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La fine

Di

Editore: 66th and 2nd

3.5
(126)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 389 | Formato: Paperback | In altre lingue: (altre lingue) Inglese

Isbn-10: 8896538130 | Isbn-13: 9788896538135 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Beniamino Ambrosi

Genere: Fiction & Literature

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Descrizione del libro
Cleveland, 15 agosto 1953. La Little Italy di Elephant Park è in subbuglio per la festa dell’Assunta. Rocco, il fornaio del quartiere, riceve una lettera che lo informa della morte del figlio in Corea e decide di tentare un viaggio per ritrovare la moglie che lo aveva abbandonato molti anni prima, portando con sé due dei loro tre figli. Da qui prende l’avvio un romanzo corale in cui tutti i personaggi cercano disperatamente di riannodare i fili spezzati del passato per trovare un senso nel viaggio che li ha portati dall’altra parte del mondo. Un’anziana che procura aborti clandestini, un adolescente che si interroga sull’esistenza di Dio, una sarta che lavora a cottimo, un gioielliere che colleziona lettere dei soldati confederati e si macchia di un crimine inspiegabile. Persone ordinarie, dall’esistenza semplice, di cui l’autore rivela la complessità di pensiero e svela il più intimo sentire nella cornice di una trama avvincente. In questo romanzo è ritratta l’umanità intera: i vizi, le virtù, i colpi d’ala e le bassezze d’animo di cui è costellata la ricerca interiore di ogni individuo.
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  • 3

    “Il panettiere, la vedova che sbarazza della bicicletta chi non vuole pedalare e Ciccio Mazzone dell’Ohio, nipote di Ciccio Mazzone suo nonno, di Napule.” Oppure: "Ohiohioi che dolor l’Ohio!"

    Un uomo tira la sedia sul balcone e, oplà, si accomoda nel frescolino; e si toglie dal viso la maschera antigas.

    L’immagine che ho preferito del romanzo di Scibona è questa, eccentrica rispetto al tu ...continua

    Un uomo tira la sedia sul balcone e, oplà, si accomoda nel frescolino; e si toglie dal viso la maschera antigas.

    L’immagine che ho preferito del romanzo di Scibona è questa, eccentrica rispetto al tutto, e smagliante, icastica nel suo sembrare dissociata mentre non lo è per niente. “La fine” è un romanzo che ha tutte le carte in regola per piacere e non m’è piaciuto, forse proprio per la questione che le carte tutte in regola mi danno la stessa sensazione insoddisfacente che mi danno le carte quando sono false e non fanno proprio niente per sembrare un pochetto meno false di quanto siano.

    I romanzi mi piacciono contemporanei e atemporali; per essere contemporanei non basta certo declinare i verbi al presente o metterci le date dell’anno in corso, così come per essere atemporali non c’è altro modo per sapere se lo siano dell’aspettare qualche centinaio d’anni o giù di lì, rileggerseli e scoprire se ritraggono aspetti dell’esistenza intramontati e, chissà se è vero, intramontabili magari. Se insomma la loro lingua parla ancora. Per dire che è atemporale deve trattarsi di un romanzo scritto cento o volendo azzardare non essendo avidi di spavalderia cinquanta anni fa; e un romanzo atemporale è sempre contemporaneo. Di un romanzo pubblicato negli ultimi decenni quindi il massimo che se ne può dire è se è un romanzo contemporaneo o no: ovvero, cosa capisce del mondo nel quale appare; che poi lo voglia esprimere con la fantascienza, la fiction storica, l’horror o la novellistica verosimile o grottesca poi è lo stesso. Scibona ha scritto un romanzo sugli italoamericani della prima metà nel Novecento - con tutta l’atmosfera angustiata che i poveri dall’inizio alla fine è consigliato che producano - quindi ha tutte le carte in regola per essere più contemporaneo che mai: i nostri sono gli anni delle emigrazioni mondiali, è un tema che da dovunque lo imbocchi, lo imbrocchi.

    Mia sorella è emigrante, mio fratello è stato emigrante, io per qualche tempo ho emigrato per quanto internamente. Mio padre non è stato emigrante, neppure mia madre, che credo abbia raramente varcato la sua regione di nascita in vita sua. I miei nonni non hanno emigrato ma i cugini dei mie nonni sono emigrati. Dai miei figli mi aspetto che emigraranno. Immigrano intanto i padri e i figli degli altri, e quandi dico gli altri spazio tra i continenti. È importante, e audace, è bellissimo cercare di ricucire qualcosa tra tutte queste storie. Il romanzo di Scibona non lo ricuce, si fila se stesso, è un romanzo più all’americana che americano.

    Scibona è stato lentamente troppo localistico prima e troppo intimistico dopo, e una storia enorme – difficilissima da gestire, e di cui secondo me è riuscito a suggerire qualcosa, inseguendone la potenza d’urto, solo Antonio Moresco col suo “Gli increati”, nella letteratura contemporanea – diventa il malessere, in certi punti addirittura gesuitico, di alcuni personaggi credibilissimi, tridimensionali come pochi, però in disparte, limitati alle loro vicende tecnicamente raccontate in maniera eccellente, ma in una continua emorraggia di tensione interna, al punto che per tenere assieme la baracca Scibona ha dovuto infilare nella sua storia la figura di uno stupratore inadatto a vivere traballante e superflua, anzi: che h arischiato di ‘semplificare’ il perché di una serie di relazioni fallimentari all’interno di una famiglia allargata, che per essere stortignaccole non c’avevano mica bisogno dell’Homo Ex Machina.

    C’è proprio tutto quello che dovresti trovarci alla voce letteratura americana dell’immigrato nel romanzo: la cupa religiosità, la violenza continuamente sottotraccia, una moralità che nasce dalle proprie viscere più che dalle regole condivise da una collettività civile. Una lista di caratteristiche spuntante una dietro l’altra.

    Una ottima esecuzione, però è una partitura più imitata con indiscutibile eleganza e con qualche riarrangiamento azzeccato che inventata. Più un riandare al passato che un ritorno dal futuro, e uno scrittore contemporaneo il presente deve immaginarselo come lo stesse raccontando cento anni dopo, se è quel baro bastardo e irresistibile che deve essere per truffare anche il tempo e fregargli qualche segreto sulla durata inesauribile.

    “La fine” di Scibona finisce appena hai letto la sua ultima pagina che non ce la fa a diventare la prima, cioè a far accadere qualcosa, a aver aperto una porta sul mondo di cui la letteratura o è un grimaldello o è una chiave sbagliata che gira a vuoto nella toppa alla quale non mette una pezza intrisa di benzina per darle fuoco e spalancarla poi con la sua maniera, se le cattive solite buone maniere non bastano a togliere l’intralcio.

    ha scritto il 

  • 3

    La potenza evocativa della parola

    Partiamo da una necessaria premessa: a livello di trama, non ho capito quasi nulla. Mi sono lasciata trasportare dalla corrente di una prosa lirica, caratterizzata dal flusso di coscienza, e solo ogni ...continua

    Partiamo da una necessaria premessa: a livello di trama, non ho capito quasi nulla. Mi sono lasciata trasportare dalla corrente di una prosa lirica, caratterizzata dal flusso di coscienza, e solo ogni tanto ho trovato appigli narrativi in grado di mettere ordine (parzialmente) nel caos degli eventi. L'arco temporale è frammentato da continui balzi temporali tra la prima decade del '900 e il 1953 (inframmezzati, tra l'altro, da riferimenti a eventi della storia americana dell'Ottocento di cui uno dei protagonisti è appassionato): la comunità in cui si svolgono le storie è quella italo americana di una cittadina dell'Ohio, in un quartiere denominato Elephant Park, alla vigilia della solita festa religiosa- la Madonna dell'Assunta- a cui i migranti dal sud Italia sono particolarmente devoti.
    Qui si intrecciano destini, inconsapevoli, di una sotto umanità specchio di ogni umanità possibile nella storia.
    E' la lingua il fattore vincente di questo romanzo (??) per altri versi poco riuscito: con le dovute proporzioni mi ha ricordato il primo Joyce, meno centrato ma altrettanto ricco.

    ha scritto il 

  • 3

    L'ho trovato difficile e mi ci é voluto molto tempo per finirlo.
    Lo considero un buon libro ma le descrizioni minuziose lo rendono lento.
    Nulla, nella narrazione, viene lasciato al caso e si nota il g ...continua

    L'ho trovato difficile e mi ci é voluto molto tempo per finirlo.
    Lo considero un buon libro ma le descrizioni minuziose lo rendono lento.
    Nulla, nella narrazione, viene lasciato al caso e si nota il grande impegno dello scrittore che é stato in grado di riprodurre magistralmente le atmosfere delle famiglie degli immigrati italiani in America all'inizio del '900.
    Son contenta di averlo letto.

    ha scritto il 

  • 2

    Consigliato: a chi ama le storie pseudo-epigone di Joyce.
    Sconsigliato: a chi preferisce la linerità narrativa (che da Omero in giù - in barba a ogni sperimentalismo - si chiama chiarezza).

    Consigliat ...continua

    Consigliato: a chi ama le storie pseudo-epigone di Joyce.
    Sconsigliato: a chi preferisce la linerità narrativa (che da Omero in giù - in barba a ogni sperimentalismo - si chiama chiarezza).

    Consigliato: a chi vuole rischiare di leggersi 300 pagine e passa, senza afferrare il bandolo.
    Sconsigliato: a chi crede che raccontare sia un po' come farsi padre e madre, e il lettore vada accompagnato - magari in una pensione dove una testa è stata tagliata d'accetta per mano di un innocuo studente (vd. Delitto e castigo)- ma accompagnato con mano sicura.

    p.s. una storia letta, se poi non riesci a raccontarla nemmeno a tua moglie, non è tua e forse non è neanche una storia.

    ha scritto il 

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