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La fame e l'abbondanza

Storia dell'alimentazione in Europa

Di

Editore: Laterza

3.9
(129)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 262 | Formato: Altri

Isbn-10: 8842051624 | Isbn-13: 9788842051626 | Data di pubblicazione:  | Edizione 6

Genere: History , Non-fiction , Social Science

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Descrizione del libro
Un libro di storia dall'impianto estremamente originale: il cibo e icomportamenti alimentari diventano la chiave di lettura per un approccioglobale alla storia d'Europa dal III secolo d. C. sino ad oggi. MassimoMontanari insegna Storia medievale all'Università di Bologna. Fra i suoilavori più importanti: "L'alimentazione contadina nell'alto Medioevo";"L'azienda curtense in Italia"; "Campagne medievali".
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  • 5

    Come capire il mondo attraverso ciò che mangia. Si potrebbero definire così i libri curati da Montanari.
    Senza mai scadere nella prolissità questo autore mi ha fatto scoprire tutto ciò che ruota attorno al cibo, alla tavola, ai modi di mangiare nel corso dei secoli. Un libro che consiglio d ...continua

    Come capire il mondo attraverso ciò che mangia. Si potrebbero definire così i libri curati da Montanari.
    Senza mai scadere nella prolissità questo autore mi ha fatto scoprire tutto ciò che ruota attorno al cibo, alla tavola, ai modi di mangiare nel corso dei secoli. Un libro che consiglio di accostare ad un'altro sempre curato da lui che è Storia dell'Alimentazione; un librone (nel vero senso della parola) che parla di questo argomento in modo ancora più dettagliato analizzando epoche e civiltà in modo più selettivo.

    ha scritto il 

  • 4

    Fame.. fame... fame...

    L’epoca in cui viviamo è ormai caratterizzata da un costante e inarrestabile processo di contrazione dello spazio e del tempo. Parole e immagini, infatti, viaggiano in tempo reale raggiungendo qualsiasi parte del pianeta in pochissimi secondi: basta essere collegati alla rete tramite computer, sm ...continua

    L’epoca in cui viviamo è ormai caratterizzata da un costante e inarrestabile processo di contrazione dello spazio e del tempo. Parole e immagini, infatti, viaggiano in tempo reale raggiungendo qualsiasi parte del pianeta in pochissimi secondi: basta essere collegati alla rete tramite computer, smartphone o tablet per sapere cosa succede a migliaia di chilometri di distanza.

    Questo processo però non interessa solamente le nuove modalità di comunicazione, ma molti aspetti della nostra vita quotidiana. La facilità di trasportare le merci attraverso grandi distanze, ad esempio, ha radicalmente influenzato anche le nostre abitudini alimentari. La stagionalità di alcuni prodotti è stata praticamente superata per non parlare, poi, di quegli alimenti “esotici” che se fino a qualche anno fa erano difficili da reperire, ormai hanno invaso gli scaffali di qualsiasi supermercato.

    In passato non era certamente così, anche se alcuni eventi storici hanno fortemente modificato le abitudini alimentari dei nostri antenati. Massimo Montanari ce ne parla diffusamente nel suo saggio “La fame e l’abbondanza”. Il punto di partenza è l’analisi delle differenze che c’erano tra i cibi consumati dai Romani e quelli preferiti dai Barbari: olio contro burro, vino contro cervogia (l’antica birra), pane contro carne. L’analisi si snoda attraverso la storia dell’Europa e ci fa capire quanto la qualità e la quantità dei consumi sia strettamente legata non solo a elementi di tipo atmosferico o geografico, ma anche a fattori sociali e culturali.

    La diffusione del Cristianesimo e la proliferazione degli istituti monastici, favorì a esempio, la diffusione di precetti non solamente ci carattere morale ma anche alimentare. L’uso di mangiare “di magro” durante la Quaresima risale proprio a quel periodo. Ma probabilmente non tutti sanno che oltre a quella pasquale vi erano altre tre Quaresime minori che avevano durata diversa a seconda degli usi locali. Inoltre la normativa ecclesiastica imponeva di astenersi dal mangiare carne per quasi 140-160 giorni all’anno. Questo però non deve indurci all’errata conclusione che la carne fosse un alimento solo per ricchi, in realtà i nostri antenati europei erano un popolo “carnivoro” a tutti i livelli della società.

    Alcuni alimenti, poi, non erano usati così come noi facciamo oggi. I Romani non conoscevano lo zucchero e utilizzavano il miele per dolcificare le loro pietanze. Tra l’altro, quando lo zucchero fu introdotto in Europa, inizialmente venne utilizzato dai monaci erboristi come medicinale.

    Nel corso della storia, infine, le abitudini alimentari vennero modificate anche in seguito all’introduzione di nuovi prodotti: il caffè dall’Etiopia, il grano saraceno dal medio Oriente, il riso dall’Asia. Ma, senza ombra di dubbio, l’evento che maggiormente ha influenzato il modo di mangiare dei nostri antenati è stata la scoperta dell’America. La colonizzazione del Nuovo Mondo ha portato in Europa il peperone, la patata, il pomodoro e, soprattutto, il mais.

    ha scritto il 

  • 4

    Una volta finito ero sazia ...

    Scorrevole e interessante. Non è l’analisi di uno specifico periodo storico e di un cibo particolare ma una carrellata a partire dal 3° secolo (Roma sta già boccheggiando ed i barbari sono lì con la lingua di fuori) fino ai giorni nostri . La base della dieta romana/greca, pane, vino, olio, verdu ...continua

    Scorrevole e interessante. Non è l’analisi di uno specifico periodo storico e di un cibo particolare ma una carrellata a partire dal 3° secolo (Roma sta già boccheggiando ed i barbari sono lì con la lingua di fuori) fino ai giorni nostri . La base della dieta romana/greca, pane, vino, olio, verdure, latticini, e carne talvolta (cucinata), viene soppiantata poco alla volta dalla dieta barbara a base di carne, sempre carne (anche cruda). D’altra parte i barbari non erano stanziali e i campi non li coltivi se non ti fermi. Praticamente la dieta del bosco, di cui l’Europa era coperta, un tempo, prima delle rotonde e del cemento armato. Raccoglitori/cacciatori contro allevatori/coltivatori. L’introduzione dello sfruttamento del bosco nel Medioevo, anzi il bosco diventa proprietà dei ricchi, dei conventi e dei Comuni. Il contadino ce l’ha sempre in un piede. E poi carestie, tante, ogni 10 anni in media, autoctone o importate e il tempo poi! Alluvioni, siccità….. niente di nuovo sotto il sole (tanto la meteorologia lavora sulle medie). Un poco alla volta l’uso del cibo (tipologia, modalità di cottura) diviene lo schema di una suddivisione sociale: ai ricchi carni pregiate (volatili e bovini), frutta e spezie, ai poveri carni povere (castrato, pecora e maiale), verdure, legumi ed erbe aromatiche. Il pesce si barcamena soprattutto per la difficoltà di approvvigionamento del fresco e nel momento in cui viene conservato diventa cibo da poveri (provate a comperare oggi un chilo di stoccafisso!) che lo mangiavano malvolentieri perché non riempiva …. Differenze in particolar modo nel pane, cibo principe: bianco di frumento per i ricchi, di qualsiasi altra cosa quello dei poveri (segala, sorgo, miglio, orzo, terra, rape e tutto quello che viene in mente). Quando poi comincia a farsi largo la borghesia, la distinzione diventa più raffinata: cibi dei signori sono i frutti, che crescono in luogo sopraelevato, meglio digeribili, i prodotti rari e freschi, i volatili (fagiani, pernici) le carni bianche. Cibi da poveri, i bulbi, le radici, tutto ciò che è a contatto con la terra, animali di terra, prodotti conservabili. Nel 1500 la popolazione aumenta (dopo lo sterminio della peste) e cominciano ad arrivare nuovi prodotti: il riso, il mais (dalle Americhe) e la patata (anche se ci metterà un po’). I poveretti mangiano pane (sempre gramo) e zuppe. La Riforma protestante protesta anche nel cibo: l’uso della carne diviene rivoluzionario rispetto a Roma e al posto dell’olio (ché al nord arriva il peggio) si usa il burro, considerato di magro, il vino non se ne parla, visto il prezzo. E così via, di consuetudine in consuetudine; con le elites che trovano sempre il modo di classificare i cibi sulla base dello status sociale. E sono tanto convincenti che perfino Bertoldo (che non era uno sciocco) morì per aver mangiato cibi troppo raffinati e non i suoi amati rape e fagioli.
    E dopo tanta fame e tanta abbondanza, siamo alle diete. La dieta non significa più, come al tempo dei greci (quelli di allora, non di oggi), il regime quotidiano di alimentazione di una persona, ma la limitazione, la sottrazione del cibo. Forse ricorrere a “diete” nasconde un rifiuto dell’eccesso proposto dal mercato, o la necessità di punirsi, o il cedere a immagini edonistiche. Comunque un tempo avevamo tutte le malattie della fame o della carenza di certi alimenti, ora abbiamo quelle dell’eccesso. In medio stat virtus: beh, quella strada non l’abbiamo ancora trovata.

    ha scritto il 

  • 4

    Ottimo lavoro! Il libro è ben scritto e pieno di informazioni interessanti, l'unico appunto che vorrei muovere all'autore è che magari avrei cercato di sviluppare di più la storia dell'alimentazione relativa al periodo greco-romano, a parte questo direi veramente consigliato a chiunque si interes ...continua

    Ottimo lavoro! Il libro è ben scritto e pieno di informazioni interessanti, l'unico appunto che vorrei muovere all'autore è che magari avrei cercato di sviluppare di più la storia dell'alimentazione relativa al periodo greco-romano, a parte questo direi veramente consigliato a chiunque si interessi di storia, di alimentazione o anche di economia o demografia, interessantissime le correlazioni tra disponibilità di cibo, tipologia dello stesso e sviluppo demografico, così come sono molto interessanti gli aspetti sociali della fruizione del cibo.

    ha scritto il 

  • 3

    Un libro davvero ben fatto, ripercorre la storia della nostra alimentazione: da una dieta "mediterranea" (con soli vegetali e frutta), passando attraverso l'arrivo della carne da parte delle popolazioni barbare sino al consumo giornaliero di cereali (pane, polente, etc.).

    ha scritto il 

  • 4

    Come sempre Montanari si legge d'un fiato. E' la storia dell'alimentazione che privilegia largamente il medioevo ma arriva fino ai giorni nostri, in un alternarsi di relativa abbondanza e di successivo periodo di carenza, in correlazione inversa con l'incremento demografico. Molta attenzione agli ...continua

    Come sempre Montanari si legge d'un fiato. E' la storia dell'alimentazione che privilegia largamente il medioevo ma arriva fino ai giorni nostri, in un alternarsi di relativa abbondanza e di successivo periodo di carenza, in correlazione inversa con l'incremento demografico. Molta attenzione agli aspetti qualitativi e quantitativi dell'alimento, e alla loro importanza anche come connotazione sociale. A parte varie considerazioni storico-sociologiche del periodo medioevale, che conoscevo già per altre sue opere (L'alimentazione contadina nell'alto medioevo, Alimentazione e cultura nel medioevo, Il cibo come cultura), sono interessanti le considerazioni e osservazioni relative all'epoca moderna, forse perchè non la conosco per niente, e quelle relative al momento contemporaneo, entrambe intrise di sociologismo e rappresentate da sintesi ideologiche grandiose. Bella la storia dell'introduzione del mais, della patata, del caffè, del te, della pasta ecc.; affascinante e impressionante la storia delle monoculture (unico cibo per i contadini) sia in Irlanda (patate) che nella pianura padana (mais) e delle sue tragiche conseguenze. Impressionante anche la dimostrazione del minimo storico qualitativo raggiunto dalla alimentazione contadina nel XIX° secolo, che noi consideriamo un secolo già moderno.
    Il testo è diviso in capitoli piuttosto brevi e ben delineati; le note (che raggiungono il n. di 32 pagine) sono aggiunte in fondo al libro divise per capitoli, e non sono numerate, ma richiamano l'argomento o le citazioni del testo, e rimandano alla bibliografia presente in fondo al volume (20 pagine). Mi sembra un sistema del tutto nuovo ma piacevole ed efficace.

    ha scritto il