La linea gotica

Taccuino 1948­1958

Di

Editore: Guanda

3.6
(22)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 295 | Formato: Altri

Isbn-10: 8882463419 | Isbn-13: 9788882463410 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Copertina rigida

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Descrizione del libro
"La linea gotica" è il romanzo dell'Italia che si sta impegnando a diventareuna nazione, di un paese già in odore di boom, intento a una ricostruzionefebbrile. Il mondo intero diviso in due, la classe operaia, l'industria, leaggregazioni borghesi fanno da sfondo alle storie individuali. Ma la veraprotagonista è l'inquietudine dell'io narrante, un'inquietudine che vienedall'impossibilità di trovare una soluzione che valga in ugual modo per le sueaspettative personali, le aspirazioni della classe operaia, le idealità delpartito e le esigenze della borghesia imprenditoriale. Prefazione diFurio Colombo.
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  • 5

    «Dal dopoguerra ho cominciato a maturare la convinzione che la nostra cultura debba unirsi al movimento operaio; e non soltanto alla sua teorica, ma ai suoi ‘fatti’, cioè alla vita di fabbrica. Fin qu ...continua

    «Dal dopoguerra ho cominciato a maturare la convinzione che la nostra cultura debba unirsi al movimento operaio; e non soltanto alla sua teorica, ma ai suoi ‘fatti’, cioè alla vita di fabbrica. Fin qui nulla di nuovo; se non, forse, la mia particolare attenzione agli aspetti narrativi.
    E un’altra cosa, mia personale: qual era la strada che portava me alla classe operaia in senso umano e non soltanto politico? Può darsi che la strada naturale sia quella del partito. Non l’ho saputa e potuta imboccare che marginalmente. Sono stato sempre cosciente del diaframma tra me e una iscrizione vera. (Cioè una partecipazione proporzionale alla responsabilità intellettuale).
    Il massimo problema è stato di raggiungere la classe operaia per altre vie da quelle del partito. Milano, nell’ultimo anno, ha significato questo tentativo. Attraverso i giornali e le case editrici, sono arrivato in una industria, nella zona detta convenzionalmente delle Relazioni Umane.» (p. 168)

    Il problema di Ottieri sta tutto, mi pare, in una serie di diaframmi posti fra il punto di partenza (la sua condizione sociale) e la meta (l’ingresso nella fabbrica): scarto, distanza da superare, pietra d’inciampo — vissuti come tali: con imbarazzo, quasi con senso di colpa.
    Ottieri era di buona famiglia, socialista e non comunista; quando finalmente entra in fabbrica, si trova dall’altra parte della barricata: si occupa di test psicotecnici, gestione del personale, relazioni umane. Senza per questo essere pienamente accettato neppure nel campo in cui è finito — con esiti curiosi.
    «Dieci giorni dopo l’assunzione mi capita un’altra offerta concreta di lavoro. In una industria petrolifera. Ufficio Stampa.
    In un grande albergo a colloquio con il futuro capo, che mi riceve nella hall. (Avevo fatto domanda due anni fa, a Roma, e non me ne ricordavo nemmeno). Conversazione gentile fra le due poltrone, sento la buona disposizione nei miei confronti. Lui è un nobile — o quasi — e lo sono anch’io. Ci intenderemo per forza. Queste Società con forte partecipazione americana cercano volentieri gli impiegati di rappresentanza nei dintorni dell’aristocrazia, come si fa per i diplomatici: impiegati fidati, utili nelle relazioni, che sanno l’inglese. Attratto e respinto dalla laurea in lettere, e dall’odore di giornalismo, domanda dove ho scritto. Dico varie riviste letterarie, qualche racconto, un saggio… Due o tre articoli sull’Avanti!
    Si è rabbuiato, si stacca. Le poltrone si fanno lontanissime, il tavolino in mezzo diventa un macigno. ‘Noi,’ esclama, ‘ci troveremo fra non molto dalle parti opposte della barricata. È possibile, le domando, che nel frattempo lei venga a lavorare con me?’
    Così sovietico non mi ci ero mai sentito, così vicino all’urto. Tento di minimizzare i miei trascorsi, mettendoli su un tono linfatico, culturale, un poco per amore della verità, un poco per l’istinto vigliacco del postulante che non vuole perdere nessuna occasione. Rimprovera la mia vigliaccheria. No, non se l’aspettava. Si è fatto — dietro il macigno — erto, duro. Ora è bene, soltanto, considerarsi, coraggiosamente, nemici e abbassare la celata. L’incontro si è trasformato in presentazione del cartello di sfida, che almeno — fra gente della nostra razza — sia cavalleresco. ‘Fra non molto,’ ripete, ‘saremo io di qua e lei di là della barricata. Non conosce forse, proprio lei, le intenzioni della Russia? Non sa quello che deve accadere fra pochi mesi, un anno? Ho comunque piacere di averla conosciuta.’ Andiamo ognuno dalla nostra parte a prepararci per il duello, per la terza guerra mondiale.» (pp. 28-29)
    Poi c’è il dubbio di essere funzionali al sistema, soprattutto quando i suoi organi riconoscono e comprendono e apprezzano i motivi del viaggio-studio verso la fabbrica e gli operai — col risultato di innescare scrupoli ulteriori.
    «Colloquio con l’ingegner A.O. [Adriano Olivetti] Quando gli ho detto come e perché voglio lavorare in una fabbrica, non ha sorriso vago; per la prima volta uno ha capito. Gli ho chiesto anche se non ritenesse un lusso, queste mansioni da Ufficio Personale; questi compiti non direttamente produttivi, ma ‘tecnico-umani’.
    No. Egli è sicuro, sicuro dal di dentro — l’ho visto — che non sono un lusso. Per la prima volta, ha calmato il mio senso di colpa, la mia oscura vergogna per il mio ‘industrialismo’.
    Nella sua Società occorre qualcuno che si occupi del settore commerciale. Ho insistito per la fabbrica. Ha insistito per la sua necessità. Mi dovrò dunque avvicinare per approssimazione. Mi lascerà fare tre mesi un periodo di tirocinio nella fabbrica. Mi guardava con gli occhi chiari, senza dubitare delle mie intenzioni, senza fare il processo della loro origine. Le accettava coma una forza cui dare credito, usabile. Come una verità.
    Non siamo andati in fondo alla mia predilezione per gli operai e per il settore tecnico, rispetto al settore commerciale e agli impiegati. Qui un diaframma tremolava fra noi. Che cosa ne avrà pensato? Forse la considerava mitologia, populismo?
    Di nuovo un po’ di vergogna.» (pp. 114-115)

    Fatalità.
    «Giugno [1953]. Malattia, all’improvviso. Quattro mesi in clinica a Firenze. Silenzio.» (p. 117)
    Si mette di traverso sulla strada che deve condurre Ottieri fin dentro la fabbrica — come se l’intreccio di sensi di inadeguatezza e distorsioni visive non fosse abbastanza d’impiccio — un attacco di meningite, che costringe l’autore a ricoverarsi in una clinica specializzata. È una lunga parentesi di contemplazione di sé, del corpo malato: di riflessione.
    «Sotto l’angolo visuale della morte, la vita è assurda. Questa grande costruzione, grande macchinismo per operare bene, in vista della morte scricchiola. Per operare bene avendo come fine la morte, ci vuole un coraggio stoico, o una fede nell’al di là, che di solito mancano.
    Ma la vita umana è sempre, mediamente, abbastanza lunga perché sia giusto lottare per essa e per la giustizia di essa. Abbandonare la lotta sociale in considerazione della morte è una illusione ottica.
    I malati di cancro consapevoli, tutti quelli che sono condannati a morire con una scadenza sicura e vicina. Pensare a uno di questi, il quale stia scrivendo un libro o organizzando una battaglia sociale. Vederlo oscillare continuamente fra l’impegno e l’assurdo.» (p. 164)

    Tornato nel mondo dei sani, ripresa la ricerca, sono forti le paure di perdere il contatto con la realtà, di farsi dolente anima bella, di vedere smussato lo sguardo preteso scientifico.
    «Ho fatto una prima ricognizione laggiù [in uno stabilimento industriale presso Napoli]. Non voglio affogare nella questione meridionale, tanto meno nel folklore che la circonda. Altri lo possono fare meglio. La mia àncora è lo stabilimento, l’industria di origine settentrionale. Certo, quelle fabbriche mi sono parse isolette perse nel mare della civiltà meridionale. Riescono, riusciamo a creare una novità, sia pure capitalistica? Contro al mare, al sole, ai milioni di abitanti della costa, contro al paradiso o all’inferno del Mezzogiorno, sono sufficienti i 300 operai del mio stabilimento, i 1500 dell’Ansaldo?
    Tutti i termini del mondo industriale sono, da principio, stravolti. Si agogna a lavorare in fabbrica come a una salvezza totale. La fabbrica è un luogo di delizie, in confronto alla disoccupazione, a tutti gli pseudo mestieri, all’antichissimo ‘arrangiarsi’; luogo di dignità, onore e ricchezza. Fa ridere parlare di alienazione a chi darebbe l’anima per diventare operaio.
    Dal di dentro, chissà in che modo questo rovesciamento iniziale di sviluppa.» (p. 169)
    «Scendo nel reparto delle agganciatrici. Sono nove. Una lascia il suo posto per un breve permesso. La sostituisco. Metto i perni nei due fori del telaio. Vado piano, pianissimo. Rumore e caldo. Sensazione dell’inferno. Si avvicina il capo-reparto. Sgrida una agganciatrice accanto a me perché parla. Le dice: ‘Benedetti, vengo io?’ La Benedetti, come a scuola, si rimette di corsa a infilare i pezzetti. Faccio il lavoro per una mezz’ora lentissimamente. Torna la ragazza, e riparte anche lei di corsa. Un primo senso di rivolta, la necessità morale che simili lavori vengano aboliti. Poi l’assuefazione, la drammatizzazione, il pudore di avere un’angoscia alla Weil, e alla fine il sentimento di una naturalezza.» (p. 199)

    ha scritto il 

  • 3

    "Sarebbe ora di fare finalmente coincidere i fantasmi e la carne. Altrimenti..."

    Sembra di leggere/ascoltare delle registrazioni al magnetofono.
    Di Ottieri emerge la natura inquieta, rabbiosa e rassegnata, di chi, prigioniero di un'adolescenza avvizzita in un'incerta età adulta e ...continua

    Sembra di leggere/ascoltare delle registrazioni al magnetofono.
    Di Ottieri emerge la natura inquieta, rabbiosa e rassegnata, di chi, prigioniero di un'adolescenza avvizzita in un'incerta età adulta e di un passato di falsi ideali, spera (ma non crede) di riuscire a coltivare il giardino dell'immaginazione, della letteratura, in una realtà di lavoro alienante, produzione incessante, diritti mancati.

    In quel luogo di mare i sentimenti crescono rigogliosi, gonfi, sproporzionati e infine nauseanti, come tutte le piante e i fiori nei luoghi tropicali dove - dicono - una normale felce diventa un gigantesco viluppo. Finisce che non si respira più, nell'aria sentimentale, dolciastra. Mi sento tutto appiccicoso di sentimenti.

    ha scritto il 

  • 2

    Intenzioni anche lodevoli per questa specie di diario dell'industrializzazione, che non bastano però a rendere interessanti tutte queste annotazioni sulla fabbrica, sul lavoro, sulla politica e sulla ...continua

    Intenzioni anche lodevoli per questa specie di diario dell'industrializzazione, che non bastano però a rendere interessanti tutte queste annotazioni sulla fabbrica, sul lavoro, sulla politica e sulla vita. Mi sono sembrate in larga parte affermazioni prive di sentimento e di entusiasmo, o anche di rabbia. Tutte molto razionali, tutte molto distanti, come se uno si mettesse a fare la Rivoluzione a tavolino.

    (La parte che ho apprezzato di più, forse l'unica che ho sentito autentica, è quella dove Ottieri descrive il periodo della sua malattia)

    ha scritto il 

  • 5

    In bilico tra il saggio e il romanzo, in ogni caso pervaso da una vena prepotentemente autobiografica. È la narrazione dell'avvicinamento di un uomo di cultura al mondo dell'azienda, della fabbrica, m ...continua

    In bilico tra il saggio e il romanzo, in ogni caso pervaso da una vena prepotentemente autobiografica. È la narrazione dell'avvicinamento di un uomo di cultura al mondo dell'azienda, della fabbrica, ma è anche storia di uno sviluppo personale che rende la propria indole progressivamente più fredda, appuntiva, aziendale per l'appunto. Si inizia dai turbamenti e dalle nevrastenie del figlio unico, dalla solitudine cittadina e la progressiva conoscenza del mondo aziendale, fra Milano e Roma. Si passa attraverso la parentesi della malattia (la meningite, effettivamente sofferta da Ottieri) e si giunge a una maturità di visione con l'esperienza di Olivetti a Pozzuoli (la stessa di cui si parla in Donnarumma all'assalto). Il libro si chiude con il ritorno a Milano e il pieno orientamento nel mondo aziendale (il convegno).

    ha scritto il