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La fine del Titanic

By Hans Magnus Enzensberger

(70)

| Others | 9788806117054

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Book Description

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    Canto sedicesimo

    La fine del Titanic risulta agli atti.
    È roba per poeti.
    È garanzia di un alto tasso di defiscalizzazione.
    È l'ulteriore conferma dell'esattezza delle tesi di Vladimir Ilic Lenin.
    È data alla Tivù subito dopo la Domenica Spor ...(continue)

    Canto sedicesimo

    La fine del Titanic risulta agli atti.
    È roba per poeti.
    È garanzia di un alto tasso di defiscalizzazione.
    È l'ulteriore conferma dell'esattezza delle tesi di Vladimir Ilic Lenin.
    È data alla Tivù subito dopo la Domenica Sportiva.
    È impagabile.
    È inevitabile.
    È meglio di niente.
    È in congedo il lunedì.
    È ecologica.
    È colei che schiude la via verso un futuro migliore.
    È arte.
    È creatrice di nuovi posti di lavoro.
    E pian piano ci dà ai nervi.
    È brevettata.
    È ancorata alle masse.
    È arrivata a proposito.
    È andata liscia.
    È uno spettacolo la cui bellezza ci mozza il fiato.
    È cosa che dovrebbe far riflettere i responsabili.
    E ormai non è più quella di un tempo.

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    Elicy said on Dec 12, 2013 | Add your feedback

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    Uebersetzung

    Canzoni d'epoca rese in italiano con canzoni italiane.
    A me pare infelice.

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    [radek] said on Apr 16, 2012 | Add your feedback

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    La fine del progresso, le illusioni perdute. E la fine del mondo che arriva "un po' per volta, a rate, a pezzi e bocconi, in tempi e luoghi diversi", come scrive nell'introduzione Cesare Cases echeggiando lo stesso Enzensberger. In un poemetto di po ...(continue)

    La fine del progresso, le illusioni perdute. E la fine del mondo che arriva "un po' per volta, a rate, a pezzi e bocconi, in tempi e luoghi diversi", come scrive nell'introduzione Cesare Cases echeggiando lo stesso Enzensberger. In un poemetto di potente afflato lirico e visionario che fonde materiali, linguaggi, timbri. Che alterna descrizione secca, sarcasmo, rimpianto e rendiconto, rievocazione commossa, invettiva e inventario notarile. Che ammassa i materiali come relitti di un naufragio, appunto.
    La prima stesura di "La fine del Titanic" il poeta tedesco la compose all'Avana, nel 1969, spettatore appassionato del socialismo tropicale, mentre cominciava a vedere le crepe dell'esperimento castrista e la partecipazione trascolarava in amarezza e desencanto.

    A quei tempi all'Avana si sfaldava l'intonaco
    delle case, nel porto sostava immobile
    un putrido fetore, rigoglioso avvizziva il passato,
    la miseria rosicchiava notte e giorno
    smaniosa il piano decennale, ed io
    scrivevo della "Fine del Titanic".
    Scarpe non ce n'erano e niente giocattoli,
    niente lampadine e niente tranquillità,
    la tranquillità poi non c'era proprio, e i mormorii
    erano come zanzare. Allora tutti pensavamo:
    domani andrà tutto meglio, e se non
    domani, sarà dopodomani. Be' -
    forse non proprio meglio,
    ma comunque diversamente, del tutto
    diversamente, in ogni caso. Sarà tutto diverso.
    Una sensazione meravigliosa. Me lo ricordo.

    (...)

    Ed io ero distratto e posai lo sguardo
    oltre il muro del porto, sul Mar dei Caraibi,
    ed è lì che lo vidi, molto più grande
    e più bianco del bianco, fuori, al largo,
    lo vidi solo io e nessun altro,
    nella rada buia, la notte era limpida
    e il mare nero e liscio come uno specchio,
    e lì vidi l'iceberg, assurdamente alto
    e freddo, come un fredda Fata Morgana,
    avanzare lento, inesorabile,
    bianco, su di me.

    Enzensberger come il capitano del transatlantico inaffondabile, che vede andare a picco i suoi ideali. Quella prima stesura nel poemetto, scritta su un quaderno con la copertina in tela cerata e inviata a Parigi con la posta, si perde. La stesura ricomincia, e si completa, a Berlino nel 1977. E si fa riflessione sulla memoria e sul fare artistico, sul divenire dell'atto artistico (i suggestivi interludi dedicati a quadri anonimi di veneziani, umbri, fiamminghi). Bilancio in cui esperienza personale e memoria del secolo agli sgoccioli coincidono.

    Così scrivo a Berlino. Come Berlino
    io odoro di bossoli vecchi,
    d'Europa orientale, di zolfo, di disinfettante.
    Lentamente torna adesso a far freddo.
    Attentamente io leggo le ordinanze.
    Lontano, al di là d'innumerevoli cinematografi,
    si erge inavverito il muro, dietro al quale,
    lontani gli uni dagli altri, si ergono qua e là dei cinematografi.
    Con scarpe nuove di zecca vedo stranieri
    qua e là disertare attraverso la neve.
    Sto morendo di freddo. Ricordo, quasi
    da non crederci, sono passati meno di dieci anni,
    i giorni stranamente spensierati dell'euforia.

    La sorte della nave e dei suoi passeggeri come potente allegoria del secolo breve, dove lo splendore della tecnologia e le istanze di liberazione dell'uomo vanno incontro al medesimo naufragio. Dal quale emergono

    rottami, frammenti di frasi,
    cassette vuote, grosse buste commerciali,
    bruni, fradici, rosicchiati dal sale,
    estraggo dai flutti dei versi,
    dai cupi, caldi flutti
    del mar dei Caraibi,
    dove pullulano gli squali,
    versi esplosi, salvagenti,
    vorticosi souvenirs.

    PP, ovvero postilla pedante. La traduzione di Vittoria Alliata è splendida. E diventa vero gioco di bravura nel canto tredicesimo, un collage di canzonette e canti popolari (tedeschi, ovviamente) sulla vita marinaresca che la traduttrice rende con equivalenti italiani. Sono sbagliate però le attribuzioni di alcune canzoni. "Il mondo non si è fermato mai un momento/la notte insegue sempre il giorno etc." non è "Fuori dal mondo" di Cassia, 1940 circa, ma "Il mondo" di Gianni Boncompagni e Carlo Pes, 1965, arrangiata da Ennio Morricone e portata al successo da Jimmy Fontana. E "Che colpa abbiamo noi" di Lin-Mogol, 1968 circa, è in realtà del 1966, fu portata al successo dai Rokes ed era una cover di "Cheryl's goin' home" del cantautore americano Bob Lind, oggi pressoché dimenticato ma allora abbastanza in voga: in quegli anni, i Rokes presero dal suo repertorio "E' la pioggia che va", Caterina Caselli "Una farfalla".

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    bartlebyloscrivano said on Jun 15, 2010 | Add your feedback

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    canto sedicesimo

    La fine del Titanic risulta agli atti.
    E' roba per poeti.
    E' garanzia di un alto tasso di defiscalizzazione.
    E' l'ulteriore conferma dell'esattezza delle teorie
    di vladimir ilic lenin
    E' data alla tivù ...(continue)

    canto sedicesimo

    La fine del Titanic risulta agli atti.
    E' roba per poeti.
    E' garanzia di un alto tasso di defiscalizzazione.
    E' l'ulteriore conferma dell'esattezza delle teorie
    di vladimir ilic lenin
    E' data alla tivù subito dopo la domenica sportiva.
    E' impagabile.
    E' inevitabile.
    E' meglio di niente.
    E' in congedo il lunedì.
    E' ecologica.
    E' colei che schiude la via verso un futuro migliore.
    E' arte.
    E' creatrice di nuovi posti di lavoro.
    E pian piano ci da i nervi.
    E' brevettata.
    E' ancorata alle masse.
    E' arrivata a proposito.
    E' andata liscia.
    E' uno spettacolo la cui bellezza ci mozza il fiato.
    E' cose che dovrebbe far riflettere i responsabili.
    E ormai non è più quella di un tempo.

    E quando la mia, di vita, sembrava il titanic, questo libro è venuto proprio a cecio.

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    wanda tigre said on Feb 26, 2009 | Add your feedback

Book Details

  • Rating:
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    • 4 stars
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  • Others
  • ISBN-10: 880611705X
  • ISBN-13: 9788806117054
  • Publisher: Einaudi
  • Publish date: xxxx-xx-xx
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