Certo non si può dire che Julian Barbour sia un tipo ordinario. Nel 1963, durante gli studi di astrofisica, si è appassionato a tal punto agli aspetti più enigmatici della fusione relativistica tra spazio e tempo da abbandonare la materia per dedicar Continue
Certo non si può dire che Julian Barbour sia un tipo ordinario. Nel 1963, durante gli studi di astrofisica, si è appassionato a tal punto agli aspetti più enigmatici della fusione relativistica tra spazio e tempo da abbandonare la materia per dedicarsi alla fisica teorica. E dopo aver conseguito il dottorato all'Università di Colonia ha lasciato l'accademia per stabilirsi in una tenuta nell'Oxfordshire, dove per quasi trent'anni ha sbarcato il lunario lavorando come traduttore per riviste scientifiche. Ma non ha abbandonato la ricerca in fisica teorica, anzi. Ha semplicemente deciso di dedicarsi alla passione della sua vita senza sottostare alla regola del publish or perish, frequentando convegni e seminari e confrontandosi con i colleghi, ma rinunciando alla carriera universitaria e agli articoli sulle riviste: «Volevo passare qualche anno a pensare - scrive - prima di pubblicare alcunché».
È così che, nella sua veste di ricercatore indipendente, ha elaborato la sua idea del tempo, che illustra in La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima ventura, in edicola con «Le Scienze» di dicembre. D'altra parte, racconta nella sintesi che antepone al volume, fin dai primordi della civiltà di sono scontrate due diverse visioni del mondo: da un lato Eraclito, con il suo panta rei, «che sosteneva la necessità dell'eterno scorrere del tutto», e dall'altro Parmenide, principale esponente della scuola di Elea, convinto che tempo e moto non esistessero affatto.
E se per più di due millenni le idee di Parmenide sono finite in un cassetto, Barbour le abbraccia, in senso filosofico, accogliendone le più estreme conseguenze: il tempo non è che un'illusione radicata nel profondo dei nostri sensi. È questa la conclusione che emergerebbe, secondo il fisico britannico, dall'unificazione tra la relatività einsteiniana e la meccanica quantistica, per cui il tempo cesserebbe di avere un ruolo come fondamento della fisica. Per avvalorarla, Barbour fa un excursus nella storia del concetto di tempo, così come è stato elaborato da giganti della scienza del calibro di Galileo, Newton ed Einstein, e arriva alle speculazioni dei più noti fisici contemporanei: da John Wheeler a Roger Penrose, a Stephen Hawking. E, strada facendo, ci introduce ad alcuni dei più affascinanti misteri dell'universo, esplorando ipotesi originali su mondi paralleli, viaggi nel tempo e, soprattutto, l'illusione del movimento.
A qualcuno forse sembrerà di tornare al paradosso di Zenone, quello in cui Achille non raggiungeva mai la tartaruga, ma in realtà l'ipotesi di Barbour dipinge un mondo in cui le leggi fisiche sono assai più complesse di quelle immaginate dai filosofi presocratici. Scritto con uno stile fluido e accessibile, La fine del tempo capovolge la nostra comprensione della realtà, e delinea scenari che invitano a una profonda riflessione sia sulla fisica sia sulla filosofia.