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La fiera delle vanità

Di

Editore: Rizzoli (BUR I grandi romanzi)

4.1
(1520)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 875 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Chi tradizionale , Francese , Tedesco , Spagnolo , Chi semplificata , Portoghese

Isbn-10: 8817017973 | Isbn-13: 9788817017978 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Bruno Tasso ; Prefazione: John Sitherland

Disponibile anche come: Tascabile economico , Cofanetto , Altri , Copertina rigida

Genere: Fiction & Literature , History , Romance

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Descrizione del libro
Il romanzo ha come titolo completo "Vanity Fair: a novel without a hero", ovvero "La fiera della vanità: un romanzo senza un eroe". La vera protagonista della storia è infatti la società con le sue contraddizioni: apparentemente si esalta la condotta secondo moralità, ma in realtà di ogni cosa si reclama solo l'apparenza e vittorioso è sempre il più furbo, mai il più buono. A rappresentare i due tipi di condotta due personaggi femminili: l'ingenua, pura e ricca Amelia Sedley e l'arrivista, povera e intelligente Becky Sharp. Il filo dell'ipocrisia legherà la scalata sociale della prima all'esistenza inutilmente votata alla rispettabilità della seconda.
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  • 4

    Un classico che regge il peso del tempo

    Vanity Fair segue le vite di Rebecca Sharp e Amelia Sedley, due amiche/compagne di scuola separate da condizioni di nascita molto diverse e da caratteri e inclinazioni opposte. Due vicende umane desti ...continua

    Vanity Fair segue le vite di Rebecca Sharp e Amelia Sedley, due amiche/compagne di scuola separate da condizioni di nascita molto diverse e da caratteri e inclinazioni opposte. Due vicende umane destinate irrimediabilmente a incontrarsi, perdersi e poi cozzare ancora l'una contro l'altra per tutta la durata del libro.

    "Becky" Sharp è intelligente, furba e piena di qualità apprezzate nel bel mondo, mentre Emmy Sedley è una donnina svenevole e sempliciotta sempre pronta a frignare sulla spalla di qualcuno: in parte guidate dalle loro innate caratteristiche, in parte coinvolte in vicende più grandi e incontrollabili, le due "amiche" dovranno fare i conti con continui capovolgimenti di fortuna, momenti felici e tristi, lutti e nascite, sconfitte e trionfi momentanei.

    Attorniano Becky e Amelia un buon numero di personaggi comprimari, a loro volta attori ma anche spettatori di vite vissute sullo sfondo di un periodo particolarmente burrascoso della storia europea e britannica come le guerre tra Napoleone Bonaparte e gli eserciti del Vecchio Continente. La storia corre, gli eserciti lottano, le persone vivono e muoiono ma sono soprattutto schiave dei loro irrimediabili difetti.

    La fiera della Vanità è in sostanza un corposo affresco satirico dell'alta società inglese del diciannovesimo secolo, un mondo di cui la signorina Sharp (in Crawley) desidera ardentemente fare parte e in cui una patina di ipocrisia nasconde avarizia, avidità, gola, grettezza, inettitudine, vanità e buona parte di quelli che un paio di secoli fa consideravano (non a torto) i peggiori aspetti dell'animo umano.

    L'affresco raggiunge in pieno l'obiettivo, vale a dire dipingere la varia umanità del "bel mondo" al suo peggio mentre vive (o cerca di vivere) al meglio, una società in cui anche i migliori protagonisti (o comunque quelli che William Thackeray dimostra di voler trattare con un pizzico di riguardo in più, come nel caso del maggiore William Dobbin) non possono non rivelare un lato oscuro, patetico o umanamente detestabile.

    Un libro come La Fiera della Vanità viene meritatamente considerato un classico, e merita la lettura ancora oggi pur con tutti i difetti di un racconto che l'autore non trascura di sfruttare per impartire lezioncine morali tra un matrimonio e una nascita, una vacanza al mare e una battaglia per la salvezza dell'anima di una vecchia zitella strapiena di soldi. Bizzarra e non sempre piacevole alla lettura, dal mio punto di vista, l'abitudine di Thackeray di "entrare" letteralmente e uscire dal libro rivolgendosi in maniera diretta ai lettori, descrivendo i suoi presunti incontri con i personaggi (inventati) della storia e parlando dei fatti suoi (veri o fittizi) come pretesto o divagazione prima di andare avanti con il racconto.

    ha scritto il 

  • 4

    Che piacevole mattone

    Che sia un mattone non c'è dubbio. La mia versione lo è quasi letteralmente, per grandezza e dimensioni...
    Ma è anche un libro davvero piacevole. Mi piace come l'autore dia sempre la sua opinione e no ...continua

    Che sia un mattone non c'è dubbio. La mia versione lo è quasi letteralmente, per grandezza e dimensioni...
    Ma è anche un libro davvero piacevole. Mi piace come l'autore dia sempre la sua opinione e non prenda mai le cose troppo sul serio: rende il tutto più leggero e facilità di molto la luuuuunga lettura!
    Ha ragione quando dice che è una storia senza eroi ed eroine: non ho provato vera simpatia per nessuno dei personaggi, ma nel complesso mi sono piaciuti tutti.
    In definitiva, superata la paura per l'estrema lunghezza, è un libro davvero piacevole!

    ha scritto il 

  • 3

    Grande classico che descrive la (buona) società inglese del periodo post-napoleonico in modo molto ironico e pungente.

    Tratta temi di fatto molto attuali, i vari personaggi che si incontrano nel roman ...continua

    Grande classico che descrive la (buona) società inglese del periodo post-napoleonico in modo molto ironico e pungente.

    Tratta temi di fatto molto attuali, i vari personaggi che si incontrano nel romanzo appaiono importanti per il loro prestigio sociale e le loro rendite e viene costantemente evidenziata la superficialità di tutti i protagonisti, le cui occupazioni principali sono i ricevimenti et similia.

    Pochissimi personaggi sono delineati in termini di "carattere", principalmente tutti sono individuati da livello sociale, occupazione o rendita (aristocratici, borghesi, banchieri etc), di fatti le frequentazioni non sono "scelte" in base agli interessi o alle affinità ma essenzialmente dal prestigio (così come fidanzamenti e matrimoni).

    La storia, che avrebbe potuto facilmente essere concentrata in almeno la metà delle pagine (il romanzo risente della prima stesura con le uscite "a puntate"), si sviluppa sulla contrapposizione di due donne, Amelia, gentile, dolce e garbata, ma un po' noiosa, e Rebecca, astuta e decisa a riuscire con ogni mezzo nella scalata sociale, per cui affina tutte le sue qualità per rendersi interessante ed attraente.

    La particolarità del romanzo è proprio legata al fatto che l'eroe non è quello classico, perfetto e pieno di virtù, tutt'altro: l'autore non manca mai di mettere in evidenza tutti i difetti, i limiti e le bassezze dei suoi personaggi, che in questo modo risultano molto reali e vivi.

    La conclusione risulta romantica, ma Rebecca, nonostante sia un esempio non positivo (ma neanche completamente negativo, in effetti, forse proprio per il suo essere un personaggio "vero") riesce in ogni caso a farcela.

    Lettura che non può mancare a chi ama i classici, anche se più di una volta si rischia di arenarsi per via di alcuni tratti piuttosto prolissi (penso a delle parti riguardanti dei dettagli di alcune casate inglesi), che poco danno al lettore moderno.

    Avrei dato volentieri 4 stelline, ma l'eccessiva lunghezza (per me in questo caso davvero poco utile) mi obbliga a toglierne una.

    ha scritto il 

  • 4

    La fiera della vanità di William Thackeray è un romanzo molto lungo, non tanto per il numero di pagine (comunque piuttosto elevata, ca. 900 pag.) quanto per il prolungarsi snervante e pigro della vic ...continua

    La fiera della vanità di William Thackeray è un romanzo molto lungo, non tanto per il numero di pagine (comunque piuttosto elevata, ca. 900 pag.) quanto per il prolungarsi snervante e pigro della vicenda.
    Se non fosse per la lentezza eccessiva, il romanzo sarebbe meraviglioso, perché ha uno spirito aspro, beffardo, moderno, sfacciato …perché mette in evidenza vizi e vanità universali con un piglio buffo e irriguardoso…. perché la sua validità è senza tempo e allargata ad ogni epoca fino ai nostri giorni.
    L’autore con maestria prende in giro i suoi contemporanei e l’intera umanità. Un romanzo che consiglio e che può appassionare tutti quelli che hanno la pazienza di soffermarsi in questa “fiera” quelli invece che hanno fretta, potrebbero non gradirlo.

    ha scritto il 

  • 3

    Mai come in questo caso il titolo del romanzo dice già tutto della personalità e dell'ambiente che circonda i suoi protagonisti, prima ancora di svelare i nomi di questi ultimi. A detta dello stesso a ...continua

    Mai come in questo caso il titolo del romanzo dice già tutto della personalità e dell'ambiente che circonda i suoi protagonisti, prima ancora di svelare i nomi di questi ultimi. A detta dello stesso autore, non ci sono eroi o eroine vere e proprie, nel senso più lusinghiero del termine, ma semplici comparse nella commedia di costume che sa essere la vita, specie la vita di società. Se pur di frivola commedia si tratta, a qualcuno deve pur spettare una parte di rilievo sul palcoscenico e questa parte si può dire che venga distribuita in egual misura tra due prime donne: Becky Sharp ed Amelia Sedley, due rappresentanti del sesso femminile che non potrebbero essere più diverse tra loro in fatto di carattere, spirito d'adattamento ed istinto di sopravvivenza.
    La scena si apre con le due giovani che escono dal collegio femminile, professandosi amiche per la pelle e facendo grandi progetti per il futuro, che da subito si prospetta molto diverso per le due. La dolce, gentile, ingenua Amelia infatti, esponente dell'alta borghesia, ha già un fidanzamento in fieri e la testa priva di qualsiasi preoccupazione per l'avvenire, mentre la scaltra, avveduta e povera in canna Becky deve arrabattarsi fin da subito per trovare una casa ed un marito che sovvenzionino le sua manie di grandezza e la salvino dal misero destino di istitutrice. Matrimoni più o meno disinteressati, rivolgimenti finanziari e strenue lotte per l'eredità, a base di subdoli e nemmeno tanto sottili intrighi, sono il cuore del romanzo e segnano le vicende delle due protagoniste, sullo sfondo storico offerto dalla memorabile battaglia di Waterloo.
    All'inizio la lettura si è rivelata piacevole grazie al tono leggero, all'atmosfera frivola e volatile, all'evidente intento dell'autore di prendere in giro tutti, senza volerlo minimamente nascondere e nonostante l'assenza di personaggi sufficientemente forti da lasciarsi amare o odiare con trasporto, anzi, forse anche grazie a quest'ultimo dettaglio, senza il quale il romanzo avrebbe perso una buona dose della sua leggerezza. Quello che mi ha abbastanza divertito nelle prime pagine, con l'autore sempre pronto ad intervenire parlando di sé come il narratore onnisciente cui è dato di varcare ogni soglia, incline a rivolgersi ai suoi lettori ed a chiamarli per nome, a lungo andare ha cominciato ad annoiarmi. Risultato: una lettura nel complesso piacevole ma non appassionante; una satira graffiante ma a tratti ridondante.

    ha scritto il 

  • 5

    Un luogo «frivolo, maligno e assurdo».

    Avevo in parte dimenticato quanto di salutare e dolce ci sia nella lettura di un classico. Dopo averlo scritto, mi rendo conto che "dimenticato" non è per niente la parola più adatta: mi riferisco a u ...continua

    Avevo in parte dimenticato quanto di salutare e dolce ci sia nella lettura di un classico. Dopo averlo scritto, mi rendo conto che "dimenticato" non è per niente la parola più adatta: mi riferisco a un sentimento che, una volta provato, non si può affatto dimenticare, viscerale com'è; mi riferisco a un sentimento che, provato una volta, diventa un tenero assillo, un canto di sirena che ammalia sempre, una madrepatria il cui richiamo echeggerà sempre. Questo, signori, è l'angolo di me stessa che Thackeray ha rispolverato.

    E' facile capire perché La Fiera delle Vanità venga spesso ricordata con il suo sottotitolo, Romanzo senza eroe. L'Inghilterra che l'autore dipinge è un luogo in cui un eroe sarebbe un pesce fuor d'acqua, i salotti in cui si intrufola templi dedicati agli dei svariati, nessuno dei quali si potrebbe venerare in una chiesa. Questo romanzo non ha un eroe perché gli eroi sono mediocri. Questo romanzo non ha un eroe perché gli eroi classici sono perfetti, integri, omogenei, saturi di bontà così come i loro oppositori lo sono di perfidia. La mondanità, dell'eroismo, non ha che farsene: non c'è niente che un uomo soltanto onesto o una donna soltanto virtuosa possa voler acquistare tra tutte le meraviglie esposte sulle bancarelle della Fiera delle vanità.
    Tale, almeno, è il pensiero Thackeray. E il lettore, perlomeno in questo frangente, non può far altro che annuire convinto e dirsi d'accordo. Destreggiarsi con Becky tra le sue mille macchinazioni è così divertente da rendere i lamenti di Amelia persino commoventi, ridere della pomposità di Jos così facile da convincerci a mostrare al timido Dobbin dei primi tempi la benevolente simpatia che non ha -ancora- fatto nulla per meritarsi. Ed ecco dunque che in mezzo ai difetti dei personaggi fittizi fanno capolino quelli del lettore che ama trastullarsi con le loro avventure: se pensate che la boriosità del tuttavia insicuro esattore di Boggley Wollah non vi abbia resi compiacenti verso voi stessi e verso l'assennatezza di cui avete dato prova nel riconoscerne la comicità, allora fareste meglio a riprendere il romanzo e rileggerlo daccapo, perché vi assicuro che vi siete persi gran parte dello spettacolo. Se non vi siete accorti di quanto ridere delle umane pecche di questi personaggi abbia accresciuto in voi la sensazione di deprecarli a buon diritto, mentre passavate dall'orrore per i misfatti di Rebecca all'indignato biasimo per i vizi di Gorge, e questo semplicemente perché l'assistere a tante bassezze vi faceva sentire al di sopra di ognuna di loro, allora non avrete di certo avuto il piacere di arrossire mentalmente fermandovi a metà del fatidico "Io non l'avrei mai fatto" che il vostro cervello stava giusto tentando di formulare, e non avrete gustato la soddisfazione di esservi colti in un fallo così flagrante.

    Thackeray è un maestro già solo per la sottigliezza con cui sa innescare questo meccanismo; c'è però un'altro piccolo prodigio che la sua abilità di ritrattista gli permette di compiere, un prodigio ben familiare per tutti i lettori, visto che ogni buon narratore dovrebbe essere in grado di realizzarlo.
    Quando diciamo che Miss Rebecca Sharp non ha fatto altro che comportarsi come la vipera che è, da queste parole traspare una certa inevitabile ammirazione per l'abilità e la scaltrezza della suddetta signorina. Quando mettiamo mani ai capelli chiedendoci con frustrazione perché quello sciocco di Dobbin non si decida a capire che è inutile sperare ancora che Amelia possa amarlo dopo quindici anni di corteggiamento a vuoto, in realtà noi ragazze ci stiamo chiedendo se mai troveremo un affezionato, fedele, caro maggiore tutto per noi, e voi ragazzi se incontrerete mai una donna da amare con tanta forza. Se anche siamo convinti che Rawdon sia solo un signorotto con troppi soldi, troppi vizi e troppa abilità nei giochi di carte, ci si spezzerà ugualmente il cuore di fronte alla tenerezza che dimostra verso suo figlio.
    Il punto è che niente è bianco o nero. C'è tutta una serie di gradazioni nel mezzo, e anche messa così sembra una semplificazione, se si applica il sistema all'infinita gamma delle personalità umane. Thackeray lo sapeva, ed è per questo che ci ha lasciato la sua visione della terribile Fiera delle vanità, nelle cui fauci (scusate il gioco di parole) si farebbe meglio a non finire, per quanto ci si possa stare comodi.

    ha scritto il 

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