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La libertà delle donne

Contro il femminismo moralista

Di

Editore: Il Nuovo Melangolo

3.5
(28)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 120 | Formato: Paperback

Isbn-10: 8870188280 | Isbn-13: 9788870188288 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Genere: Philosophy , Political

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Descrizione del libro
Che cos'è il "femminismo moralista"? È una posizione culturale e politica che, nel nome della libertà delle donne e della loro "dignità", assume un atteggiamento sostanzialmente censorio, nei confronti degli uomini ma anche e soprattutto delle donne stesse. Secondo questo tipo di femminismo la liberazione delle donne deve avvenire attraverso una trasformazione intima di tutti i membri della società, che possa condurre ciascuno a capire quali sono i veri valori, il vero bene, il vero uso del proprio corpo, della propria sessualità e dei propri talenti. Nel fare questo si appella a un orizzonte simbolico e valoriale che è sostanzialmente conservatore e impone modelli di vita e di società che sono sostanzialmente rivisitazioni in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti.
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  • 3

    Con il breve, lucido, incisivo saggio Sulla libertà delle donne, Valeria Ottonelli riesce a decostruire e mettere in discussione i principi di un certo femminismo moralista – subito definito come «una posizione culturale e politica che, nel nome della libertà delle donne e della loro "dignità", a ...continua

    Con il breve, lucido, incisivo saggio Sulla libertà delle donne, Valeria Ottonelli riesce a decostruire e mettere in discussione i principi di un certo femminismo moralista – subito definito come «una posizione culturale e politica che, nel nome della libertà delle donne e della loro "dignità", assume un atteggiamento sostanzialmente censorio» e «nel fare questo si appella a un orizzonte simbolico e valoriale sostanzialmente conservatore e impone modelli di vita e di società che altro non sono se non rivisitazioni in chiave laica di vecchi miti familisti, religiosi e tradizionalisti» – che pretenderebbe di detenere il diritto unico all'idea e all'immagine della "vera" donna, della femminilità "autentica". Come ricorda l'autrice, come ogni invito al "se stessi" vero e autentico, anche questo femminismo finisce per cadere, invece, nell'invito «ad aderire a un qualche modello di come dovremmo essere e che è diverso da come appariamo agli altri e da come gli altri ci interpretano». L'esortazione ha sempre un che di violento nel suo tendere all'uniformità e all'adeguamento rispetto a un modello proposto come quello giusto, nel suo misurare, paragonare, giudicare e condannare che sembra negare una certa libertà piuttosto che promuoverla e garantire l'emancipazione da stereotipi.
    Nei discorsi pubblici di questo femminismo moralista la Ottonelli riconosce una certa «ipocrisia e connivenza con gli standard di un'etica essenzialmente conservatrice e tradizionalista», una certa incapacità nel riconoscere quale fondamento della giustizia la libertà di scelta e di autodeterminazione, giustificate falsamente dai richiami all'uguaglianza e alla parificazione intese più che altro come condivisione di un peso e di un fardello socialmente imposti anziché come reale emancipazione da essi.

    ha scritto il 

  • 1

    No, proprio: no.

    Uno dei libri piu' ipocriti e intellettualmente dannosi che abbia letto, soprattutto nella prima parte. Una prospettiva estremamente comoda nelle proprie accuse verso un "femminismo moralista" cui sottosta', in realtà, il vero giudizio, il vero bigottismo e la vera intolleranza.

    ha scritto il 

  • 3

    Femminismo: di bene in meglio...

    Non amo le etichette, ma l’autrice denuncia un tipo di femminismo che definisce “moralista”, il quale in nome della libertà e dignità delle donne “assume un atteggiamento censorio nei confronti degli uomini e delle donne stesse”. Secondo questa posizione la liberazione della donna dovrebbe avveni ...continua

    Non amo le etichette, ma l’autrice denuncia un tipo di femminismo che definisce “moralista”, il quale in nome della libertà e dignità delle donne “assume un atteggiamento censorio nei confronti degli uomini e delle donne stesse”. Secondo questa posizione la liberazione della donna dovrebbe avvenire attraverso una presa di coscienza di tutta la società di quali sono i “veri” valori, quindi di ciò che è bene e ciò che è male, anche nell’uso del proprio corpo e nell’espressione della propria sessualità. L’orizzonte simbolico al quale questo movimento si appella, rivela l’autrice, è tradizionalista, basato su modelli familisti, conservatori e impregnato di etica del sacrificio.
    Lo spunto della riflessione sono gli scandali sessuali legati alla corte di un ex-premier italiano: mercificazione di corpi femminili in cambio di bijoux o prebende di varia natura. Non l’impegno, il merito, la competenza, hanno fatto ottenere risultati e successi, ma, assai più agilmente, è risultato più vantaggioso compiacere il potente di turno, magari tappandosi il naso.
    Apprendiamo che i comportamenti discutibili contro cui, erroneamente e pericolosamente, secondo l’autrice, le femministe “moraliste” si scagliano non sono in sé biasimabili e neppure ci sarebbero se la struttura sociale sottostante non fosse iniqua, sessista ed economicamente sperequata. Se vivessimo in una società dove fossero garantiti una serie di diritti fondamentali non ci sarebbero comportamenti “moralmente” riprovevoli o censurabili. Sembra dunque che la natura umana sia riducibile e plasmabile tout court al materialismo socio-economico. Cambiando la struttura sociale uomini e donne diventeranno più liberi, più saggi e più giusti e le sovrastrutture culturali si armonizzeranno di conseguenza.
    L’autrice non esita a squalificare un movimento come quello di “Se non ora quando” che due anni fa portò in piazza centomila persone a protestare contro la manipolazione del corpo e del cervello delle donne da parte di uomini di piccoli e grandi poteri e di mentalità retrograda; a partire da compagni ottusi e violenti fino allo stereotipo del macho-man ridicolmente incarnato da un ricco presidente del consiglio: uomini che “premiano” donne sorridenti, ammaestrate e a disposizione. Condannare e squalificare come “moralista” questo movimento perché, a suo dire, non è rappresentativo di tutte le posizioni è, dal mio punto di vista, come voler salire al piano più alto senza aver costruito prima le scale. Inoltre questo atteggiamento “purista” rischia di avere conseguenze pericolose perché immobilizzanti, rischia di dividere laddove al contrario bisogna unire le forze, di vanificare e affossare ciò che finora è stato raggiunto, di ridicolizzare chi ha coraggiosamente alzato la testa.
    Io in piazza c’ero e posso dire di avere visto persone tra loro molto diverse: c’erano lavoratrici, disoccupate, studentesse, single, donne sposate, mamme con passeggini, suore molto ardite e anche parecchi uomini. Da una panoramica della manifestazione nelle varie città italiane l’impressione di eterogeneità si è rafforzata: impiegate, operaie, giornaliste, attrici, scienziate; ognuna con la sua storia unica e particolare ma tutte accomunate dalla voglia di dire “basta” alla perpetuazione di un modello femminile considerato riduttivo e insultante. Ebbene, tutte queste donne così diverse secondo l’autrice sono “moraliste”, cioè giudicano da un punto di vista astrattamente morale: sono conservatrici, tradizionaliste, finanche un po’ fasciste. Pericolose, quindi, perché, a suo dire, si richiamano esclusivamente alla famiglia monogamica, sposata o di fatto, e all’etica del sacrificio.
    Secondo me, però, l’autrice qui mescola le carte. Lo spunto polemico contro il femminismo “moralista” diventa l’occasione per richiamare l’attenzione su scelte di vita alternative alla coppia monogamica ed eterosessuale. Comincia la perorazione di legittime scelte di non genitorialità, oppure di genitorialità fuori dalla famiglia tradizionale, magari senza padri, a patto che vi siano abbastanza asili nido o altre strutture di aiuto alle madri in modo che possano essere sgravate dalla dipendenza da familiari e compagni e dal fardello (tradizionalmente affidato a loro) di cura verso minori o genitori anziani. Per liberare, finalmente, del tempo per sé serve non la condivisione con compagni recalcitranti ma il sereno affidamento a solide strutture sociali.
    Trovo sospetta e beffarda la calorosa accoglienza che molti uomini hanno riservato a questo saggio. Si sono scoperti femministi dell’ultima ora trovando un inatteso supporto intellettuale alla loro storica, e spesso culturalmente legittimata, dispersione di pulsioni. E temo non abbiano ben compreso il ruolo marginale e deresponsabilizzato che, tra le righe, l’autrice riserva loro, in una prospettiva liberatoria che appare non tanto men-less quanto men-free.
    La libertà delle donne, secondo il mio modesto parere, non è solo tempo “liberato” da doveri di cura e dal lavoro domestico, dalla dipendenza economica, dalla monogamia, da compagni riottosi e irresponsabili, da una obbligata eterosessualità. È anche un luogo interiore fatto di delicati equilibri emotivi. La libertà non è un valore assoluto quando si vivono relazioni significative. Le emozioni e gli affetti creano dipendenza, e forse la felicità consiste nel prendere la giusta misura da questa dipendenza emotiva per salvaguardare l’autonomia individuale senza sacrificare il sentimento. È la scommessa di una vita, e non la si ottiene senza lotte, senza mediazioni, senza fatica, anche con tutte le migliori strutture sociali possibili, che pure devono esserci. Ben vengano più asili nido e case di riposo più umane, opportunità e condizioni di lavoro che non facciano differenze tra i sessi. Ben vengano leggi che tutelano il diritto di ognuno a realizzare la propria felicità secondo le proprie inclinazioni, purché non siano lesive della libertà e dei diritti altrui. La libertà assoluta, però, è impossibile perché non siamo congegnati come esseri puramente razionali, ma siamo anche esseri emozionali: un groviglio complicato e vibrante che crea legami e dipendenze; ma senza questa complicazione la vita assomiglierebbe a un deserto ben poco interessante.
    E infine in base a che cosa, mi chiedo, invocare maggiore equità e tutele che scongiurino le discriminazioni? Non sono forse dei valori (una “morale”, insomma...) quelli cui l'autrice si ispira? Cade lei stessa nella trappola che vuole tendere alle sue antagoniste: si fa paladina di valori ritenuti superiori, di qualcosa che ritiene essere “giusto” contrapposto a ciò che non lo è, e in base a ciò giudica e valuta comportamenti sociali e individuali. Lei stessa, dunque, è “moralista”, senza accorgersi che il presunto fondamento di questa eccellenza non trova riscontri se non nella fede in ciò che lei crede essere il meglio.
    Ma il meglio, recita un antico adagio, è spesso nemico del bene…

    ha scritto il 

  • 4

    saggio intelligentemente provocatorio su un certo tipo di femminismo- definito giustamente *moralista*, assai in voga oggi. in ogni caso, che si condividano o no i punti di vista dell'autrice, il libro offre una prospettiva diversa su questo modo di pensare, fa riflettere su come spesso alcune po ...continua

    saggio intelligentemente provocatorio su un certo tipo di femminismo- definito giustamente *moralista*, assai in voga oggi. in ogni caso, che si condividano o no i punti di vista dell'autrice, il libro offre una prospettiva diversa su questo modo di pensare, fa riflettere su come spesso alcune posizioni apparentemente libertarie e progressiste abbiano un sottofondo di ipocrisia e perbenismo striscianti. molto interessante, scritto in modo chiaro e con motivazioni precise e puntuali.

    ha scritto il 

  • 4

    la prima parte del libro, quella che batte insistentemente sul tasto del femminismo moralista, l'ho trovata irritante e spesso vagamente in malafede, con dei distinguo che non condivido e mi sono sembrati pretestuosi. invece mi è piaciuta e ho trovato acuta la discussione sul congedo di paternità ...continua

    la prima parte del libro, quella che batte insistentemente sul tasto del femminismo moralista, l'ho trovata irritante e spesso vagamente in malafede, con dei distinguo che non condivido e mi sono sembrati pretestuosi. invece mi è piaciuta e ho trovato acuta la discussione sul congedo di paternità obbligatorio e sul lavoro domestico e di cura, discorsi che - come dice l'autrice - vengono affrontati in italia senza sganciarsi da una concezione della famiglia troppo tradizionalista e arretrata. se non avesse voluto essere (gratuitamente) provocatorio, sarebbe un buon libro.

    ha scritto il 

  • 4

    Le veline di Silvio e le sante insopportabili

    Difficile, è così difficile resistere al pensiero dominante, al mantra facile facile di una sinistra salottiera che si diffonde sugli schermi televisivi ed in improbabili elzeviri, alla banalità sconfortante di chi, per abitudine mentale, per pochezza, per ingombrante ignoranza, è solito divide ...continua

    Difficile, è così difficile resistere al pensiero dominante, al mantra facile facile di una sinistra salottiera che si diffonde sugli schermi televisivi ed in improbabili elzeviri, alla banalità sconfortante di chi, per abitudine mentale, per pochezza, per ingombrante ignoranza, è solito dividere il mondo in due sole categorie, da una parte il bianco candido della verità rivelata e dall'altra il nero pece degli Avversari, dei Nemici, dei Balordi, insomma il peggio possibile.
    E quindi ci sono le 'puttane' di Silvio, inqualificabili, indegne, vergognose, smutandate, censurabili, e le sante che vanno in piazza in nome dei figli (figli???), della famiglia (famiglia???), dei buoni e vecchi sentimenti che da sempre sono il cemento armato del moralismo.
    Una finta lotta di classe che rischia di vanificare decenni di battaglie libertarie del movimento femminista, quell'onda salutare che voleva ribaltare il senso comune della famiglia borghese con tutte le sue stupide gerarchie maschiliste, evadere dal cappio della maternità, rovesciare tutti i luoghi comuni.
    E se è vero che non esiste movimento nato sull'entusiasmo che non sia finito nell'imbecillità, è altresì necessario contrapporre a tutto ciò quel che resta del pensiero critico. Per questo il libro di Valeria Ottonelli è un vero toccasana!

    ha scritto il 

  • 4

    Ottima la critica alla posizione fascista della Zanardo riguardo alla chirurgia estetica e quella alla colpevolizzazione delle donne che si avvalgono delle badanti (colpevolizzazione dovuta a stereotipi sulla donna).

    ha scritto il 

  • 4

    Un libro importante, che svela come dietro a molte recentissime prese di posizione femministe, anche ‘di sinistra’, si nasconda in realtà una visione fortemente conservatrice e reazionaria del ruolo femminile nella società e nella famiglia. Sarebbe stato utile un esame anche del cosiddetto femmin ...continua

    Un libro importante, che svela come dietro a molte recentissime prese di posizione femministe, anche ‘di sinistra’, si nasconda in realtà una visione fortemente conservatrice e reazionaria del ruolo femminile nella società e nella famiglia. Sarebbe stato utile un esame anche del cosiddetto femminismo della differenza, che sospetto altrettanto tradizionalista del femminismo moralista nei suoi presupposti. Non del tutto convincenti alcune considerazioni sulle Olgettine, in cui a mio parere l'autrice sottovaluta il ruolo del merito in una società giusta. Eccellenti invece le considerazioni sul velo islamico; illuminanti gli accenni alla maternità nei paesi scandinavi; preziose - anche al livello pratico! - le riflessioni sui lavori domestici inutili.
    Ho avuto qualche problema a capire certe allusioni a trasmissioni TV recenti (che non guardo). Leggibilissimo lo stile, anche se l'autrice dovrebbe fare qualche sforzo in più per evitare metafore e modi di dire consunti (la parte del leone, questione spinosa, etc.).

    ha scritto il