La lingua salvata

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 45

Di

Editore: Gruppo Editoriale l'Espresso

4.3
(1466)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 380 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Tedesco , Inglese , Francese , Spagnolo , Olandese

Isbn-10: 8481305413 | Isbn-13: 9788481305418 | Data di pubblicazione:  | Edizione 1

Traduttore: Renata Colorni , Amina Pandolfi

Disponibile anche come: Paperback , Copertina morbida e spillati , Tascabile economico

Genere: Biografia , Narrativa & Letteratura , Storia

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Descrizione del libro
La lingua in cui ci si esprime come identità culturale e antropologica, ma anche come conquista originata da una mozione degli affetti, da un grave incidente di percorso nella vita: il primo volume dell'autobiografia di Elias Canetti fa perno proprio sul problema della lingua, problema particolarmente sentito per un ebreo sefardita di origini spagnole, nato in Bulgaria, con due genitori che in casa parlano spagnolo, ma nell'intimità adottano il tedesco, e con una scuola in cui gli si insegna il bulgaro. Ma per il bambino poliglotta il tedesco, lingua a lui ignota e resa in qualche modo magica dall'uso che ne fanno i genitori, costituirà un doloroso appuntamento col destino: glielo insegnerà con gran pazienza e fatica la madre, dopo l'improvvisa e prematura scomparsa del padre, come fosse un pegno d'amore indirizzato al marito morto. E Canetti la adotterà in ogni suo scritto, come lingua, appunto, dell'amore.
La lingua salvata è una struggente, lucidissima rievocazione dell'infanzia e dell'adolescenza dello scrittore, profondamente segnate dalla perdita del padre amatissimo e dalla consolante, discretissima presenza della madre, che senza darlo a vedere gli instilla l'amore per la letteratura. Ed è anche la cronaca degli spostamenti per l'Europa del ragazzo al seguito di una famiglia senza pace, dalla natia cittadina danubiana di Rustschuk all'Inghilterra, da Vienna a Zurigo, dove l'adolescente Elias trascorre "gli unici anni di perfetta felicità", e dove il libro si conclude con l'amara premonizione di un imminente ulteriore spostamento. E', in definitiva, la storia di una giovinezza triste ed esaltante, depressa e curiosa, divertente e tragica: una storia che non può non coinvolgere chiunque coltivi una disponibile sensibilità e un rapporto col mondo basato sull'onestà e autenticità degli affetti.
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    Elogio della memoria od architettura della memoria? Quella di Canetti deve essere stata prodigiosa, comunque. Il primo ricordo a due anni, la balia, il rosso misterioso e l'inquietante gioco con la li ...continua

    Elogio della memoria od architettura della memoria? Quella di Canetti deve essere stata prodigiosa, comunque. Il primo ricordo a due anni, la balia, il rosso misterioso e l'inquietante gioco con la lingua del bimbo. La lingua.... Non è forse casuale che questo episodio profondissimo inizi con la millantata minaccia alla lingua del bimbo Canetti? Il titolo è La lingua salvata. Ma quale è La lingua salvata? Non certo il piccolo muscolo sfuggito allo stupido gioco del fidanzato della balia, bensì la lingua della memoria. In questo tardivo volume di Canetti emerge potente il vapore di quella Mitteleuropa che ha nutrito grandi della letteratura da Musil, Zweig, Josef Roth, Bruno Schulz, Werfel, per citarne alcuni, fino ad Heimito von Doderer ed alle splendide ed ironiche declinazioni di Gregor von Rezzori. Il magma ribollente della Kakania, il geniale termine per l'impero coniato da Musil, fatto di genti le più diverse, di usanze e costumi, di tradizioni e lingue era insieme materia esplosiva e forzosamente trattenuta dalla spinta centrifuga ma insieme era fertile humus per la cultura europea, a suo modo centripeta su Vienna. Così Elias Canetti bulgaro bambino ebreo conosce e parla il ladesmo della tradizione sefardita infiorato di termini turchi e bulgari. I genitori infervorati del teatro viennese parlano il tedesco come lingua affettiva intima e che contiene il nucleo della loro giovinezza di sogni artistici spezzati. Intorno amici russi, balie rumene, voci della Bucovina, le torme di zingari che giungono ad essere nutriti per Shabbat... La fuga a Manchester per sottrarsi alla gravità opprimente del nonno Canetti porta ad imparare l'inglese delle prime letture e delle declamazioni shakespeariane, dei Dickens, fino alla costrittiva ed imperativa educazione al tedesco della madre vedova che riversa l'obbligo sostitutivo di quella lingua intima sul figlio primogenito in vista del trasferimento a Vienna. A fronte delle millantate e fasulle diciassette lingue parlate dal terribile nonno Canetti, il piccolo Elias viene minacciato di essere il più stupido bambino a non imparare le lingue nella loro importante famiglia! Da Vienna ove si compie la maggiore educazione ci saranno poi gli anni di Zurigo ove il dialetto svizzero tedesco lo porterà a conoscere altre suggestioni, a forgiare la sua stessa personalità ed a giungere alla drammatica frattura con la madre. Nella gita in Emmenthal Elias adolescente ascolta nella voce di una anziana contadina le parole antiche che richiamano il tedesco antico, instillando qualcosa di profondo e germinale per la sua ulteriore evoluzione.
    Bildungroman ed ode alle miscele linguistiche, Canetti compie un personale viaggio autobiografico nell'universo linguistico di una stagione drammatica della storia europea che rimane, tuttavia, sempre come un fondale laddove i riflettori sono puntati sul rapporto esclusivo ed ossessivo, claustrofobico ed insieme forgiante con la figura materna. In merito alla pluralità linguistica va marcato come gli ebrei europei fossero spesso i primi veri cosmopoliti a fronte del continuo insorgere di più o meno brutali nazionalismi: indotta dalle necessità commerciali od evoluzione culturale della diaspora il conoscere le lingue poteva salvare la vita (come diceva il nonno Canetti e, tristemente, il grande Levi circa i campi). Amos Oz in Storie di amore e di tenebra,d'altronde, ricorda il padre che conosceva quindici lingue, tutte con accento russo!
    La lingua salvata è forse la costruzione architettonica attorno alla forza della comunicazione che fonda sulla memoria e si nutre delle esperienze, quel crogiolo di fermenti che in Canetti hanno condotto alla sua evoluzione artistica, alla scrittura del suo unico romanzo ed alla opera di una vita Massa e potere. Come se alla fine fosse stato necessario trarre le fila di una esistenza, come se le proprie madeleines in salsa viennese andassero ricercate per chiudere un cerchio, Canetti si tuffa nella sua vita fino al fondale per poi risalire con la metodicità del suo incredibile essere, certo che la sua ricerca sarebbe stata interminabile. Cees Nooteboom in Tumbas afferma che la sua tomba porta incisa con veemenza la propria firma "come se il morto avesse voluto suggellare con forza la propria vita e la propria opera" e che "Elias non sarebbe voluto morire mai".

    ha scritto il 

  • 5

    Sono un recensore inaffidabile riguardo a Canetti

    Non so quanto possano essere d'aiuto le mie 5 stelle a chi (legittimamente) non ha terminato la lettura o a chi (sinceramente) lo trova noioso e supponente. Ma per me Elias Canetti che, mi piace ricor ...continua

    Non so quanto possano essere d'aiuto le mie 5 stelle a chi (legittimamente) non ha terminato la lettura o a chi (sinceramente) lo trova noioso e supponente. Ma per me Elias Canetti che, mi piace ricordarlo, quando prese il Nobel nel 1981 nessuno conosceva nelle redazioni dei giornali italiani, è un genio. Quindi tutta la sua produzione è a 5 stelle, a priori, per me; anche quelle future che pubblicheranno post-mortem. Quindi: sono inaffidabile. Ma provate con Auto da Fè, magari...

    ha scritto il 

  • 5

    Spazi temporali tra oriente ed occidente, appassionanti aggregazioni d'intime vicende, storie familiari e comuni a più persone, descrizioni di città, fanno di questa narrazione un'affascinante ricordo ...continua

    Spazi temporali tra oriente ed occidente, appassionanti aggregazioni d'intime vicende, storie familiari e comuni a più persone, descrizioni di città, fanno di questa narrazione un'affascinante ricordo dei tempi ormai passati. Le vicende descritte dall'A. sono intime e cangianti, mutevoli ma reali che ci portano ad immedesimarci negli avvenimenti della nostra infanzia e ad appassionarci nella storia. I personaggi sono incisivi e su tutti la madre nella sua semplicità dell'apprendimento della lingua che altri non è che la metafora e l'essenza del libro.

    ha scritto il 

  • 2

    Quando leggo un libro di cui tutti dicono essere un capolavoro e io non riesco neppure a finirlo.. be' mi sento un po' colpa.. So che la regola d'oro di chi legge è che si ha il diritto di di interrom ...continua

    Quando leggo un libro di cui tutti dicono essere un capolavoro e io non riesco neppure a finirlo.. be' mi sento un po' colpa.. So che la regola d'oro di chi legge è che si ha il diritto di di interrompere la lettura di un volume che non ti convince, però mi rimane il dubbio di non aver capito fino in fondo l'autore... ma, che dire.. riproverò fra qualche anno..

    ha scritto il 

  • 3

    georgie diceva il papà, canetti rispondeva il bambino, two il papà, three il piccolo, four il papà, burton il piccolo, road il papà, west il piccolo, didsbury il papà, manchester il piccolo, england i ...continua

    georgie diceva il papà, canetti rispondeva il bambino, two il papà, three il piccolo, four il papà, burton il piccolo, road il papà, west il piccolo, didsbury il papà, manchester il piccolo, england il papà, georgie il piccolo......

    Canetti il papà

    Post: Canetti rivela per via negationis, un modo di pensare comune ai nostri tempi, ma da lui applicato con perizia e talento. In Auto da fé funziona a meraviglia, mentre nel racconto della vita privata, che grazie a questo scritto ci è dato conoscere, accentua severe mancanze lasciate in sospeso. La eventuale lettura dei successivi due volumi di questa peculiare e ricca autobiografia potranno smentire il mio pensiero. Buone speranze che il buon Elias esca dal rincoglionimento olimpico e olimpionico sono date dall'epico sbotto della madre minuziosamente riportato nelle ultime pagine. Riuscirà il nostro eroe a non ridursi come quel povero sinologo del professor Kien e a vincere il premio Nobel? Lo scopriremo nelle prossime puntate. Ottima prova di scrittura e di intrattenimento colto e cosmopolita.

    ha scritto il 

  • *** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***

    4

    La lingua salvata è la prima parte dell'autobiografia di Elias Canetti e copre gli anni che vanno dalla sua nascita ai sedici anni.

    Il libro è scritto in maniera magistrale ma c'è qualcosa in questa ...continua

    La lingua salvata è la prima parte dell'autobiografia di Elias Canetti e copre gli anni che vanno dalla sua nascita ai sedici anni.

    Il libro è scritto in maniera magistrale ma c'è qualcosa in questa storia che mi disturba. I primi capitoli raccontano della vita spensierata nella nativa Bulgaria e della rottura con questo mondo operata dai genitori che trasferiscono la famiglia in Inghilterra per sfuggire all'ingombrante influenza del nonno. I genitori di Elias hanno entrambi una forte passione per il teatro e la letteratura che trasmettono al figlio. Quando, però, il padre muore per un infarto Elias, figlio primogenito, viene individuato dalla madre come suo confidente e sostegno. Ne nasce una situazione innaturale, in cui un bambino di meno di dieci anni passa le serate a leggere Shakespeare e a discutere di letteratura e di passioni umane. Tra scenate di gelosia e discussioni sulla letteratura ed il teatro si sviluppa un rapporto tra madre e figlio che a tratti diventa quasi morboso. Sintomatico è che in tutta la narrazione non si parla mai di giochi ed i fratellini non sono mai nominati per nome e sono visti quasi come un fastidio di cui bisogna liberarsi piazzandoli in un collegio o con un'istitutrice. La parte finale del libro descrive l'adolescenza a Zurigo, lontano dal controllo pressante della madre che è stata ricoverata in un sanatorio. Ho trovato molto belle le pagine in cui Elias ricorda pregi e difetti dei suoi insegnanti e dei compagni di scuola. Il libro termina bruscamente con l'intervento della madre che, nel timore di perdere l'influenza sul ragazzo, lo strappa da questo mondo ovattato e decide di trasferirlo in Germania. Sicuramente, non la scelta migliore per una famiglia ebrea all'inizio degli anni 20.

    ha scritto il 

  • 5

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/11/10/la-lingua-salvata-elias-canetti/

    “In realtà la cosa incomparabilmente più importante, più eccitante e più caratteristica di questo periodo erano le serate ...continua

    http://antoniodileta.wordpress.com/2014/11/10/la-lingua-salvata-elias-canetti/

    “In realtà la cosa incomparabilmente più importante, più eccitante e più caratteristica di questo periodo erano le serate che io e la mamma dedicavamo alla lettura e i discorsi che facevamo intorno a ciascuno di quei testi. Non mi è possibile riportare quei discorsi nei particolari, perché in buona parte io stesso sono fatto di quei discorsi. Se esiste una sostanza intellettuale che si riceve nei primi anni e dalla quale non ci si libera mai più, per me quella sostanza è lì. Io ero permeato di una fiducia cieca nella mamma, i personaggi di cui lei mi parlava e su cui mi interrogava sono a tal segno diventati parte integrante del mio mondo che non riesco più a scinderli gli uni dagli altri. Tutti gli influssi che ho subìto successivamente sono in grado di rintracciarli uno per uno. Questi, invece, formano un’entità unica che ha una sua densità e un suo spessore indivisibili. Da allora, da quando avevo dieci anni, è per me una sorta di articolo di fede credere che sono fatto di molte persone, delle cui presenza in me non mi rendo assolutamente conto. Credo che siano loro a decidere ciò che mi attira o mi respinge negli uomini e nelle donne che mi capita di incontrare. Sono stati il pane e il sale della mia prima età. Sono la vera vita segreta del mio spirito.”
    (Elias Canetti, “La lingua salvata”)

    Non amo molto le biografie né le autobiografie e questo è il motivo per cui sono giunto solo adesso a leggere “La lingua salvata” di Elias Canetti, nonostante lo avessi segnato sulla “Lista dei libri da leggere” da diversi anni. Me ne aveva parlato bene anche un mio amico appassionato di letture affini alle mie, e l’occasione mi è stata fornita da un altro lettore del libro di Canetti. Non solo “La lingua salvata” ha superato le mie remore sulle autobiografie, ma addirittura mi ha convinto a ordinare sul web gli altri due volumi nei quali Canetti rievocò la sua esistenza, cioè “Il frutto del fuoco” e “Il gioco degli occhi”, rispettivamente pubblicati nel 1980 e nel 1985.
    “La lingua salvata” fu pubblicato, invece, nel 1977, quando Canetti era già abbastanza maturo, essendo nato nel 1905. Tra l’altro, a quanto leggo, fu proprio con quest’opera che raggiunse una certa fama a livello internazionale, sebbene avesse già scritto, in precedenza, romanzi come “Auto da fé”, che ho letto due volte, e un monumentale saggio quale è “Massa e potere” (1960), che però devo, colpevolmente, ancora leggere. “La lingua salvata” riguarda gli anni che vanno dalla nascita al 1921 ed è diviso in cinque parti, che l’autore ha ricalcato seguendo gli spostamenti che caratterizzarono già quella prima fase della sua esistenza. Prima di aggiungere qualche particolare, devo subito scrivere che l’opera mi è piaciuta perché non è solo una banale rievocazione di una vita, ma è una fonte di curiosità indotte dai numerosi riferimenti ad altri autori, un inno alla letteratura come passione totalizzante, una ricerca costante della propria identità, tra dubbi, divertimenti, angosce, perdite e scoperte.
    Il libro si apre con il primo ricordo che l’autore ha riguardo la sua permanenza a Rustschuk, paese della Bulgaria dove era nato da genitori ebrei, e dove viveva in un casolare assieme anche a nonno Canetti, origini turche. Il crogiuolo di lingue appare subito evidente, perché il piccolo Canetti, nella sua infanzia e poi anche in seguito, si accorge che con lui i genitori parlano in spagnolo, mentre tra di loro in tedesco. Quest’ultima lingua assurge, quindi, a una dimensione fascinosa, tanto che, una volta conquistata come propria tanti anni dopo, egli la eleggerà come lingua per la sua scrittura. Canetti descrive sé stesso bambino alle prese con un miscuglio di parole che provengono dallo spagnolo, dal bulgaro, dal rumeno, e per l’appunto dal tedesco. Nella primissima infanzia, i ricordi come ovvio sono più labili, sfuocati, e l’autore dovette ricostruire determinate vicende familiari in seguito. Ciò che però non ebbe bisogno di rievocazioni altrui, è il profondo rapporto che lo legava al padre, che per primo gli trasmise l’amore per le lettere, da intendersi proprio come le lettere dell’alfabeto, prima scoperta che poi lo porterà, diversi anni dopo, a diventare uno che utilizza quelle lettere per comporre delle proprie opere.
    Il legame con la madre diventa forte solo dopo la prematura morte del padre, avvenuta poco tempo dopo il trasferimento a Manchester, in Inghilterra, dove tra l’altro il piccolo Canetti deve sopportare la presenza dell’antipatico zio dedito al commercio. Sulla morte del padre, le versioni che gli furono date erano diverse e solo anni dopo la madre troverà la forza per spiegargli che forse, alla base del malessere dell’uomo, poteva esserci anche la gelosia che lo stesso covava nei confronti della donna. La gelosia è un altro tema che appare spesso in quest’opera, perché Canetti sente di esserne stato vittima e cerca le ragioni che possono averlo portato a tali sentimenti. I diversi personaggi della famiglia, a cominciare da nonno Canetti che ha maledetto il figlio per la decisione di spostarsi in Inghilterra, sono rievocati con lo sguardo di chi, passati tanti anni, comprende tante cose che all’epoca, da ragazzino, non poteva neanche immaginare. Il tutto, però, non è noioso, perché Canetti, pur parlando di sé e della sua famiglia, tocca argomenti di carattere universale che il lettore potrà sentire anche suoi.
    Un’altra tappa fondamentale per la formazione del futuro scrittore è Vienna, dove resta tra il 1913 e il 1916, e dove tornerà più tardi, nel 1924, per andarsene poi nel 1938 a causa del regime nazista. In questo volume il periodo preso in considerazione è, come detto, il primo. Il rapporto con la madre diventa sempre più intenso, poi ci sono anche i fratelli minori, e i primi professori, che Canetti dipinge con maestria, sia quando tesse gli elogi di alcuni che ricorda con affetto e ammirazione, sia quando è più impietoso. La madre diventa per lui una fucina di spunti letterari, col suo amore per Shakespeare e per altri nomi che, all’inizio, al giovane sono tenuti lontani, ma che egli, poi, riuscirà a leggere in età abbastanza precoce. Un grande autore come Arthur Schnitzler, tra l’altro, diventa involontaria fonte di gelosia quando il giovane scopre che la madre e un professore discutono dei suoi romanzi. Su tutto, però, incombe la minaccia della guerra, che poi, nel 1915, diventa cruda realtà. Gli slogan militaristi e il fanatismo cominciano a insegnare tante cose, e l’odio che la madre nutre per tutte le guerre sarà una lezione di fondamentale importanza.
    Gli spostamenti non sono finiti e l’ormai undicenne Elias si trova a Zurigo, dove ha modo di conoscere anche il dialetto locale, che si va ad aggiungere alla mescolanza di lingue che vivono nella sua testa. A Zurigo, lontano dagli eventi bellici, vive cinque anni in una sorta d’idillio, questo nonostante vada a vivere in una pensione, lontano dai suoi familiari e soprattutto dall’amata madre, che è rimasta a Losanna. La sua formazione culturale, intanto, prosegue, così come le scoperte letterarie. Dickens lo incanta, tanto da rileggerlo più volte, e poi c’è Strindberg, il proibito. Compra, quando può, libri che regala a sua madre e azzarda i primi giovanilistici tentativi di scrittura. L’idillio, però, termina proprio con l’arrivo della madre, di colei che, pur avendogli instillato quell’amore viscerale per i libri, giunge a destarlo dal torpore zurighese nel quale, secondo lei, il figlio si stava cullando, dimenticando che l’esistenza non è fatta solo di libri e che gli autori che avevano scritto i capolavori che lui ammirava non avevano passato la vita come lui, in quella sorta di paradiso terrestre. La chiusura, quindi, lascia presagire eventi meno lieti che accadranno in seguito, primo tra tutti l’esilio del 1938.

    “Ho scoperto che le persone peggiori sono quelle dominate dalla passione del denaro. Ho imparato a conoscere tutti i passaggi che dalla rapacità portano alla mania di persecuzione. Ho visto fratelli che per avidità si sono rovinati a vicenda con processi di anni e anni, e che sono andati avanti a processarsi fino a quando il denaro svanì completamente. Eppure appartenevano a quella stessa “buona” famiglia di cui mia madre andava tanto fiera. Lo vedeva anche lei, ne parlavamo spesso. La sua intelligenza era penetrante, la sua conoscenza degli uomini si era formata nelle grandi opere della letteratura universale, ma anche attraverso le proprie personali esperienze. Conosceva benissimo i motivi insensati che avevano portato i membri della sua famiglia a dilaniarsi a vicenda: avrebbe potuto con facilità scriverci sopra un romanzo; ma la sua fierezza per quella stessa famiglia non ne veniva scossa. Se fosse stato amore, avrei potuto anche capirlo. Ma molti dei protagonisti di quella vicenda non li amava affatto, alcuni li considerava addirittura persone indegne, altri li disprezzava, ma per la famiglia in quanto tale provava solo orgoglio.
    Una cosa ho capito tardi, ed è che io, se si proietta tutto ciò sul piano dei più vasti rapporti umani, sono fatto esattamente come lei. Ho passato la parte migliore della mia esistenza a mettere a nudo le debolezze dell’uomo, quale ci appare nelle civiltà storiche. Ho analizzato il potere e l’ho scomposto nei suoi elementi con la stessa spietata lucidità con cui mia madre analizzava i processi della sua famiglia. Ben poco del male che si può dire dell’uomo e dell’umanità io non l’ho detto. E tuttavia l’orgoglio che provo per essa è ancora così grande che solo una cosa io odio veramente: il suo nemico, la morte”.

    ha scritto il 

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