La fiera della vanità

Di

Editore: Garzanti Libri

4.1
(1586)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 889 | Formato: Tascabile economico | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Tedesco , Spagnolo , Chi semplificata , Portoghese

Isbn-10: 8811368774 | Isbn-13: 9788811368779 | Data di pubblicazione:  | Edizione 10

Curatore: R. Mainardi

Disponibile anche come: Paperback , Cofanetto , Altri , Copertina rigida , eBook

Genere: Narrativa & Letteratura , Storia , Rosa

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Descrizione del libro
Straordinario quadro satirico dell'Inghilterra vittoriana, il romanzo rappresenta, in modo sottilmente complesso, le colpe di una società che premia solo l'ipocrisia. Scrittore aspro e amaro, Thackeray plasma magistralmente le figure emblematiche delle protagoniste, l'astuta arrivista Becky Sharp e la virtuosa quanto ingenua e insipida Amelia Sedley, e le contorna di uno stuolo di riusciti personaggi, tutti ugualmente vivi perché tutti profondamente umani.
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  • 5

    Non cercate l’eroe: non c’è.

    Un romanzone di 900 pagine, ma che già nel titolo dice tutto.

    Ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l'occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasc ...continua

    Un romanzone di 900 pagine, ma che già nel titolo dice tutto.

    Ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l'occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasche, imbonitori che strepitano davanti ai loro baracconi, zotici col naso all'aria a guardare i ballerini in vesti multicolori, i poveri acrobati dal viso impiastricciato di belletto, mentre individui dalle dita agili e leggere armeggiano con le loro tasche posteriori. Si, questa è la fiera delle vanità: non è certo un luogo morale, e nemmeno allegro, ad onta di tanto chiasso.

    Nonostante la mole, la prosa è fluida, i personaggi ottimamente caratterizzati (memorabile la "cattivissima" Becky Sharp) e la lettura piacevole. Thackeray mette alla berlina la società inglese dell’ottocento e il suo falso perbenismo: arroganza, adulazione, ipocrisia, prepotenza, opportunismo, superficialità, egoismo, assenza di scrupoli, arrivismo, smania di protagonismo… insomma tutte le peculiarità che caratterizzavano quel tipo di società e che noi, uomini moderni ed evoluti, ci siamo lasciati alle spalle.

    Il romanzo si chiude con questa battuta:
    Ah Vanitas Vanitatum! Chi di noi è felice in questo mondo? Chi di noi raggiunge quello che desiderava o, avendolo raggiunto, è soddisfatto? Venite, ragazzi, riponiamo baracca e burattini: la commedia è finita.

    Chissà se Thackeray mente sapendo di mentire? Lo spettacolo, infatti, non è finito, si replica ad oltranza, ma i primattori – c’è bisogno di dirlo? – sono sempre gli altri. Che c’entriamo noi? L’Oscar per il miglior protagonista se lo merita qualcun altro. A noi spetta – al limite (se proprio vogliamo essere pignoli) – quello del non-protagonista.

    ha scritto il 

  • 5

    L'ho ritrovato un po' datato e pesante in molte parti. Sempre bello entrare nel mondo vittoriano di vuote ipocrisie: ma il contenuto morale si riduce alla fine a poca cosa ed i personaggi raramente ri ...continua

    L'ho ritrovato un po' datato e pesante in molte parti. Sempre bello entrare nel mondo vittoriano di vuote ipocrisie: ma il contenuto morale si riduce alla fine a poca cosa ed i personaggi raramente riescono ad "incarnarsi". Resta l'empito narrativo e la descrizione potente di una società arroccata nei propri pregiudizi morali.

    ha scritto il 

  • 5

    "ci sono smargiassi che si aprono un varco a spintoni, bellimbusti che fanno l'occhio dolce alle donne, ladruncoli pronti a svuotar le tasche, imbonitori che strepitano davanti ai loro baracconi, zotici col naso all'aria a guardare i ballerini in vesti

    ..multicolori, i poveri acrobati dal viso impiastricciato di belletto, mentre individui dalle dita agili e leggere armeggiano con le loro tasche posteriori. Si, questa è la FIERA delle VANITA': non è ...continua

    ..multicolori, i poveri acrobati dal viso impiastricciato di belletto, mentre individui dalle dita agili e leggere armeggiano con le loro tasche posteriori. Si, questa è la FIERA delle VANITA': non è certo un luogo morale, e nemmeno allegro, ad onta di tanto chiasso"

    Grandioso affresco della società inglese in epoca vittoriana, non è però, semplicisticamente, solo un potente romanzo storico quanto, piuttosto, un ritratto impietoso, crudo e terribile dei vizi degli uomini, vizi senza tempo, oggi più che mai di grande attualità: l'ipocrisia, la bramosia di potere, la sete di ricchezza e successo.
    Con garbata ironia, che a tratti si trasforma in feroce sarcasmo, Thackeray descrive la prepotenza, gli intrighi, le falsità e le omertà degli uomini del suo tempo, uomini in cui sembra non esserci spazio per il pentimento o la redenzione, ma solo per l'ipocrisia e la menzogna.
    La galleria dei personaggi, quasi tutti corrotti, spregiudicati, ottusi, ingordi, immorali è sterminata, personaggi, colonne portanti di un mondo sciacallo, che risultano per questo
    estremamente moderni.
    Man mano che ci si addentra nella lettura ci si trova sempre più immersi in un pantano di meschinità, superficialità, invidie e arrivismo ed è inevitabile il confronto con la società di oggi che, come quella di ieri, nonostante un'ipocrita apparente democrazia, appare saldamente basata sull'esibizione della ricchezza e dell'importanza sociale.
    Oggi come allora la vita è una fiera, un mercato in cui gli esseri umani mettono in mostra ciò che hanno e che possono vendere, in un intreccio drammatico di strategie, piccoli e grandi inganni, opportunismi e miserie, accordi e convenienze.
    "Suvvia, venite bambini, riponiamo il teatrino e le marionette. La commedia è finita": così si conclude il romanzo anche se il povero, affranto lettore è purtroppo perfettamente consapevole che la commedia in realtà prosegue nella vita di tutti i giorni, nell'esperienza quotidiana di un mondo sempre più grottesco e feroce.
    Lettura che mi ha provato (non certo per la mole in quanto il romanzo scorre via facilmente) e fatto riflettere: non è forse più salutare rifugiarsi nel proprio mondo e vivere ai margini, così come i pochi personaggi positivi di Thackeray, ignorati e misconosciuti da coloro che contano, a volte anche dileggiati e compatiti, piuttosto che affannarsi per ottenere dagli altri un riconoscimento senza il quale sembra non esserci più valore nell'individuo? Ah, vanitas vanitatum!! Ah, salvifico potere della lettura...

    ha scritto il 

  • 5

    La fiera delle vanità di William Makepeace Thackeray

    LIBRO DEL MESE DI AGOSTO 2015
    http://www.ilclubdellibro.it/forum/4-libri-del-mese/11026.html

    SINOSSI
    Progettato e iniziato intorno al 1844-45, pubblicato a puntate nel 1847, in volume l'anno successiv ...continua

    LIBRO DEL MESE DI AGOSTO 2015
    http://www.ilclubdellibro.it/forum/4-libri-del-mese/11026.html

    SINOSSI
    Progettato e iniziato intorno al 1844-45, pubblicato a puntate nel 1847, in volume l'anno successivo, "La fiera delle vanità" è il romanzo più noto di Thackeray. In queste pagine si narrano le vicende parallele di due donne molto diverse: Becky Sharp, tanto coraggiosa e intelligente quanto astuta, arrivista e priva di scrupoli, e la sua compagna di scuola Amelia Sedley, emblema di virtù ma anche terribilmente ingenua e un po' sciocca. Dominato da un garbato sarcasmo che a tratti si trasforma in un'ironia più feroce, "La fiera delle vanità" sconvolse la società letteraria vittoriana per la schietta descrizione della realtà sociale dell'epoca, che sia l'ambiente mondano londinese, quello esotico dell'India colonizzata, quello militare, rozzo e primitivo, oppure quello ipocrita e perbenista della Chiesa. Su questo molteplice sfondo si snoda con incredibile fluidità una narrazione dominata da molteplici personaggi. Manca, in questo romanzo, un eroe completamente positivo: al suo posto, per la prima volta, si muovono sulla pagina figure che non sono semplici manichini, ma uomini in carne e ossa. Con un saggio di Anthony Trollope.

    RECENSIONE
    "Vanity Fair" è un libro che ha atteso a lungo sul mio scaffale prima di essere letto. Non veniva mai il suo turno ma la voglia di leggerlo c'è sempre stata e le aspettative che mi ero creata erano alte.
    In realtà si è rivelato un romanzo in parte diverso da come pensavo: una bella storia, certo, ma che è solo il pretesto o la base su cui Thackeray costruisce la sua pungente satira sulla borghesia inglese.
    Le due protagoniste, Becky e Amelia, rappresentano due modelli estremi di donna: la prima, scaltra e intelligente, usa la sua furbizia per la scalata sociale senza guardare in faccia nessuno e anzi calpestando spesso i sentimenti altrui; la seconda è invece una donna semplice, un po' piatta, che riversa tutto il suo interesse sugli affetti, prima il marito e poi il figlio, ma rimane spesso ottusa sulla realtà che la circonda.
    Non parliamo poi dei personaggi maschili: opportunisti e avidi, tordi ed egocentrici, irritabili ed orgogliosi, goffi o imbecilli. Insomma Thackeray non fa fare bella figura a nessuno...o quasi. Egli è un maestro nell'ironia e ci regala una storia piacevole che però tende spesso ad appesantire perdendosi in discorsi, direi quasi privati, in cui ci parla di Mr Tale e Mrs Tizia che non conosciamo e di cui, sinceramente, non ci importa nulla.
    Il romanzo risente un po' della pubblicazione a puntate in cui l'autore ha voluto, forse, "allungare un po' il brodo". Una volta conclusa la lettura però rimane solo il ricordo piacevole e ci si scorda volentieri delle parti noiose.
    "Un romanzo senza eroe" a detta di Thackeray stesso ma per me l'eroe c'è e risiede nella figura di Dobbin, sempre paziente, disponibile, fedele, comprensivo e di buon cuore verso tutti. E' un eroe se non altro per me visto che la sua sola presenza è servita a farmi portare a termine la lettura di questo romanzo ben scritto ma, a volte, faticoso.

    RECENSIONE A CURA DI EMILYJANE

    Passa a trovarci!
    www.ilclubdellibro.it

    ha scritto il 

  • 0

    Le finalità di satira sociale si compenetrano alla credibilità quasi psicoanalitica dell'affresco umano, nelle sue glorie e miserie, senza mai svilirlo in facili meccanicità. Notevole in particolare l ...continua

    Le finalità di satira sociale si compenetrano alla credibilità quasi psicoanalitica dell'affresco umano, nelle sue glorie e miserie, senza mai svilirlo in facili meccanicità. Notevole in particolare l'a parte che descrive l'attualissima economia del debito sulla quale prospera la borghesia del Regno Unito nel primo Ottocento.

    ha scritto il 

  • 3

    Classico immancabile!

    La prosa di Thackeray è squisita e la sua ironia addirittura eccelsa, ma quante pagine noiose in questo romanzo! Questa Becky che dovrebbe essere l'eroina negativa in questo romanzo (e lo è, eccome se ...continua

    La prosa di Thackeray è squisita e la sua ironia addirittura eccelsa, ma quante pagine noiose in questo romanzo! Questa Becky che dovrebbe essere l'eroina negativa in questo romanzo (e lo è, eccome se lo è) non mi convince, mi annoia dopo un po' nella sua corsa ambiziosa. Meno male che Thackeray ha creato Dobbin, il vero eroe del romanzo (a detta pure di Trollope): senza di lui avrei fatto più fatica a portare a termine la lettura.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    5

    Vanity Fair

    Vanity Fair il romanzo senza eroi... A mio avviso l eroe c è ... il maggiore Dobbin.. Onesto , sincero ,senza secondi fini in nessuna buona azione compiuta.Ama Amelia di un amore incondiZionato x anni ...continua

    Vanity Fair il romanzo senza eroi... A mio avviso l eroe c è ... il maggiore Dobbin.. Onesto , sincero ,senza secondi fini in nessuna buona azione compiuta.Ama Amelia di un amore incondiZionato x anni e anni... Finché... Dopo molti anni..."Non ve ne andrete , vero?""No,mai"La nave é giunta in porto, il colonnello ha ottenuto ciò x cui ha lottato tutta la vita.L uccellino finalmente ha trovato il suo nido . Per 18 anni lui a spasimato x questo, e ora la pena è finita. È giunto alla meta, alla conclusione, all ultima pagina.Addio colonnello; Dio ti benedica, caro onesto William! La tua attesa è stata ripagata, il tuo sogno si è finalmente avverato.Oh! Vanitas vanitatum! Chi mai al mondo puó dire di essere felice? E chi di vedere appagati i suoi desideri? E chi, se ottiene tanto, puó affermare d esser soddisfatto?Suvvia venire, bambini, mettiamo via teatrino e marionette: la nostra commedia è finita.

    ha scritto il 

  • 4

    Grande classico vittoriano, questo romanzo colpisce per la straordinaria modernità, per il livello di auto-consapevolezza della classe borghese emergente cui è destinato, che possiamo ricavare da cons ...continua

    Grande classico vittoriano, questo romanzo colpisce per la straordinaria modernità, per il livello di auto-consapevolezza della classe borghese emergente cui è destinato, che possiamo ricavare da considerazioni come queste: "la vivacità, il trionfalismo, l'allegria e la baldanza esibiti pubblicamente nella Fiera di vanità non hanno piena corrispondenza in privato, dove a volte si è sopraffatti da cupa depressione e lugubri rimorsi" ... "il mio benevolo proposito è questo, amici e compagni: guidarvi attraverso i vari spazi della Fiera, tra negozi e spettacoli, nel più sfolgorante insieme di rumori e di spensieratezza, per poi tornare tutti a casa alla propria solitudine" (non ricordano forse temi tipici di cospicua narrativa americana sulle recite borghesi dell'età dello sviluppo infinito?).
    I personaggi ambigui, sbirciati nelle loro contradittorie aspirazioni (l'arrampicatrice Becky fa più o meno danni dell'umile Amelia?), la religiosità ridotta a sterile moralismo ma incapace di guidare nelle scelte morali, la vita di società come replica di presunte etichette nobiliari (l'imitazione dei vip!) si stagliano su complicatissime e minime vicissitudini, che costituiscono solo il fondale per la messa in scena di una schiera di personaggi sulla quale - a differenza di quanto farà più di un seconolo dopo Wolfe, che non a caso scriverà il Falò, e non più la Fiera, di vanità - non cade mai il giudizio dell'Autore.
    P.S.: fra la buona società di provincia (dell'Hampshire), ci sono anche i Wapshot!

    ha scritto il 

  • 4

    Un classico che regge il peso del tempo

    Vanity Fair segue le vite di Rebecca Sharp e Amelia Sedley, due amiche/compagne di scuola separate da condizioni di nascita molto diverse e da caratteri e inclinazioni opposte. Due vicende umane desti ...continua

    Vanity Fair segue le vite di Rebecca Sharp e Amelia Sedley, due amiche/compagne di scuola separate da condizioni di nascita molto diverse e da caratteri e inclinazioni opposte. Due vicende umane destinate irrimediabilmente a incontrarsi, perdersi e poi cozzare ancora l'una contro l'altra per tutta la durata del libro.

    "Becky" Sharp è intelligente, furba e piena di qualità apprezzate nel bel mondo, mentre Emmy Sedley è una donnina svenevole e sempliciotta sempre pronta a frignare sulla spalla di qualcuno: in parte guidate dalle loro innate caratteristiche, in parte coinvolte in vicende più grandi e incontrollabili, le due "amiche" dovranno fare i conti con continui capovolgimenti di fortuna, momenti felici e tristi, lutti e nascite, sconfitte e trionfi momentanei.

    Attorniano Becky e Amelia un buon numero di personaggi comprimari, a loro volta attori ma anche spettatori di vite vissute sullo sfondo di un periodo particolarmente burrascoso della storia europea e britannica come le guerre tra Napoleone Bonaparte e gli eserciti del Vecchio Continente. La storia corre, gli eserciti lottano, le persone vivono e muoiono ma sono soprattutto schiave dei loro irrimediabili difetti.

    La fiera della Vanità è in sostanza un corposo affresco satirico dell'alta società inglese del diciannovesimo secolo, un mondo di cui la signorina Sharp (in Crawley) desidera ardentemente fare parte e in cui una patina di ipocrisia nasconde avarizia, avidità, gola, grettezza, inettitudine, vanità e buona parte di quelli che un paio di secoli fa consideravano (non a torto) i peggiori aspetti dell'animo umano.

    L'affresco raggiunge in pieno l'obiettivo, vale a dire dipingere la varia umanità del "bel mondo" al suo peggio mentre vive (o cerca di vivere) al meglio, una società in cui anche i migliori protagonisti (o comunque quelli che William Thackeray dimostra di voler trattare con un pizzico di riguardo in più, come nel caso del maggiore William Dobbin) non possono non rivelare un lato oscuro, patetico o umanamente detestabile.

    Un libro come La Fiera della Vanità viene meritatamente considerato un classico, e merita la lettura ancora oggi pur con tutti i difetti di un racconto che l'autore non trascura di sfruttare per impartire lezioncine morali tra un matrimonio e una nascita, una vacanza al mare e una battaglia per la salvezza dell'anima di una vecchia zitella strapiena di soldi. Bizzarra e non sempre piacevole alla lettura, dal mio punto di vista, l'abitudine di Thackeray di "entrare" letteralmente e uscire dal libro rivolgendosi in maniera diretta ai lettori, descrivendo i suoi presunti incontri con i personaggi (inventati) della storia e parlando dei fatti suoi (veri o fittizi) come pretesto o divagazione prima di andare avanti con il racconto.

    ha scritto il 

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