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La luna e i falò

La biblioteca di Repubblica - Novecento, 7

Di

Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso

3.9
(7484)

Lingua:Italiano | Numero di pagine: 159 | Formato: Copertina rigida | In altre lingue: (altre lingue) Inglese , Spagnolo , Catalano , Olandese , Portoghese , Tedesco

Isbn-10: 8481304557 | Isbn-13: 9788481304558 | Data di pubblicazione: 

Disponibile anche come: Altri , Paperback , Tascabile economico , Copertina morbida e spillati

Genere: Family, Sex & Relationships , Fiction & Literature , History

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Descrizione del libro
Libro consapevolmente finale, uscito nel 1950, pochi mesi prima che Cesare Pavese si togliesse la vita in un albergo di Torino, La luna e i falò era considerato dal suo autore una «modesta Divina Commedia»; e anche, comunque, il coronamento della sua carriera di scrittore: ««La luna e i falò - scriveva Pavese in una lettera - è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro». Capolavoro indiscusso di uno degli scrittori novecenteschi dapprima più giustamente amati e poi più ingiustamente trascurati, il romanzo narra, in una prospettiva che fonde mito antropologico e simbolo psichico, di un Ritorno: Anguilla, protagonista e io narrante, torna nelle sue Langhe nell’immediato dopoguerra dopo molti anni passati in America; e nel paese natio intraprende una sorta di pellegrinaggio alla ricerca delle proprie radici, avendo per accompagnatore e guida - il Virgilio della «modesta Divina Commedia» - l’amico d’infanzia Nuto, falegname e suonatore di clarino, ma soprattutto anima integra e pura.
Nel Piemonte post-bellico, Anguilla passa di orrore in orrore, di delusione in tragedia, constatando suo malgrado che le ragioni della storia sono state più forti della cultura locale, della civiltà contadina che la sostanzia, delle radici etniche cui ormai si può guardare solo con rimpianto. Fra le continue eppur sorvegliate tentazioni di trasfigurazione lirica della realtà, si affaccia così in tutta evidenza una delle più alte testimonianze di disagio intellettuale e di dolorosa eticità culturale che la letteratura del dopoguerra abbia prodotto: una testimonianza che inaugura senza appello il volo cieco del secondo Novecento.
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  • 4

    ci ho messo pochi giorni a finirlo, immerso nel Paese – Universo di Pavese. Stupenda la rievocazione di Nuto delle tre sorelle. Piccolo capolavoro della letteratura italiana, pochi colori, personaggi e storie autentiche, moltissima poesia, a partire dal bellissimo titolo.

    ha scritto il 

  • 5

    Per l'ennesima volta, Pavese si dimostra più che capace di accorciare le distanze tra realtà tra di loro molto differenti. Ovviamente parlo di quella dei protagonisti della campagna del primo novecento e di quella di tutte le persone come me, lontane da quegli spazi temporali e non solo.
    Pa ...continua

    Per l'ennesima volta, Pavese si dimostra più che capace di accorciare le distanze tra realtà tra di loro molto differenti. Ovviamente parlo di quella dei protagonisti della campagna del primo novecento e di quella di tutte le persone come me, lontane da quegli spazi temporali e non solo.
    Pavese è un maestro indiscusso.

    ha scritto il 

  • 2

    Della nostalgia, delle sue piccole incomprensioni.

    Il valore di un romanzo e la forza del suo messaggio sono strettamente collegati allo stato mentale di chi lo sta leggendo. Questa grande tautologia è la motivazione dietro cui mi nascondo quando devo scrivere che questo libro (questo enorme capolavoro della letteratura italiana eccetera, ecceter ...continua

    Il valore di un romanzo e la forza del suo messaggio sono strettamente collegati allo stato mentale di chi lo sta leggendo. Questa grande tautologia è la motivazione dietro cui mi nascondo quando devo scrivere che questo libro (questo enorme capolavoro della letteratura italiana eccetera, eccetera, eccetera) non mi è piaciuto.
    Non è un problema di stile né di scrittura (quasi mai è un problema di stile o scrittura), semplicemente l'ho trovato lontano. Forse sono ancora troppo giovane per capirlo ed essere nostalgico in questo modo passivo e rassegnato. Forse è l'iperestesia a cui mi sottopongo a renderlo attempato.
    Ai posteri l'ardua sentenza.

    ha scritto il 

  • 3

    Pavese descrive esattamente la condizione dell'emigrante, condannato a sentirsi dovunque un non integrato. Non integrato nel nuovo paese perché figlio di altri costumi e tradizioni e con il pensiero costantemente rivolto alla sua terra d'origine. Ma non integrato nemmeno lì, nella sua terra d'ori ...continua

    Pavese descrive esattamente la condizione dell'emigrante, condannato a sentirsi dovunque un non integrato. Non integrato nel nuovo paese perché figlio di altri costumi e tradizioni e con il pensiero costantemente rivolto alla sua terra d'origine. Ma non integrato nemmeno lì, nella sua terra d'origine, perchè ormai sradicato da essa, forse perchè troppo cambiato, o forse perchè è ormai lei, la sua terra, ad essere cambiata, a non rispecchiarsi più in quella "luna e i falò" del titolo, simbolo di un mondo arcaico e legato alle sue tradizioni che era, in quegli anni, destinato a scomparire.

    ha scritto il 

  • 3

    Il protagonista in questo ritorno al passato cerca di trovare se stesso e di capire le scelte fatte in passato. Ora può vedere da un punto di vista diverso i sogni che aveva da ragazzo. (...)
    http://arieljulie.wordpress.com/

    ha scritto il 

  • 4

    Pensavo, forse da "La casa in collina" della giovinezza sono ora diventato questo di romanzo. Non mi dispiaceva. Pure negli anni passati, Pavese restava come mio paradigma.
    Invece no. Invece ho scoperto che sono ancora il primo, sempre su quella collina, sempre di qua dal Belbo, sempre inet ...continua

    Pensavo, forse da "La casa in collina" della giovinezza sono ora diventato questo di romanzo. Non mi dispiaceva. Pure negli anni passati, Pavese restava come mio paradigma.
    Invece no. Invece ho scoperto che sono ancora il primo, sempre su quella collina, sempre di qua dal Belbo, sempre inetto.
    "Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via". Giacchè lo so, l'interpretazione non è dinamica.
    C'è soprattutto che il noto simbolismo di Pavese si stacca dall'introspezione e vuole essere orizzonte di comprensione delle vicende umane e mi interessa meno.

    ha scritto il 

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