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La fine della storia e l'ultimo uomo

Di

Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli

3.4
(41)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 430 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8817000140 | Isbn-13: 9788817000147 | Data di pubblicazione: 

Traduttore: D. Ceni

Disponibile anche come: Copertina rigida , Altri

Genere: History , Political , Social Science

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Descrizione del libro
Siamo alla fine della Storia e all'ultimo uomo e alla fine quindi di tuttala società umana e planetaria? Questa domanda ha suscitato polemiche tra glistudiosi. Le due forze motrici della storia, "la logica della scienza moderna"e "la lotta per il riconoscimento", portano al collasso di ogni totalitarismo.Ma nasce un'altra domanda: sono sufficienti la libertà e l'uguaglianza, siapolitica sia economica a garantire una condizione sociale stabile esoddisfacente?
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  • 4

    Datato ma non superato, il libro di Fukuyama, in definitiva, a parer mio, un testo di antropologia sociale scritto brillantemente e ancora oggi, per molti aspetti attuale (nell'ultimo ventennio le ...continua

    Datato ma non superato, il libro di Fukuyama, in definitiva, a parer mio, un testo di antropologia sociale scritto brillantemente e ancora oggi, per molti aspetti attuale (nell'ultimo ventennio le radicali trasformazioni hanno riguardato la globalizzazione e il maggiore impatto del mondo islamico) sviluppa o storicizza il pensiero di Hegel e Kollejève: il riconoscimento è il motore della storia e la forma di governo definitiva è la democrazia parlamentare, che assicura a tutti la possibilità di soddisfare questo desiderio innato in tutti gli uomini. Al di là della discutibile conclusione cui approda l'autore, resta affascinante il percorso e sono bellissime le pagine sulle pseudodemocrazie, tipiche di alcuni stati sudamericani nel passato recente, in cui il rapporto è rimasto quello di signoria-servitù, nonostante l'adozione delle forme legalmente proprie del liberalismo. Lettura avvincente.

    ha scritto il 

  • 3

    Sono molto combattuto rispetto al giudizio da dare all'opera più famosa di Fukuyama: un libro molto vasto per gli argomenti trattati che vuole ricollegarsi con un fil rouge alla filosofia hegeliana ...continua

    Sono molto combattuto rispetto al giudizio da dare all'opera più famosa di Fukuyama: un libro molto vasto per gli argomenti trattati che vuole ricollegarsi con un fil rouge alla filosofia hegeliana (nel titolo, "la fine della storia")e al pensiero nietzscheano (nel titolo, "l'ultimo uomo"). Tuttavia l'analisi di Fukuyama appare a volte tanto vasta quanto superficiale: le sue riflessioni sul fascismo sono in realtà riflessioni sul nazismo, dimenticandosi quasi che il primo è nato in italia e aveva caratteristiche fortemente locali. Ho avuto una grande difficoltà a capire quale siano se non le conclusioni, la tesi di fondo delle sue argomentazioni. E con sorpresa devo concludere che anche molti che l'hanno commentato in questi anni non devono averlo letto molto bene se intravvedono in quella "fine della storia" l'acquisita diffusione dei principi liberali nel mondo. Fukuyama non dice nulla del genere, anzi distingue continuamente un mondo storico, conflittuale, dispotico, in via di sviluppo solo economico, da uno post storico, occidentale, che non è detto non possa tornare nella storia. E' una lettura impegnativa e interessante contrapposta spesso e incomprensibilmente al "clash of civilization" di Huntington, di cui invece mi sembra complementare. Non è adatto alla spiaggia, ma è molto adatto a descrivere la contemporaneità, anche quando sbaglia nelle previsioni che riguardano la nostra Europa. Per teorici impenitenti.

    ha scritto il 

  • 3

    Un testo notevole per la comprensione della nostra epoca

    Quello di Fukuyama è senz'altro un testo notevole per la comprensione della nostra epoca: libero da schemi mentali di contrapposizione moderno/postmoderno, narra la storia dell'evoluzione politica ...continua

    Quello di Fukuyama è senz'altro un testo notevole per la comprensione della nostra epoca: libero da schemi mentali di contrapposizione moderno/postmoderno, narra la storia dell'evoluzione politica dalla tirannia alla democrazia liberale, degli ultimi 50 anni. Un libro che tocca vertici quasi filosofici in molti punti, e che si può leggere con grande scorrevolezza, grazie alla bella prosa e l'ottimo lavoro di traduzione. Ma nonostante ciò, è un libro già scaduto: lo stesso Fukuyama è tornato indietro su molte considerazioni da lui stesso espresse ne "La fine della storia e l'ultimo uomo", anche se nell'arco di pochi anni molte delle sue previsioni sembrano si siano lentamente avverate, dal ritorno di fiamma dell'integralismo islamico fino allo scoppio delle guerre nei balcani. Non ultima il ritorno delle ultadestre nazionalistiche. Eppure, sembra che lo stesso Fukuyama voglia dilungarsi più del dovuto nell'argomentare le proprie tesi, ripetendosi il più possibile, e chiedendo uno sforzo al lettore decisamente grande. Sono pochi i capitoli veramente interessanti. Uno fra tutti, il capitolo 28, dove la nozione di "Ultimo uomo" e di "Fine della storia" vengono espressi in maniera quasi poetica e con la possibilità di enucleare diversi aforismi. Che sia intenzione dell'autore o no poco importa, ma effettivamente l'intero testo sembra essere un lento avvicinarsi a queste poche pagine, che sono le uniche che meritano un attentissimo studio. Per le altre è sufficiente una svogliata lettura. Peccato, perché il succo del suo discorso, se epurato dell'apologia stucchevole della democrazia liberale e del capitalismo, sarebbe stato senz'altro un classico, e non semplicemente un libro controverso.

    ha scritto il 

  • 3

    Secondo l'autore tutte le nazioni approderanno ad una democrazia liberale prima o poi perché questa consente allo spirito umano di esprimersi e sentirsi "riconosciuto". Sorvolando sulle differenze ...continua

    Secondo l'autore tutte le nazioni approderanno ad una democrazia liberale prima o poi perché questa consente allo spirito umano di esprimersi e sentirsi "riconosciuto". Sorvolando sulle differenze di condizione che questo tipo di società, comunque capitalista, riserva. Si tratta della presentazione di un'idea (o ideologia) di società letta come destino per tutta l'umanità. L'autore purtroppo scavalca con un po' di leggerezze le critiche classiche di Marx e Nietzsche.

    ha scritto il 

  • 5

    Thymos come la parte Dell anima che distingue l uomo per essere riconosciuto per il suo valore dal resto della comunità la fine della storia intesa come la democrazia come forma suprema di governo ...continua

    Thymos come la parte Dell anima che distingue l uomo per essere riconosciuto per il suo valore dal resto della comunità la fine della storia intesa come la democrazia come forma suprema di governo che genera un uomo nuovo lontano dalla storia passata che disprezza la guerra e pensa più al suo aspetto che alla sua morale

    ha scritto il 

  • 3

    Socio-filosofia espressiva

    Ambizioso tentativo di riportare in auge lo storicismo come metodo esplicativo (in caso se ne sentisse il bisogno). Non a caso l'impianto dell'intero volume è filosofico più che economico o ...continua

    Ambizioso tentativo di riportare in auge lo storicismo come metodo esplicativo (in caso se ne sentisse il bisogno). Non a caso l'impianto dell'intero volume è filosofico più che economico o sociologico. In pratica quale essenza della storia viene sostituia la liberaldemocrazia ai vari regni della libertà (Marx) o dello Spirito (Hegel). La catena è la seguente: la crescita economica (comunque raggiunta) porta necessariamente all'economia capitalistica e di libero mercato (per ragioni di efficienza); l'economia di mercato crea le condizioni (maggiore istruzione e benessere) per una richiesta di riconoscimento; hegelianamente il "servo" matura un desiderio di riconoscimento che si esprime in una richiesta di libertà e democrazia, chiudendo il ciclo nell'ultima sintesi che pone fine al processo storico lineare. Non è spiegato come avverrebbe la crescita (vi è un richiamo vago alla "scienza" come forza motrice - oltre, per non farsi mancare nemmeno un clichè, al "trasferimento di capitale up-to-date" dalle economie sviluppate a quelle in via di sviluppo come motore dello sviluppo), nè vi è alcuna analisi microfondata o almeno empirica di come i paesi totalitari si affaccerebbero alla democrazia (seguendo Coleman, il fatto che si pongano le condizioni per la richiesta di un riconoscimento non spiega, di per sè, il meccanismo di azione collettiva in grado di portare a un rovesciamento delle istituzioni totalitarie - la vecchia "anarchist fallacy" di Olson). Tra l'altro la preferenza smaccata per Nietzsche rispetto a Hegel fa chiudere il saggio con un pessimismo di fondo nei confronti delle istituzioni liberaldemocratiche (in quanto la realizzazione nel lavoro non esaurirebbe le forze del thymos platonico o della volontà di potenza nietzeschiana). L'idea stessa di far convivere Hegel e Nietzsche all'interno del tentativo di riproporre una nuova "storia universale" storicistica e dialettica è abbastanza assurda. Altrettanto assurda è l'idea di riproporre Hegel come pensatore liberale (p. 84) basandosi sulle sue considerazioni a proposito della Rivoluzione francese e del "diritto astratto" (e la Filosofia del diritto e l'Enciclopedia dove le mettiamo?). Fukuyama sembra voler riattualizzare tutti i clichè sociologici ormai morti e sepolti (un altro esempio si trova nel suo concetto di capitale sociale in "Trust", dove non fa altro che riprendere una concezione culturalista e valoriale in ultima analisi funzionalista nello spiegare la performance economica: il ritorno del collettivismo metodologico) - assistiamo al trionfo, in pratica, del sociologismo di ritorno. Anzichè teorie microfondate atte a spiegare correlazioni macro, Fukuyama preferisce una spiegazione teleologica di comodo (il presente e il passato comprensibili solo come parziale rivelazione di un fine ultimo) fondata su quello che Popper considerava (giustamente) la morte della scienza sociale: l'essenzialismo (non a caso pilastro della filosofia hegeliana). Come tanta scienza sociale spesso con-fusa con tanta filosofia non stupisce il successo nel pubblico più ampio dei lavori di Fukuyama, rientrando in ciò che Boudon va chiamando "sociologia espressiva", atta a colmare vuoti emotivi, ortogonale alla "sociologia scientifica", tesa a colmare vuoti conoscitivi.

    ha scritto il 

  • 4

    Questo libro è stato scritto in contrapposizione con lo scontro delle civiltà di Huntington. Non condivido l'analisi, come invece condivido quella di Huntington, ma consiglio a tutti di leggere il ...continua

    Questo libro è stato scritto in contrapposizione con lo scontro delle civiltà di Huntington. Non condivido l'analisi, come invece condivido quella di Huntington, ma consiglio a tutti di leggere il capitolo in cui parla del coraggio e del riconoscimento del valore dell'uomo. Fa pensare molto su cosa fa muovere l'uomo nelle sue azioni.

    ha scritto il