemento che si dilata in qualche cosa che non è più solo un processo chimico, biologico e naturale, ma tocca essenzialmente la cultura come elemento fondativo nei rapporti tra le persone.
    Per Màrai cultura significa ciò che noi siamo nella nostra collocazione sociale e nella nostra formazione educativa e quindi la lettura psicologica dell'agire diventa specchio di questa condizione storicamente data.
    Non a caso l'ultima parte del romanzo è centrata su una personale lettura di "lotta di classe".
    Infatti, per Màrai concetti come "lotta di classe" e "amore" appaiono avere gli stessi presupposti fondativi.
    Questo è un romanzo in cui appare fuorviante ridurre il suo contenuto in termini di pessimismo o di ottimismo. Questo è un romanzo sul tentativo di descrive in modo oggettivo la condizione della natura umana, o meglio della cultura che la forma.

    ha scritto il 

  • 4

    bello sì, ma...

    Bel libro, scritto bene e scorrevolissimo.
    Come letto in altre recensioni, posso confermare che i monologhi sono in ordine decrescente di interesse.
    Il primo è il più bello e interessante, il secondo ...continua

    Bel libro, scritto bene e scorrevolissimo.
    Come letto in altre recensioni, posso confermare che i monologhi sono in ordine decrescente di interesse.
    Il primo è il più bello e interessante, il secondo un po' meno, il terzo molto meno, il quarto quasi inutile.

    ha scritto il 

  • 4

    “Questa specie di incantesimo, lo stato d’animo degli innamorati in perenne attesa del loro amore assente, è per certi aspetti simile al deliquio degli ipnotizzati…Del mondo questi non vedono altro ch ...continua

    “Questa specie di incantesimo, lo stato d’animo degli innamorati in perenne attesa del loro amore assente, è per certi aspetti simile al deliquio degli ipnotizzati…Del mondo questi non vedono altro che un viso, non sentono altro che un nome. Ma un giorno si svegliano. Come me…Ho sofferto moltissimo, per un anno ho creduto che sarei morta di crepacuore. Ma una bella mattina mi sono svegliata e ho scoperto una cosa…Ho scoperto, mia cara, che la persona giusta non esiste…Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo…non esiste quella certa figura, l’unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità” (pp. 122-125).

    E’ intorno a questo nucleo centrale che ruota il bellissimo romanzo di Sándor Márai: l’amore che acceca e ci fa credere di aver trovato la “persona giusta”; la passione devastante, il delirio dei sensi che precede la disillusione, il risveglio, l’uscita dalla malattia.

    “Ma il delirio non può essere spiegato. Prima o poi irrompe nella vita di ognuno…E forse è davvero povera una vita che non sia stata spazzata via, almeno una volta, dal turbine di una crisi come questa, una vita il cui edificio non sia stato mai scosso da un terremoto, travolto da un tornado che fa volare le tegole dal tetto e, ululando, smuove per un attimo tutto ciò che la ragione e il carattere avevano tenuto in ordine. A me è successo…Mi chiedi se me ne sia pentito? No, non provo alcun rimpianto. Ma non posso nemmeno affermare che quel momento racchiude in sé tutto il senso della mia vita. E’ successo, è stato come una malattia…” (p. 184).

    “L’amore, quello vero, è sempre letale…il suo scopo non è la felicità, l’idillio fino a che morte non ci separi, le romantiche passeggiate mano nella mano sotto i tigli in fiore…Questa è la vita, non è l’amore. L’amore è una fiamma più sinistra, più tragica. Un giorno si accende il desiderio di conoscere questa passione devastante…In ogni vita degna di questo nome arriva il momento in cui ci si immerge in una passione allo stesso modo in cui ci si lancia nelle cascate del Niagara. Naturalmente senza giubbotto di salvataggio…La vita si manifesta attraverso questa energia, e subito dopo volta le spalle alle proprie vittime” (pp. 236-238).

    La stessa storia narrata da punti di vista diversi, attraverso i monologhi dei protagonisti: la moglie, il marito, l’amante del marito, l’amante dell’amante. Marika ama suo marito Peter che però non la ama; Peter la lascia perché si innamora della serva Judit, la sposerà, ma lei non lo ama e, dopo averlo ingannato e derubato, se ne andrà; Judit amerà ancora un uomo, un musicista, a cui racconterà la sua vita; molti anni dopo quest’uomo, divenuto barman, incontrerà Peter nel locale in cui lavora. E il cerchio si chiude. Ma tutti i punti di vista sono parziali: nessuno dei protagonisti riesce a comprendere, a entrare completamente nel “profondo” degli altri. E’ come se ci fosse un limite invalicabile alla conoscenza che abbiamo delle persone che ci circondano, anche di quelle che più amiamo.

    Per tutti, comunque, arriva il momento in cui le passioni cessano e smettono di far male.

    “Un bel giorno ci si scopre tranquilli. Non si desidera più la felicità, ma non ci si sente neppure inariditi o ingannati. Un giorno si capisce con chiarezza di aver ricevuto secondo i propri meriti…Non si tratta di gioia ma di rassegnazione, condiscendenza e quiete” (p. 146).

    “Sai, un giorno ho capito che nessuno potrà mai aiutarmi. Il desiderio di amare e di essere amati resta, ma non c’è nessuno che possa essere di aiuto, né mai ci sarà. Una volta compreso questo, si diventa forti e solitari” (p. 247).

    Altri due personaggi si muovono sullo sfondo: Lázár, scrittore e amico di Peter, che influenzerà le scelte delle due donne e sarà una figura importante soprattutto per Judit; e la città di Budapest , in cui si svolge prevalentemente la storia, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale.

    Attraverso Lázár, l’autore ci illustrerà il valore della Cultura (“Perché la cultura è ormai alla fine…La gente avrà soltanto delle conoscenze, e non è la stessa cosa. La cultura è esperienza, mia cara signora…Un’esperienza continua, costante, come la luce del sole. La conoscenza è solo un accessorio”, p. 357). Ma la cultura è anche l’elemento che discrimina la borghesia (da cui proviene Peter) dal proletariato (di cui fa parte Judit); e, nel corso della narrazione, la dialettica sociale assumerà un ruolo sempre più rilevante (soprattutto nell’epilogo).

    Lo stile di Márai è preciso, descrittivo, scorrevole. La prima parte (i monologhi di Marika e Peter) è stata pubblicata in Ungheria, come romanzo completo, nel 1941. L’autore ha poi aggiunto, nel 1949, il terzo monologo (quello di Judit) e solo nel 1980 l’epilogo (il monologo del musicista/barman) ma queste parti sono sicuramente inferiori alla prima. Inoltre, appesantiscono un po’ la lettura: la lunghezza del romanzo (441 pagine) risulta eccessiva, considerato anche che in alcuni punti è prolisso e ridondante. Peccato, poteva essere un capolavoro.

    ha scritto il 

  • 5

    Una scrittura coinvolgente, quattro storie diverse pur essendo la stessa storia. Quattro persone che ercano di comprendere i propri e gli altrui sentimenti descritti con maestria.
    Prolisso? Può essere ...continua

    Una scrittura coinvolgente, quattro storie diverse pur essendo la stessa storia. Quattro persone che ercano di comprendere i propri e gli altrui sentimenti descritti con maestria.
    Prolisso? Può essere, ma non lo siamo tutti quando cerchiamo di parlare di qualcosa che pur vivendola non comprendiamo? Non fino in fondo almeno.
    Le pagine sulla guerra e sul dopo guerra e la descrizione del capitalismo sono magistrali, meglio di tanti saggi.
    La persona al centro di tutto.
    Un viaggio doloroso, ma splendido.

    ha scritto il 

  • 4

    La persona giusta

    Dopo "Le braci" e "L'eredità di Eszter" mi sembrava il libro giusto. Quattro personaggi raccontano il loro punto di vista completando la stessa narrazione . Come sempre Marai riesce sempre a creare un ...continua

    Dopo "Le braci" e "L'eredità di Eszter" mi sembrava il libro giusto. Quattro personaggi raccontano il loro punto di vista completando la stessa narrazione . Come sempre Marai riesce sempre a creare un'atmosfera carica di tensione, ma qui è presente il tema della guerra , della fuga dal proprio paese e dal proprio passato. L'ho trovato un po' pesante , amaro anche per i temi trattati. Sempre in Marai ritrovo quel senso di attesa , di solitudine di uomini e donne in cerca di riscatto e di un po' di felicità. Sicuramente lo consiglio!

    ha scritto il 

  • 5

    Esiste la persona giusta?!

    E’ un grande romanzo d’amore… alla ricerca della persona giusta che “forse” non esiste. La passione, il tradimento, la delusione, la vendetta, l’orgoglio e la guerra sono altri temi importanti che a ...continua

    E’ un grande romanzo d’amore… alla ricerca della persona giusta che “forse” non esiste. La passione, il tradimento, la delusione, la vendetta, l’orgoglio e la guerra sono altri temi importanti che affiorano prepotentemente e nello stesso tempo con delicatezza in quattro lunghi monologhi adatti, a mio avviso, a lettori maturi. Il primo è il più coinvolgente poiché mi fa pensare all’amore vero; alcuni atteggiamenti ed espressioni di Marika, la moglie, sono pieni di tenerezza. I monologhi del marito e dell’amante, anime tormentate, sono comunque splendidi poiché l’analisi che l’autore fa dei loro comportamenti è sorprendente perché vera.
    Non mi sono fermata un attimo, neppure di fronte ad alcune pagine un po’prolisse. Mi piace lo stile di Sàndor che ho scoperto leggendo alcune recensioni proprio qui su anobi.
    E’ un romanzo da non perdere, anche se pervaso da un profondo senso di amarezza: i rapporti descritti sono tipici di una società in cui dominano la tristezza e la solitudine. Eppure…la lettura non mi ha assolutamente rattristato .

    ha scritto il 

  • 4

    Giusta un par de palle!

    Scrittura raffinata, scorre piacevolmente ma senza troppo impeto, con garbo e intensità allo stesso tempo.
    Grande bravura nel descrivere i personaggi ma sopratutto le sensazioni, le situazioni, quelle ...continua

    Scrittura raffinata, scorre piacevolmente ma senza troppo impeto, con garbo e intensità allo stesso tempo.
    Grande bravura nel descrivere i personaggi ma sopratutto le sensazioni, le situazioni, quelle passioni potenti e distruttrici, senza indulgere in colpi di scena nè in pipponi soporiferi: Marai dipinge un quadro accurato, dettagliato, non c'è una pennellata di troppo e non c'è eccesso di colori.
    Sembra asettico eppure la tensione c'è: non puoi fare a meno di seguire il gioco delle pennellate e avvertire dentro di te il suono del colore oleoso che si sparge sulla tela... e non sei sicuro di volerti allontanare per vedere il quadro d'insieme.
    L'eco di quanto viene descritto risuona nella tua anima e se in quelle esperienze c'è qualcosa di tuo potrebbe fare male.
    Perché parla di dipendenze e amori-batterio (quelli con cui ci si ammala).
    Parla di rassegnazione dopo una vita di tribolazioni.
    Parla della consapevolezza pacata di ciò che si incontra alla fine delle passioni e delle sciabolate inferte e subite: il disincantato accoglimento della solitudine e l'inesorabile corsa del tempo verso il Traguardo. Una constatazione amara ma in un certo senso consolatoria.

    In qualità di ex giovane dovrei trovare un senso di pace in queste pagine: a un certo punto tutto quel caos interiore ed esteriore si quieta e finalmente si respira nella bonaccia? Oooh, era ora! ...Eppure mi viene solo da pensare: ammazza che tristezza!

    Amico anobiano che hai scritto "non esistono libri brutti ma solo momenti brutti": hai ragione. Questo è un bel libro.

    (Comunque la trilogia delle 50 sfumature di grigio è oggettivamente BRUTTA, di una bruttezza avvilente.)

    ha scritto il 

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